Giuseppe Terragni

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Giuseppe Terragni (Meda, 18 aprile 1904Como, 19 luglio 1943) è stato un architetto italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1921 si diploma e si iscrive alla Scuola Superiore di Architettura presso il Politecnico di Milano, dal quale uscirà laureato nel 1926.

Nel 1927, escono sulla rivista "Rassegna italiana" i quattro articoli del Gruppo 7, considerati il manifesto del Razionalismo italiano. Terragni è uno dei sette firmatari di tale manifesto, assieme a Luigi Figini, Adalberto Libera, Gino Pollini, Guido Frette, Sebastiano Larco e Carlo Enrico Rava.
Negli anni successivi diventerà il maggiore esponente del Movimento Italiano di Architettura Razionale (MIAR). Nel 1933 fonda insieme ai compagni astrattisti la rivista "Quadrante" che verrà poi diretta da Pier Maria Bardi e Massimo Bontempelli.

Nel 1927, Terragni aprì uno studio con il fratello ingegnere Attilio a Como. Il suo primo lavoro fu la ristrutturazione dell'albergo Metropole-Suisse, e di seguito realizzò il monumento ai caduti di Erba Incino. Il primo edificio costruito da Giuseppe Terragni che per eccellenza espresse i valori dell'architettura razionale fu l'edificio ad appartamenti "Novocomum" a Como (1927-29). Nel dibattito sull'architettura italiana egli ebbe un impatto paradigmatico contrassegnato anche da una forte polemica contro l'edificio denominato, fra l'altro, "transatlantico". Nella particolare impostazione volumetrica Terragni inverte lo schema tradizionale[1] e riprende, come fa notare la soluzione dell'angolo, modelli stranieri come per esempio il circolo operaio Zuev a Mosca (1926-28) dello strutturalista Ivan A. Golosov oppure il contributo dello stesso Golosov al concorso per una banca a Mosca (1920).[2]

Enigmatica metafora è quell'unico pilastro[Linguaggio non enciclopedico] di nudo cemento, sottovetro, nella sala del federale della Casa del Fascio di Como[3], che al di là delle intenzioni simboliche formalmente ricollegabili ad un'immagine idealizzata di un fascismo rivoluzionario, del quale Terragni si sente portavoce, rivela per contrasto l'allusione alla natura di pura apparenza dell'architettura. Ovvero l'architettura esistente oltre la rude materia.

Non a caso è proprio l'esecuzione del rivestimento, interfaccia tra materia e apparenza, l'ultima ossessione progettuale e costruttiva della Casa del Fascio. Ultimo sofferto atto verso il capolavoro. Le lastre di marmo bianco, che Terragni esigeva perfette, rappresentano l'essenziale luogo della sintesi, dove la forma dell'architettura, distillata tentativo dopo tentativo, approda al più elevato livello di astrazione.[Linguaggio non enciclopedico]

Como: Palazzo Terragni (o Casa del Fascio)
Monumento a Roberto Sarfatti - Altopiano di Asiago 1934-35
Como - Asilo Sant'Elia

Da quando l'”enfant prodige” dell'architettura italiana[Linguaggio non enciclopedico] il 19 luglio del 1943, a soli 39 anni cade fulminato da una trombosi cerebrale su un pianerottolo delle scale a casa della fidanzata a Como, molte domande rifiutano risposte definitive, come se un'unica esperienza personale dovesse servire a spiegare un'intera epoca, le conquiste di una generazione di architetti italiani e gli smarrimenti della generazione successiva.[Considerazioni POV, inadatte a un'enciclopedia]
L'interesse autentico per Terragni è tuttavia storia recente. O forse, per quanto riguarda l'Italia, storia di un troppo lungo, conveniente o solo distratto relativo interesse, sullo sfondo fuorviante di un poco nobile manicheismo ideologico non estraneo a più concrete scelte di campo. Per tanti e per tanti anni, la riflessione sull'opera di Terragni è rimasta sospesa pregiudizialmente su una domanda apparentemente essenziale: "Terragni morì da fascista o da antifascista?". Domanda di carattere fondamentalmente biografico che svela il prevalere in generale della "mitologia del maestro" rispetto al contenuto dell'opera, come se quest'ultima fosse il risultato solo di azioni consapevoli e deliberate dell'autore e non anche di circostanze specifiche, sviluppi ed effetti casuali. Tale atteggiamento dall'orizzonte limitato rischia di non far vedere ciò che è invece veramente importante: l'esemplarità dell'opera è indipendente da quella del suo autore e dal punto di vista critico -e dalla lezione che eventualmente se ne può ricevere- supera l'esemplarità dell'autore.[Considerazioni POV, inadatte a un'enciclopedia]

Ancora nel 1971 uno dei maggiori baluardi del pensiero unico dell'ortodossia funzionalista, in uno dei testi obbligatori per gli studenti d'architettura italiani semplificava il contributo di Terragni al formalismo di un "serrato e magistrale gioco di volumi" ovviamente privo del "sostegno di un preciso rapporto funzionale". Considerando la ricerca della forma in Terragni non solo un esercizio declassante, di livello inferiore, rispetto alle "alte" finalità dell'architettura, ma un vero e proprio incidente determinato dalle ristrettezze culturali dell'Italia del tempo[senza fonte].[Considerazioni POV, inadatte a un'enciclopedia]
Mentre alla medesima epoca ben diverso interesse[Linguaggio POV e non enciclopedico] verso l'architettura di Terragni dimostrava Peter Eisenman, che indagandone lo strategie formali e linguistiche e sottolineandone le peculiarità rispetto ad altri protagonisti del Movimento Moderno e il superamento dei dogmi funzionalisti[senza fonte], lo poneva per un lungo periodo alla base del propria ricerca progettuale. Tanto da poter fino ad un certo punto considerare il lavoro di Eisenman uno sviluppo parallelo di quello di Terragni, prodotto su un corpo di leggi precedentemente individuate.[non chiaro] Ben oltre l'interesse storico, Eisenman riporta Terragni all'attualità progettuale.[non chiaro]

È figura originale quindi e non minore come è stato considerato in un primo tempo, vedendovi, ora qua ora la, l'influsso di questo o quell'altro "maestro" a lui, in definitiva, contemporaneo. Perché Terragni seppe superare di fatto, con le sue strategie compositive e decompositive, rimettendo in primo piano la scrittura della facciata, lo statuto funzionalista alla ricerca di nuove forme architettoniche, postulato dell'architettura razionalista, che -come scrisse- "nei loro rapporti di vuoto e di pieno, di masse pesanti e strutture leggere abbiano a donar all’osservatore un’emozione artistica".[Considerazioni POV, senza fonte e ben poco enciclopediche]

Poltroncina Sant'Elia di Giuseppe Terragni 1936

Antonino Saggio nel volume Giuseppe Terragni - Vita ed opere - edito da Laterza, individua, come quadro unificante della poetica di Terragni, il tema del telaio che da struttura familiare viene trasformato in forma enigmatica ed astratta. Apparso per la prima volta nel progetto dell'officina per la produzione del gas del 1927, prenderà corpo nella Casa del fascio del ‘32-’36, per acquistare, attraverso le esperienze delle ville, di casa Rustici e dell’asilo S. Elia[4], completa autonomia sintattica nella casa Giuliani Frigerio del 1939-42. In questa casa – della quale Pietro Lingeri, che aveva progettato con Terragni le case milanesi, disse che aveva idee per quaranta- lo scollamento delle parti, precisa Saggio, si impossessa di tutto.[5]
Ma altri temi ancora si potrebbero individuare, varianti ed evoluzione di questo del telaio, come la stratificazione delle quinte o dei piani percettivi e delle conseguenti profondità smaterializzate. O la dislocazione centrifuga degli elementi compositivi e la conseguente rarefazione della massa architettonica e instabilità delle relazioni tra interni ed esterni. E viene scoperto un orizzonte che solo l’architettura più recente ha cominciato ad esplorare e a percorrere.

Se, per Eisenman, Philip Johnson si chiedeva, riflettendo sulle prime piccole opere dell’amico newyorkese: " Che cosa farebbe in un grande edificio?" per Terragni ci dovrebbe chiedere allora a maggior ragione: chissà cosa avrebbe fatto da grande? Per quest’ultima domanda le risposte sono solo parzialmente fornite dai disegni dei progetti non realizzati e dagli ultimi schizzi. Questione chiave, però, visto come si sono arenate tante presunte promesse dei "padri" ufficiali della modernità. Ecco perché capire fino in fondo Terragni può rivelarsi fondamentale per capire l'architettura di oggi, e le sue crisi e i suoi progressi. Riflettere su Terragni assume per l'architettura contemporanea il valore di riflettere anche su sé stessa al presente. Appunto perché il conflitto sempre rilevato, con opposti giudizi, tra piante e prospetti, segna il distacco inconciliabile dai principi fondamentali dell'ortodossia funzionalista, la lezione del comasco è un contributo chiave per l'architettura dopo la fine del proibizionismo.

Francobollo dedicato da Poste Italiane in occasione del 100º della nascita

In un sistema di relazioni che si beffa della consistenza dei volumi, sicuramente a partire dalla Casa del fascio, la leggerezza delle quinte, isolate ed in sequenza e in articolazioni di schermature e piani, prevale sulla pesantezza delle masse. Il rapporto tra i pieni e i vuoti è tutto giocato su una bidimensionalità apparente che tende all'azzeramento degli spessori. In questa specificità - che sembra appartenere alla totalità delle costruzioni e a molti progetti - in grado di moltiplicare e distribuire su più piani o strati gli elementi del testo delle facciate, sedimenta uno dei migliori apporti di Terragni alla cultura del progetto contemporaneo. Un contributo paradigmatico e teorico primitivo del quale non solo si leggono tracce certe, esplicitamente nei successivi sviluppi di Peter Eisenman e implicitamente in Richard Meier e in misura maggiormente traslata in altri più giovani importanti esponenti del progetto contemporaneo, ma in quanto fondamentale innovazione linguistica, evidentemente, risorsa tuttora efficacemente disponibile.

Terragni sin dagli inizi fu molto condizionato da ciò che avvenne fuori dall'Italia. Soprattutto la Germania, ma anche l'Austria, la Francia e gli Stati Uniti furono considerati da lui le culle del movimento moderno. Infatti la biblioteca dello studio era ben fornita di pubblicazioni, manuali e periodici provenienti dall'estero. Terragni stesso si recò in Germania nel 1927 e poi nel 1931. Nel 1941, dopo un periodo di addestramento viene inviato prima in Jugoslavia e poi in Russia.[6]

Il pensiero di Terragni fu inoltre determinante nel costituire il sostrato culturale che permise la nascita a partire dagli anni '30 del gruppo degli astrattisti comaschi, guidati da Mario Radice (che realizzò gli affreschi per gli interni della Casa del Fascio) e Manlio Rho.

Opere realizzate[modifica | modifica wikitesto]

Monumento ai caduti della I Guerra Mondiale a Erba (CO) progettato e realizzato da Giuseppe Terragni, 1930

Citazioni e commenti[modifica | modifica wikitesto]

  • Un commento di Giuseppe Terragni circa l'essenza dell'architettura e il suo essere oggetto di una continua sperimentazione:

"L'architettura, indice di civiltà, sorge limpida, elementare, perfetta quando è espressione di un popolo che seleziona, osserva e apprezza i risultati che, faticosamente rielaborati, rivelano i valori spirituali di tutte le genti."[7]

Testimonianze[modifica | modifica wikitesto]

  • Testimonianze su Terragni circa il suo modo di lavorare nello studio:

"Inserendo cenni di paesaggio di particolare rilievo con le matite colorate [...] lavorava con la sigaretta tra le labbra su fogli sparsi di cenere e di residui di gomma derivanti dalle cancellature che di tanto in tanto respingeva con un soffio ai margini del foglio o sul gatto che era quasi sempre adagiato sulle pratiche".[8]

"altre volte lo si vedeva arrivare vestito col cappotto - c'era sempre il suo gatto sul tavolo da lavoro, un tavolo da lavoro disordinato - spostava il gatto, poi, mezzo seduto, mezzo in piedi, cominciava a schizzare, a disegnare, per ore".[9]

"Giuseppe Terragni era in realtà un lavoratore instancabile, solito rintanarsi nel piccolo locale studio personale, 'cella progettuale'. dove stava rinchiuso per ore, in compagnia del suo amato e inseparabile gatto; in continuo e accanito schizzare, sovrapponendo idea ad idea, soluzione a soluzione, isolamento che non ammetteva e consentiva interruzioni e violazioni da parte di noi collaboratori".[10]

"Lavorava in una piccola stanza piena di disegni e di libri col gatto che gli passeggiava fra le mani. Lavorava spesso di notte per non essere disturbato; al mattino restava a letto fino a tardi, sempre col suo fedele gattone [pare, 'Battista'] steso ai piedi".[11]

"Quando arrivavano le lastre della facciata, Terragni si presentava in cantiere il mattino presto: sai, faceva mettere due cavalletti, guardava la lastra e, se aveva un difetto, con un martello la spaccava! "Perché - diceva - se dico che non va [...] il capomastro: Sì, sì, Non la mettiamo! la mette da parte, ma appena giro le spalle la rimette, e una volta in opera non la si può più togliere, perché vanno giù anche le altre...". Le spaccava; era forte ed era molto severo; aveva ragione: devono essere così gli architetti."[12]

  • Valutazione di Terragni nel contesto del Movimento Moderno:

"Non ho più conosciuto nessuno, dopo Terragni (anche dopo Cattaneo) che riuscisse a vivere come noi vivevamo, completamente estraniati dal mondo degli svaghi, dei divertimenti, dello sport, delle gite, della villeggiatura, del riposo. Si pensava, si parlava unicamente di arte."[13]

Giuseppe Terragni nei musei[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Saggio, Antonio: Giuseppe Terragni. Vita e opere. Roma/Bari 2011, schemi interpretativi dell'autore, n. 21.
  2. ^ Fonatti, Franco: Giuseppe Terragni. Poet des Razionalismo. Vienna 1987, p. 28.
  3. ^ Cattivi maestri: Giuseppe Terragni
  4. ^ Intanto l'asilo S. Elia è stato individuato da Antonio Saggio come monumento italiano che forse meglio di ogni altro rappresenti il XX secolo: Nel suo programma sociale di una scuola per l'infanzia in grado di contribuire alla liberazione della donna dalla sudditanza domestica e "a dare ai piccoli un ambiente sano, igienico, aperto al verde, al gioco, all'educazione. Non nei quartieri alti e ricchi, ma nell'espansione operai di Como, in periferia." Inoltre in senso tecnico e funzionale, offrendo grandi pareti trasparenti, ampie penetrazioni di luce e di aria, un riscaldamento, una cucina moderna e l'arredamento suscettibile di una produzione in serie. Infine un monumento anche all'arte del XX secolo che culmina nella magistrale compenetrazione tra natura e architettura che va ben oltre il razionalismo. cfr. Saggio, Antonio: Giuseppe Terragni. Vita e Opere, Roma/Bari 2011 (1995), p. 73.
  5. ^ Saggio, Antonio: Giuseppe Terragni. Vita e Opere, Roma/Bari 2011 (1995), p. 83-86
  6. ^ Albertini, Antonio: La biblioteca di Giuseppe Terragni. In: Ciucci, Giorgio (Hg.): Giuseppe Terragni. Opera completa. Milano 1996, pp. 87-93
  7. ^ Terragni in un manoscritto del 1941, cfr. Zevi, Bruno: Giuseppe Terragni. Bologna 1980, p. 118.
  8. ^ Zuccoli, Luigi: Quindici anni di vita e di lavoro con l'amico maestro Giuseppe Terragni. Como 1981, p. 9.
  9. ^ Testimonianza di Alberto Sartoris. In: Di Salvo, Mario: Architetti, pittori e scultori del 'Gruppo di Como'. Un polo del razionalismo italiano. Como 1989, pp. 104-105.
  10. ^ Parisi, Ico: Giuseppe Terragni e il Gruppo Como. In: Giuseppe Terragni. Materiali per comprendere Terragni e il suo tempo (a cura di Alberto Artioli e Gian Carlo Borellini). Viterbo 1993, p. 76.
  11. ^ Scalini, Carlo: Ricordi e testimonianze. In: Omaggio a Terragni (a cura di Bruno Zevi). Milano 1968, p. 61.
  12. ^ Testimonianza di Alberto Sartoris. In: Di Salvo, Mario: Architetti, pittori e scultori del 'Gruppo di Como'. Un polo del razionalismo italiano. Como 1989, p. 104.
  13. ^ Radice, Mario: Intervento. In: L'eredità di Terragni e l'architettura italiana 1943-1968. (Atti del convegno di studi, Como, 14-15 settembre 1968), L'architettura - cronache e storia, n.163, maggio 1969, p. 8.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Omaggio a Terragni (a cura di Bruno Zevi). Milano 1968.
  • L'eredità di Terragni e l'architettura italiana 1943-1968. (Atti del convegno di studi, Como, 14-15 settembre 1968), L'architettura - cronache e storia, n.163, maggio 1969.
  • Bruno Zevi, Giuseppe Terragni, Bologna 1980.
  • Luigi Zuccoli: Quindici anni di vita e di lavoro con l'amico maestro Giuseppe Terragni. Como 1981.
  • Ada Francesca Marcianò, Giuseppe Terragni opera completa 1925-1943, Roma, Officina Edizioni, 1987.
  • Testimonianza di Alberto Sartoris. In: Di Salvo, Mario: Architetti, pittori e scultori del 'Gruppo di Como'. Un polo del razionalismo italiano. Como 1989.
  • Antonino Saggio, Giuseppe Terragni Vita e Opere, Roma-Bari Editori Laterza, 1995.
  • Giorgio Ciucci, a cura di, Giuseppe Terragni 1904-1943, Milano, Electa 1996.
  • Peter Eisenman, Giuseppe Terragni. Trasformazioni, scomposizioni, critiche, con scritti di G. Terragni e M. Tafuri, Macerata, Quodlibet 2004.
  • Andrea Di Franco, Giuseppe Terragni, Novocomum, Maggioli Editore, 2008.

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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