Norberto Bobbio

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sen. Norberto Bobbio
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Senato della Repubblica
Norberto Bobbio
Luogo nascita Torino
Data nascita 18 ottobre 1909
Luogo morte Torino
Data morte 9 gennaio 2004
Titolo di studio laureato in giurisprudenza e filosofia
Professione docente universitario e filosofo
Partito Indipendente
Legislatura IX, X, XI, XII, XIII, XIV
Gruppo Partito Socialista Italiano (1984-91)
Gruppo misto (1991-96)
Partito Democratico della Sinistra (1996-98)
Democratici di sinistra (1999-morte)
Coalizione L'Ulivo (dal 30 maggio 2001)
Senatore a vita
Investitura Nomina presidenziale
Data 1984
Incarichi parlamentari
Pagina istituzionale
« Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze »
(Norberto Bobbio, in Politica e cultura, 1955)

Norberto Bobbio (Torino, 18 ottobre 1909Torino, 9 gennaio 2004) è stato un filosofo, storico e politologo italiano. «Le esigenze metodologiche di rigore, chiarezza e concretezza, che sono state il motivo dell'accostamento di Bobbio alla filosofia analitica, hanno orientato sistematicamente la sua riflessione, divenendo, attraverso questa, uno dei punti di riferimento più fecondi della filosofia giuridica e politica italiana.» [1]

Indice

Biografia [modifica]

Fascismo e antifascismo [modifica]

Bobbio (terzo da sinistra), accanto al fratello Antonio, con i cugini Norberto e Luigi Caviglia, a Rivalta Bormida, nel cortile della vecchia casa di famiglia (estate 1916).[2]

Bobbio nacque a Torino il 18 ottobre 1909 da Luigi (medico) e Rosa Caviglia.

Una condizione familiare agiata gli permise un'infanzia serena. Il giovane Norberto scrive versi, ama Bach e la Traviata, ma svilupperà, per causa di una non ben determinata malattia infantile[3] «la sensazione della fatica di vivere, di una permanente e invincibile stanchezza» che si aggravò con l'età, traducendosi in un taedium vivere, in un sentimento malinconico, che si rivelerà essenziale per la sua maturazione intellettuale.[4]

Studiò prima al Ginnasio e poi al Liceo classico Massimo D'Azeglio dove conoscerà Leone Ginzburg, Vittorio Foa e Cesare Pavese, poi divenute figure di primo piano della cultura dell'Italia repubblicana. Dal 1928, come molti giovani dell'epoca, fu infine iscritto al Partito Nazionale Fascista.

La sua giovinezza, come da egli stesso descritto fu: "vissuta tra un convinto fascismo patriottico in famiglia e un altrettanto fermo antifascismo appreso nella scuola, con insegnanti noti antifascisti, come Umberto Cosmo e Zino Zini, e compagni altrettanto intransigenti antifascisti come Leone Ginzburg e Vittorio Foa".

Allievo di Gioele Solari e Luigi Einaudi, si laureò in giurisprudenza nel 1931 con una tesi su "Filosofia e dogmatica [Scienza] del Diritto". Nel 1932 seguì un corso estivo all'Università di Marburgo, in Germania, insieme a Renato Treves e Ludovico Geymonat, ove conoscerà le teorie di Jaspers e i valori dell'esistenzialismo. L'anno seguente, il 1933, si laureò anche in filosofia con una tesi su Husserl e la fenomenologia e nel 1934 conseguì la libera docenza in filosofia del diritto, che gli aprì le porte nel 1935 all'insegnamento, dapprima all'Università di Camerino, poi all'Università di Siena e a Padova (dal 1940 al 1948). Nel 1934 pubblicò il primo libro, L'indirizzo fenomenologico nella filosofia sociale e giuridica.

Le sue frequentazioni sgradite al regime gli valsero, il 15 maggio 1935, un primo arresto a Torino, insieme agli amici del gruppo antifascista Giustizia e Libertà, costringendolo, a seguito di una intimazione a presentarsi davanti alla Commissione provinciale della Prefettura per discolparsi, a inoltrare esposto a Benito Mussolini[5] , che recitava:

« Torino, 8 luglio 1935 XIII

Eccellenza!
Vostra Eccellenza vorrà perdonarmi se oso rivolgermi direttamente a Lei, ma la cosa che mi riguarda è di tale e così grande importanza che non credo vi sia altro mezzo più adatto più adatto e più sicuro per venire ad una soluzione. Io, Norberto Bobbio di Luigi, nato a Torino nel 1909, laureato in legge e in filosofia, sono attualmente libero docente in Filosofia del Diritto in questa R. Università; sono iscritto al P.N.F. e al Guf dal 1928, da quando cioè entrai all’Università, e fui iscritto all’Avanguardia Giovanile nel 1927, da quando cioè fu istituito il primo nucleo di Avanguardisti nel R. Liceo d’Azeglio per incarico affidato al compagno Barattieri di San Pietro e a me; per un’infermità infantile, che mi ha lasciato l’anchilosi della spalla sinistra, sono stato riformato alla visita militare e non ho mai potuto iscrivermi alla Milizia; sono cresciuto in un ambiente familiare patriottico e fascista (mio padre, chirurgo primario all’Ospedale S. Giovanni di questa città, è iscritto al P.N.F. dal 1923, uno dei miei due zii paterni è Generale di Corpo d’Armata a Verona, l’altro è Generale di Brigata alla Scuola di Guerra); durante gli anni universitari ho partecipato attivamente alla vita e alle opere del Guf di Torino con riviste Goliardiche, numeri unici e viaggi studenteschi, sì da essere stato incaricato di tenere discorsi commemorativi della Marcia su Roma e della Vittoria agli studenti delle scuole medie; infine in questi ultimi anni, dopo aver conseguito la laurea in legge e in filosofia, mi sono dedicato totalmente agli studi di filosofia del diritto, pubblicando articoli e memorie che mi valsero la libera docenza, studi da cui trassi i fondamenti teorici per la fermezza delle mie opinioni politiche e per la maturità delle mie convinzioni fasciste.
Il 15 maggio di quest’anno sono stato perquisito dalla polizia politica (perquisizione che fu anche estesa a mio padre e a mia madre) e per quanto la perquisizione non abbia trovato nulla di importante fui arrestato e tenuto in prigione per sette giorni in attesa di un interrogatorio; dopo un interrogatorio di pochi minuti, di cui si è steso verbale, fui subito rilasciato. Tutto questo avvenne senza che mi si dicesse mai quali erano i motivi che avevano condotto a questi provvedimenti a mio carico, dal momento che nell’interrogatorio non mi furono opposte specifiche accuse, ma mi furono semplicemente chieste informazioni sulla conoscenza che risultava io avessi di persone non fasciste, domanda a cui io risposi, com’è scritto nel verbale, che «essendo miei compagni di scuola o miei coetanei, non potevo fare a meno di conoscerli», e mi fu quindi chiesta la ragione per cui avevo collaborato alla rivista «La Cultura», fatto di cui ho dato giustificazione in una lettera del 27 di giugno, richiestami da S. E. Starace, attraverso la Federazione di Torino.
Avevo legittime ragioni per credere che la questione incresciosa fosse risolta, quando oggi ricevo intimazione di presentarmi il giorno 12 corrente davanti alla Commissione provinciale della Prefettura per presentare le mie discolpe, «esaminata la denuncia di ammonizione […] visti gli atti relativi da cui risulta che con la sua attività svolta in unione a persone deferite di recente al Tribunale Speciale per appartenenza alla setta ‘giustizia e libertà’, si è reso pericoloso agli ordinamenti giuridici dello Stato».
Ignoro quali siano gli atti da cui possa risultare tutto questo complesso di accuse, dal momento che risultarono negative a mio riguardo sia la perquisizione, sia l’interrogatorio; né posso credere che possa costituire valido argomento di accusa la perquisizione fattami di una fotografia del dott. Leone Ginzburg in data 1928 (quando entrambi avevamo 19 anni, nel periodo in cui eravamo compagni di scuola); né tanto meno la collaborazione da me prestata (collaborazione che si riduce ad una recensione pubblicata nel numero di marzo di quest’anno) alla rivista «La Cultura», che è una delle più antiche e note riviste letterarie italiane, dal momento che questa collaborazione non poteva celare per evidenti motivi, né da parte mia né da parte di coloro che mi invitavano a collaborare, nessun sottinteso politico, ma dimostrava semplicemente in me il desiderio di cooperare modestamente ed onestamente ad un’attività culturale pubblicamente apprezzata e controllata.
Dichiaro in perfetta buona fede che l’accusa su riferita, che non è soltanto nuova ed inaspettata ma anche ingiustificata, date le risultanze della perquisizione e dell’interrogatorio, mi addolora profondamente e offende intimamente la mia coscienza fascista, di cui può costituire valida testimonianza l’opinione delle persone che mi hanno conosciuto e mi frequentano, degli amici del Guf e della Federazione.
Rinnovo le mie scuse a Vostra Eccellenza se ho presunto di voler fare giungere sino a Lei le mie parole, ma mi ha spinto la certezza che Ella nel Suo elevato senso di giustizia voglia fare allontanare da me il peso di un’accusa, a cui la mia attività di cittadino e di studioso non può aver dato fondamento e che contrasta con quel giuramento che io ho prestato con perfetta lealtà. Le esprimo il sentimento della mia devozione.
Norberto Bobbio
Torino, via Sacchi 66 »

(Copia conservata all’ACS, Ministero Interno, Direzione generale di P.S., Divisione AA.GG.RR., sez. 1, Confino, registrata il 18 luglio 1935, protocollo n. 710-11647, col titolo «Esposto di Norberto Bobbio a S. E. il capo del Governo».[6])

La chiara reputazione fascista di cui godeva la famiglia gli permise però una piena riabilitazione, tanto che, pochi mesi dopo, con il richiesto intervento di Mussolini e di Gentile, ottenne la cattedra di filosofia del diritto a Camerino.

È in questi anni che Norberto Bobbio delineò parte degli interessi che saranno alla base della sua ricerca e dei suoi studi futuri: la filosofia del diritto, la filosofia contemporanea e gli studi sociali, uno sviluppo culturale che Bobbio vive contemporaneamente al contesto politico temporale. Un anno dopo le leggi razziali infatti, esattamente il 3 marzo 1939, giurò fedeltà al fascismo per poter ottenere la cattedra all'Università di Siena. E la giurò ancora nel 1940, a guerra dichiarata, per insediarsi alla cattedra del professor Adolfo Ravà, allontanato dall'Università di Padova perché ebreo. Inoltre scrisse e fece scrivere ulteriori ed analoghe lettere di perorazione della propria causa, emerse molti anni dopo. Questa parte della sua vita fu poi oggetto di svariate e severe critiche personali.

L'adesione al Partito d'azione [modifica]

Nel 1942 partecipò al movimento liberalsocialista fondato da Guido Calogero e Aldo Capitini, e nell'ottobre dello stesso anno aderì al Partito d'azione clandestino. Nel 1943 sposò Valeria Cova: dalla loro unione nacquero i figli Luigi, Andrea e Marco. Il 6 dicembre del 1943 fu arrestato a Padova per attività clandestina e rimase in carcere per tre mesi. Nel 1944 venne pubblicato il saggio La filosofia del decadentismo, nel quale criticò l'esistenzialismo.

Dopo la liberazione collaborò regolarmente con Giustizia e Libertà, quotidiano torinese del Partito d'azione, diretto da Franco Venturi. Collaborò all'attività del Centro di studi metodologici con lo scopo di favorire l'incontro tra cultura scientifica e cultura umanistica, e poi con la Società Europea di Cultura.

Nel 1945 pubblica un'antologia di scritti di Carlo Cattaneo, col titolo Stati uniti d'Italia, premettendovi uno studio, scritto tra la primavera del 1944 e quella del 1945 dove sosteneva che il federalismo come unione di stati diversi era da considerarsi superato dopo l'avvenuta unificazione nazionale.

Il federalismo a cui pensava Bobbio era quello inteso come "teorica della libertà" con una pluralità di centri di partecipazione che potessero esprimersi in forme di moderna democrazia diretta.[7]

Il ritratto di Bobbio in Asia Maggiore di Franco Fortini
«Delle Carte. Avrà fra quaranta e cinquant’anni. Da tutta la persona esprime, più ancora che la forza intellettuale, un tipo di educazione ben radicato, una fedeltà ai genitori e ai nonni. L’energia delle convinzioni ha, in lui, la sola debolezza di esprimersi, appunto, come energia; senti che le virtù di ordine, di tenacia, di sobrietà mentale, di onestà intellettuale gli sono ben coscienti. E sarebbero magari accompagnate da una qualche passione pedagogica, se non intervenisse a correggerle di tanto in tanto un sorriso, fra imbarazzo e ironico. È autoironia, ogni qualvolta il discorso si permetta un aggettivo più del necessario, una cadenza appena più appassionata; è imbarazzo, forse timidezza, tentativo appena abbozzato di mondanità e disinvoltura. Si capisce che da ragazzo dev’essere stato bravo e diligente e deve aver disprezzata ogni forma di mollezza sentimentale. Quando dorme non si rilascia. Il suo moralismo è continuamente controllato, urbanissimo. Costringe all’ammirazione e al rispetto; ma senti che le sue preferenze e i suoi giudizi sulle cose e sugli uomini nascono da un orrore dell’ambiguità e dell’incertezza. Il suo atteggiamento morale preferito è certo questo: “Vediamo un po’…”. Se è profondamente conservatore, lo è nella volontà più che nella persuasione di aver superato il decadentismo, di aver potuto approdare ad un’età di ragione e di precisione nella quale tornino a valere le virtù dei nonni e dei bisnonni, laconismo, chiarezza, decoro. Perché questo sia possibile, perché non gli venga mai meno la possibilità di una integrazione sociale nel mondo delle persone serie (la spartizione del mondo in persone serie e in dilettanti dev’essergli congeniale fin dall’infanzia), bisogna che, nel mondo turbinoso e rivoluzionario, una cittadella resista alla tentazione del disordine, non già quella dello spirito critico libertino ma quello dello spirito libero scientifico. Se c’è dunque, nel gruppo nostro, una persona che non dovrà abbandonarsi né al riso né al pianto ma solo all’intelletto, essa è Bobbio, cioè Delle Carte, come volevo soprannominarlo per la sua somiglianza a Cartesio. Reagisce ai momenti di goliardia dei suoi colleghi universitari come doveva fare, da ragazzo, di fronte alle mattane dei compagni di scuola: apparente indulgenza, sostanziale deplorazione. Di qui la sua frequente condanna del lassismo e dell’inconseguenza dei popoli latini; un accentuato complesso di “settentrionale”; e l’incrollabile persuasione che l’evoluzione delle genti che ci circondano, cioè dei cinesi, non possa non essere comandata da quella concezione razionale del mondo che è sorta in Europa dopo la Riforma. Il che è certo verissimo, né può esserci industrializzazione senza abito mentale scientifico né questo senza Occidente, senza Europa. Ma in Delle Carte questa correttissima, anzi lampante verità non va disgiunta dalla coscienza della superiorità indiscutibile della civiltà occidentale; sì che tu sei continuamente costretto, parlando con lui, ora a sottolineare la sostanziale identità umana di noi occidentali e degli orientali cinesi, a negare l’esistenza di “misteri della Cina” – questa invenzione occidentale – ora invece a mettere in evidenza quello che, dei caratteri tradizionali di questa civiltà, è forse da salvare in una sintesi avvenire. L’honnête homme Delle Carte, invece, diffida dell’avvenire; l’avvenire è buio. Una diffidenza che può essere timore, non timore vile, ma proiezione in avanti dello sguardo pessimistico rivolto al passato, alla storia. Solo due volte ho visto Delle Carte entusiasmarsi: la prima, durante la sfilata del Primo Ottobre, la seconda alle note della Habanera di Bizet; entusiasmo breve, subito pentito; il demonio mostrava le bout de l’oreille, poi tornava ad acquattarsi».[8]

L'attività accademica [modifica]

Nel 1948 lasciò l'incarico a Padova e venne chiamato alla cattedra di filosofia del diritto dell'Università di Torino, annoverando corsi di notevole importanza come Teoria della scienza giuridica (1950), Teoria della norma giuridica (1958), Teoria dell'ordinamento giuridico (1960) e Il positivismo giuridico (1961).

Dal 1962 assunse l'incarico di insegnare scienza politica, che ricoprirà sino al 1971; fu tra i fondatori della odierna facoltà di Scienze politiche all'Università di Torino insieme con Alessandro Passerin d'Entrèves, al quale subentrò nella cattedra di filosofia politica nel 1972 mantenendola fino al 1979 anche per l'insegnamento di Filosofia del diritto e Scienza politica. Dal 1973 al 1976 divenne preside della facoltà ritenendo che mentre gli incarichi accademici fossero «onerosi e senza onori» era l'insegnamento l'attività principale della sua vita: «un abito e non solo una professione».

La politica, del resto, divenne via via un tema fondamentale nel suo percorso intellettuale e accademico, e parallelamente alla pubblicazioni di carattere giuridico, aveva avviato un dibattito con gli intellettuali del tempo; nel 1955 aveva scritto Politica e cultura, considerato una delle sue pietre miliari, mentre nel 1969 era uscito il libro Saggi sulla scienza politica in Italia.

Nei venticinque anni accademici all'ombra della Mole Antonelliana, Bobbio svolse anche diversi tra corsi su Kant, Locke, lavori su Hobbes e Marx, Hans Kelsen, Carlo Cattaneo, Hegel, Pareto, Gaetano Mosca, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, e contribuì con una pluralità di saggi, scritti, articoli ed interventi di grande rilievo che lo portarono, in seguito a diventare socio dell'Accademia dei Lincei e della British Academy.

Significativa la collaborazione, sul tema pacifista, col filosofo e amico antifascista Aldo Capitini, le cui riflessioni comuni sfoceranno nell'opera I problemi della guerra e le vie della pace (1979).

L'attività politica [modifica]

Nel 1953 partecipò alla lotta condotta dal movimento di Unità popolare contro la legge elettorale maggioritaria e nel 1967 alla Costituente del Partito socialista unificato. Nel tempo delle contestazioni giovanili, Torino fu la prima città a farsi carico della protesta, e Bobbio, fautore del dialogo, non si sottrasse ad un difficile confronto con gli studenti, tra i quali il suo stesso primogenito. Nel contempo, venne anche incaricato dal Ministero per la Pubblica Istruzione quale membro della Commissione tecnica per la creazione della facoltà di sociologia di Trento.

Guido Calogero e Norberto Bobbio alla Rencontres internationales de Genève (settembre 1953).[9]

Nel 1971 Bobbio fu tra i firmatari della lettera aperta pubblicata sul settimanale L'Espresso sul caso Pinelli. Suo figlio Luigi militava all'epoca in Lotta Continua, un'organizzazione della sinistra extraparlamentare che si distinse per suoi violenti attacchi al commissario stesso, sospettato dell'omicidio del ferroviere Pinelli. Nel 1998 Norberto Bobbio in una lettere indirizzata ad Adriano Sofri pubblicata su La Repubblica ripudiò il tono del linguaggio utilizzato nell'appello ma senza ritrattarne l'adesione al contenuto di critica sui fatti legati a Piazza Fontana.[10]

A metà degli anni settanta, nel solco di un sempre più vivace impegno civile, ed alle soglie di uno dei periodi più drammatici in Italia (culminato col rapimento e l'omicidio di Aldo Moro), provocò un vivace dibattito sia negando l'esistenza di una cultura fascista che trattando estensivamente sui rapporti tra democrazia e socialismo.

L'8 maggio 1981, alla vigilia dei referendum sull'aborto, rilascia un'intervista al Corriere della sera nella quale afferma la sua contrarietà all'interruzione della gravidanza in qualunque periodo e per qualsiasi motivo.[11]

Successivamente la sua attenzione si concentrò a favore di una "politica per la pace", con dei motivati distinguo a supporto del diritto internazionale in occasione della guerra del golfo del 1991.[12]

La nomina a senatore a vita [modifica]

Nel 1979 fu nominato professore emerito dell'Università di Torino, nel 1984 fu nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini. In quanto membro del Senato si iscrisse prima come indipendente nel gruppo socialista, poi dal 1991 al gruppo misto ed infine dal 1996 al gruppo parlamentare del Partito Democratico della Sinistra, poi divenuto dei Democratici di sinistra.[13]

Norberto Bobbio e Natalia Ginzburg a Barolo per festeggiare gli ottant'anni di Vittorio Foa (4 ottobre 1990).[14]

Nel 1994, dopo la stagione di mani pulite, e la cosiddetta fine della Prima Repubblica, venne pubblicato il saggio Destra e sinistra, i cui contenuti provocarono un notevole dibattito culturale, agitando non poco l'humus della politica italiana. Il libro toccò le cinquecentomila copie vendute in pochi mesi e venne ripubblicato l'anno successivo, riveduto e ampliato, con risposte ai critici.

A riconoscimento di un'intera vita lucidamente dedicata alle scienze del diritto, della politica, della filosofia e della società, tra dubbio e metodo, tra ethos e laicità, Bobbio ricevette lauree honoris causa da molte università, tra le quali quelle di Parigi (Nanterre), Buenos Aires, Madrid (tre, in particolare alla Complutense) e Bologna,[15] e vinse il Premio Balzan del 1994,[16] ed il Premio Agnelli nel 1995.

Nel 1997 pubblicò la sua autobiografia. Nel 1999 uscì una terza edizione aggiornata del suo best seller, ormai tradotto in una ventina di lingue. Nel 2001 morì la moglie Valeria, e Bobbio iniziò un graduale ritiro dalla vita pubblica, pur rimanendo in attività e curando ulteriori pubblicazioni. Fecero rumore le sue osservazioni critiche sia nei confronti di Silvio Berlusconi che della partitopenia (ossia mancanza di partiti)[17], e le riflessioni sulla crisi della sinistra e della socialdemocrazia europea. Il 18 ottobre 2003, ricevette il "Sigillo Civico" della sua Torino "per l'impegno politico e il contributo alla riflessione storica e culturale".

Dopo avervi trascorso la maggior parte della vita, Norberto Bobbio morì a Torino il 9 gennaio 2004. Secondo le sue volontà, alcuni giorni dopo la morte, la salma venne tumulata, con una cerimonia civile strettamente privata nel cimitero di Rivalta Bormida, comune piemontese in provincia di Alessandria.[18]

Pensiero [modifica]

Firma di Norberto Bobbio.

Il pensiero di Norberto Bobbio si forma nei primi decenni del Novecento in una temperie filosofica dominata dell'idealismo. Tuttavia, come molti studiosi torinesi, non abbraccia mai questa visione del mondo: dopo un primo accostamento alla fenomenologia, significativamente attestato dalle sue opere sulla filosofia di Husserl, si avvicina al filone neorazionalista e neoempirista fiorito in Europa, specialmente oltralpe in Germania ed attorno al Circolo di Vienna.

Negli anni quaranta e cinquanta Bobbio entra in contatto con la filosofia analitica di tradizione anglosassone. Compie studi di analisi del linguaggio, tracciando le prime linee di ricerca della scuola analitica italiana di filosofia del diritto, di cui è ancora oggi riconosciuto figura eminente di riferimento. Al riguardo vanno menzionati perlomeno i due saggi: Scienza del diritto e analisi del linguaggio del 1950 e Essere e dover essere nella scienza giuridica del 1967.

Dedica studi specifici a Hobbes, a Vilfredo Pareto e a molti filosofi e teorici della politica di cui già s'è detto. Vede nell'Illuminismo un modello di rigore e di rifiuto del dogmatismo di cui riprende l'ideale razionalistico, traducendolo anche nell'analisi del sistema democratico e parlamentare. Sino dagli anni cinquanta si occupa di temi quali la guerra e la legittimità del potere, dividendo la sua produzione tra la filosofia giuridica, la storia della filosofia e i temi di attualità politica.

Durante gli ultimi anni del fascismo, Bobbio matura la convinzione della necessità di uno stato democratico, che sgombri il campo dal pericolo della politica ideologizzata e delle ideologie totalitarie sia di destra che di sinistra; auspica una gestione laica della politica e un approccio filosofico-culturale ad essa, che aiuti a superare la contrapposizione fra capitalismo e comunismo e a promuovere la libertà e la giustizia.

Nel saggio Quale socialismo? (1976), Bobbio critica sia la dialettica marxista sia gli obiettivi dei movimenti rivoluzionari, sostenendo che le conquiste borghesi dovevano estendersi anche alla classe dei proletari. Bobbio ritiene fallimentare solo l'esperienza marxista-leninista, mentre prevede che le istanze di giustizia rivendicate dai marxisti possano, in futuro, riaffiorare nel panorama politico.

Il pensiero di Bobbio diviene così, soprattutto tra gli intellettuali dell'area socialista, un modello esemplare, grazie al suo 'sapere impegnato', certamente «più preoccupato di seminare dubbi che di raccogliere consensi». Egli stesso riprenderà la riflessione su un tema a lui caro, quello del rapporto tra politica e cultura, proponendo, tra le pagine di MondOperaio, una «autonomia relativa della cultura rispetto alla politica» secondo la quale «la cultura non può né deve essere ridotta integralmente alla sfera del politico».

Nel 1994 esce l'opera Destra e sinistra, nella quale Bobbio focalizza le differenze fra le due ideologie e i due indirizzi politico-sociali; la destra, secondo l'autore, è caratterizzata dalle tendenze alla disuguaglianza, al conservatorismo ed è ispirata da interessi, mentre la sinistra persegue l'uguaglianza, la trasformazione, ed è sospinta da ideali. In quest'opera, Bobbio si esprime anche in favore dei diritti animali[19].

Nell'opera L'età dei diritti (1990), Bobbio individua i diritti fondamentali che consentono lo sviluppo di una democrazia reale e di una pace giusta e duratura. Una partecipazione collettiva e non coercitiva alle decisioni comunitarie, una contrattazione delle parti, l'allargamento del modello democratico a tutto il mondo, la fratellanza fra gli uomini, il rispetto degli avversari, l'alternanza senza l'ausilio della violenza, una serie di condizioni liberali, vengono indicati da Bobbio come capisaldi di una democrazia, che seppur cattiva, è preferibile ad una dittatura.

Per tutta la vita scrittore di numerosissimi articoli, anche tramite interviste, Norberto Bobbio incarna l'ideale della filosofia critica e militante che lo vede protagonista anche del Centro di Studi metodologici di Torino e tra i fondatori del Centro Studi Piero Gobetti di Torino che conserva la sua biblioteca e il suo archivio.

Maestri, amici e allievi [modifica]

Nell'ultimo libro che raccoglie saggi, scritti e testimonianze su maestri, amici ed allievi, Bobbio comincia ricordando i tre maestri Francesco Ruffini, Piero Martinetti e Tommaso Fiore. L'elenco degli amici è lungo e annovera compagni di studio come Antonino Repaci [20][21] come Renato Treves e Ludovico Geymonat e colleghi come Nicola Abbagnano, Bruno Leoni, Alessandro Passerin d'Entrèves e Giovanni Tarello. Bobbio ricorda poi gli allievi Paolo Farneti e Uberto Scarpelli che, come Bobbio stesso scrive, nel 1972 fu naturaliter suo successore a Torino sulla cattedra di Filosofia del diritto.

Traggono ispirazione dal pensiero di Bobbio le "lezioni Bobbio", svoltesi nel 2004, e la manifestazione "Biennale Democrazia" di Torino.

Onorificenze [modifica]

Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell'arte - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell'arte
— Roma, 2 giugno 1966.[22]

Note [modifica]

  1. ^ Cfr. Norberto Bobbio in Dizionario di Filosofia ed. Treccani, 2009
  2. ^ Norberto Bobbio, Autobiografia, Editori Laterza, Roma-Bari 1997, seconda tavola fuori testo.
  3. ^ Scrive Bobbio: «[Fui] esonerato, per mia vergogna, dalle ore di ginnastica per una malattia infantile restata, almeno per me, misteriosa». (Norberto Bobbio, De senectute, cit. pp. 27, 31 e passim, Giulio Einaudi editore 1996)
  4. ^ Norberto Bobbio, op. cit. ibidem
  5. ^ La lettera al Duce
    « Avevo dimenticato perché me ne vergognavo. In tanti abbiamo rimosso il fascismo perché ce ne vergognavamo. »
    (Norberto Bobbio, Il Foglio 12 novembre 1999)

    Nel giugno 1992 la rivista Panorama pubblicò una lettera che il venticinquenne libero docente Bobbio aveva inviato nel 1935 a Mussolini con la quale chiedeva che venisse annullata un'"ammonizione" a suo carico dopo l'arresto subito nello stesso anno, con la condanna al carcere per 15 giorni, con la motivazione di appartenenza al gruppo antifascista di "Giustizia e libertà". Insieme a lui erano stati arrestati Giulio Einaudi, Vittorio Foa, Cesare Pavese, Franco Antonicelli, Luigi Salvatorelli, Augusto Monti: esponenti di spicco dell'opposizione torinese al regime fascista.
    Nella lettera al Duce Bobbio scriveva dei suoi studi dai quali aveva conseguito «i fondamenti teorici per la fermezza delle mie opinioni politiche e per la maturità delle mie convinzioni fasciste». Riguardo poi ai complici arrestati assieme a lui, osservava che «essendo miei compagni di scuola o miei coetanei non potevo fare a meno di conoscerli» e di tutto l'accaduto egli porgeva nuovamente le «scuse a Vostra Eccellenza».
    Sebbene nel 1943 fosse stato nuovamente arrestato per attività clandestina antifascista, tuttavia Bobbio non si perdonò mai quel cedimento giovanile al regime fascista e, in un'intervista a Repubblica del 16 giugno 1992, l'ormai anziano filosofo dichiarò di essere profondamente pentito per quella lettera al duce ma che nello stesso tempo non riteneva che quel «pentimento bastasse ad annullare la colpa».
    Un giudizio severo verso se stesso confermato in una lettera inedita, ora pubblicata, diretta a Danilo Zolo, professore di Filosofia del diritto (Danilo Zolo, "L'alito della libertà" Feltrinelli editore, 2008). Scrive Bobbio il 7 luglio 1992: «...quella storia l'avevo in parte raccontata, salvo la maledetta lettera, che avevo completamente rimossa...nessuno l'aveva mai notata (anche perché la Nuova Antologia non è Panorama)».
    Bobbio ricorda che in quegli anni la dittatura fascista era durissima con gli oppositori e che lo stesso Foa si era preso otto anni di carcere per aver semplicemente distribuito dei manifestini.
    Il filosofo sostiene che ormai nel 1935 egli non si considerava più fascista ma, e questo dice, è molto difficile farlo capire ai giovani d'oggi, «...occorreva fare dei compromessi per sopravvivere, per non dover rinunciare al proprio lavoro, o andare a finire in prigione o al confino». Aggiunge che tanti come lui avevano fatto quei compromessi col regime fascista «ma i miei, per quello che è avvenuto dopo, appaiono naturalmente più gravi...Non voglio aver l'aria di mendicare giustificazioni. Ci sono stati pur coloro che non hanno fatto compromessi».
    Bobbio quindi non si autoassolve anzi, egli cercò in ogni modo di «...impedire o almeno frenare i miei difensori» che gli esprimevano la loro solidarietà quando l'articolo di Panorama pubblicò la sua lettera. Visto inutile ogni tentativo «... mi sono deciso all'ultimo momento a scrivere quel breve articolo su La Stampa, in cui mi prendevo tutte le responsabilità.»
    Ancora nel 1999, sulla scia di polemiche giornalistiche tornate all'attenzione dell'opinione pubblica, sul suo epistolario fascista in gioventù, decise nuovamente di raccontare la verità riguardo alla sua adesione al fascismo, stavolta con una più esplicita coscienza:
    «Ero, come posso dirlo? Come posso dirlo senza mascherarmi nell'indulgenza con me stesso? Ero immerso nella doppiezza, perché era comodo fare così. Fare il fascista tra i fascisti e l'antifascista con gli antifascisti. Oppure, e lo dico per dare un'interpretazione più benevola, era solo uno sdoppiamento quasi consapevole tra il mondo quotidiano della mia famiglia fascista e il mondo culturale antifascista. Uno sdoppiamento tra il me politico e il me culturale.» (Da un'intervista a Pietrangelo Buttafuoco su Il Foglio del 12 novembre 1999)
    Bobbio in realtà non fece mai mistero dei suoi trascorsi, e il mondo intellettuale a lui più affine, che lo considerava punto di assoluto riferimento, gli tributò comunque ampia solidarietà.

  6. ^ Norberto Bobbio, Autobiografia, Editori Laterza, Roma-Bari 1997, pp. 29-32.
  7. ^ Norberto Bobbio, Tra due repubbliche: alle origini della democrazia italiana, Donzelli Editore, 1996 pag.149 ISBN 88-7989-211-8
  8. ^ Franco Fortini, Asia Maggiore, Einaudi, Torino 1956, pp. 121-123.
  9. ^ Norberto Bobbio, Autobiografia, Editori Laterza, Roma-Bari 1997, decima tavola fuori testo.
  10. ^ "Non dobbiamo chiedere scusa per Piazza Fontana"
  11. ^ Intervista a Bobbio: no all'aborto
  12. ^ La guerra del Golfo
    Delle venticinque lettere inedite che fanno parte della corrispondenza epistolare che Bobbio tenne con Danilo Zolo e che ora sono state rese pubbliche nel volume L'alito della libertà a cura dello stesso Zolo, interessante quella del 25 febbraio 1991 riguardante la "Guerra del Golfo" che vide protagonisti nel gennaio del 1991 gli Stati Uniti di George Bush senior, le forze dell'ONU e vari paesi arabi alleati contro l'Iraq di Saddam Hussein che aveva invaso il Kuwait.
    Bobbio definì "giusta" questa guerra non rendendosi conto che quella parola «...poteva essere interpretata in modo diverso da come l'avevo intesa io...come guerra "giustificata" in quanto rispondente a un'aggressione.»
    Bobbio quindi si lamentò delle polemiche nate al riguardo da parte di "pacifisti da strapazzo".
    Il fatto che l'ONU, scrisse Bobbio, avesse autorizzato l'intervento in guerra contro l'Iraq, la rendeva "legale", in questo senso, "giusta".
    Bobbio però riconobbe che l'ONU fosse stato successivamente, nel corso della guerra, messo da parte e gli "spietati bombardamenti" su Bagdad hanno fatto sì che si possa temere che «...se la pace sarà instaurata con la stessa mancanza di saggezza con cui è stata condotta la guerra, anche questa guerra sarà stata, come tante altre inutile.»
  13. ^ Senato della Repubblica
  14. ^ Norberto Bobbio, Autobiografia, Editori Laterza, Roma-Bari 1997, ventesima tavola fuori testo.
  15. ^ Centenario Norberto Bobbio
  16. ^ Premio Balzan
  17. ^ I timori di Bobbio Democrazia senza partiti - La Repubblica
  18. ^ Ha lasciato scritto Norberto Bobbio: «Ho compiuto 90 anni il 18 ottobre. La morte dovrebbe essere vicina a dire il vero, l'ho sentita vicina tutta la vita. Non ho mai neppure lontanamente pensato di vivere così a lungo. Mi sento molto stanco, nonostante le affettuose cure di cui sono circondato, di mia moglie e dei miei figli. Mi accade spesso nella conversazione e nelle lettere di usare l'espressione 'stanchezza mortale'. L'unico rimedio alla stanchezza 'mortale' è il riposo della morte. Decido funerali civili in comune accordo con mia moglie e i miei figli. In un appunto del 10 maggio 1968 (più di trent'anni fa) trovo scritto: vorrei funerali civili. Credo di non essermi mai allontanato dalla religione dei padri, ma dalla Chiesa sì. Me ne sono allontanato ormai da troppo tempo per tornarvi di soppiatto all'ultima ora. Non mi considero né ateo né agnostico. Come uomo di ragione e non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare fino in fondo, e le varie religioni interpretano in vari modi. Alla morte si addice il raccoglimento, la commozione intima di coloro che sono più vicini, il silenzio. Breve cerimonia in casa, o, se saràil caso, in ospedale. Nessun discorso. Non c'è nulla di più retorico e fastidioso dei discorsi funebri».(Ne La Repubblica del 10 gennaio 2004 la cronaca del funerale di Bobbio.)
  19. ^ «Mai come nella nostra epoca sono state messe in discussione le tre fonti principali di disuguaglianza: la classe, la razza ed il sesso. La graduale parificazione delle donne agli uomini, prima nella piccola società familiare e poi nella più grande società civile e politica è uno dei segni più certi dell'inarrestabile cammino del genere umano verso l'eguaglianza. E che dire del nuovo atteggiamento verso gli animali? Dibattiti sempre più frequenti ed estesi, riguardanti la liceità della caccia, i limiti della vivisezione, la protezione di specie animali diventate sempre più rare, il vegetarianesimo, che cosa rappresentano se non avvisaglie di una possibile estensione del principio di eguaglianza al di là addirittura dei confini del genere umano, un'estensione fondata sulla consapevolezza che gli animali sono eguali a noi uomini, per lo meno nella capacità di soffrire? Si capisce che per cogliere il senso di questo grandioso movimento storico occorre alzare la testa dalle schermaglie quotidiane e guardare più in alto e più lontano». (da Destra e sinistra, Donzelli, Roma 1994)
  20. ^ Antonino Repaci, magistrato e uomo della Resistenza, nipote di Leonida Repaci
  21. ^ Istituto storico della Resistenza e della societa' contemporanea in provincia di Cuneo
  22. ^ Sito della Presidenza della Repubblica, www.quirinale.it

Opere principali [modifica]

Bibliografia [modifica]

  • Voce "Norberto Bobbio" in AA. VV., Biografie e bibliografie degli Accademici Lincei, Acc. dei Lincei, Roma 1976, pp. 749–750
  • Enrico Lanfranchi, Un filosofo militante. Politica e cultura nel pensiero di Norberto Bobbio, Bollati Boringhieri, Torino 1989;
  • Nunzio Dell'Erba, Norberto Bobbio l'accento sulla democrazia, in "Storia e problemi contemporanei", luglio-dicembre 1990, a. III, n. 6, pp. 33–41.
  • Angelo Mancarella, Norberto Bobbio e la politica della cultura. Le sfide della ragione, "Ideologia e Scienze sociali", 26, Lacaita Editore, Bari-Roma 1995
  • Giuseppe Gangemi, Meridione, Nordest, Federalismo. Da Salvemini alla Lega Nord, Rubbettino, Soveria Mannelli 1996
  • Girolamo Cotroneo, Tra filosofia e politica. Un dialogo con Norberto Bobbio, Rubbettino, Soveria Mannelli 1998
  • Silvio Paolini Merlo, Consuntivo storico e filosofico sul "Centro di Studi Metodologici" di Torino (1940-1979), Pantograf (CNR), Genova 1998
  • Tommaso Greco, Norberto Bobbio. Un itinerario intellettuale tra filosofia e politica, Donzelli, Roma 2000
  • Costanzo Preve, Le contraddizioni di Norberto Bobbio. Per una critica del bobbianesimo cerimoniale, CRT, Pistoia 2004
  • Gustavo Zagrebelsky, Massimo L. Salvadori, Riccardo Guastini, Norberto Bobbio tra diritto e politica, Laterza, Roma-Bari 2005
  • Marco Revelli (a cura di), Norberto Bobbio maestro di democrazia e di libertà, Cittadella Editrice, Assisi 2005
  • Valentina Pazé (a cura di), L'opera di Norberto Bobbio. Itenerari di lettura, Franco Angeli, Milano 2005
  • Roberto Giannetti, Tra liberaldemocrazia e socialismo. Saggi sul pensiero politico di Norberto Bobbio, Plus, Pisa 2006
  • Antonio Punzi (a cura di), Omaggio a Norberto Bobbio (1909-2004). Metodo, linguaggio, Scienza del diritto, Giuffrè, Milano 2007
  • Paola Agosti, Marco Revelli (a cura di), Bobbio e il suo mondo. Storie di impegno e di amicizia nel '900, Aragno, Torino 2009
  • Nunzio Dell'Erba, Norberto Bobbio, in Id., Intellettuali laici nel '900 italiano", Vincenzo Grasso editore, Padova 2011, pp. 235–254

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