Bengasi
| Bengasi | |
|---|---|
| Banghāzī بنغازي | |
| Stato: | |
| Regione: | Cirenaica |
| Municipalità : | Municipalità di Bengasi |
| Coordinate: | 32°07′00″N 20°04′00″E / 32.11667°N 20.06667°ECoordinate: 32°07′00″N 20°04′00″E / 32.11667°N 20.06667°E |
| Altitudine: | 132 m s.l.m. |
| Abitanti : | 660.147 (2004) |
Bengàsi (arabo: بنغازي Banghāzī ) è una città e un porto della Libia. L'attuale nome deriva da quello di un benefattore della città chiamato Ghazi o “Sidi Ghazi” che morì circa nel 1450. Alla città fu dato il nome di "Bani Ghazi", ossia abitata dai "figli di Ghazi". La popolazione nel censimento del 1995 era di 500.120 abitanti, nel 2004 di 660.147. Nel febbraio 2011, le truppe fedeli al dittatore libico Muammar Gheddafi, dopo giorni di sanguinosi scontri con la popolazione, sono state costrette a lasciare la città. Dal 26 febbraio è in carica in città un Consiglio Nazionale Libico, creato dalle forze che si oppongono al potere più che quarantennale del rais Gheddafi.Il 29 agosto 2011 Il Consiglio Nazionale Libico sposta la sede principale da Bengasi alla capitale Tripoli dopo averla liberata completamente dalle ultime sacche di resistenza fedeli all'ex raìs.
Indice |
[modifica] Storia
La moderna Bengasi, sul golfo della Sirte, è situata poco più a sud del sito dell'antica città greca di Berenice. Secondo la leggenda fu fondata nel 446 a.C. dal fratello del re di Cirene, ma assunse il suo nome di Berenice solo quando, nel III secolo a.C. fu ricostruita da Berenice (Berenike), la figlia di Magas, re di Carene, e moglie di Tolomeo III Evergete, faraone d'Egitto. In seguito, alla città fu dato anche il nome di Hesperides, riferendosi alle Esperidi, guardiane del paradiso ad occidente. La città soppiantò Cirene e Barca come capitale della Cirenaica dopo il III secolo a.C. e durante le guerre puniche, ma quando fu sottomessa nel 642-643 dagli Arabi (che dettero alla regione cirenaica e alla cittadina che ora si chiama Marj il nome di Barqa), essa assunse la forma d'un villaggio insignificante cresciuto su maestose rovine.
Nel 1578 i Turchi ottomani invasero Bengasi. Pur parte dell'Impero ottomano (che nominava un governatore che da Tripoli amministrò sempre più nominalmente la zona tripolitana e cirenaica), dal 1711 al 1835 la città fu retta in piena autonomia dalla dinastia dei Karamanli, per poi tornare alla loro caduta sotto il diretto controllo della Sublime Porta. Sotto gli Ottomani, levantini, maltesi, greci ed ebrei formavano la borghesia commerciale, turchi, arabi e berberi la classe politica, e i neri africani fungevano da manovali e domestici. La città era un fiorente porto per la tratta degli schiavi verso i mercati arabi, finché i consoli europei non si mossero per la sua abolizione poco dopo la prima guerra mondiale. Nel primo decennio del XX secolo Bengasi era una delle province più povere dell'Impero ottomano. Non aveva strade asfaltate ne servizi telegrafici e il porto poco funzionante. Pescatori di spugne greci e italiani lavoravano attorno alla costa di Bengasi. Nel 1858 e nel 1874 Bengasi fu flagellata da epidemie di peste bubbonica.
A seguito della guerra italo-turca del 1911 voluta dal Governo italiano presieduto da Giovanni Giolitti, la città, assieme alla regione cirenaica, fu annessa al Regno d'Italia assieme alle regioni della Tripolitania. Nel 1912 la Turchia, sconfitta, fu costretta a riconoscere la sovranità dell'Italia e a ritirare le sue truppe. L'insediamento italiano, tuttavia, si scontrò con una forte resistenza locale culminata, nel 1923, nella rivolta dei seguaci del maggior esponente della confraternita della Senussiyya. Dopo il 1923, con l'avvento del regime fascista, fu intrapresa una sistematica occupazione del territorio e fu avviata contemporaneamente una campagna di colonizzazione che portò migliaia di italiani a insediarsi in Libia. Solo nel 1931 le truppe coloniali ebbero la meglio sulla resistenza libica anche nei territori interni, dopo aver giustiziato il loro capo Omar al-Mukhtar. Duramente bombardata durante la seconda guerra mondiale, e poi dagli Stati Uniti d'America nel 1986. Nel settembre 1995, in un duro scontro tra la polizia e attivisti islamici, furono arrestati migliaia di persone inclusi molti immigrati sudanesi.
Alla fine degli anni novanta all'Ospedale pediatrico di Bengasi più di 400 pazienti furono infettati dal virus dell'HIV. La Libia accusò dello scandalo delle infermiere bulgare e un medico palestinese, arrestandoli e condannandoli a morte. Tuttavia il caso rimase aperto fino al luglio 2007, quando le infermiere sono state graziate ed hanno fatto rientro in Bulgaria.
A Bengasi e nella regione orientale della Libia risiedono tuttora poche decine di italiani. L'unica rappresentanza diplomatica di carriera (vale a dire non onoraria) di un paese occidentale era il Consolato generale d'Italia a Bengasi. In seguito alla provocazione sulle vignette blasfeme su Maometto del ministro delle Riforme italiano Roberto Calderoli il 17 febbraio 2006 migliaia di manifestanti hanno cercato d'assaltare la sede diplomatica e la polizia libica nel tentativo di difenderla ha ucciso 11 persone. I dipendenti del Consolato sono stati trasferiti all'Ambasciata a Tripoli e il 18 febbraio il Consolato è stato saccheggiato e reso inservibile. Gli 11 morti sono stati dichiarati martiri. Il 5 marzo 2007, in un discorso davanti al Congresso generale del Popolo (il Parlamento libico), il colonnello Gheddafi ha affermato che l'assalto al Consolato era da attribuire al rancore del popolo libico accumulatosi nel tempo contro gli italiani, colpevoli di non aver ancora risarcito i danni provocati durante la colonizzazione e la guerra in Libia.
Il 19 aprile 2011 il Consolato Generale italiano a Bengasi è stato ufficialmente riaperto ed è stato inaugurato dal Ministro degli Esteri Franco Frattini il 31 maggio 2011. Già il 10 aprile 2011, il Comitato delle Vittime del 17 febbraio 2006 aveva restituito al Console Generale d'Italia, Guido De Sanctis, inviato nella città sin dal 9 marzo, una bandiera italiana, simbolo del vessillo strappato nel 2006, confermando il rammarico della popolazione bengasina per quanto accaduto cinque anni prima, opera del Regime di Gheddafi e non manifestazione del rancore libico verso l'Italia.
[modifica] Rivolta del 2011
| Per approfondire, vedi la voce Guerra civile libica. |
Nel febbraio del 2011 sulla scia delle rivolte che prima in Tunisia, e poi nel vicino Egitto, avevano portato alla caduta i regimi di Ben Ali e Hosni Mubarak, anche a Bengasi, storico centro della resistenza anti-Gheddafi, sono scoppiati tumulti contro il dittatore libico. Le forze governative, aiutate da mercenari assoldati per l'occasione, hanno represso violentemente le proteste provocando circa 200 vittime. Tuttavia il 21 febbraio la popolazione, armata dai militari che si erano rifiutati di sparare sulla folla, riuscì a cacciare da Bengasi le milizie governative. Tre giorni dopo la città venne dotata di una propria amministrazione, garante dell'ordine pubblico, e di un proprio corpo di difesa. Il 26 febbraio vi venne istituito il Consiglio Nazionale Libico, presieduto dall'ex ministro della giustizia Mustafa Abd al-Jalil.
[modifica] Cultura
L'Università di Bengasi, chiamata Gāryūnis (arabo: قاريونس, Qāryūnis), fu fondata nel 1955, ed è la prima università libica.
[modifica] Personalità legate a Bengasi
- Ahmed Rafiq Almhadoui, poeta (1898-1961).
- Diana Bandini Lucchesini Rogliani, moglie di Totò dal 1935 al 1939.
- Gabriele de Paolis, generale dell'esercito italiano.
- Sadeq Naihoum, giornalista (1937-1994).
- Maurizio Seymandi, autore e conduttore televisivo italiano.
- Corrado Viciani, calciatore e allenatore italiano.
[modifica] Voci correlate
- Municipalità di Bengasi
- Stazione di Bengasi Centrale
- Ferrovia Bengasi-Barce
- Ferrovia Bengasi-Soluch
- Cattedrale di Bengasi
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