Marcello Piacentini

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Marcello Piacentini

Marcello Piacentini (Roma, 8 dicembre 1881Roma, 18 maggio 1960) è stato un architetto e urbanista italiano.

Figura controversa nella storia dell'Architettura, a causa del forte legame con il regime fascista, la sua opera è oggetto di rivalutazione critica solo da pochi anni.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Gli esordi e gli anni del fascismo[modifica | modifica sorgente]

Il centro piacentiniano di Bergamo con la Torre dei Caduti
L'Aula Magna del Rettorato dell'Università di Roma "Sapienza", realizzata su progetto di Piacentini tra il 1933 e il 1935

Figlio dell'architetto Pio Piacentini e di Teresa Stefani, conobbe ben presto il successo professionale. A soli ventisei anni, nel 1907 partecipa al concorso per la risistemazione del centro cittadino di Bergamo (sul quale interverrà tra il 1922 e il 1927). Operò intensamente in tutta Italia, ma durante il fascismo fu soprattutto a Roma che ebbe incarichi di particolare rilevanza. Gli edifici e gli interventi urbanistici realizzati da Piacentini nella Capitale non si contano: da una parte ne consolidarono l'immagine di architetto del regime o architetto di corte del duce,[1] e dall'altra connotarono significativamente l'aspetto della città.

Di notevole qualità, anche se poco nota, è la primissima produzione di Piacentini, assai vicina al linguaggio dello Jugendstil tedesco e della secessione viennese. Grazie alla sua formazione cosmopolita e ai molti viaggi in Austria e Germania che poté effettuare in gioventù, egli assorbì le novità del classicismo "protorazionalista" specie di Hoffmann e di Olbrich. Tali suggestioni le espresse bene nella sistemazione del Cinema-Teatro Corso di piazza S. Lorenzo in Lucina di Roma in cui non si adagiò su uno stanco repertorio neorinascimentale ma volle inserire elementi moderni desunti dall'ambiente nordico (bow windows, sintesi delle arti, attenzione alle arti applicate); tuttavia l'esperimento invece di suscitare consensi destò accesissime polemiche tanto che Piacentini dovette modificare il progetto pagando di tasca propria.

Nel 1921 fondò con Gustavo Giovannoni, e diresse la rivista "Architettura e Arti Decorative"[2], pubblicata da Emilio Bestetti e Calogero Tumminelli Editrice d'arte, che uscì fino al 1931[3].

Creò un neoclassicismo semplificato che voleva essere a metà strada tra il classicismo del gruppo Novecento (Giovanni Muzio, Lancia, Gio Ponti ecc.) ed il razionalismo del Gruppo 7 e M.I.A.R. di Giuseppe Terragni, Giuseppe Pagano, Adalberto Libera ecc. In realtà Piacentini fuse entrambi i movimenti, riuscendo a creare uno stile originale, con un'impronta spiccatamente eclettica pur nella ricerca della monumentalità tipica delle tendenze estetiche del tempo.

La Città Universitaria di Roma in una foto del 1938

Nel 1929 Mussolini lo nominò membro dell'Accademia d'Italia, che raccoglieva i migliori intellettuali italiani. I richiami alla tradizione classica saranno, soprattutto a partire dagli anni Trenta numerosi, contribuendo alla fissazione di quello stile littorio così caro a Mussolini e alle alte gerarchie fasciste.

Tra i primati di quegli anni c'è la realizzazione del primo grattacielo d'Italia, si tratta del Torrione dell'ex INA, Istituto Nazionale Assicurazione, a Brescia, realizzato nell'ambito della realizzazione di Piazza della Vittoria. Il Torrione, in cemento armato rivestito di mattoni rossi, stilisticamente ispirato ai grattacieli di Chicago, con i suoi 13 piani e 57 m d'altezza[4] è tra i primissimi grattacieli in Europa.[5]

La fontana con "il Bigio" di Arturo Dazzi in piazza della Vittoria a Brescia terminata da Piacentini nel 1932

Fra gli incarichi più prestigiosi spiccano la direzione generale dei lavori e il coordinamento urbanistico-architettonico della Città Universitaria di Roma (1935) e la sovraintendenza all'architettura, parchi e giardini dell'E42, ovverosia l'Esposizione Universale di Roma che si sarebbe dovuta tenere nel 1942 e che costituisce l'attuale comprensorio dell'Eur (nell'incarico fu affiancato dall'allievo Luigi Piccinato, da Giuseppe Pagano, da Luigi Vietti e da Ettore Rossi). Ma se nel caso della Città Universitaria i giovani architetti coinvolti da Piacentini nella progettazione dei singoli edifici (come Giuseppe Capponi, Giovanni Michelucci, Gio Ponti, Gaetano Rapisardi, lo stesso Giuseppe Pagano ed altri) ebbero la possibilità di esprimersi con una certa libertà, in occasione dei concorsi per i fabbricati dell'E42 prevalsero le soluzioni più monumentali. Anche il piano di sviluppo del futuro quartiere espositivo redatto da Piacentini e dai suoi collaboratori risentì di pesanti compromissioni, e le reiterate revisioni dello strumento urbanistico dell'Eur intervenute nel Dopoguerra, ancorché in gran parte redatte sotto la guida dello stesso Piacentini e del suo collaboratore Giorgio Calza Bini, finirono per rendere del tutto irriconoscibili le idee portanti del suo principale ispiratore.

L'impegno di urbanista[modifica | modifica sorgente]

Nei piani di risanamento messi a punto per la città di Livorno seguì i principi dell'architettura razionalista italiana, pensando di lasciare nel centro solamente manufatti con funzione commerciale e governativa e attuando un diradamento delle strade per esaltare gli edifici. Altrove, tuttavia, Piacentini si attestò su posizioni urbanistiche di retroguardia[POV], propugnando alcune discutibili scelte[Al mondo qualunque cosa è discutibile. In un'enciclopedia importa riportare se le operazioni furono discusse, non discutibili!], come lo sventramento brutale[POV] di alcuni centri storici, lo sviluppo delle città a macchia d'olio e l'apertura di vie radiali. Fra le operazioni più devastanti[POV] emerge tristemente[POV] la demolizione della Spina di Borgo per l'apertura di Via della Conciliazione a Roma, su progetto elaborato nel 1936 (ma portato a termine nel 1950) insieme all'architetto Attilio Spaccarelli. Antecedenti, fra il 1927 e il 1936, sono gli imponenti lavori di sventramento della Contrada Nuova di Torino per realizzare il tratto di Via Roma da piazza Carlo Felice a piazza San Carlo. Inoltre a Brescia fu artefice della Piazza della Vittoria, per la quale il suo progetto vinse il concorso indetto dal Comune. In quest'ambito fu l'autore del primo grattacielo italiano, alto 57 metri. Fu membro influente di numerose commissioni, fra cui quelle per la variante generale al piano regolatore di Roma del 1909 istituita nel 1925, per il piano regolatore del 1931 e per la relativa variante generale del 1942 (quest'ultima non fu mai adottata ma nel Dopoguerra fu resa praticamente operativa).

Gli anni del Dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

Professore ordinario di Urbanistica alla facoltà di Architettura dell'Università "La Sapienza" di Roma, della quale fu anche preside, dopo la caduta del regime fascista subì un'effimera epurazione, ma fu riammesso ben presto all'insegnamento, lasciando la cattedra nel 1955 per raggiunti limiti di età. I suoi non pochi progetti architettonici del Dopoguerra risentono di una certa stanchezza,[POV] che trova la sua acme nella seconda ristrutturazione del Teatro dell'Opera di Roma completata nel 1960, a parere di Bruno Zevi egregiamente restaurato all'interno e poi offeso da un'"insulsa" facciata[6]. La sua ultima opera architettonica è il Palazzo dello Sport dell'EUR (attuale Palalottomatica), progettato nel 1957 insieme a Pier Luigi Nervi, che rappresenta il risultato finale di una sofferta successione di varianti progettuali. Il suo ultimo intervento urbanistico è costituito dal piano regolatore di Bari del 1950, firmato insieme a Giorgio e Alberto Calza Bini. Anche se fece parte di una prima commissione elaboratrice, non ebbe alcuna influenza nella redazione del piano regolatore di Roma che sarà adottato nel 1962, ma in qualità di membro della commissione urbanistica del Campidoglio dal 1956 alla morte tentò di mantenere fermi i principi cui era portabandiera fin dall'anteguerra. È sepolto insieme al padre Pio Piacentini nella tomba di famiglia al Cimitero del Verano.

La valutazione postuma[modifica | modifica sorgente]

Via della Conciliazione a Roma

Alla sua scomparsa dopo lunga malattia, su di lui cadde l'impietoso giudizio distruttivo di Bruno Zevi, che come architetto lo definì "morto nel 1925". Il tempo e una maggiore riflessione hanno condotto a una rivalutazione di alcune opere di Piacentini successive al 1911. Di recente, è stata sottolineata la riuscita di una delle numerose operazioni urbanistiche da lui realizzate: l'apertura del secondo tratto novecentesco di Via Roma a Torino del 1936.

Il suo rapporto con il regime, indubbio e ampiamente documentato, pur essendo stato duraturo e proficuo, non manca di notevoli incongruenze. Nei primi anni venti infatti, Piacentini fu aggredito dalle squadracce fasciste a Genzano dove aveva una casa e dei possedimenti: la causa di tale gesto probabilmente va ricercata nelle frequentazioni e nelle amicizie del giovane Marcello Piacentini, che già grazie al peso del padre Pio, aveva potuto gravitare attorno a personaggi della massoneria e dell'anticlericalismo come Ernesto Nathan ed Ettore Ferrari[7], poco gradite allora a Mussolini e di conseguenza al violento e intransigente fascismo rurale. Il successo di Piacentini nel ventennio poi non fu improvviso; già negli anni dieci egli si era imposto come promessa del panorama architettonico non solo romano ed aveva ricevuto importanti incarichi pubblici come la costruzione di edifici provvisori per l'esposizione internazionale di Roma del 1911 e il padiglione italiano all'esposizione di San Francisco (1915).

L'archivio professionale: il "Fondo Piacentini"[modifica | modifica sorgente]

Sia presso la Facoltà di Architettura della Prima università di Roma che presso la Facoltà di Architettura dell'Università di Firenze esiste un "Fondo Piacentini" che conserva testimonianze e documenti del suo archivio personale e professionale.

Citazioni e commenti[modifica | modifica sorgente]

Un commento di Marcello Piacentini su ciò che si è costruito in Italia dal 1933 al 1936 per chiarire il concetto di modernità nazionale:

"Ad un esame più completo e approfondito queste opere denunciano una fisionomia unitaria, organicamente coerente e stilisticamente definita, non soltanto in obbedienza ai canoni di gusto attuale ma in diretto rapporto con influenze nazionali. Questa impressione di nazionalità può essere messa in dubbio da quei pochissimi critici che, per partito preso, o per difetto di competenza o per incapacità di senso di osservazione, confondono in un’unica impressione generica qualsiasi opera di architettura moderna e per la estensione del movimento moderno di diversissime regioni vogliono, ad ogni costo, reagire a questo internazionalismo apparente non con una accettazione nazionale delle grandi correnti di gusto ma con una infantile negazione totalitaria."[8]

Opere (selezione)[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ R. Hollenstein lo chiama Hofarchitekt des Duce, cfr. Roman Hollenstein, Metaphysische Bauskulptur URL consultato il 01-03-2012
  2. ^ Fonte: Le riviste di architettura in Italia anni Venti-Trenta, I fascicolo, maggio-giugno 1921, documento formato PDF.
  3. ^ http://periodici.librari.beniculturali.it/visualizzatore.aspx?anno=1931&ID_testata=21&ID_periodico=583
  4. ^ F. Robecchi e G. P. Treccani, Piazza della Vittoria, Brescia, Grafo, 1993.
  5. ^ http://www.bresciacultura.org/it/pubblicazioni.asp
  6. ^ Bruno Zevi: Come architetto, morì nel 1925, Cronache di architettura 316/a. Nel 1983, in un'intervista al quotidiano Il Messaggero Ludovico Quaroni arrivò a sostenere che il progetto della facciata fosse opera di un anonimo collaboratore, ma è verosimile che Piacentini avesse riesumato un suo progetto del 1932.
  7. ^ Piacentini fu massone, Vittorio Messori scrive che "in realtà, era e restò un alto grado della Massoneria" e lo definisce un "massone in orbace", Vittorio Messori, "Il Cattolicesimo, i fedeli in calo e la cura dell'entusiasmo", Corriere della Sera, 28 aprile 2014, p. 6.
  8. ^ Marcello Piacentini, "Prefazione", in: Agnoldomenico Pica, Nuova architettura italiana, Milano, 1936, pp. 6-7.
  9. ^ (DE) Luigi Monzo: trasformismo architettonico – Piacentinis Kirche Sacro Cuore di Cristo Re in Rom im Kontext der kirchenbaulichen Erneuerung im faschistischen Italien, in: Kunst und Politik. Jahrbuch der Guernica-Gesellschaft, 15.2013, pp. 83-100.
  10. ^ Domus
  11. ^ Tutti i documenti relativi al Museo e al Mausoleo Marconiano: http://www.fgm.it/
  12. ^ Chenis, Carlo: La Cappella dello Studium Urbis. Un dono del Papa, un segno di cultura cristiana. In: Benedetti, Sandro und Mariano Apa (Hg.): La Cappella della Divina Sapienza nella città universitaria di Roma. Rom 1998, pp. 9-56..

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • PIACENTINI, Marcello in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1935. URL consultato il 7 luglio 2014.
  • N. Pirazzoli, "Il nuovo Stile Littorio", in AA. VV. "Il pensiero reazionario", Longo Editore, Ravenna, 1982.
  • B. Regni, M. Sennato, Marcello Piacentini (1881-1960): l'edilizia cittadina e l'urbanistica, Storia dell'Urbanistica n° 5, Roma 1983.
  • B. Regni, M. Sennato (a cura), La Città Universitaria di Roma. The Rome University City, Clear, Roma 1986.
  • AA. VV., Marcello Piacentini e Roma, Bollettino della Biblioteca della Fac. Di Arch. dell'Univ. degli studi di Roma "La Sapienza" n. 53, 1995.
  • F. Gastaldi, S. Soppa, Triennale di Milano-Università degli Studi di Genova, Genova. Piani 1866-1980, Libreria CLUP Milano, 2004 (con annesso CD-ROM). ISBN 88-7090-680-9.
  • Mario Lupano, Marcello Piacentini, Editori Laterza, Roma-Bari 1991.
  • M. Piacentini, Architettura moderna, a cura di M. Pisani, Marsilio, Venezia 1996.
  • A.S. De Rose, "Marcello Piacentini Opere 1903-1923", Franco Cosimo Panini Editore, 1993.
  • M. Ranisi, "G. Muzio, M. Piacentini. Le Chiese di Cristo Re e di Santa Maria Mediatrice in Roma", in Costruire in laterizio 50/51, 1996 (articolo in pdf).
  • U. Tramonti - L. Prati (a cura di), La città progettata: Forlì, Predappio, Castrocaro - Urbanistica e Architettura fra le due guerre, Comune di Forlì, Forlì 1999.
  • U. Tramonti e L. Prati, La città progettata: Forlì, Architettura fra le guerre - Itinerari nella città, Comune di Forlì, Forlì 2000.
  • Mario Pisani, Architetture di Marcello Piacentini. Le opere maestre, Ed. Clear, 2004.
  • Mario Lupano, Scheda su Marcello Piacentini, in Guida agli archivi di architetti e ingegneri del Novecento in Toscana, a cura di E. Insabato, C. Ghelli, Edifir, Firenze 2007, pp. 281–288.
  • D. Iacobone, Marcello Piacentini et alii a Bergamo Bassa, in M. Docci, M.G. Turco (a cura di), L’architettura dell’”altra modernità”. Atti del XXVI Congresso di Storia dell’architettura, Roma 11-13 aprile 2007, Roma 2010, pp. 246–255.
  • (DE) Harald Bodenschatz (a cura di), Städtebau für Mussolini. Auf der Suche nach der neuen Stadt im faschistischen Italien, Berlino, DOM Publishers, 2011. ISBN 978-3-86922-186-1.
  • (DE) Luigi Monzo: trasformismo architettonico – Piacentinis Kirche Sacro Cuore di Cristo Re in Rom im Kontext der kirchenbaulichen Erneuerung im faschistischen Italien, in: Kunst und Politik. Jahrbuch der Guernica-Gesellschaft, 15.2013, pp. 83-100. ISSN: 1439-0205.
  • Franco Purini, Simonetta Lux e Giorgio Ciucci, Marcello Piacentini architetto 1881-1960. Atti del Convegno (Roma, 16-17 dicembre 2010), Roma, Gangemi Editore, 2012, ISBN 978-88-492-2501-3.

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