Mario Sironi

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Mario Sironi (Sassari, 12 maggio 1885Milano, 13 agosto 1961) è stato un pittore italiano.

Composizione o Composizione e figure, 1957 (Fondazione Cariplo)

Mario Sironi, insieme a Umberto Boccioni e Fortunato Depero è considerato il più autorevole ed originale pittore italiano legato alle esperienze evoluzionistiche del Futurismo italiano su scala europea. Con una stilizzazione che si rifaceva ad arcaici modelli pre-rinascimentali, con un potente senso dei valori plastici e del colore, ha dato voce all'umanesimo civile d'intonazione fascista degli anni venti-trenta.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Nato a Sassari, ben presto la sua famiglia si trasferì a Roma, dove Sironi, abbandonati gli studi di ingegneria, iniziò a frequentare l’Accademia di Belle Arti e lo studio di Giacomo Balla, stringendo amicizia anche con Gino Severini e Umberto Boccioni. La sua ricerca personale partì dall'esperienza divisionista e, nel 1914, trasferitosi a Milano, si avvicinò al Futurismo, di cui condivise l'esperienza bellica di volontario ciclista a fianco di Marinetti e Sant'Elia (di questo periodo sono Il camion del 1914, collezione privata, Milano e Il ciclista del 1916, collezione privata).

Rientrato in Italia, collaborò in veste di illustratore al Popolo d’Italia, e, proprio in questa circostanza, fece la conoscenza di Margherita Sarfatti, anche lei collaboratrice della rivista. Nei primi anni venti, la sua pittura restò di tipo futurista anche se, celatamente, nel suo stile si stavano facendo già strada forme sempre più monumentali (Paesaggio urbano del 1921), tendenti al metafisico, di cui diede una personale interpretazione nelle celebri periferie. Nel 1920 Sironi firmò con Leonardo Dudreville, Achille Funi e Luigi Russolo il manifesto Contro tutti i ritorni in pittura, che contiene in nuce le tesi poi fatte proprie dal gruppo Novecento, di cui Sironi fu uno dei fondatori.

L'Aula Magna della Università di Roma Sapienza con l'affresco di Sironi del 1935 L'Italia tra le Arti e le Scienze

Nel 1922 entra a far parte del gruppo Novecento[1] e il suo linguaggio figurativo, di conseguenza, si adegua ai dettami che Sarfatti[1] aveva stilato in una sorta di programma contenente le precise normative a cui i membri dovevano attenersi. Appartiene al periodo novecentista L’Allieva, un ritratto del 1924 in cui il ritorno al modello classico è evidente nella posa a tre quarti e nell’estrema monumentalità della donna, che richiamano esempi della tradizione quattro-cinquecentesca. Citazioni al mondo classico sono anche la statua in gesso posta alle spalle della ragazza ed il vaso-anfora, un elemento che si ritrova molto spesso nei lavori di questo periodo.

Il "richiamo all'ordine" di Sironi si manifesta in maniera differente rispetto a quella che gli altri artisti portano avanti negli stessi anni: è più tenebroso e cupo e dunque sarà impossibile scorgere nelle sue tele quelle vedute magiche, chiare e cristalline, tipiche del grande quattrocento italiano, che gli altri novecentisti invece promuovono nei loro lavori. Al contrario della maggior parte degli artisti del Novecento, per lui la stilizzazione non divenne mai cliché e, sino all'ultimo, seppe trovare nuove forme espressive per la propria ricerca.[senza fonte]

Composizione, 1940, tempera su carta intelata

Dall’inizio degli anni trenta gli interessi artistici di Sironi si moltiplicarono, spaziando dalla grafica alla scenografia, dall’architettura alla pittura murale (Il Lavoro, 1933, per la V Triennale di Milano), dal mosaico all’affresco. La sua attività apparve sempre più finalizzata alla realizzazione di opere monumentali e celebrative del regime fascista, che si nutrono del recupero della tradizione aulica dell’arte italiana (L'Italia fra le Arti e le Scienze, 1935, Università di Roma). Nel 1932 fu l'artista più impegnato per la realizzazione della Mostra della Rivoluzione Fascista che si tenne al Palazzo delle Esposizioni di Roma. (sale P, Q, R, S)
Esemplare del gusto scenografico e monumentale Sironi dà riscontro nell’architettura dell’epoca, soprattutto quella con destinazione pubblica (il Palazzo di Giustizia di Milano, gli edifici dell’Eur a Roma, ecc.). Con il medesimo stile Sironi allestisce il salone d’onore della Mostra dello Sport al Parco di Milano (1935), il padiglione FIAT alla Fiera Campionaria di Milano (1936), la sezione italiana all’Esposizione Universale di Parigi (1937).

Tornato nel 1940 alla pittura da cavalletto, procedette in una ricerca che dalla densa corposità e plasticità delle opere precedenti sfociò in talune montagne e tele a composizione multipla, con risultati affini a quelli dell'astrattismo. Nel dopoguerra la pittura di Sironi si fece cupa e drammatica, abbandonando il carattere monumentale e di grande eloquenza degli ultimi anni a favore di una diversa e più dimessa concezione spaziale, resa su tele di piccole dimensioni (La città, 1946, Galleria Narciso, Torino).

Nel 1949-1950, Sironi aderì al progetto della importante collezione Verzocchi, sul tema del lavoro, inviando, oltre ad un autoritratto, l'opera "Il lavoro". La collezione Verzocchi è attualmente conservata presso la Pinacoteca Civica di Forlì. Nel 1965, gli venne dedica una retrospettiva nell'ambito della IX Quadriennale di Roma. Il 24 giugno 2011 l'Accademia di Belle Arti di Sassari è stata intitolata ufficialmente Mario Sironi.

Opere[modifica | modifica sorgente]

Scritti dell'autore[modifica | modifica sorgente]

  • Mario Sironi, Scritti editi e inediti, Milano, Feltrinelli, 1980.
  • Mario Sironi, Scritti e pensieri, Milano, 2008. EAN 9788884161789

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b NOVECENTO in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1934. URL consultato il 16-10-2013.
  2. ^ Guida d'Italia - Calabria: dal Pollino all'Aspromonte le spiagge dei due mari le città, i borghi arroccati, Milano, Touring Editore, 2003. ISBN 8836512569

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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