Luigi Cadorna
| Luigi Cadorna | |
|---|---|
| 4 settembre 1850 - 21 dicembre 1928 | |
| Nato a | Pallanza |
| Morto a | Bordighera |
| Luogo di sepoltura | Pallanza |
| Dati militari | |
| Nazione servita | |
| Forza armata | Regio esercito |
| Anni di servizio | 1865 - 1917 |
| Grado | Maresciallo d'Italia |
| Guerre | Prima guerra mondiale |
| Battaglie | Battaglie dell'Isonzo Battaglia di Caporetto |
| Studi militari | Scuola militare "Teuliè" Accademia militare di Torino |
| Altro lavoro | Politico |
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Luigi Cadorna (Pallanza, 4 settembre 1850 – Bordighera, 21 dicembre 1928) è stato un generale e politico italiano.
Biografia [modifica]
Gli esordi [modifica]
Figlio del generale conte Raffaele Cadorna (veterano della battaglia di San Martino e in seguito comandante della spedizione che nel 1870 portò all'annessione di Roma al Regno d'Italia), nel 1860, all'età di dieci anni fu avviato dal padre agli studi militari dapprima studiò alla Scuola militare "Teuliè" di Milano. Cinque anni dopo entrò all'Accademia Militare di Torino, venendo nominato sottotenente nell'arma d'artiglieria nel 1868. Nel 1870, in forza al 2º Reggimento d'artiglieria, partecipò alle brevi operazioni militari contro Roma nel corpo di spedizione comandato dal padre Raffaele. Capitano nel 1880, nel 1883 venne promosso al grado di maggiore ed assegnato allo Stato Maggiore del Corpo d'armata del generale Pianell. In seguito assunse la carica di capo di Stato Maggiore del comando divisionale di Verona. Nel 1889 convolò a nozze con Maria Giovanni Balbi dei marchesi Balbi di Genova. Nel 1892, promosso colonnello, ottenne il primo incarico operativo in qualità di comandante del 10º Reggimento Bersaglieri, mettendosi precocemente in luce per la sua rigida interpretazione della disciplina militare e per il frequente ricorso a dure sanzioni[1].
Durante le manovre del maggio 1895, sempre al comando del 10º Reggimento, ebbe modo di puntualizzare per la prima volta quei princìpi tattici che costituiranno la base della sua incrollabile fede nell'offensiva ad oltranza[1]. Nel 1896, abbandonati gli incarichi operativi, assunse la carica di capo di Stato Maggiore del Corpo d'armata di Firenze. Nel 1898, con la promozione a tenente generale, entrò a buon titolo a far parte della ristretta cerchia degli alti ufficiali dell'esercito. La sua ascesa, benché lenta nel corso del tempo, si dimostrò costante a dispetto delle numerose recriminazioni mosse da Cadorna nei confronti del presunto ostruzionismo oppostogli dai suoi superiori. Nello stesso anno egli dovette affrontare il primo smacco allorquando, resosi disponibile l'incarico di Ispettore generale degli Alpini, gli venne preferito il generale Hensch. Nel 1900 incappò in un secondo insuccesso: abbandonato il generale Cerruti il comando della Scuola di Guerra, si vide scavalcato dal generale Zuccari. A Cadorna fu invece assegnato il comando della Brigata Pistoia, allora di stanza a L'Aquila, che tenne per i successivi quattro anni: a questo periodo risale la compilazione di un manuale dedicato ai metodi d'attacco delle fanterie, in cui ebbe modo di ribadire la sua fiducia nelle tattiche offensiviste che d'altronde erano allora in voga nell'esercito.
Nel 1905 assunse il comando della divisione militare di Ancona, e nel 1907 fu a capo della divisione militare di Napoli col grado di tenente generale, giungendo infine ai massimi vertici delle forze armate. Nello stesso anno venne fatto per la prima volta il suo nome quale possibile successore del generale Tancredi Saletta, che godeva allora di pessima salute, alla suprema carica di capo di Stato Maggiore dell'esercito. Ma l'anno successivo, abbandonata infine il Saletta l'incarico, Cadorna si vide preferire il generale Alberto Pollio: a questo capovolgimento di fronte non furono sicuramente estranei né i proclamati sentimenti di ostilità del generale nei confronti dell'allora capo del governo Giovanni Giolitti; né tantomeno una lettera che il 9 marzo egli aveva inviato ad Ugo Brusati, primo aiutante del Re e fratello di quel Roberto Brusati, futuro comandante della 1ª Armata, che nel 1916 sarebbe stato destituito proprio da Cadorna a seguito della battaglia degli Altipiani.
In risposta ad evidenti sondaggi di Brusati sulle future intenzioni di Cadorna qualora fosse stato destinato all'incarico, ed in particolar modo in riferimento al mantenimento delle prerogative del Re (formalmente comandante in capo dell'esercito) sul cui rispetto si voleva evidentemente ottenere dal generale formale assicurazione, con scarsissimo spirito diplomatico egli replicò sostenendo il principio dell'unicità ed indivisibilità del comando: ed in tale circostanza, benché i poteri del sovrano fossero sanciti dallo Statuto, Cadorna si dimostrò sin troppo deciso a chiarire come, a suo parere, la responsabilità del comando dell'esercito spettasse de facto al capo di Stato Maggiore[1].
Benché con le sue dichiarazioni egli fosse allora consapevole di essersi estromesso dalla partita con le sue proprie mani, la nomina di Pollio inaugurò una stagione di rapporti difficili fra le due alte personalità destinata a concludersi soltanto nel 1914, con la morte di quest'ultimo. All'amarezza di Cadorna per essersi visto preferire il collega (a cui si rinfacciavano peraltro le umili origini, essendo questi figlio di un ex capitano dell'esercito borbonico) si aggiungevano inoltre stridenti contrasti di natura dottrinale, laddove alla rigida impostazione offensivistica del pensiero tattico cadorniano il nuovo capo di Stato Maggiore contrapponeva concezioni operative improntate ad una maggiore flessibilità e fondate sulla consapevolezza dell'impatto delle moderne armi da fuoco e dell'artiglieria sul campo di battaglia. La carriera di Cadorna seguitò nonostante tutto, e nel 1911 assunse il comando del Corpo d'armata di Genova.
L'anno successivo scoppiava il conflitto con l'Impero ottomano, e benché egli rappresentasse il candidato in pectore per il comando di un corpo d'armata destinato al servizio oltremare, nella conduzione delle operazioni militari in Libia gli venne preferito il generale Caneva. Cadorna, alla soglia dei sessantuno anni, doveva pertanto vedersi ancora assegnato il primo comando operativo in guerra: tale ritardo si sarebbe tuttavia rivelato altrettanto vantaggioso, poiché il generale poté presentarsi alla suprema prova costituita dal primo conflitto mondiale con le proprie potenzialità di comandante inespresse ma altresì prive di macchia e di smentita, giacché la sua carriera non era stata in alcun modo offuscata dai frequenti insuccessi che avevano costellato la storia delle armi dell'Italia unita, dalla campagna d'Abissinia culminata con la disfatta di Adua sino alle sanguinose e dispendiosissime operazioni militari contro la guerriglia libica (che verrà definitivamente piegata soltanto nel 1934).
Capo di stato maggiore [modifica]
La mattina del 1º luglio moriva improvvisamente il generale Alberto Pollio, stroncato da un infarto. Il precedente 28 giugno Gavrilo Princip aveva assassinato a Sarajevo l'arciduca ereditario Francesco Ferdinando e la consorte Sophie Chotek. Il 27 luglio successivo Luigi Cadorna su indicazione e designazione di re Vittorio Emanuele III prendeva possesso degli uffici del capo di stato maggiore in un periodo cruciale per la storia d'Europa. Il 23 luglio l'Austria-Ungheria aveva infatti consegnato il proprio ultimatum alla Serbia, innescando una reazione a catena che, dopo il dipanarsi di una lunga catena di crisi diplomatiche e contromosse politico-militari, avrebbe portato allo scoppio della Prima guerra mondiale. L'esercito che il generale ereditava dal proprio predecessore affrontava allora un periodo di transizione irto di difficoltà.
Al processo di progressivo ammodernamento, rallentato significativamente dalle insufficienti risorse industriali del paese, si era infatti aggiunto il dispendio di materiali provocato dalla campagna libica ed il relativo stravolgimento organizzativo e logistico provocato dall'approntamento del consistente corpo di spedizione: nel 1914, ovvero a due anni dall'ufficiale conclusione delle ostilità, i 35.000 uomini inizialmente inviati erano ascesi a 55.000, senza essere tuttavia riusciti a venire a capo della guerriglia strisciante che affliggeva il nuovo possedimento coloniale italiano.[1][2].
La preparazione della guerra [modifica]
La preparazione di una guerra contro l'ex alleato austro-ungarico non trovava invece difficoltà nelle convinzioni politiche del generale Cadorna, uomo cui non si riconoscevano particolari simpatie; e che poteva anzi essere sospettato di sentimenti anti-austriaci quantomeno in conseguenza della carriera militare dell'illustre genitore (battutosi in tutte e tre le guerre d'Indipendenza) ed in virtù di quei sentimenti risorgimentali che, per logica conseguenza, impregnavano la sua dedizione al mestiere delle armi ed al servizio dello Stato. Nella stesura dei necessari piani di guerra il nuovo capo di Stato Maggiore fu semmai intralciato dalle riserve e dai tentennamenti del secondo gabinetto Salandra, deciso a trattare contemporaneamente con le potenze dell'Intesa e con gli Imperi Centrali nel tentativo di strappare eventualmente a Vienna, e sul tavolo delle trattative, quei compensi territoriali cui il Regno d'Italia ambiva.
Il progressivo irrigidimento su posizioni irrevocabilmente interventiste spinsero Salandra e Sonnino (26 febbraio 1915) ad intavolare le necessarie trattative che avrebbero portato alla stipula del Patto di Londra. Avviati il 4 marzo, i negoziati si sarebbero protratti sino al 26 aprile, mentre l'incertezza che regnava allora nei circoli politico-diplomatici in conseguenza di una condotta improntata a simili criteri opportunistici determinò un significativo ritardo nell'emanazione dei primi ordini di mobilitazione.
Quest'ultima fu infatti avviata, ed in forma parziale, soltanto il 1 marzo mentre la vaghezza delle direttive politiche e l'assenza di un significativo spirito di collaborazione fra il governo ed i vertici militari spinse lo Stato Maggiore, nella persona di Cadorna, ad accelerare di propria iniziativa i preparativi di guerra: il timore era evidentemente quello di presentarsi impreparati alla prova che si andava lentamente delineando ma, come accaduto quasi un anno prima in occasione dello scoppio della guerra, i provvedimenti militari finirono per forzare a loro volta la mano alla politica, spingendo infine il gabinetto Salandra a contrarre accordi vincolanti con le potenze dell'Intesa che prevedevano la dichiarazione di guerra da parte dell'Italia all'Austria-Ungheria entro un mese dalla ratifica degli accordi.[1][3]
Dopo le prime disposizioni per una mobilitazione parziale e puramente cautelativa soltanto il 5 maggio, tuttavia, Cadorna venne esplicitamente informato da Salandra circa la necessità di ricorrere alla mobilitazione generale nella prospettiva di scendere in guerra contro l'Austria-Ungheria entro il giorno 26 dello stesso mese.
L'Austria-Ungheria alla vigilia del conflitto [modifica]
La valutazione della critica situazione in cui versava allora la Duplice Monarchia risultò decisiva nello spingere il governo italiano ad optare per la soluzione militare, con la conseguente drammatica sottovalutazione dei rischi e delle incognite relative ad una simile impresa. Durante i primi mesi di guerra il fallimento del piano di mobilitazione farraginosamente steso dall'ArmeeOberkommando (A.O.K.) austriaco, e le prime confuse offensive lanciate in Serbia e Galizia, avevano infatti portato a perdite terrificanti che nel settembre 1914, ad appena un mese dall'inizio delle ostilità, potevano essere valutate a 500.000 uomini fra morti, feriti e prigionieri[4].
Il 27 febbraio gli attacchi furono rinnovati con esiti altrettanto disastrosi: la guerra di logoramento condotta lungo i Carpazi fra l'inverno del 1914 e la primavera del 1915, spesso in condizioni meteorologiche proibitive, si tradusse in un calvario che portò al definitivo annientamento di quello che era stato l'esercito regolare austriaco: da allora sino alla conclusione della guerra i quadri dell'esercito anteguerra, sottoposti ad un simile dissanguamento, costituirono la mera ossatura di un esercito continuamente rimpolpato da nuove leve[4][5]. Il 23 marzo si arrendeva infine anche la fortezza di Przemyśl, consegnando nelle mani dei russi ulteriori 117.000 prigionieri insieme a nove generali, 93 ufficiali di Stato Maggiore e 2.500 ufficiali di truppa.
La prima guerra mondiale [modifica]
L'inizio delle ostilità [modifica]
| Per approfondire, vedi Prima battaglia dell'Isonzo, Seconda battaglia dell'Isonzo, Terza battaglia dell'Isonzo, Quarta battaglia dell'Isonzo e Quinta battaglia dell'Isonzo. |
L'avvio delle operazioni militari si ebbe il 23 maggio, traducendosi in una lenta avanzata verso il corso dell'Isonzo della 2ª (generale Pietro Frugoni) 3ª Armata (generale il famoso Duca d'Aosta) senza che gli italiani incontrassero una significativa resistenza da parte del nemico. I combattimenti si accesero solamente ai primi di giugno, e la spinta offensiva di Cadorna raggiunse il suo apice fra il 24 ed il 30. Obiettivo iniziale della 2ª Armata era rappresentato dalla cattura delle quattro cime della catena del Mrzli (Mrzli vrh - Nero - Vrata - Vršič), che presidiavano la riva orientale dell'Isonzo e su cui si era vantaggiosamente attestata la resistenza del XV Armeekorps austriaco, precedentemente ritiratosi dalla linea del fronte. La conquista del massiccio si sarebbe infatti rivelata indispensabile in funzione della cattura e del mantenimento della testa di ponte di Tolmino.
Dopo degli scacchi iniziali, costati pesanti perdite, il Monte Nero verrà conquistato il 16 giugno da un fulmineo assalto di sei battaglioni di alpini, con il Susa e l'Exilles in testa, mentre le restanti vette rimarranno in mano austriaca. Contemporaneamente Frugoni decise di rivolgere i propri sforzi su Plava, cittadina posta 22 km più a sud, sulla riva occidentale dell'Isonzo e chiave d'accesso all'altipiano della Bainsizza. La lotta si sarebbe concentrata sulla cattura di Quota 383, situata sulla riva occidentale e difesa dalla Brigata del Generalmajor Guido Novak von Arienti. A partire dal 9 giugno la 3ª Divisione del II Corpo lanciò una serie di attacchi attraverso il fiume sino alla conquista della posizione il 16, che venne tuttavia nuovamente persa il 17 in seguito ad un contrattacco austriaco.
Quello stesso giorno il generale Frugoni ordinò la sospensione delle operazioni offensive contro Plava, posizione che sarebbe stata nuovamente teatro di ferocissimi combattimenti durante la seconda e la terza battaglia dell'Isonzo. Con l'ordine di Frugoni si esauriva così la prima fase dell'offensiva, che secondo i resoconti ufficiali era già costata all'esercito perdite per 11.000 uomini fra morti e feriti, quantunque oggi si tenda a ritenere che queste ammontassero ad almeno il doppio[6].
La Strafexpedition [modifica]
Sin dall'inizio della guerra la 1ª Armata italiana, schierata lungo il fronte trentino al comando del generale Camillo Carracciolo di Santo Buono, aveva assunto un atteggiamento offensivo improntato al conseguimento di una lenta ma costante avanzata in territorio austriaco; tale condotta era stata informalmente avallata dallo stesso Cadorna, a patto tuttavia che gli sforzi di Brusati non sottraessero uomini e mezzi allo scacchiere isontino, pregiudicando il successo dei principali sforzi offensivi lungo tale fronte. Quando, a partire dal febbraio del 1916, il comando della I. Armata segnalò una crescente concentrazione di truppe nel settore della futura offensiva, Cadorna liquidò simili notizie sostenendo fermamente di non credere alla possibilità che l'esercito imperial-regio orchestrasse un attacco di prima grandezza[1].
Al contrario, quella che sarebbe passata alla storia come Strafexpedition, aveva l'ambizioso obiettivo di sfruttare il saliente trentino che, profondamente incuneato nel territorio italiano, minacciava alle spalle lo schieramento isontino ove era attestata la massima parte dell'esercito italiano. Partendo dall'altipiano di Folgaria-Lavarone le forze austro-ungariche si lanciarono all'assalto il 15 maggio 1916, dopo una lunga serie di rinvii determinati dalle avverse condizioni meteorologiche. I risultati immediati furono incoraggianti: durante i primi giorni l'offensiva portò alla conquista di Arsiero ed Asiago, due importanti punti d'accesso alle pianure meridionali, ed alla cattura di 40.000 prigionieri e 300 cannoni[4][5][7].
In tali critiche circostanze, nonostante le sue gravi responsabilità, Cadorna se la cavò con l'attribuzione di ogni responsabilità a Brusati ed il suo conseguente siluramento: il generale Brusati aveva perso la testa sino a paventare un collasso dell'intero fronte trentino; sotto questo aspetto la salda assunzione del controllo delle operazioni da parte del Capo di Stato Maggiore in persona dovrebbe essere pertanto considerata provvidenziale[1]. Al contrario di quanto dimostrato da molti ufficiali, a Cadorna non difettarono mai tenacia e sangue freddo, ed egli guidò con mano salda il ripiegamento dell'armata sconfitta su nuove posizioni; nel frattempo egli provvide inoltre a costituire con notevole celerità e spirito d'improvvisazione una nuova formazione, la V. Armata, concentrando 179.000 uomini fra Vicenza e Padova[1] ed assegnandone il comando al generale Frugoni.
Nei piani di Cadorna tale forza venne destinata a fronteggiare gli austriaci qualora questi fossero sboccati in pianura ma una simile minaccia non si materializzò, dal momento che anche nel settore di massima penetrazione, quello dell'Altopiano di Asiago, l'offensiva austriaca venne arginata già entro i primi quindici giorni di giugno[8].
Le forze austro-ungariche continuarono a riscuotere una serie di successi tattici minori, ma l'irrigidimento della difesa italiana, e nel contempo l'allungamento delle linee di comunicazione ed il previsto sovraccarico della limitata rete logistica di cui Conrad poteva disporre in Trentino fecero sfumare l'agognata prospettiva di uno sfondamento strategico. L'offensiva Brusilov, scatenata infine in Galizia, determinò la definitiva cessazione di qualsiasi movimento offensivo ed il rapido ritrasferimento ad est delle principali grandi unità impegnate nella Strafexpedition.
Le successive battaglie dell'Isonzo [modifica]
La disfatta di Caporetto (Dodicesima battaglia dell'Isonzo) [modifica]
| Per approfondire, vedi Battaglia di Caporetto. |
Sul fronte dell'Isonzo, Cadorna aveva disposto, a sud (destra), la 3ª Armata comandata dal Duca d'Aosta e costituita da quattro corpi d'armata; a nord (sinistra), la 2ª Armata, comandata dal generale Luigi Capello e costituita da otto corpi d'armata. L'offensiva austro-tedesca iniziò alle ore 2.00 del 24 ottobre 1917 con tiri di preparazione dell'artiglieria, prima a gas, poi a granate fino alle 5.30 circa. Verso le 6.00 cominciò un violentissimo tiro di distruzione a preparazione dell'attacco delle fanterie. I rapporti del comando d'artiglieria del 27º Corpo d'armata (colonnello Cannoniere) indicano che il tiro tra le 2.00 e le 6.00 produsse perdite molto lievi. Solo nella conca di Plezzo i gas ebbero effetti apprezzabili.
L'attacco delle fanterie cominciò alle ore 8.00 con uno sfondamento immediato sull'ala sinistra, nella conca di Plezzo sul fianco sinistro della 2ª armata. Tale parte di fronte era presidiata a sud, tra Tolmino e Gabrije (paese a metà strada tra Tolmino e Caporetto), dal 27º Corpo d'armata di Pietro Badoglio. A complicare le cose sopraggiunse la situazione – solo leggermente meno drammatica - del fronte del 4º Corpo d'armata (Cavaciocchi), confinante a sud con il Corpo d'armata comandato da Badoglio. Il vero disastro, infatti, cominciò quando il nemico, arrivò a Caporetto, da entrambi i lati dell'Isonzo.
La debole, intempestiva ed inefficace risposta delle artiglierie Italiane sul fronte del 27º Corpo d'armata, è una delle ragioni accertate dello sfondamento, ma il motivo per cui ciò avvenne è tutt'oggi fonte di disquisizioni. Incuneato tra i due corpi d'armata ed in posizione più arretrata era stato disposto molto frettolosamente anche il 7º Corpo d'armata comandato dal generale Luigi Bongiovanni. La sua efficacia fu nulla. La mancanza di riserve dietro il 4º Corpo d'armata, fu senz'altro uno dei motivi principali che contribuirono alla disfatta.
Nel dettaglio, le ragioni che permisero lo sfondamento furono:
- Disposizione eccessivamente offensiva della 2ª Armata (generale Capello) ed in particolare del 27º Corpo d'armata (Badoglio), con le artiglierie ed alcune unità (tre divisioni su quattro sulla sinistra dell'Isonzo) troppo avanzate rispetto alla prima linea di fronte e un fianco sinistro eccessivamente debole.
- Comunicazioni difettose a tutti i livelli, rese ancora più precarie dalle condizioni meteorologiche (pioggia battente e nebbia a valle; bufere di neve in quota) e conseguente assenza di azioni di comando e di manovra.
- Mancanza di esperienza difensiva: le precedenti undici battaglie dell'Isonzo erano state tutte offensive.
- Utilizzo difettoso e di scarsa efficacia dell'artiglieria. L'ordine, più o meno esplicito, di non rispondere al tiro di preparazione (ore 2.00 - 6.00) era, infatti, fino ad allora, la regola di utilizzo delle artiglierie nell'esercito italiano. Solo nella primavera del 1918, e proprio a causa della sconfitta di Caporetto, furono cambiate le regole di risposta al fuoco.
- Debolezza e disposizione sbilanciata delle riserve, tutte a sud della linea di sfondamento.
Badoglio, pur essendo a pochi chilometri dal fronte, seppe dell'attacco delle fanterie nemiche solo verso mezzogiorno, e riuscì a comunicarlo al comando della 2ª Armata (Capello) soltanto qualche ora dopo. Cadorna seppe della gravità dello sfondamento e del fatto che il nemico aveva conquistato alcune forti posizioni solo alle ore 22.00.
Al di là delle responsabilità di singole piccole e medie unità, le colpe maggiori di ordine strategico non possono che essere attribuite al comando supremo (Luigi Cadorna) e al comando d'armata interessato (Capello), mentre quelle di ordine tattico ai tre comandanti dei corpi d'armata coinvolti (Badoglio, quindi, Cavaciocchi e Bongiovanni). Tutti vennero giudicati colpevoli dalla commissione d'inchiesta di prima istanza, del 1918-19, con l'unica eccezione di Badoglio.
Tuttavia l'errore tattico più sconcertante ed oggettivamente misterioso fu senza dubbio operato da Badoglio sul suo fianco sinistro (riva destra dell'Isonzo tra la testa di ponte austriaca davanti a Tolmino e Caporetto). Questa linea, lunga pochi chilometri, costituiva il confine tra la zona di competenza del Corpo d'armata di Badoglio (riva destra) e la zona assegnata al Corpo d'armata di Cavaciocchi (riva sinistra). Nonostante tutte le informazioni indicassero proprio in questa linea la direttrice dell'attacco nemico, la riva destra fu lasciata praticamente sguarnita con il solo presidio di piccoli reparti, mentre il grosso della 19ª divisione e della brigata Napoli era arroccato sui monti sovrastanti[9]. In presenza di nebbia fitta e pioggia, le truppe italiane in quota non si accorsero minimamente del passaggio dei tedeschi in fondovalle, e, in sole 4 ore, le unità tedesche risalirono la riva destra arrivando integre a Caporetto, sorprendendo da dietro le unità del IV Corpo d'armata (Cavaciocchi).
La sostituzione di Cadorna con Armando Diaz [modifica]
Il 25 ottobre 1917 il parlamento italiano negò la fiducia al governo presieduto da Paolo Boselli che fu costretto a dimettersi. Il giorno 30 ottobre il governo si ricostituì sotto la guida di Vittorio Emanuele Orlando, il quale già nei colloqui dei giorni precedenti aveva richiesto al Re la rimozione di Cadorna[10]. Nel frattempo arrivarono a Treviso il comandante supremo dell'esercito francese generale Ferdinand Foch e il generale William Robertson, capo di stato maggiore dell'esercito britannico.
Nella notte dal 30 al 31 ottobre Cadorna ordinò alla 4ª armata -schierata in Cadore al comando del generale Mario Nicolis di Robilant- di accelerare il movimento di ripiegamento sulla destra del Piave, che avrebbe dovuto presidiare il settore tra la Val Brenta e Vidor occupando il Monte Grappa. Il Duca d'Aosta, comandante della 3ª armata, era già riuscito a porre in salvo le sue truppe a ovest del Tagliamento.
Di Robilant eseguì in ritardo e con riluttanza l'ordine di Cadorna, tanto che il 3 novembre, vedendo in pericolo il progetto di saldatura tra le due armate sulla nuova linea difensiva, il comandante supremo dovette ribadire l'ordine di ripiegamento.
La sera del 3 novembre il generale Cadorna fece partire per Roma il colonnello Gatti con una lettera al presidente del consiglio Orlando in cui affermava che la situazione era “critica” e sarebbe potuta «da un momento all'altro diventare criticissima ed assumere carattere di eccezionale gravità, ove l'offensiva nemica che, attraverso molteplici indizi, pare imminente sul fronte trentino, si sferrasse con tale violenza che le nostre forze fossero impari a fronteggiarla»[11].
La sera del 5 novembre a Rapallo si incontrarono per un vertice interalleato il nuovo Capo del Governo, i Primi ministri di Francia e Gran Bretagna e i generali Foch e Robertson. In una riunione propedeutica i rappresentanti stranieri si espressero subito per l'allontanamento di Luigi Cadorna dal comando, e la sua sostituzione con il Duca d'Aosta. Nel vertice del giorno successivo la sostituzione di Cadorna fu imposta come condizione per l'invio dei rinforzi alleati e fu proposta l'istituzione di un Consiglio supremo di guerra alleato di cui avrebbero dovuto fare parte i generali Foch per la Francia, il generale Henry Wilson per la Gran Bretagna e Cadorna per l'Italia. I partecipanti al vertice di Rapallo si trasferirono a Peschiera l'8 novembre per riferire i risultati al Re, il quale si oppose alla nomina del Duca d'Aosta, ma confermò la decisione di rimuovere Cadorna già propostagli da Orlando in sede di costituzione del nuovo Governo.
Vittorio Emanuele III rinnovò la complessiva fiducia all'esercito con la convinzione che la linea del Piave potesse essere mantenuta senza altri cedimenti. Alle perplessità degli alleati che suggerivano linee di difesa più arretrate il re rispose di essere pronto ad abdicare in caso di un rovescio definitivo, ma ribadì la sua determinazione a rimanere sul Piave.
Il generale Armando Diaz, fino a quel momento comandante del XXIII Corpo d'armata, fu nominato Comandante supremo dell'esercito italiano con Decreto del 9 novembre, in sostituzione di Cadorna. Il generale Cadorna, dopo un iniziale rifiuto, accettò l'incarico di rappresentante presso il consiglio di guerra interalleato.
Tuttavia l'intuizione di Cadorna, espressa con lettera del 3 novembre, di un imminente attacco sul fronte trentino si dimostrò giusta: il 9 novembre la coda della 4ª Armata e tre divisioni del XII Corpo d'armata in ripiegamento dalla Carnia furono sopraffatte con gravi perdite dalla 14ª Armata austro-tedesca che, dopo avere forzato il ponte di Cornino sul Tagliamento il 2 novembre, aveva iniziato una manovra eccentrica rispetto all'asse principale di avanzata. La 3ª Armata si attestò sulla sinistra del Piave dal Ponte della Priula al mare il 9 novembre, mentre la 4^ non aveva ancora completato il suo schieramento. Tale indugio consentì alla 4ª Armata di mettere in salvo le artiglierie di medio e grosso calibro, che tanto contribuirono a salvare il Grappa[12].
Dopoguerra [modifica]
| sen. Luigi Cadorna | |||
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| Luogo nascita | Pallanza | ||
| Data nascita | 4 settembre 1850 | ||
| Luogo morte | Bordighera | ||
| Data morte | 21 dicembre 1928 | ||
| Titolo di studio | Accademia militare | ||
| Professione | Ufficiale | ||
| Legislatura | XXIV | ||
Cadorna, senatore dal 1913 al 1928, non aderì al fascismo. Nel 1924 Benito Mussolini lo nominò a sorpresa Maresciallo d'Italia, incurante del parere negativo dei reduci.
Luigi Cadorna morì a Bordighera il 21 dicembre 1928; la sua salma è tuttora esposta in un mausoleo della sua città natale, sul Lago Maggiore.
Nel 1931 fu battezzato in suo onore un incrociatore leggero della Regia Marina; sopravvissuta al secondo conflitto mondiale, l'unità entrò nella Marina Militare sino al 1951, anno in cui venne radiata.
Il figlio Raffaele, così chiamato in onore del nonno, intraprenderà anch'egli la carriera militare e parteciperà alla seconda guerra mondiale coordinando il Corpo volontari della libertà nel nord Italia.
Convinzioni tattico-strategiche [modifica]
Le idee di Cadorna, in merito alle tattiche d'attacco, non differivano poi molto da quelle dei generali suoi contemporanei: dalla dottrina francese incentrata essenzialmente sull'elan, sino alla massima austriaca del «Vorwärts bis in den Feind» ("Sempre ed in ogni caso avanti fino al nemico"). Tranne che in Germania, alla vigilia della prima guerra mondiale nessun esercito aveva correttamente valutato l'impatto dell'appoggio di una forte artiglieria all'avanzata delle fanterie sul campo di battaglia.
Luigi Cadorna era lungi dal rappresentare un tattico brillante, ma a sua discolpa si può pacificamente affermare che nel 1915 egli commise i medesimi errori che Joffre, Haig e Nivelle avrebbero continuato a ripetere nel 1916 e nel 1917. Come ricordato da John Schindler[6] le principali manchevolezze evidenziate dalla condotta di Cadorna, soprattutto durante i primi mesi di guerra, furono di natura più strategica che strettamente tattica: il cruciale ritardo di un mese nell'orchestrare la prima offensiva dell'Isonzo permise infatti agli austriaci di concentrare quelle poche truppe raccogliticce sufficienti ad arrestare l'avanzata italiana. Cadorna esitò di fronte alla prospettiva di un'azione rapida, ed in questo modo andò sprecata l'occasione di una facile avanzata sino a Trieste che si sarebbe resa possibile a causa dell'assenza di rilevanti forze nemiche lungo il fronte isontino.
Le undici "spallate" isontine sottolineano tutti i limiti di Cadorna, uomo dalla mentalità tetragona e privo di inventiva strategica; e la sua determinazione nel picchiare contro linee che si andavano progressivamente irrigidendo può soltanto essere ricondotta alla ben nota ostinazione che lo contraddistingueva. Sull'Isonzo le fanterie italiane continuarono ad attaccare in colonne compatte sotto il fuoco nemico, e la permanenza di Cadorna ai vertici dell'Alto Comando non vide mai l'incentivo all'elaborazione di nuovi ordinamenti tattici capaci di reggere il confronto con la realtà del campo di battaglia.
Un simile approccio, tuttavia, non testimonia solamente del soverchio disprezzo nutrito da Cadorna nei confronti della vita dei propri uomini e della sua considerazione per il fattore umano in termini meramente quantitativi (l'espressione "carne da cannone" dava una immagine concreta a questo suo atteggiamento): l'adozione delle formazioni chiuse era infatti prediletta dagli stessi ufficiali e sottufficiali poiché aumentava la controllabilità di coscritti scarsamente addestrati se non addirittura privi dei più elementari rudimenti dell'addestramento militare. A Cadorna andrebbe quantomeno ascritto il merito di aver compreso, sin dalla conclusione delle prime due battaglie dell'Isonzo, che l'artiglieria avrebbe svolto un ruolo cruciale nelle operazioni successive, quantomeno in base alla constatazione che le perdite subite dagli austriaci in questi primi scontri erano state inflitte proprio dal fuoco dei cannoni italiani.
Sempre Schindler ricorda come per la terza battaglia dell'Isonzo fossero state concentrate ben 1372 bocche da fuoco di cui 305 di grosso calibro: dati che inducono l'autore ad identificare proprio in Cadorna il primo grande interprete della cosiddetta Materialschlacht. Anche in questo caso, senza ombra di dubbio, il ragionamento sotteso alle decisioni di Cadorna seguiva una semplice logica quantitativa, basata sul lineare teorema che prevedeva maggiore potenza di fuoco per scalzare trinceramenti sempre più estesi e profondi. In conclusione andrebbe tuttavia evidenziato che il confronto impostato da Cadorna secondo i termini della Materialschlacht avrebbe inevitabilmente condotto l'Austria-Ungheria alla disfatta in virtù della semplice disparità delle forze in gioco: già all'epoca della conquista di Gorizia Cadorna aveva appena iniziato ad intaccare le proprie riserve umane, mentre gli austro-ungarici dovettero fronteggiare la prima seria crisi dall'inizio delle operazioni. Spesso si dimentica che, seppur a costo di pesantissime perdite, all'indomani dell'undicesima battaglia dell'Isonzo la situazione austriaca si era fatta disperata, con il solo Hermada rimasto ormai a sbarrare il passo all'avanzata italiana attraverso il Carso in direzione di Trieste: la resistenza era giunta ad un punto di rottura, e proprio tale evidenza indusse l'Alto Comando tedesco a concedere infine gli agognati rinforzi che portarono alla costituzione della XIV Armata in vista di quella programmata offensiva di alleggerimento che portò in ultima analisi alla disfatta di Caporetto[13].
Cadorna come condottiero [modifica]
Più complessa risulta la valutazione di Cadorna come condottiero d'uomini, e del suo dispotismo nella gestione dell'esercito: all'insensibilità per le sofferenze dei soldati al fronte, propria di gran parte degli alti ufficiali della grande guerra da Haig, a Falkenhayn sino ai suoi diretti antagonisti quali Conrad e Boroević, egli univa una singolare rudezza nei rapporti con i suoi collaboratori e sottoposti. In seno all'esercito poté godere di libertà del tutto sconosciute agli altri comandanti alleati, e la sua influenza si estese sino a condizionare l'operato e gli orientamenti dello stesso Ministero della Guerra e financo del governo, in particolar modo sotto il remissivo governo Boselli[1]; dalla caduta del governo Salandra II, in conseguenza della Strafexpedition lanciata dagli austriaci, sino a Caporetto il generale concentrò nelle proprie mani poteri e prerogative comparabili soltanto a quelli della "dittatura militare" instaurata de facto in Germania da Falkenhyan e successivamente dal duo Hindenburg-Ludendorff[14].
A causa di tale stato di cose Cadorna poté esercitare il proprio potere in modo quantomeno arbitrario, facendo e disfacendo i quadri superiori delle forze armate: famigerata divenne in particolare la pratica dei siluramenti indiscriminati che, per unanime consenso, tanta parte ebbe nel minare seriamente il morale e la combattività delle forze armate. Il sollevamento dal comando per le più disparate ragioni (sino a giungere sovente al paradosso dei siluramenti "preventivi"[15],[16]) divenne pratica talmente diffusa da inibire completamente lo spirito d'iniziativa dei comandanti ad ogni livello, ciascuno paventando di essere rimosso dal proprio superiore diretto anche in conseguenza di scacchi e fallimenti marginali. In simili circostanze l'esempio offerto da Cadorna, uomo refrattario a qualsivoglia genere di critica e dissenso, risultò effettivamente deleterio alla luce di una spiccatissima propensione a scaricare le responsabilità degli errori del capo sui suoi subordinati.
Monumenti ed opere intitolate a Cadorna [modifica]
La strada Cadorna [modifica]
Da Bassano del Grappa al monte Grappa esiste una strada a tornanti che per circa 25 km si arrampica sino alla cima del monte, chiamata "strada Cadorna" perché da lui fatta costruire.
Nel 1916, infatti, Cadorna capì che in caso di sconfitta, il monte Grappa sarebbe stato indispensabile per bloccare il nemico nel settore da Vicenza al Montello e avrebbe costituito quindi il fulcro della difesa italiana.
Dette quindi ordine al genio militare di costruire in breve tempo una strada che potesse portare mezzi e truppe fino al monte Grappa. Tra militari e civili vi lavorarono circa 30 000 uomini.
La sua scelta fu quasi profetica: la strada venne completata pochi giorni prima della disfatta di Caporetto e i contrafforti del Grappa si rivelarono indispensabili, ai fini della difesa della Pianura padana.
A più riprese, fino agli ultimi giorni di guerra, gli austriaci si dissanguarono nell'inutile tentativo di occupare la cima del monte, che dominava un intero settore del fronte e dalla quale, per decine di chilometri, gli italiani martellavano con i loro cannoni le truppe nemiche.
Altri monumenti [modifica]
La ventesima galleria della strada delle 52 gallerie del Monte Pasubio, scavate in occasione dei combattimenti della prima guerra mondiale, porta il suo nome. [17]
Onorificenze [modifica]
| Gran cordone dell'Ordine della Corona d'Italia | |
| — 29 dicembre 1910 |
| Gran cordone dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro | |
| — 30 gennaio 1915 |
| Cavaliere di gran croce dell'Ordine militare di Savoia | |
| — 28 dicembre 1916[18] |
Dati tratti dal sito del Parlamento italiano.[19]
Onorificenze straniere [modifica]
| Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Stella dei Karađorđević (classe militare) | |
Decorazioni [modifica]
| Medaglia Mauriziana per merito militare di 10 lustri | |
| Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18 (4 anni di campagna) | |
| Medaglia commemorativa italiana della vittoria | |
| Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia | |
Note [modifica]
- ^ a b c d e f g h i Gianni Rocca. Cadorna. Il generalissimo di Caporetto. Milano, Mondadori, 2004
- ^ Sergio Romano. La quarta sponda. La guerra di Libia 1911-1912. Milano, TEA 2007
- ^ Gian Enrico Rusconi. L'azzardo del 1915. Come l'Italia decide la sua guerra. Bologna, Il Mulino 2005
- ^ a b c Lawrence Sondhaus. Franz Conrad von Hötzendorf. L'anti Cadorna. Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2003.
- ^ a b Gunther E. Rothenberg. L'esercito di Francesco Giuseppe. Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2004
- ^ a b John R. Schindler. Isonzo. Il massacro dimenticato della Grande Guerra. Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2002.
- ^ Enrico Acerbi. Strafexpedition. Maggio-Giugno 1916. Valdagno, Gino Rossato Editore, 1992
- ^ A tutt'oggi sussistono dei margini di incertezza in merito al come Cadorna intendesse effettivamente servirsi della V. Armata. Quel che si può osservare è che lo schieramento della V. Armata, concentrata a nord di Padova fra Vicenza e Treviso, risultava dirimpetto ad Arsiero ed Asiago, chiavi di accesso alla Val Padana: una posizione che suggerisce piuttosto l'intento di arrestare il nemico allo sbocco delle valli, e non di attirarlo in avanti per poi aggirarne il fronte di avanzamento.
- ^ Cartine della relazione ufficiale dello stato maggiore, Vol IV, tomo 3 ter
- ^ Sui rapporti tra Orlando e Cadorna
- ^ Da Caporetto a Vittorio Veneto (5). Cadorna sostituito da Diaz
- ^ Per un giudizio complessivo su Luigi Cadorna vedasi: Sforza, Carlo, Costruttori e distruttori, Roma, 1945
- ^ Francesco Fadini. Caporetto dalla parte del vincitore. Il generale Otto von Below e il suo diario inedito. Milano, Mursia, 1996
- ^ In riferimento alla situazione in Germania si vedano:
- Fritz Fischer. Assalto al potere mondiale. La Germania nella guerra 1914-1918. Torino, Einaudi, 1965;
- Gerhard Ritter. I militari e la politica nella Germania Moderna (3 vol.). Torino, Einaudi, 1967-73;
- Robert B. Asprey. L'alto comando tedesco. Milano, Rizzoli, 1993
- ^ Mario Silvestri. Isonzo 1917, Milano, Mondadori, BUR, 2001
- ^ Mario Silvestri. Caporetto. Milano, BUR, 2003
- ^ Gattera 2007, op. cit., pagg. 103
- ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.
- ^ Scheda senatore CADORNA Luigi in senato.it. URL consultato in data 19 aprile 2011.
Bibliografia [modifica]
- Claudio Gattera, Il pasubio e la strada delle 52 gallerie, Valdagno, Gino Rossato Editore, 2007. ISBN 978-88-8130-017-4
Voci correlate [modifica]
Altri progetti [modifica]
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Collegamenti esterni [modifica]
| Predecessore | Comandante generale delle truppe alpine | Successore | |
|---|---|---|---|
| Ettore Pedotti | 1910 - 1911 | Camillo Tommasi di Scillato |
| Predecessore | Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Italiano | Successore | |
|---|---|---|---|
| Alberto Pollio | 1914 - 1917 | Armando Diaz |
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- Generali italiani
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