Shlomo Venezia

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Shlomo Venezia (Salonicco, 29 dicembre 1923Roma, 1º ottobre 2012) è stato uno scrittore italiano di origine ebraica, importante testimone della sua esperienza di sopravvissuto all'internamento dei campi di concentramento nazisti.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Roma, in morte di Shlomo Venezia, scritta di saluto al Portico di Ottavia.

Shlomo Venezia fu deportato nel campo di concentramento nazista di Auschwitz-Birkenau. Durante la prigionia fu obbligato a lavorare nei Sonderkommando («unità speciali»), squadre composte da internati e destinate alle operazioni di smaltimento e cremazione dei corpi dei deportati uccisi mediante gas. Tali squadre venivano periodicamente soppresse per mantenere il segreto circa lo svolgimento della «soluzione finale della questione ebraica», il sistematico sterminio del popolo ebraico. Venezia è stato uno dei pochi sopravvissuti - l'unico in Italia, una dozzina nel mondo - di queste speciali squadre e ha raccolto le sue memorie in un libro pubblicato nell'ottobre 2007 a cura dell'editore Rizzoli, dal titolo Sonderkommando Auschwitz.

È morto nel 2012 all'età di 88 anni[1] ed è sepolto presso il Cimitero del Verano di Roma.

Esperienze ad Auschwitz[2][modifica | modifica wikitesto]

Shlomo Venezia fu arrestato (sequestrato) con la famiglia (composta, oltre a lui, da sua madre, suo fratello e dalle sue tre sorelle) a Salonicco nel marzo del 1944 e deportato presso il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, uno dei tre campi principali che componevano il complesso di Auschwitz.[3] Durante la selezione operata dai medici nazisti per separare i deportati considerati abili al lavoro da quelli «inutili», immediatamente inviati alle camere a gas, Venezia si salvò insieme al fratello, la sorella maggiore (che rivedrà solamente nel 1957) e due cugini. Venezia fu successivamente sottoposto al tipico trattamento subito dai deportati ad Auschwitz: rasatura, doccia, tatuazione del numero sull'avambraccio sinistro (il suo era il numero 182727), vestizione con gli abiti da internato. Terminate le operazioni di «inserimento burocratico», Venezia fu rinchiuso in un'apposita e isolata sezione del campo per passare i 40 giorni del periodo di «quarantena», che avrebbe dovuto impedire - secondo le autorità tedesche del campo - la diffusione di epidemie all'interno del lager.

Dopo soli 20 giorni di «quarantena» Venezia fu assegnato al Sonderkommando di uno dei grandi crematori di Birkenau, composto principalmente da giovani prigionieri di robusta costituzione e in buone condizioni fisiche, a causa dello sforzo fisico richiesto dal lavoro: l'eliminazione delle «prove» di quello che stava avvenendo.

Come ebbe a dire Primo Levi - deportato presso il campo di Monowitz e autore di Se questo è un uomo - l'istituzione di queste squadre speciali rappresentò il più grave crimine del nazionalsocialismo, perché le SS, attraverso il Sonderkommando, cercarono di scaricare (o quantomeno condividere) il crimine sulle vittime stesse.

Shlomo Venezia divenne tra i più importanti portavoce della tragedia dell'Olocausto solo dopo più di quarant'anni dalla fine della tragica esperienza del Lager. La dura realtà vissuta nel Sonderkommando lo portò a una grave sofferenza interiore e a un silenzio atroce, perché non era stato creduto, perché nessuno voleva ascoltare gli ex deportati (come raccontano la vicenda editoriale di "Se questo è un uomo" di Primo Levi o la testimonianza di Settimia Spizzichino nel suo "Gli anni rubati") e anche per il senso di colpa tremendo, che caratterizzò la vita dei pochi sopravvissuti e in particolare per il lavoro da lui svolto nel Lager. Il dovere della memoria lo ha portato dapprima a superare il silenzio - nella metà degli anni Novanta - cominciando a raccontare in pubblico, e soprattutto ai più giovani, quanto aveva sofferto fino ad arrivare alla pubblicazione di "Sonderkommando Auschwitz". Ospite in trasmissioni televisive, nelle scuole, nelle manifestazioni a ricordo della Shoah, egli rivolge il suo interesse ai giovani come portavoci futuri dell'immane tragedia che si abbatté sull'Europa tra il 1940 e il 1945. Sua è questa toccante testimonianza:

« Altre volte mi hanno chiesto, per esempio, se qualcuno sia mai rimasto vivo nella camera a gas. Era difficilissimo, eppure una volta è rimasta una persona viva. Era una bambina di circa due mesi. All'improvviso, dopo che hanno aperto la porta e messo in funzione i ventilatori per togliere l'odore tremendo del gas e di tutte quelle persone - perché quella morte era molto sofferta - uno di quelli che estraeva i cadaveri ha detto: “Ho sentito un rumore”. Normalmente quando uno muore, dopo un po' finché non si assesta, il corpo ha dentro dell'aria e fa qualche rumore. Abbiamo detto: “Questo poverino, in mezzo a tutti questi morti, comincia a perdere il lume della ragione”. Dopo una decina di minuti ha sentito di nuovo. Abbiamo detto: “Tutti fermi, non vi muovete”, ma non abbiamo sentito niente e abbiamo continuato a lavorare. Quando ha sentito di nuovo, ho detto: “Possibile che senta solo lui? Allora fermiamoci un po' di più e vediamo cosa succede”. Infatti, abbiamo sentito quasi tutti un vagito da lontano. Allora uno di noi sale sui corpi per arrivare laddove veniva il rumore e si ferma dove si sente più forte. Va vicino e, insomma, là c'era la mamma che stava allattando questa bambina. La mamma era morta e la bambina era attaccata al seno della mamma. Finché riusciva a succhiare stava tranquilla. Quando non è arrivato più niente si è messa a piangere - si sa che i bambini piangono quando hanno fame. La bambina era quindi viva e noi l'abbiamo presa e portata fuori, ma ormai era condannata. C'era l'SS tutto contento: “Portatela, portatela”. Come un cacciatore, era contento di poter prendere il suo fucile ad aria compressa, uno sparo alla bocca e la bambina ha fatto la fine della mamma. Questo è successo una volta in quella camera a gas. Ci sono tanti racconti, ma io non racconto mai cose che hanno visto gli altri e non io. »

La sua esperienza ha spinto Roberto Benigni a chiamarlo come consulente, insieme a Marcello Pezzetti, per il film La vita è bella.[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Addio a Shlomo Venezia, sopravvissuto alla Shoah e testimone dei lager nazisti, Adnkronos.com
  2. ^ a b Ove non diversamente indicato, le informazioni relative al paragrafo sono tratte da una testimonianza fornita dallo stesso Shlomo Venezia, il 18 gennaio 2001, in occasione della Prima giornata della memoria. La versione integrale dell'intervento è disponibile in: Shlomo Venezia, ex-deportato di Auschwitz dal sito web «Centro culturale Gli scritti». Riportato il 2 aprile 2007.
  3. ^ Dei tre campi principali che costituivano Auschwitz, Birkenau rappresentava il vero centro di sterminio dove, sistematicamente, avvenne l'uccisione della maggior parte dei deportati.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

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