Premierato

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il premierato (dal francese premier, "primo", qui nel senso di primo ministro) è una variante della forma di governo parlamentare che prevede un ruolo forte ed autonomo, rispetto sia al consiglio dei ministri sia alla stessa maggioranza parlamentare, del capo del governo[1] (per lo più denominato primo ministro, in Italia presidente del consiglio dei ministri), e inoltre una sua investitura popolare diretta,[2] di fatto se non di diritto.

Regno Unito: il "modello Westminster"[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sistema Westminster.

Prototipo del premierato è il modello Westminster, ossia il sistema parlamentare e di governo vigente nel Regno Unito, dove si è affermato, nel corso dei secoli, soprattutto per via consuetudinaria.

Nessuna norma costituzionale, infatti, prevede che il primo ministro britannico sia eletto a suffragio universale e diretto, essendo esso formalmente nominato dal monarca-capo dello Stato.

Una convenzione costituzionale, da tutti accettata, vuole che sia nominato premier il leader del partito di maggioranza assoluta. Può accadere pertanto che, nel corso della legislatura, i deputati appartenenti allo stesso partito del primo ministro gli revochino la fiducia tacitamente accordatagli, eleggendo un nuovo capo del partito che sarà nominato premier dal capo dello Stato. Tale eventualità s'è verificata nel 1990, quando i parlamentari del Partito conservatore sostituirono Margaret Thatcher con John Major e, da ultimo, nel 2007, quando il Partito Laburista sostituì il proprio Leader Tony Blair con l'allora Cancelliere delle Scacchiere Gordon Brown.

Analogamente, le dimissioni del primo ministro, spesso motivate da accordi fra le componenti interne, dalla carica di capo del proprio partito aprono, sulla base delle consuetudini e delle norme interne del partito medesimo, la "corsa alla successione" conclusa la quale il nuovo capo del partito riceverà la nomina a capo del governo. Tale processo ha avuto il suo più recente compimento il 27 giugno 2007 con la "staffetta" fra Tony Blair e Gordon Brown.

Il premier, di fatto, nomina e revoca i ministri (secretaries) e scioglie la Camera dei comuni, anche se, formalmente, tali provvedimenti assumono l'etichetta di decreti reali.

Questi poteri presuppongono, per il loro esercizio, la fiducia del partito di maggioranza che può tuttavia sempre essere revocata.

Proposte di introduzione del premierato in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Origini[modifica | modifica wikitesto]

L'adozione di un nuovo sistema elettorale maggioritario nel 1993 tramite referendum, unita alla profonda trasformazione del sistema dei partiti a seguito degli scandali di Tangentopoli, ha posto le premesse, anche in Italia, per la strutturazione del sistema politico nella direzione del bipolarismo ed ha avviato il dibattito sulla possibile adozione del premierato.

Le elezioni politiche italiane del 1994, 1996 e 2001, tramite sistema elettorale maggioritario, hanno condotto alla nomina a presidente del Consiglio dei ministri del leader designato di una coalizione presentatasi unitariamente alle urne. Ciò ha avvicinato il sistema italiano al "modello Westminster", in base ai seguenti criteri:

  • presenza di coalizioni pre-elettorali (assenza di negoziazioni post-elettorali per la creazione di una maggioranza parlamentare di sostegno al governo);
  • presenza di un leader di coalizione, candidato al posto di presidente del Consiglio dei ministri.

Le caratteristiche parlamentari "pure" del sistema italiano sono tornate alla luce a seguito delle crisi di governo del 1995 (governo Berlusconi I) e del 1998 (governo Prodi I), che hanno condotto ad una modifica della maggioranza parlamentare di governo, con la conseguente sostituzione del capo del governo.

La "bozza Salvi" e la "Bicamerale"[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Commissione parlamentare per le riforme costituzionali.

Dall'esperienza della crisi del 1995 e del 1998 nacque la proposta di una revisione formale della seconda parte della Costituzione (sull'ordinamento della Repubblica) che mirasse al rafforzamento della posizione del governo e della sua stabilità, unite ad una riduzione della discrezionalità dei parlamentari nella formazione di maggioranze diverse da quella uscita dalle urne.

Venne così istituita la Commissione bicamerale per le riforme costituzionali, presieduta da Massimo D'Alema (allora segretario del PDS).

Nella "Bicamerale", la proposta del premierato venne contenuta nella cosiddetta "bozza Salvi", dal nome del senatore Cesare Salvi, che l'aveva redatta. Essa prevedeva l'elezione diretta del primo ministro (denominazione che avrebbe sostituito quella di presidente del Consiglio dei ministri), il suo rapporto di fiducia con la sola Camera dei deputati e lo scioglimento della Camera stessa in caso di approvazione di una mozione di sfiducia. Il primo ministro, inoltre, avrebbe avuto il potere di nomina e revoca dei ministri, anche se ufficialmente spettante al presidente della Repubblica, e avrebbe potuto proporre a quest'ultimo lo scioglimento delle Camere.

Al premierato, la Commissione preferì poi il semipresidenzialismo, prima che l'intero progetto si "arenasse" in Parlamento.

Il progetto di riforma costituzionale del 2006[modifica | modifica wikitesto]

Durante la XIV Legislatura, la maggioranza parlamentare che sosteneva il governo della Casa delle Libertà approvò un disegno di legge costituzionale concernente "Modifiche alla Parte II della Costituzione" che, nella parte riguardante la forma di governo, adottava proprio il premierato[3].

In questa versione, l'elezione diretta del primo ministro era prevista soltanto secondo modalità stabilite dalla legge e non escludeva la nomina da parte del presidente della Repubblica. Il primo ministro, inoltre, nominava e revocava i ministri, senza la necessità di decreti presidenziali, e poteva proporre lo scioglimento della Camera dei deputati[senza fonte].

A differenza della "bozza Salvi", l'impedimento permanente, la morte o le dimissioni del primo ministro ovvero l'approvazione di una mozione di sfiducia non comportavano il ricorso alle elezioni anticipate ma aprivano un periodo d'attesa di venti giorni durante i quali i deputati, purché appartenenti alla maggioranza elettorale, avrebbero potuto proporre un nuovo primo ministro che sarebbe stato nominato dal presidente della Repubblica. Ciò avrebbe potuto avvenire immediatamente in caso di mozione di sfiducia costruttiva, contenente, cioè, l'indicazione di un nuovo candidato alla carica di primo ministro, purché approvata da soli deputati appartenenti alla maggioranza espressa dalle urne. Stessa procedura in caso di richiesta di scioglimento da parte del primo ministro in carica.

Leopoldo Elia indicò tale proposta come premierato assoluto[4][5], criticandola come contraria al principio di separazione dei poteri e paragonandola al potere del Presidente della Repubblica francese in assenza di coabitazione. Marco Olivetti[6] ne sottolineò alcuni punti:

  • la presenza di un voto di fiducia prioritario da parte della Camera su quanto richiesto dal Premier, su qualsiasi oggetto legislativo (e non solo su articoli o emendamenti ad un disegno di legge);
  • la trasformazione della mozione di sfiducia da minaccia di dimissioni del governo a minaccia di scioglimento anticipato del Parlamento (con conseguenti disincentivi per quest'ultimo a procedervi).

Quest'ultima versione del premierato, assieme ad altre importanti misure di revisione costituzionale, è stata rifiutata dagli elettori durante il referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006.

La Legge Calderoli[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2005 l'approvazione della riforma Calderoli del sistema elettorale ha portato alla reintroduzione in Italia del sistema elettorale proporzionale.

Tuttavia tale legge elettorale, prevedendo un premio di maggioranza, ha anche codificato l'obbligo per le forze politiche e per le coalizioni di depositare il proprio programma ed il nome del proprio premier designato, pur in assenza di vincoli formali di nomina per il presidente della Repubblica, stante l'attuale tenore dell'articolo 92 della Costituzione.

Nel febbraio/marzo 2007, nel contesto normativo descritto, a meno di un anno dall'inizio della XV legislatura, a seguito della "crisi-lampo" del governo Prodi II, il presidente del Consiglio subordinò la propria permanenza alla guida dell'esecutivo all'accettazione, da parte dei partiti della maggioranza, di "dodici punti" politico-programmatici, l'ultimo dei quali, ispirandosi ai principi del premierato[senza fonte], stabiliva che, in caso d'insanabile disaccordo su una decisione, sarebbe stato il presidente del Consiglio a sintetizzare la posizione ufficiale del governo e della maggioranza.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Voce premierato del Grande Dizionario Italiano Hoepli
  2. ^ Voce premierato del Dizionario della Lingua Italiana di Sabatini-Coletti
  3. ^ DDL COST "Modifiche alla Parte II della Costituzione"
  4. ^ Leopoldo Elia su Astrid
  5. ^ Leopoldo Elia, Una controriforma anti-illuministica
  6. ^ Marco Olivetti su Astrid

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV. - a cura di G. Giraudi, Crisi della politica e riforme costituzionali, Rubbettino editore, Soveria Mannelli, 2004
  • TOMMASO EDOARDO FROSINI, Il premierato nei governi parlamentari, Giappichelli, pp. XII-212 - ISBN 88-348-4384-3 [1]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]