Chiesa di San Marco (Milano)

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Coordinate: 45°28′23.92″N 9°11′18.99″E / 45.47331°N 9.188607°E45.47331; 9.188607

Chiesa di San Marco
La facciata
La facciata
Stato Italia Italia
Regione Lombardia Lombardia
Località CoA Città di Milano.svgMilano
Religione Cristiana Cattolica di rito ambrosiano
Titolare Marco evangelista
Diocesi Arcidiocesi di Milano
Stile architettonico gotico, barocco, neogotico
Inizio costruzione 1245
Completamento XIX secolo

La chiesa di San Marco è un luogo di culto cattolico di Milano che si trova nella piazza omonima posta all'angolo con via Fatebenefratelli, e via San Marco, situata nel quartiere San Marco, al confine con Brera.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Secondo la tradizione la chiesa è stata dedicata a San Marco per riconoscenza dell'aiuto prestato da Venezia a Milano nella lotta contro il Barbarossa ma le prime notizie certe risalgono al 1254 quando Lanfranco Settala, priore generale degli Eremitani di sant'Agostino, fece costruire una chiesa gotica a tre navate inglobando costruzioni precedenti. La struttura non subì varianti rilevanti sino al XVII secolo quando la chiesa, divenuta casa generalizia dell'ordine agostiniano, fu trasformata in forme barocche e divenne, dopo il Duomo, la più ampia di Milano.

Nel XVIII secolo, come ricorda una targa, Mozart giovinetto dimorò nella canonica per tre mesi, Giovanni Battista Sammartini vi fu organista. Il 22 maggio 1874 venne eseguita per la prima volta la Messa da requiem di Giuseppe Verdi, che egli stesso diresse e che aveva composto per onorare lo scrittore Alessandro Manzoni nel primo anniversario della scomparsa.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Esterno[modifica | modifica sorgente]

Angelo Inganni, Veduta del Naviglio e della chiesa di San Marco in Milano, Milano, 1835
Anonimo, Abside e lato della chiesa di San Marco a Milano, Museo di Milano

La facciata è frutto di un restauro del 1871 di Carlo Maciachini che mantenne il portale a tutto sesto in marmo con architrave, una galleria di archetti gotici, il portale e le tre statue soprastanti. Con il suddetto restauro, l'architetto cerco di ripristinare le caratteristiche originarie gotiche della facciata, eliminando le aggiunte e le modifiche successive.

La facciata attuale è in stile neogotico, con struttura a salienti e paramento murario in mattoni rossi, con le lesene rivestite nella parte inferiore con blocchi di marmo. In basso, si aprono tre portali, ciascuno in corrispondenza di ognuna delle tre navate interne; mentre i due laterali sono sormontati da una trifora, quello centrale, strombato, è decorato con una lunetta musiva, copia dell'affresco originale di Angelo Inganni. Essa raffigura la Madonna col Bambino fra i santi Agostino, Marco ed Ambrogio. Nel mosaico, Sant'Agostino indossa la veste degli eremitani agostiniani anche se porta in testa la mitria. In mano tiene un libro aperto e con l'indice della mano destra ne addita il testo: "Hic me genuit in Christo". San Marco tiene in mano un piccolo leone alato (il suo simbolo), mentre Sant'Ambrogio riveste i paramenti con le insegne vescovili.

Nella parte superiore della facciata, vi sono al centro un grande rosone e ai lati di esso due bifore ogivali. Al di sotto del rosone, si trovano, ciascuna entro una propria nicchia, tre statue marmoree di santi attribuite a Giovanni di Balduccio o al Maestro di Viboldone.

Il campanile del XIV secolo è stato restaurato e completato nel 1885. Situato nei pressi dell'abside, è a pianta quadrata e termina con una cuspide conica. La cella campanaria, si apre sull'esterno con quattro bifore, una per ogni lato, con colonnina marmorea.

Interno[modifica | modifica sorgente]

Interno

L'interno della chiesa è a pianta a croce latina, con piedicroce suddiviso in tre navate coperte con volta a crociera da pilastri decorati con paraste corinzie, transetto sporgente e profonda abside semicircolare. La crociera è coperta da cupola circolare priva di tamburo.

Il presbiterio è delimitato da una balaustra marmorea e sopraelevato di alcuni gradini rispetto al resto della chiesa. In esso si trova l'altare maggiore neoclassico. Questo è in marmi policromi con bassorilievi e decorazioni dorate, ed è caratterizzato dal tempietto circolare sorretto da colonne corinzie, ispirato al ciborio dell'altare maggiore del Duomo, sotto il quale si trova un tabernacolo.

Sulle pareti laterali del presbiterio sono la Disputa di sant'Ambrogio e sant'Agostino di Camillo Procaccini e il Battesimo di sant'Agostino del Cerano.

Cappelle laterali[modifica | modifica sorgente]

Giovanni Paolo Lomazzo, San Pietro e la caduta di Simon Mago (1571), Affresco nella Cappella Foppa
Carlo Urbino, Pentecoste
Presepe di Francesco Londonio (1750)

Nel corso del sedicesimo secolo, prese avvio la ristrutturazione delle cappelle laterali della navata destra, che, secondo la consuetudine del tempo, vennero concesse alle famiglie patrizie milanesi per essere utilizzate per la sepoltura dei membri più illustri del casato. In tal modo, alle famiglie gentilizie affidatarie delle cappelle è dovuto il finanziamento e la decorazione delle cappelle, affidate agli artisti più apprezzati del tempo. I monumenti funerari furono nella maggior parte dei casi rimossi già alla fine del Cinquecento, in ossequio alle Instructiones dell'arcivescovo Carlo Borromeo, contrario alla sepoltura di personalità laiche all'interno degli edifici ecclesiastici, mentre si conservano ancora le decorazioni cinquecentesche.

La Cappella Foppa[modifica | modifica sorgente]

La decorazione della prima cappella della navata destra fu avviata dalla famiglia Foppa per ospitare la sepoltura di Pietro Foppa. Il monumento funebre, progettato da Bramantino, è scomparso, mentre si possono ancora ammirare gli affreschi di Giovanni Paolo Lomazzo, artista milanese di scuola manierista fortemente influenzato dall'opera di Leonardo e Michelangelo. Egli stesso narra di aver condotto l'impresa decorativa nell'anno 1570. La cappella è dedicata ai santi Pietro e Paolo, che si vedono raffigurati nella pala d'altare nell'atto di rendere omaggio alla Vergine, insieme con sant'Agostino, opera a olio sempre del Lomazzo, ideatore ed esecutore del ciclo di affreschi purtroppo deperiti dal tempo[1].

Sulla parete destra è quasi scomparso l'episodio di San Paolo che resuscita un morto, del quale sono oggi visibili solo le elaborate architetture che facevano da sfondo alla scena. È ben conservato invece l'affresco che occupa tutta la parete sinistra con la Caduta di Simon Mago, episodio della vita di san Pietro tratto dagli Atti degli apostoli, in cui è raffigurata la fine del ciarlatano che precipita dall'alto durante un'esibizione. Anche qui lo sfondo dell'episodio è costituito da una solenne architettura di stampo manierista. Particolare attenzione è dedicata alla resa prospettica del corpo del mago, sospeso in alto mentre sta per precipitare, così come nella resa delle espressioni di stupore e sconcerto degli osservatori della scena, allineati in primo piano, come spiega lo stesso Lomazzo nel suo trattato sulla pittura. La ricerca prospettica e luministica dell'artista è evidente anche nella decorazione della cupola, suddivisa in otto spicchi, ciascuno dei quali rappresenta Profeti e Sibille, sospesi sulle nuvole con arditi scorci. Con suggestivo trompe-l'œil sono rappresentati anche i quattro evangelisti nei pennacchi della cupola, mentre seduti su finte mensole mostrano ampi gesti oratori. La rappresentazione che maggiormente colpisce i visitatori è probabilmente la Gloria d'angeli che copre il catino absidale. La scena, fittamente gremita di corpi, ha una contrastata illuminazione radente che proviene dall'alto, e conferisce forte verticalità alla composizione.

Le cappelle del lato destro[modifica | modifica sorgente]

La seconda cappella, dedicata alla Madonna della Cintura, ospita sull'altare una statua settecentesca della Vergine con il bambino, che regge con la destra la "cintura". La dedicazione prende origine dalla confraternita della cintura, appartenente all'ordine degli agostiniani, e così detti in quanto i membri portavano, a differenza defli altri, una cintura. Tutto l'apparato decorativo, dalla balaustra in ferro battuto, al pavimento, fino agli stucchi, alle tele di soggetto mariano e alla cupola, culminante nell'elaborato altare in marmi neri e policromi, è di un aggraziato rococò di inizio settecento.

La terza cappella è intitolata a san Marco rappresentato in una tela del Legnanino.

Nella quarta cappella, oggi dedicata a san Giuseppe, si conserva in buono stato l'elaborata decorazione della cupola. Al di sopra della base ottagonale, si eleva una decorazione manierista a stucco con erme alate che si alternano a lunette sormontate da mascheroni, che le conferisce grazia e movimento. La soprastante decorazione ad affresco fu eseguita nel Cinquecento da Carlo Urbino, con evidenti rimandi alla coeva cupola della cappella Foppa, sia nei ricercati scorci delle figure, che nelle espressioni di meraviglia e incredulità dei discepoli durante la Pentecoste. Appare particolarmente omogenea e suggestiva la composizione libera delle figure che si stagliano sull'azzurro del cielo con al centro la colomba divina[2].

La settima cappella ospita le due serie di sagome rappresentanti il Presepe, dipinte su carta da Francesco Londonio nella seconda metà del Settecento, con alcune integrazioni successive. Le due serie, con il presepe feriale ed il presepe festivo, comprendono anche il fondale dipinto e la quadratura architettonica che lo incornicia. Al termine della navata è la grande tela del Legnanino raffigurante Il Presepe con San Gerolamo.

Transetto destro[modifica | modifica sorgente]

Nel transetto destro l'affresco dei Fiammenghini Alessandro IV istituisce l'ordine degli Agostiniani e, riscoperta sotto di esso nel restauro del 1956, una Crocifissione del XIV secolo, frammentaria e rimessa alla luce rimuovendo parte dell'affresco e la tomba che la nascondeva. L'autore di questo affresco, Dopo varie ipotesi, è stato identificato con Anovelo da Imbonate.

Nel braccio meridionale del transetto, è una serie di sarcofagi, realizzati a cominciare dalla metà del XIV secolo, legati al periodo in cui gli Ordini Mendicanti, nel caso gli Agostiniani, ripropongono una nuova impostazione teologico-culturale sotto il patrocinio dell'arcivescovo Giovanni Visconti, e in campo strettamente artistico stilisticamente legati alla presenza in Milano dello scultore pisano Giovanni di Balduccio.

Tali sarcofagi sono, da destra: arca marmorea del giureconsulto Giacomo Bossi (m. 1339), con tre scomparti a rilievo, della scuola del maestro di Viboldone; arca di Martino Aliprandi; arca di ignoto, con un rilievo (Adorazione dei Magi) della prima metà del Trecento.

Nel mezzo della parete centrale sarcofago del beato Lanfranco Settala (il dotto agostiniano confessore dall'arcivescovo Giovanni Visconti, non l'omonimo Lanfranco Settala fondatore della chiesa agostiniana di San Marco), opera di Giovanni di Balduccio.

Accanto all'ex cappella, fondata dalla nobile famiglia Aliprandi, dove ora è l'ingresso posteriore della chiesa, a destra lastra tombale cinquecentesca raffigurante l'Angelo della resurrezione, a sinistra l'affresco seicentesco del Trionfo di S. Orsola dei Fiammenghini, sotto il quale è stato rimesso in luce un affresco di maestro lombardo di metà Trecento.

Madonna in trono col Bambino con Sant'Agostino e la famiglia Aliprandi

Nel 1345 i fratelli Erasmo, Arnolfo, Giovannolo Aliprandi fondano e dotano in San Marco, mediante la donazione di tre case, una cappella dedicata a Sant'Orsola, corrispondente alla seconda cappella del braccio meridionale del transetto. In questa cappella, nel 1958, i restauri compiuti dall'architetto Tirelli per recuperare tracce dell'antica struttura gotica, hanno messo in luce, in una specie di nicchia, un affresco votivo raffigurante la Madonna in trono col Bambino con Sant'Agostino e la famiglia Aliprandi, come indicava l'iscrizione, oggi non più visibile, un tempo esistente nella spalletta destra dell'affresco stesso.

In questo affresco, alla destra della Vergine, il primo personaggio inginocchiato, vestito da giudice, con manto e berretto rossi, nell'atto di offrire il modello della cappella, è da identificare, sempre in base all'iscrizione scomparsa, con Salvarino Aliprandi, morto un anno prima della fondazione della cappella, che probabilmente, fu realizzata secondo una volontà testamentaria di Salvarino stesso proprio da parte dei tre Aliprandi citati in precedenza, di cui Giovannolo risulta, da un documento del 9 novembre 1383, suo figlio.

Sulle pareti della cappella di Sant'Agostino, coperta con volta a botte, vi sono delle tele di Federico Bianchi, mentre al centro è il San Liborio, tela firmata da Paolo Pagani e datata 1712, ove il santo vescovo appare a fianco della propria statua, a guarire gli ammalati del mal della pietra.

Arca di Martino Aliprandi[modifica | modifica sorgente]

Nel braccio destro del transetto, addossata alla parete dell'affresco trecentesco della Crocifissione, si trova l'Arca di Martino Aliprandi, in marmo.

Martino Aliprandi, figlio di Rebaldo, si distinse come giurista e uomo di fiducia di Azzone e Giovanni Visconti; morì nel 1339.

Il sarcofago si suddivide in tre scomparti e due nicchie laterali. Al centro è la Trinità: il Padre in trono, il Figlio in croce, lo Spirito Santo in origine compariva sotto forma di colomba, come appare in una riproduzione fotografica del 1944. Nella riquadro sinistro assistiamo alla presentazione del defunto alla Vergine col Bambino da parte di Sant'Ambrogio e San Giovanni Battista, con la presenza di altri tre personaggi, probabilmente i figli; nella formella destra, otto discepoli ascoltano il maestro in cattedra. Nelle nicchie di sinistra e di destra compaiono rispettivamente Sant'Agostino e San Marco con il leone alato ai piedi. Il sarcofago, eseguito verso la metà del XIV secolo, è attribuito al Maestro di formazione balduccesca, autore dei rilievi superiori dell'arca di S. Agostino a Pavia.

Il sarcofago di Salvarino Aliprandi.
Arca di Salvarino Aliprandi[modifica | modifica sorgente]

Salvarino Aliprandi fu giureconsulto del Collegio di Milano e il suo nome compare nell'elenco dei milanesi, fautori dei Visconti, processati negli anni 1322-1324.

Morto nel 1344, fu sepolto in San Marco in un sarcofago attualmente nella parete sinistra della terza cappella del braccio meridionale del transetto, dedicata a San Tommaso da Villanova.

Esso presenta, su un piano continuo senza distinzione di scomparti, il defunto, in ginocchio, al Cristo Giudice, che lo accoglie benedicendolo mentre dietro al suo trono due angeli reggono un drappo.

Affiancano il devoto un santo, forse San Marco, l'Angelo custode e la Vergine. Sulla destra il Battista indica l'albero della vita, fonte, origine, come ribadisce Agostino nei suoi scritti, di immortalità per l'uomo.

Il frontale è affiancato da sei formelle con busti di profeti con cartigli.

Il sarcofago ritenuto di Rebaldo Aliprandi[modifica | modifica sorgente]

Nelle Raccolte Civiche del Castello Sforzesco di Milano è esposto un frontale di sarcofago proveniente da San Marco, per il quale è stata avanzata l'identificazione con la sepoltura di Rebaldo Aliprandi, di origine monzese, padre di Pinalla, Martino e dello stesso Salvarino sepolto in San Marco. Tale frontale presenta nel riquadro centrale la Vergine col Bambino benedicente e il defunto in ginocchio presentato da Santa Caterina, in quelli minori, a sinistra San Giorgio e a destra San Vittore. Quest'opera, probabilmente realizzata nel secondo quarto del Trecento, è considerata un prototipo della scultura gotica lombarda nello schema figurativo che diverrà rituale per l'intera corrente campionese.

Cappella della pietà

Transetto sinistro[modifica | modifica sorgente]

il transetto sinistro è dominato dal grande affresco che ne sovrasta la parete di fondo, raffigurante La cacciata di Eliodoro dal tempio, realizzato alla fine del Seicento da Federico Bianchi, pittore milanese allievo di Ercole Procaccini.

Sulla destra è la cappella di maggiore ampiezza della chiesa, di larghezza doppia rispetto alle altre, originariamente sede della potente Confraternita del crocefisso e oggi detta della pietà in quanto ospita sull'altare una copia antica e fedele della Deposizione dipinta da Caravaggio per la chiesa di Santa Maria in Vallicella a Roma. L'intera decorazione pittorica e plastica della cappella fu realizzata a metà del Seicento da Ercole Procaccini il Giovane, insieme ad Antonio Busca, Johann Christoph Storer, Guglielmo Caccia detto il Moncalvo e Luigi Pellegrini Scaramuccia. Nell'arcone d'ingresso alla cappella, entro poderose cornici a stucco, sono afrescate cinque scene della passione di Cristo, tema dominante della cappella. Le imprese pittoriche maggiori sono le due grandi tele a olio che ricoprono interamente le pareti laterali. Sulla sinistra, del maestro più anziano, Ercole Procaccini, è lIncontro con le pie donne. La tela mira ad un forte coinvolgimento emotivo dello spettatore attraverso toni di accesa drammaticità e intenso patetismo, evidenti nella scena fitta e concitata, nei toni cupi squarciati da improvvisi accenti luministici, nel contrasto fra particolari minuzionsamente descritti e figure sommariamente abbozzate. Una maggiore adesione alle istanze classiciste è presente nella tela di fronte, di Antonio Busca, con lInnalzamento della croce, dove vediamo colori più chiari, contorni più nitidi, una composizione più ordinata ed espressioni più contenute dei personaggi. Completano la decorazione le scene della resurrezione nelle lunette e sulla volta, mentre teorie di putti corrono sul fregio e attorno all'altare, unendo al tragico il tema comico secondo il gusto barocco[3].

Organi a canne[modifica | modifica sorgente]

Organo maggiore[modifica | modifica sorgente]
L'organo maggiore

Il pregevole strumento conservato nella chiesa fu costruito nel 1564 da Benedetto Antegnati e ampliato da Costanzo Antegnati nel 1604; fu poi ripreso dal Biroldi nel 1807 e ammodernato definitivamente da Natale Balbiani nel 1875; nel 1899 fu rivisto dagli stessi Balbiani e fu inaugurato da Amilcare Ponchielli. Nel suo soggiorno milanese anche Mozart suonò quell'organo; nel 1836 Padre Davide da Bergamo tenne tre concerti. Per le sue vicende storiche è stato dichiarato monumento nazionale.[senza fonte]

Lo strumento, a trasmissione integralmente meccanica, ha due tastiere di 61 note ciascuna (Grand'Organo prima tastiera ed Espressivo seconda tastiera) e ed una pedaliera dritta, non originale, di 24 note; le manette che comandano i vari registri sono collocate in tre colonne, due alla destra della consolle (relative al Grand'Organo e al Pedale) e una alla sinistra (relativa all'Espressivo). In base alla loro posizione nelle varie colonne, di seguito la disposizione fonica dello strumento:

Colonna alla sinistra della consolle - Espressivo
Ottava 4' Bassi
Ottava 4' Soprani
Principale 8' Soprani
Viola I 4' Bassi
Viola II 4' Bassi
Dulciana 4' Bassi
Arpone 8' Bassi
Violoncello 8' Soprani
Clarone 8' Soprani
Clarino 8' Soprani
Violino 8' Soprani
Violetta 8' Soprani
Voce flebile 8' Soprani
Voce celeste 8' Soprani
Flauto in VIII 4' Soprani
Flutta 4' Soprani
Colonna di sinistra della registriera - Concerto
Fagotto 8' Bassi
Trombe 8' Soprani
Trombe 8' Bassi
Corni inglesi 16' Soprani
Clarone 4' Bassi
Trombe 16' Soprani
Violoncello 2' Bassi
Oboe 8' Soprani
Violone 8' Bassi
Viola 16' Soprani
Viola 8' Soprani
Flauto in XII 2.2/3' Soprani
Ottavino 2' Soprani
Corni dolci 16' Soprani
Flauto in V Soprani
Flauto in VIII 4' Soprani
Voce umana 8' Soprani
Colonna di destra della registriera - Ripieno
Principale 16' Bassi
Principale 16' Soprani
Principale I 8' Bassi
Principale I 8' Soprani
Principale II 8' Bassi
Principale II 8' Soprani
Ottava 4' Bassi
Ottava 4' Soprani
Duodecima 2.2/3' Bassi
Duodecima 2.2/3' Soprani
Quintadecima 2'
Decimanona 1.1/2'
Vigesimaseconda 1'
Quattro file di ripieno
Quattro file di ripieno
Contrabbassi e ottave 16'+8' (al Pedale)
Bassi armonici 8' (al Pedale)
Timballi (al Pedale)
Bombarde 16' (al Pedale)
Tromboni 8' (al Pedale)
Organo positivo[modifica | modifica sorgente]

Nel braccio destro del transetto, nei pressi del presbiterio, si trova un secondo organo a canne, costruito dalla ditta Mascheroni. Lo strumento, a trasmissione integralmente meccanica, ha due tastiere di 53 note ciascuna ed una pedaliera dritta di 29 note. La sua disposizione fonica è la seguente:

Prima tastiera - Grand'Organo
Principale 8'
Ottava 4'
XV 2'
XIX 1.1/3'
Flauto 4'
Seconda tastiera - Positivo aperto
Bordone 8'
Flauto a camino 4'
Flauto a cuspide 2'
Nazardo 2.2/3'
Pedale
Subbasso 16'
Bordone 8'
Flauto 4'

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Maria Luisa Gatti Perer (a cura di), La Chiesa di San Marco a Milano, p. 147, op. cit.
  2. ^ Maria Luisa Gatti Perer (a cura di), La Chiesa di San Marco a Milano, p. 161, op. cit.
  3. ^ Maria Luisa Gatti Perer (a cura di), La Chiesa di San Marco a Milano, p. 207, op. cit.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Domenico Celada, Guida alla Basilica di San Marco in Milano, Milano, Tipografia Bertolotti, 1959, BNI 607915.
  • Oscar Mischiati, L'organo della chiesa di San Marco a Milano, Milano, Arti Grafiche Occhipinti, 1975.
  • Mario De Biasi, Chiese di Milano, Milano, Edizioni Celip, 1991, ISBN 88-87152-06-3.
  • Maria Luisa Gatti Perer (a cura di), La Chiesa di San Marco a Milano, Milano, Banca Popolare di Milano, 1998, BNI 99-5213.
  • AA.VV., Milano, Milano, Touring Club Italiano, 2005, ISBN 88-370-3763-5.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]