Accademia d'Italia
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La Reale Accademia d'Italia nasce nel 1926 con il compito di aiutare il regime a stringere rapporti con le forze culturali.
| « Eccellenze, signore, signori! Sono fiero di aver fondato l'Accademia d'Italia: Sono certo che essa sarà all'altezza del suo compito nei secoli e nei millenni della nostra storia. Sono lieto d'inaugurare ufficialmente l'Accademia d'Italia nel simbolo del Littorio e nel nome augusto del Re » |
Così Mussolini conclude, il 28 ottobre del 1929, anno VII, il discorso con cui l'Accademia d'Italia "entra ufficialmente nella scena del mondo, si mette senz'altro al lavoro",
Indice |
[modifica] Cenno storico
Nei primi anni di vita l'Accademia si preoccupa dei fondi e ne trova presso i fratelli Mario, Aldo e Vittorio Crespi (proprietari del Corriere della Sera) che istituiscono quattro premi annuali, intestati a Mussolini, ciascuno di 50.000 lire; e presso la Società Edison che dona dieci milioni per una Fondazione Alessandro Volta.
L'Accademia era nata con il decreto legge del 7 gennaio 1926, ma fu inaugurata solo il 28 ottobre del 1929. Perché quattro anni d'incubazione prima di inaugurala? Mussolini spiega che per fare "un' Accademia degna di Roma, dell' Italia e del fascismo" occorreva un lungo periodo di preparazione spirituale e "occorreva ancora ripristinare la raffaellesca Farnesina, incomparabile sede".
La ragione però va ricercata nel fatto che le componenti del fascismo rimaste fedeli alle sue origini popolane e scamiciate, futuriste e antiretoriche mal digeriscono la feluca e Mussolini teme il ridicolo. Su Politica Sociale Margherita Sarfatti aveva espresso le sue perplessità nell'articolo: "Può l'Accademia non essere accademica?" Probabilmente contribuisce al ritardo anche il fatto che hanno rifiutato di entrarvi intellettuali come Benedetto Croce ed il commediografo Roberto Bracco.
Ma alla fine del 1929 il regime, sentendosi più forte specialmente dopo la Conciliazione con la Santa Sede, può completare la rete delle iniziative e dei provvedimenti con cui tende a dominare tutta la vita culturale.
In precedenza ha riorganizzato la Società italiana degli autori ed editori e costituito la Federazione nazionale fascista dell'industria editoriale, ha regolamentato la stampa, ha dato vita ad una serie di riviste legate alle gerarchie del regime, ha fascistizzato la federazione delle biblioteche popolari, ha fondato l'Istituto fascista di cultura. Insieme con l'Enciclopedia italiana, anch'essa iniziata nel 1929, l'Accademia d'Italia completa il sistema di condizionamenti svolgendo in modo precipuo una funzione di propaganda; specialmente all'estero, e aiutando a stringere buoni rapporti tra il potere e le forze culturali prima tiepidi o agnostiche o anche contrarie al regime.
Giorgio Galli ha scritto ne "I partiti politici": "l'Accademia d'Italia, trasforma quelli che erano stati gli intellettuali critici e innovatori in personaggi ufficiali paludati sul modello di quelli tipici della Francia borghese (gli pseudo immortali dell'Académie)".
[modifica] Scopo
L'art. 2 dello statuto, è quello di: "promuovere e coordinare il movimento intellettuale italiano nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti, di conservare puro il carattere nazionale, secondo il genio e le tradizioni della stirpe e di favorirne l'espansione e l'influsso oltre i confini dello Stato".
[modifica] Organizzazione
Gli accademici saranno sessanta, nominati a vita con decreto reale su proposta del Capo del governo. Godranno di un assegno annuo di 36.000 lire oltre ai gettoni di presenza. Nelle pubbliche funzioni e cerimonie indosseranno l'uniforme. il primo gruppo di trenta accademici proviene in prevalenza dai lincei; successivamente l'eclettismo cui si ispira la politica culturale di Mussolini vi porta le varie componenti di cui è costituita l'ideologia fascista: idealismo, nazionalismo, spiritualismo, futurismo. Nel corso degli Anni Trenta si registra l'inserimento di ecclesiastici, da Lorenzo Perosi al cardinale Pietro Gasparri. L'Accademia viene divisa in quattro classi di quindici membri ciascuna: scienze fisiche, matematiche e naturali; scienze morali e storiche; lettere; arti.
[modifica] I Presidenti
La vicenda dell'Accademia d'Italia è segnata da tre presidenze significative: Marconi, d'Annunzio e Luigi Federzoni. Guglielmo Marconi succede, il 19 settembre 1930 alla breve presidenza di Tommaso Tittoni, uomo della vecchia destra liberale, ministro degli Esteri con Giolitti. Alla morte improvvisa di Marconi, Mussolini decide di affidare la presidenza a D'Annunzio, una presidenza breve ma non priva di curiosi risvolti.
D'Annunzio non aveva mai preso la tessera del partito (se si prescinde da un'iniziale, effimera adesione al fascio di Fiume), e d'altra parte a molti fascisti dava fastidio la sua cultura "infraciosata" e decadente, il suo erotismo che aveva l'aria di una versione corrotta della virilità romana, l'atteggiamento indisciplinato e anarcoide. Per anni aveva giurato che mai avrebbe accettato di diventare membro dell'Accademia (che chiamava: la "mangiatoia degli Acca") ma non ebbe la forza di rifiutare. Tenta dapprima di limitarla a quella onoraria, ma il 20 settembre del 1937 il duce gli scrive: "non credo sia il caso. Tu non puoi né devi scendere a questo compito di figurante. Non è nel tuo stile e nemmeno nel mio". La presidenza di d'Annunzio però, si limitò, per quello che riguardava le sue funzioni di ordinaria amministrazione, nella nomina di un vice. Il poeta non mise mai piede alla Farnesina. Allorché Vittorio Emanuele emise il decreto di nomina, d'Annunzio gli manda un messaggio: "Gli anni e le malattie hanno resa la mia voce rauca e fievole; forse ritornerà alta e bella nell'ultima parola formulata dalla Morte". Al funerale del poeta, scomparso nel marzo del 1938, Mussolini vestirà l'uniforme dell'Accademia.
Nel 1938 fu nominato presidente Federzoni, già Segretario Generale del PNF e più volte ministro, il quale fu tutt'altro che soddisfatto perché dovette lasciare il Senato per l'incompatibilità delle cariche. Con Federzoni, l'apparente autonomia della cultura della politica che sembrava caretterizzare l'azione di Marconi, lascia il posto alla piene e palese accettazione del compito "imperiale" di dare una base culturale alle imprese dell' Italia di Mussolini (realizzando, per dirla con il linguaggio del consiglio direttivo dell'istituzione "la perfetta aderenza dell' Accademia ai problemi relativi alla posizione storica della nazione"). Pur non cessando dal dare buoni frutti culturali,, l'Accademia, accentuando il proprio ossequio al Cesare si allinea (anche nel rituale della liturgia) a tutte le battaglie del regime: quella del "voi" contro il "lei", quella contro le "parole esotiche", quella per l'architettura piacentiniana.
Nel 1939 all' Accademia d'Italia di Federzoni riesce il colpo di assorbire i Lincei aggregandone i membri, tra i quali: Luigi Einaudi, Arturo Carlo Jemolo, Concetto Marchesi, Giovanni Gentile, Giuseppe Bottai, Cesare Maria De Vecchi.
il 22 maggio 1940, alla vigilia dell'entrata in guerra, l'alto consesso approva all'unanimità un messaggio che esprime al Duce la certezza delle nuove e più alte mete alle quali egli condurrà la Patria Fascista, e pone al servizio di questa tutte le proprie energie di fede, di pensiero e di opere per unirsi allo sforzo compatto ed appassionato dell'intero popolo italiano. Poi le esigenze della guerra prendono il primo posto e culturalmente scende la notte.
La presidenza di Federzoni si chiude il 25 luglio 1943: avendo egli appoggiato l'ordine del giorno Grandi, il 24 febbraio del 1944 un decreto del Duce lo destituisce da membro dell'accademia (assieme ad Alberto De Stefanis ed ai membri aggregati De Vecchi e Bottai).
Il suo posto era stato preso nel novembre 1943 da Giovanni Gentile, con il quale inizia l'ultimo patetico capitolo dell'Accademia: un cadavere tenuto in piedi artificiosamente. Gli alleati avanzano e nel gennaio del 1944 Gentile trasferisce la sede dell'istituzione a Firenze, in palazzo Strozzi. Ma il 15 aprile dello stesso anno il filosofo cade vittima di un attentato gappista e l'esecuzione va messa in relazione a quanto egli andava scrivendo con l'autorità di presidente dell'Accademia.
Il governo di Salò non demorde e, noncurante del fatto che il governo Badoglio abbia decretato la soppressione dell'Accademia (ai fascisti il provvedimento è apparso dettato da una meschina volontà di vendetta di Benedetto Croce) nomina presidente Giotto Dainelli con "poteri commissariali per l'amministrazione ordinaria e straordinaria dell'Ente e delle istituzioni annesse" Dainelli non ha la notorietà dei predecessori, pur essendo un valente professore di geografia fisica. Egli prende con impegno la carica ed il 21 aprile 1944 conferisce i premi annuali al matematico Tonelli e allo scrittore Marino Moretti. Dainelli nel giugno decide di trasferire l'Accademia al nord, prima a Bergamo, poi a Villa Carlotta nei pressi di Tremezzo sul lago di Como. Il camion per Bergamo viene centrato durante un bombardamento e si perdono così sull'Appennino i documenti dell'Accademia d'Italia.
[modifica] I grandi nomi dell' Accademia
Ciò che impressiona, ed è un fatto che ha costituito oggettivamente un elemento di influenza corruttrice nei confronti dei giovani del tempo, è il vedere accanto a nomi scontati della cultura fascista quelli di ben altre persone: Enrico Fermi il fisico che espatrierà per non lasciare la moglie ebrea, Giancarlo Vallauri, uno dei primi scienziati dell'elettronica; i poeti Salvatore Di Giacomo, Cesare Pascarella, Ada Negri e Giuseppe Ungaretti; i grecisti Ettore Romagnoli e Ettore Brignone; i glottologi Antonino Pagliaro e Alfredo Trombetti; gli scultori Pietro Canonica e Francesco Messina, il pittore Pietro Gaudenzi; il chimico Francesco Giordano; l'orientalista Giuseppe Tucci; i compositori Pietro Mascagni, Ottorino Respighi, Francesco Cilea, Lorenzo Perosi, Ildebrando Pizzetti e Umberto Giordano; l'archeologo Amedeo Maiuri; gli scrittori, Ardengo Soffici, Riccardo Bacchelli, Massimo Bontempelli ed Emilio Cecchi. E poi Luigi Einaudi, Arturo Carlo Jemolo, Concetto Marchesi, Giovanni Gentile, Giuseppe Bottai, Cesare Maria De Vecchi.
[modifica] L'uniforme degli accademici
Alcune settimane prima dell'inaugurazione ufficiale dell' Accademia, nel settembre 1929, il regime incarica gli organi d'informazione quotidiana di divulgare la notizia relativa all'"uniforme" che i futuri accademici dovranno indossare nelle occasioni ufficiali con la nota seguente. La Gazzetta Ufficiale pubblica il decreto che stabilisce l'uniforme degli accademici d'Italia e il suo uso nelle pubbliche funzioni e cerimonie. Tale uniforme consiste in un abito a spada in uso nelle uniformi civili, di panno turchino (bleu de roi) abbottonato con una sola fila di nove bottoni. Ricami d'argento su disegni di quercia al petto e sulle falde con ornamento, al posto delle tasche, collo e paramani, fioroni e bacchetta intorna all'abito. Bottoni argentati. Pantalone di panno turchino con bande di gallone d'argento. Cappello a feluca con nastro di seta nera, piumata in argento, coccarda nazionale. Spada con elsa argentata e impugnatura d'avorio; porta spada a cartoccio. Mantello di panno con bavero di velluto. Quanto alle variante per il presidente ed i vice-presidenti, il primo aggiunge intorno al petto e al collo una guida uguale a quella delle falde, aggiunge sulle maniche sopra al paramano due guide simili e porta piuma bianca al cappello. I vice-presidenti aggiungono sulle maniche, sopra al paramano, una guida come sopra.
[modifica] Voci correlate
[modifica] Bibliografia
- M.Ferrarotto: L'Accademia d'Italia. Intellettuali e potere durante il fascismo (Liquori 1977)
- V. Castronovo: La stampa italiana dall'Unità al fascismo (Laterza 1973)

