Fascismo e questione ebraica

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Frontespizio del primo numero della rivista La difesa della razza dell'8 agosto 1938

Per comprendere appieno il rapporto tra Fascismo e questione ebraica, occorre osservare innanzi tutto come nei primi anni del Novecento, in Italia, le comunità aderenti all'ebraismo fossero integrate in maniera soddisfacente nel tessuto della società. Contestualmente, l'antisemitismo dichiarato era limitato a esigue parti del mondo cattolico.

Nel 1902 erano sei i senatori del Regno d'Italia di religione ebraica; saliranno a diciannove nel 1922.

Nel 1905, Alessandro Fortis è il primo ebreo a diventare Presidente del Consiglio Italiano. L'anno successivo, tocca al barone Sidney Sonnino, figlio di padre ebreo e madre protestante (e protestante egli stesso); nel 1910, Luigi Luzzatti, ebreo, è nominato primo ministro.

L'apporto ebraico al primo conflitto mondiale fu consistente: l'Italia contava cinquanta generali ebrei ed uno di questi, Emanuele Pugliese, risulterà il più decorato dell'esercito.

Il rapporto tra fascismo ed ebraismo[modifica | modifica sorgente]

Il rapporto tra il mondo ebraico italiano e il fascismo fu, prima delle leggi razziali del 1938, generalmente buono e le posizioni degli esponenti delle comunità ebraiche furono squisitamente politiche. Se da un lato la popolazione ebraica, benestante, supportò (o per lo meno non si oppose) la nascita e la presa del potere del fascismo, dall'altra numerosi intellettuali ed appartenenti alla corrente minoritaria sionista non appoggiarono il fascismo fin dal suo inizio, in quanto aderirvi implicava il sentirsi "italiani di religione ebraica", mentre il sionismo presupponeva una netta separazione del popolo ebraico dagli altri.[1] Tuttavia, neanche la minoranza sionista della comunità ebraica italiana rifiutò i rapporti con l'Italia fascista, in quanto durante tutti gli anni precedenti la cosiddetta «politica della razza» l'Italia risultava essere uno dei Paesi europei più liberali verso gli ebrei.[2]

Durante il primo dopoguerra, nel periodo dello squadrismo e degli attacchi al Partito Socialista Italiano (avvenuti fra il 1919 e il 1922) morirono diversi ebrei, tra cui Duilio Sinigaglia, Gino Bolaffi e Bruno Mondolfo, dichiarati martiri fascisti; trecentocinquanta ebrei parteciparono alla marcia su Roma e ben settecentoquarantasei erano iscritti in parte ai Fasci Italiani di Combattimento ed in parte all'Associazione Nazionalista Italiana, che nel 1923 si fonderà con il Partito Nazionale Fascista.

Aldo Finzi, politico, per un certo tempo vicino a Gabriele D'Annunzio nell'Impresa di Fiume, divenne sottosegretario agli Interni del gabinetto diretto da Benito Mussolini e membro del Gran Consiglio Fascista (allontanato dal regime, aderirà poi alla Resistenza italiana per morire alle Fosse Ardeatine). Dante Almansi ricoprì il ruolo di vice capo della polizia. Guido Jung veniva eletto ministro delle Finanze fra il 1932 al 1935, mentre a Maurizio Ravà era affidato l'incarico di vicegovernatore della Libia e governatore della Somalia, nonché quello di generale della Milizia fascista. Elio Jona, come molti industriali lombardi, fu finanziatore di Mussolini, soprattutto per paura del comunismo. Mussolini annoverava fra gli amici e i frequentatori del suo entourage la rivoluzionaria ucraina e socialista Angelica Balabanoff, ma anche Cesare e Margherita Sarfatti, amante neppure troppo segreta del capo del fascismo e autrice fra l'altro della prima biografia del Duce, intitolata non a caso Dux e tradotta in molte lingue come strumento di propaganda del fascismo a livello mondiale.

Questa necessaria premessa, non vuole significare che l'ebraismo abbia aderito in toto, almeno in un primo momento, al fascismo, né che il fascismo cui aveva aderito fosse all'epoca razzista: il fascismo, movimento molto eterogeneo e nel quale la componente socialista rivoluzionaria era molto forte nel primo dopoguerra, era visto dall'ebraismo come il vero epigono del Risorgimento italiano, movimento che era stato il motore della consegna dei diritti civili agli ebrei italiani stessi (fino ad allora dotati di "diritto al Comodato, non alla Proprietà"). Si valuta che circa solo il dieci per cento della gente ebraica si iscrisse al partito (in media con gli altri italiani di religione cattolica). Tuttavia, secondo lo storico Stanley G. Payne, il fascismo italiano fu il partito di estrema destra tra le due guerre con la maggior percentuale di ebrei nelle sue fila.

Mussolini doveva fare i conti anche con l'opposizione anche di molti ebrei democratici o socialisti e comunisti: il socialista Claudio Treves – che lo sfiderà a duello, ferendolo – si rammaricherà in seguito «di non aver affondato la lama». Il senatore Vittorio Polacco non mancò di pronunciare un vibrante e coraggioso discorso di dissenso, che ebbe grossa risonanza nel paese; Eucardio Momigliano, sansepolcrista ebreo (vedi Sansepolcrismo), si staccò dal fascismo quasi subito, fondando l'Unione Democratica Antifascista; Pio Donati, deputato aggredito, percosso e costretto all'esilio, morirà in solitudine nel 1926; diversi professori universitari si rifiutarono di giurare fedeltà al regime (in tutt’Italia vi furono dodici coraggiosi che osarono fare altrettanto, fra cui tre ebrei: Giorgio Errera, Giorgio Levi della Vida e Vito Volterra). Il presidente della Corte Suprema Ludovico Mortara rassegnò le dimissioni più o meno nel periodo in cui – maggio del 1925 – il Manifesto degli intellettuali fascisti redatto da Giovanni Gentile veniva sottoscritto con la partecipazione di trentatré esponenti della cultura di religione ebraica.

Mussolini si era sentito di dichiarare, dalle colonne del Popolo d'Italia nel 1920:[3]

« In Italia non si fa assolutamente nessuna differenza fra ebrei e non ebrei; in tutti i campi, dalla religione, alla politica, alle armi, all'economia... la nuova Sionne, gli ebrei italiani, l'hanno qui, in questa nostra adorabile terra. »

Anche se solo un anno prima, il 4 giugno 1919 in un articolo intitolato "I Complici", aveva affermato:[4]

« Sulla Rivoluzione russa mi domando se non è stata la vendetta dell'ebraismo contro il Cristianesimo, visto che l'ottanta per cento dei dirigenti dei Soviet sono ebrei... La finanza dei popoli è in mano agli ebrei, e chi possiede le casseforti dei popoli dirige la loro politica. »

Terminando con la considerazione che il bolscevismo era difeso dalla plutocrazia internazionale, e che la borghesia russa era guidata dagli ebrei (quindi – soggiungeva – proletari non illudetevi). Ma l'astuzia tattica, il trasformismo ed il metodo di manipolazione delle masse fu arma usata assai raramente con la capacità dello stesso Mussolini:[5]

« ... S.E. ha dichiarato formalmente che il governo e il fascismo italiano non hanno mai inteso di fare e non fanno una politica antisemita, e che anzi deplora che si voglia sfruttare dai partiti antisemiti esteri ai loro fini il fascino che il fascismo esercita nel mondo. »

(da un comunicato di propaganda fatto diffondere da Mussolini dopo l'incontro nel 1923 con il rabbino di Roma Angelo Sacerdoti)[5]

L'anno dopo la stipula dei Patti Lateranensi fu adottata la cosiddetta Legge Falco, che accorpava diverse comunità israelitiche italiane e creava l'Unione delle comunità ebraiche italiane, alla cui direzione veniva messo il rabbino capo di Roma. La nuova istituzione era giudicata favorevolmente dalla maggioranza degli stessi ebrei italiani, vedendo contrari quasi esclusivamente gli ebrei più ortodossi (che la ritenevano un'ingerenza dello Stato nella loro vita religiosa) e coloro che erano già apertamente antifascisti[6]. Mussolini pensò di cooptare il rabbino di Alessandria d'Egitto, David Prato, in modo da aumentare l'influenza dell'Italia fascista nel levante del Mar Mediterraneo.

L'editore Hoepli nel 1932 pubblicava i Colloqui con Mussolini, curati dal giornalista ebreo Emil Ludwig, in cui il Duce condannava il razzismo senza mezzi termini, affermando che l'antisemitismo non apparteneva alla cultura italiana:[7]

« Razza: questo è un sentimento, non una realtà; il 95% è sentimento. Io non crederò che si possa provare che biologicamente una razza sia più o meno pura (…) Quelli che proclamano nobile la razza germanica sono per combinazione tutti non germanici: De Gobineau francese, Chamberlain inglese, Woltmann israelita, Laponge nuovamente francese. Una cosa simile da noi non succederà mai. L’orgoglio nazionale non ha bisogno di deliri di razza (…). L’antisemitismo non esiste in Italia.(…) Gli ebrei italiani si sono sempre comportati bene come cittadini, e come soldati si sono battuti coraggiosamente. »

I profughi ebrei tedeschi, dopo l’avvento del nazismo, vennero accolti senza ostacolo alcuno (circa 2000 rimasero in Italia), a testimonianza che nel periodo storico in esame la questione ebraica era nella medesima situazione di qualunque altra comunità, ovvero inquadrabile nei canoni della lotta di classe, prima, e della lotta politica, dopo. Dall'inizio delle persecuzioni in Germania e nell'Europa orientale, fino all'approvazione delle leggi razziali, più di 120.000 profughi ebrei[8] (circa il doppio di quelli residenti al tempo in Italia) furono fatti transitare da Trieste in direzione della Palestina (al tempo sottoposta al Mandato britannico) dove le varie anime del movimento sionista stavano cercando di imporre (in alcuni casi anche con la lotta armata e l'uso di attentati) la creazione di una nazione ebraica.

Inizio e affermazione dell’antisemitismo[modifica | modifica sorgente]

Germania, 1 aprile 1933: militi delle SA invitano al boicottaggio dei negozi gestiti da ebrei

Nel 1933, dopo la progressiva affermazione registrata in Germania dal nazismo, su alcuni giornali fascisti apparvero i primi segni di un chiaro antisemitismo: la tesi sostenuta era che gli ebrei volevano conquistare il dominio del mondo. Nel 1934 Sion Segrè e Mario Levi di Giustizia e Libertà venivano arrestati dall'OVRA per propaganda antifascista; Levi riuscì a fuggire mentre a finire nelle maglie del regime furono anche Leone Ginzburg, Carlo Mussa Ivaldi, Barbara Allason, Augusto Monti.

Per alcuni anni tuttavia la posizione del regime continuò nella sua ambiguità sulla questione ebraica, per esempio ospitando diversi esponenti del movimento sionista internazionale, probabilmente nella speranza di poter aumentare l'influenza italiana in Palestina tramite un appoggio del movimento al di fuori dell'Italia.[9] Nel 1934, per volere di Mussolini e su richiesta di Vladimir Jabotinskij venne iniziato a Civitavecchia il primo Corso per ufficiali di Marina ebrei, gettando così le basi della futura marina israeliana.

Contemporaneamente vi fu però l'inizio di una campagna antisemita che veniva portata avanti dai giornali controllati dal regime: Roberto Farinacci invitò apertamente tutti gli ebrei italiani a scegliere tra sionismo e fascismo. Il banchiere ebreo torinese Ettore Ovazza fondò il settimane La nostra bandiera (da cui il nome di bandieristi attribuito agli ebrei sostenitori del fascismo), fedele agli «ideali» del regime, nel tentativo forse di sedare la marea antisemita che ormai stava salendo[10]. Nel 1935 i bandieristi entrarono nel gruppo dirigente dell'Unione delle Comunità, cercando di indirizzarne le posizioni e la politica in una forma esplicitamente filo-regime, senza tuttavia riuscire nell'operazione.

Lo stesso Mussolini preferì appoggiare il tradizionale indirizzo politico dell'Unione rispetto a quello più "fascista" dei bandieristi. Lo stesso settimanale di Ovazza venne reso mensile, con lo scopo di diminuirne l'influenza.[9] A Tripoli, due anni dopo, diversi appartenenti alla comunità ebraica vennero frustati perché, in quanto commercianti, chiudevano i negozi nel giorno del sabato. Tutto questo, mentre Mussolini si autoproclamava «protettore dell'Islam»[11] (è notissima la fotografia in cui viene ritratto con la spada dell'Islam in mano)[12].

Nel medesimo periodo, Galeazzo Ciano ordinava che ai funzionari ebrei della Farnesina fosse vietato trattare con la Germania. Il periodo è però ancora interlocutorio, in quanto Mussolini stesso tende a tenere i «piedi in due staffe», in attesa dello sviluppo degli eventi (giungendo a consentire la nascita della sezione ebraica della scuola marittima di Civitavecchia, da cui – per inciso – uscirono futuri ufficiali della marina israeliana).[13] Il Governo italiano entrò a causa della guerra in Africa orientale a contatto con i trentamila falascià abissini, comunità africana di religione ebraica vissuta per secoli in assoluto isolamento. Mussolini favorì questo gruppo tanto che i capi falascià prestarono giuramento di fedeltà. Gli appartenenti alla comunità vennero messi in contatto con gli ebrei italiani ma, contemporaneamente, il regime iniziò una legislazione di contenimento del «meticciato», che si rivelerà poi apripista ai concetti della superiorità della «razza ariana».

Anche in questo caso a far fede fu la politica del «doppio binario». Il sempre maggior avvicinamento di fascisti e nazisti fece comunque peggiorare la situazione, anche se a febbraio del 1938 Mussolini smentiva che esistesse una qualunque forma di antisemitismo in Italia. La pattuglia antiebraica presente nel fascismo accresceva la sua presenza. Regime Fascista pubblicava oramai sempre più frequentemente articoli di impronta razzista a firma di Roberto Farinacci. Il Tevere, Giornalissimo, Quadrivio, tutti giornali antisemiti, instaurarono il metodo della calunnia e dell'insulto sistematico e ripetitivo contro gli ebrei (da ricordare, in questo contesto, il libello Contra Judaeos di Telesio Interlandi).

Leggi razziali e contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Leggi razziali fasciste.

Adolf Hitler nel maggio del 1938 si recò in visita a Roma. Storici come Meir Michaelis[14] e Renzo De Felice[15] hanno voluto sottolineare che non sono pervenute prove di pressione diretta da parte tedesca nell'avvio della campagna razzista del fascismo italiano che partì ufficialmente il 15 luglio 1938, quando venne pubblicato il Manifesto della razza, firmato da noti professori. Galeazzo Ciano riporta nel suo diario per la giornata del 14 luglio 1938: «Il Duce mi annuncia la pubblicazione da parte del Giornale d'Italia di uno statement sulle questioni della razza. Figura scritto da un gruppo di studiosi, sotto l'egida della Cultura Popolare. Mi dice che in realtà l'ha quasi completamente redatto lui»[16].

Quanto sopra apparve il 15 luglio 1938 come articolo anonimo nella prima pagina del giornale citato sotto il titolo: «Il Fascismo e i problemi della razza». Nella sostanza, si precisava che «la razza italiana è prettamente ariana, e va difesa da contaminazioni». Gli ebrei – sempre stando al documento – «sono estranei e pericolosi per il popolo italiano». Immediatamente l'ufficio demografico del Ministero dell'Interno diventa Direzione generale per la demografia e la Razza. Un censimento degli ebrei presenti in Italia al tempo li stima in 39.000 di cittadinanza italiana, a cui andavano ad aggiungersi 11.200 stranieri[17].

L'ambasciatore italiano presso la Santa Sede informò Mussolini che le iniziative prese per la "difesa della razza" non avevano trovato forte opposizione, e che la preoccupazione del Vaticano sembrava derivare nei casi di ebrei convertiti o dalla circostanza di matrimoni con ebrei convertiti o meno. L'estate del 1938 venne solertemente utilizzata da tutta la stampa italiana legale per la pubblicazione di articoli diffamatori ed infamanti verso gli ebrei, in modo da preparare l'opinione pubblica. A settembre venne emanata la prima "legge razziale" secondo la quale tutti gli ebrei italiani venivano banditi della vita pubblica. Persino la frequentazione delle scuole pubbliche venne vietata ai giovani appartenenti a famiglie ebraiche.

Fra i fascisti manifestò una certa prudente opposizione Italo Balbo. Secondo le ricostruzioni di diversi storici, il fascismo, durante il periodo immediatamente successivo all'emanazione delle leggi razziali, cercò comunque di distinguersi dal nazismo. Lo stesso Mussolini elaborò lo slogan "Discriminare e non perseguitare" per indicare la prevista (o pubblicizzata come tale) filosofia che sarebbe stata adottata nell'applicazione delle leggi razziali[18] e, in un discorso tenuto a Trieste nel settembre 1938, affermò esplicitamente che "gli ebrei che hanno indiscutibili titoli di benemerenze militari e civili troveranno la giusta comprensione del Regime"[19].

L'applicazione delle leggi e la diffusa propaganda anti-ebraica di quel periodo causarono comunque una crescente perdita di diritti da parte dei cittadini italiani di origine e/o religione ebraica, e crearono condizioni (come la diffusione di un generico sentimento antisemita nell'opinione pubblica) che facilitarono poi le azioni ben più repressive messe in atto alcuni anni dopo dai nazi-fascisti durante la Repubblica Sociale Italiana. Sinteticamente vengono qui riportati i principali dati della persecuzioni causate dalle "leggi razziali" in vigore in Italia dal 1938 al 1943 (la fonte è uno scritto di Michele Sarfatti, massimo studioso del problema):

  • In un anno, dei circa diecimila ebrei presenti in Italia[senza fonte], seimilaquattrocentottanta furono costretti a lasciare il Paese; novantasei professori universitari, centotrentatré assistenti universitari, duecentosettantanove presidi e professori di scuola media, un centinaio di maestri elementari, duecento liberi docenti, duecento studenti universitari, mille studenti delle medie e quattromilaquattrocento delle elementari vennero scacciati dalle scuole pubbliche del Regno.
  • A Tullio Levi Civita, allievo e collaboratore di Gregorio Ricci-Curbastro, autore di studi sul calcolo tensoriale, base della costruzione del modello matematico della teoria della relatività poi elaborata da Albert Einstein, venne vietato da parte del nuovo direttore Francesco Severi l'accesso alla biblioteca del suo Istituto di Matematica dell'Università di Roma.
  • Le leggi razziali infersero un colpo mortale alla fisica nucleare italiana, provocando fra l'altro l'emigrazione negli Stati Uniti di Enrico Fermi (la cui moglie Laura era ebrea) e di Emilio Segrè, mentre un altro fisico della scuola romana di religione israelitica, Bruno Pontecorvo, si era già trasferito in Francia due anni prima.
  • Inoltre quattrocento dipendenti pubblici, cinquecento dipendenti di aziende private, centocinquanta militari e duemilacinquecento professionisti, persero il posto di lavoro restando senza alcun sostentamento.

Persecuzioni e resistenza ebraica nel periodo bellico[modifica | modifica sorgente]

Il governo fascista emanò nel settembre 1938 un decreto legge che stabiliva il divieto «agli stranieri ebrei di fissare stabile dimora nel Regno, in Libia e nei Possedimenti dell'Egeo» e l'espulsione, entro sei mesi dalla data di pubblicazione, di coloro vi risiedevano includendo quelli che avevano ottenuto la cittadinanza italiana dopo il 1º gennaio 1919.[20] Nel febbraio 1940 Mussolini ordinò che venisse organizzata l'espulsione degli ebrei italiani nei successivi dieci anni.

Dopo lo sbarco americano in Sicilia, 10 luglio 1943, la rimozione di Mussolini, 25 luglio del 1943, il governo di Badoglio aveva appena iniziato ad allentare la morsa contro gli ebrei che arrivò l'8 settembre e a causa del mancato coordinamento con gli Alleati, l'occupazione tedesca di Roma e di tutto il centro nord, che fece precipitare la situazione per le Comunità ebraiche, sottoposte ora al diretto volere tedesco. Dopo l'8 settembre 1943 i pochissimi ebrei del sud dell'Italia beneficiarono della abolizione delle leggi antiebraiche. Il governo Badoglio applicò una norma dell'armistizio che li riguardava in maniera diretta:

« Tutte le leggi italiane che implicano discriminazioni di razza, colore, fede od opinioni politiche saranno, se questo non sia già stato fatto, abrogate. »

Il 24 novembre dello stesso anno il Consiglio dei ministri rendeva operativa la direttiva. Il centro-nord, occupato dai nazisti presentava una situazione assai grave per la gente ebraica (nel solo settembre 1943 i nazisti deportarono ventidue ebrei di Merano, uccidendo poi circa cinquanta ebrei sul Lago Maggiore), poiché lo RSHA, organismo nazista che gestiva le direttive antiebraiche, riteneva che gli ebrei italiani sono divenuti «immediatamente assoggettabili alle misure in vigore per gli altri ebrei europei».

La prima retata delle SS ebbe luogo a Trieste, il 9 ottobre 1943. In questa, e in un'altra retata successiva (19 gennaio 1944) vennero arrestati nella città giuliana settecentodieci ebrei[21]. Pochi giorni più tardi (16 ottobre 1943), un rastrellamento di grandi proporzioni fu effettuato presso il ghetto di Roma provocando l'arresto di milleduecentocinquantanove ebrei; due giorni dopo milleventitré vennero deportati ad Auschwitz (solo diciassette sopravvissero). Successivamente altre retate operate dai nazisti nella capitale portarono il numero totale degli ebrei romani scomparsi durante l'occupazione tedesca a duemilaventuno[22]. La Carta di Verona (novembre 1943) della appena sorta Repubblica Sociale Italiana risolse il problema dell'ebraismo d'Italia nel capitolo settimo: «Gli ebrei sono stranieri e parte di una nazione nemica».

Ogni proprietà ebraica nella Repubblica di Salò venne sequestrata ed assegnata alle vittime dei bombardamenti anglo-americani. Al momento della Liberazione i decreti di confisca erano approssimativamente ottomila: la RSI confiscò alla gente ebraica beni fra immobili e preziosi del valore approssimativo di due miliardi di lire del tempo). Lo storico Renzo De Felice, riportò testimonianze coeve di questo tenore:

« Alcune prefetture e comandi ci mettono uno zelo veramente incredibile, fatto al tempo stesso di fanatismo, di sete di violenza, di rapacità, nel collaborare con i nazisti. »

Per aggiungere, subito dopo:

« Basta ricordare che sulle tracce del commissario Giovanni Palatucci, che salvò col sacrificio della vita migliaia di ebrei, gli addetti ai lavori furono guidati da uno «zelante» poliziotto italiano, mai perseguito dopo la Liberazione. »

Nel febbraio del 1944 il comando tedesco assunse possesso in via diretta del campo di Fossoli. Il direttore italiano del campo, dopo aver rassicurato che non avrebbe mai consegnato il campo ai nazisti, si ritirò senza colpo ferire. Michele Sarfatti scrive che a Fossoli si ha «la saldatura tra le politiche antiebraiche italiane e tedesca». Gli ebrei del campo, vicino a Modena, vennero mandati nei campi dell'Europa orientale: Mussolini sapeva dall'inizio del 1943, dal rapporto segreto fornitogli da Galeazzo Ciano, che avvenivano deportazioni e uno sterminio di massa della gente ebraica in Germania.

Va ricordato per verità storica che l'antisemitismo non attecchì granché fra la popolazione italiana, trovando per contro forte opposizione specialmente in certi gruppi intellettuali, nel proletariato e nei ceti a più basso reddito. Sono moltissimi i casi registrati di ebrei e/o di ebrei aderenti a movimenti di sinistra tenuti nascosti durante i rastrellamenti. Una città in cui questo fenomeno fu ragguardevole è stata quella di Genova, mentre storicamente accertati sono i contributi dati in questo senso da molte personalità divenute poi figure storiche, come Palatucci e Perlasca, considerati una sorta di Oskar Schindler all'italiana.

«Le deportazione degli ebrei in Italia – scrive Liliana Picciotto Fargion nel Libro della Memoria – permette di avere dati aggiornati: gli ebrei arrestati e deportati nel nostro Paese furono seimilaottocentosette; gli arrestati e morti in Italia trecentoventidue; gli arrestati e scampati in Italia quattrocentocinquantuno. Tolti quelli morti in Italia, gli uccisi nella Shoah sono cinquemilasettecentonovantuno, quindi circa il venti per cento degli ebrei italiani (secondo le cifre fornite dai rabbini-capo tale percentuale salirebbe però a circa il quarantatré per cento); di novecentocinquanta persone mancano notizie attendibili per difficoltà di classificazione.»

Nell'Italia settentrionale (controllata dai nazifascisti) erano presenti circa 43.000 ebrei: quelli deportati tra il 1943 e il 1945 saranno circa 7500, di cui ne sopravviveranno solo 610. Ai morti deportati vanno poi aggiunti gli ebrei uccisi sul territorio nazionale, stimati tra i 200 e i 400. Altre centinaia troveranno rifugio in Svizzera e nel sud Italia. Rispetto agli altri paesi occupati o alleati della Germania la percentuale di ebrei sopravvissuta è molto maggiore (più dell'80%), probabilmente a causa del fatto che in Italia sia le leggi razziali prima, sia la persecuzione da parte dei nazisti dopo, ebbero inizio con diversi anni di ritardo.[23]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Giampiero Carocci, Storia degli ebrei in Italia. Dall'emancipazione a oggi., Newton Compton Editori, 2005, ISBN 9788854103726
  2. ^ Renzo De Felice, Il fascismo e l'Oriente, Il Mulino, 1988, ISBN 88-150-1809-3, p.127
  3. ^ De Felice (1993), p.71
  4. ^ B. Mussolini, Opera Omnia, XIII, pp. 168-70
  5. ^ a b De Felice (1993), p.79
  6. ^ Giampiero Carocci, Storia degli ebrei in Italia. Dall'emancipazione a oggi., Newton Compton Editori, 2005, ISBN 9788854103726, pag 62
  7. ^ Colloqui con Mussolini, Emil Ludwig, Mondadori, Verona, 1950³, pagg. 71-2
  8. ^ Giampiero Carocci, Storia degli ebrei in Italia. Dall'emancipazione a oggi., Newton Compton Editori, 2005, ISBN 9788854103726, pag 70
  9. ^ a b Giampiero Carocci, Storia degli ebrei in Italia. Dall'emancipazione a oggi., Newton Compton Editori, 2005, ISBN 9788854103726, pag 69 e 70
  10. ^ Ironia della sorte, nonostante fosse stato un fascista della prima ora, Ovazza e la sua famiglia verranno poi uccisi dai nazisti nel 1943, mentre cercavano di fuggire dalla Repubblica Sociale raggiungendo la Svizzera
  11. ^ 18 marzo 1937, Mussolini in Libia, Il Sole 24 Ore, 14 marzo 2008
  12. ^ Immagine visibile qui
  13. ^ De Felice (1993), p.170
  14. ^ Meir Michaelis - L’influenza di Hitler sulla svolta razzista adottata da Mussolini, pagina 257
  15. ^ Renzo De Felice - Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Einaudi, ISBN 8806132571
  16. ^ Galeazzo Ciano, 'Diario' 1937-1943, Rizzoli 1998, p. 158
  17. ^ Giampiero Carocci, Storia degli ebrei in Italia. Dall'emancipazione a oggi., Newton Compton Editori, 2005, ISBN 9788854103726, pag 76
  18. ^ Francesco Maria Feltri, Il nazionalsocialismo e lo sterminio degli ebrei: Lezioni, documenti, bibliografia, Giuntina, ISBN 9788880570165, pag 154 e seguenti
  19. ^ Discorso di Mussolini, riportato in Sarfatti Michele, Mussolini contro gli ebrei. Cronaca dell'elaborazione delle leggi del 1938, citato in Anne Grynberg, Shoah, collana Universale Electa/Gallimard, pag 141
  20. ^ Regio decreto-legge 7 settembre 1938-XVI, n. 1381, Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri a firma di Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini.
  21. ^ Attilio Milano, Storia degli ebrei in Italia, Giulio Einaudi ed., Torino 1992 pag. 404
  22. ^ Attilio Milano, Storia degli ebrei in Italia, Giulio Einaudi ed., Torino 1992 pag. 403 e 404
  23. ^ Giampiero Carocci, Storia degli ebrei in Italia. Dall'emancipazione a oggi., Newton Compton Editori, 2005, ISBN 9788854103726, pag 100 e seguenti

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Ilaria Pavan e Guri Schwarz, Gli ebrei in Italia tra persecuzione fascista e reintegrazione postbellica, La Giuntina, Firenze 2001.
  • Guri Schwarz, Ritrovare se stessi. Gli ebrei nell'Italia postfascista, Laterza, Roma-Bari 2004.
  • Mario Avagliano, «Ebrei e fascismo, storia della persecuzione», in Patria Indipendente, n. 6-7, giugno-luglio 2002.
  • Mario Avagliano e Marco Palmieri, Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia. Diari e lettere 1938-1945, Einaudi, Torino 2011.
  • Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Einaudi, Torino 1993 (IV ed.). ISBN 8806132571
  • Renzo De Felice, Mussolini il duce – II Lo Stato totalitario 1936-1940, Einaudi, Torino 1981. ISBN 8806139975
  • Ernesto De Cristofaro, "Codice della persecuzione. Il razzismo e i giuristi nei regimi nazista e fascista", Torino, Giappichelli, 2008
  • Michele Sarfatti, Gli ebrei nell'Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino 2000.
  • Giuseppe Bottai – Diario 1935-1944, Rizzoli, 2001. ISBN 8817866431
  • Giorgio Israel e Pietro Nastasi, Scienza e razza nell'Italia fascista. Milano, Il Mulino, 1999. ISBN 8815067361
  • Manfredi Martelli, La propaganda razziale in Italia. 1938-1943. Il Cerchio, Rimini 2005. ISBN 88-8474-084-3
  • Giovanni Cecini, I soldati ebrei di Mussolini, Mursia, Milano 2008. ISBN 9788842536031
  • Valentina Pisanty, La difesa della razza, Bompiani, Milano 2006.
  • Annalisa Capristo, L'espulsione degli ebrei dalle accademie italiane, Zamorani, Torino 2002.
  • Andrea Giacobazzi, L'asse Roma-Berlino-Tel Aviv, Il Cerchio, 2010.
  • Andrea Giacobazzi, Il fez e la kippah. Tre cinquantine di documenti sulla collaborazione ebraica, sionista e sionista-revisionista col fascismo italiano, Edizioni all’insegna del Veltro, 2012; prefazione di Stefano Fabei. ISBN 978-88-97600-03-9

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]