Norberto Bobbio

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Monogramma del Senato della Repubblica Italiana Parlamento Italiano
Senato della Repubblica
Sen. Norberto Bobbio

Luogo nascita Torino
Data nascita 18 ottobre 1909
Luogo morte Torino
Data morte 9 gennaio 2004
Titolo di studio laureato in giurisprudenza e filosofia
Professione docente universitario e filosofo
Partito Indipendente
Legislatura IX, X, XI, XII, XIII, XIV
Gruppo Partito Socialista Italiano (1984-91)
Gruppo misto (1991-96)
Partito Democratico della Sinistra (1996-98)
Democratici di sinistra (1999-morte)
Coalizione L'Ulivo (dal 30 maggio 2001)
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Senatore a vita
Nomina Presidenziale
Data nomina 1984
Incarichi parlamentari
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« Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze »
(Norberto Bobbio, in Politica e cultura, 1955)

Norberto Bobbio (Torino, 18 ottobre 1909Torino, 9 gennaio 2004) è stato un filosofo, storico e politologo italiano.

È considerato uno dei maggiori intellettuali del Novecento ed una delle personalità culturali più influenti dell'Italia del ventesimo secolo.

Indice

[modifica] Biografia

[modifica] Fascismo e antifascismo

Bobbio nacque a Torino il 18 ottobre 1909 da Luigi (medico) e Rosa Caviglia.

Una condizione familiare agiata gli permise una infanzia serena. Il giovane Norberto scrive versi, ama Bach e la Traviata, ma svilupperà, per causa di una non ben determinata malattia, un sentimento malinconico di fondo che si rivelerà poi essenziale nella sua maturazione.

Studiò prima al Ginnasio e poi al Liceo classico Massimo D'Azeglio dove conoscerà Ginzburg, Foa e Cesare Pavese, poi divenute figure di primo piano della cultura dell'Italia repubblicana. Dal 1928, come molti giovani dell'epoca, fu infine iscritto al Partito Nazionale Fascista.

La sua giovinezza, come da egli stesso descritto fu: "vissuta tra un convinto fascismo patriottico in famiglia e un altrettanto fermo antifascismo appreso nella scuola, con insegnanti noti antifascisti, come Umberto Cosmo e Zino Zini, e compagni altrettanto intransigenti antifascisti come Leone Ginzburg e Vittorio Foa".

Allievo di Gioele Solari e Luigi Einaudi, si laureò in giurisprudenza nel 1931 con una tesi su "Filosofia e dogmatica [Scienza] del Diritto". Nel 1932 seguì un corso estivo all'Università di Marburg, in Germania, insieme a Renato Treves e Ludovico Geymonat, ove conoscerà le teorie di Jaspers e i valori dell'esistenzialismo. L'anno seguente, il 1933, si laureò anche in filosofia con una tesi su Husserl e la fenomenologia e nel 1934 conseguì la libera docenza in filosofia del diritto, che gli aprì le porte nel 1935 all'insegnamento, dapprima all'università di Camerino (Macerata), poi all'università di Siena e a Padova (dal 1940 al 1948). Nel 1934 pubblicò il primo libro, L'indirizzo fenomenologico nella filosofia sociale e giuridica.

Le sue frequentazioni sgradite al regime gli valsero, nel 1935, un primo arresto a Torino, insieme agli amici del gruppo antifascista Giustizia e Libertà.[1] La chiara reputazione fascista di cui godeva la famiglia gli permise però una piena riabilitazione, tanto che, pochi mesi dopo, ottenne la cattedra di filosofia del diritto a Camerino.

È in questi anni che Norberto Bobbio delineò parte degli interessi che saranno alla base della sua ricerca e dei suoi studi futuri: la filosofia del diritto, la filosofia contemporanea e gli studi sociali; uno sviluppo culturale che Bobbio vive contemporaneamente al contesto politico temporale. Un anno dopo le leggi razziali infatti, esattamente il 3 marzo 1939, giurò fedeltà al Duce per poter ottenere la cattedra all'Università di Siena. E la giurò ancora nel 1940, a guerra dichiarata, per insediarsi alla cattedra del professor Adolfo Ravà, che era stato allontanato perché ebreo, all'Università di Padova. Inoltre scrisse e fece scrivere ulteriori ed analoghe lettere di perorazione della propria causa, emerse molti anni dopo. Questa parte della sua vita fu poi oggetto di svariate e severe critiche personali.

[modifica] L'adesione al Partito d'azione

Nel 1942 partecipò al movimento liberalsocialista fondato da Guido Calogero e Aldo Capitini, e nell'ottobre dello stesso anno aderì al Partito d'azione clandestino. Nel 1943 sposò Valeria Cova: dalla loro unione nacquero i figli Luigi, Andrea e Marco. Il 6 dicembre del 1943 fu arrestato a Padova per attività clandestina e rimase in carcere per tre mesi. Nel 1944 venne pubblicato il saggio La filosofia del decadentismo, nel quale criticò l'esistenzialismo.

Dopo la liberazione collaborò regolarmente con Giustizia e Libertà, quotidiano torinese del Partito d'azione, diretto da Franco Venturi. Collaborò all'attività del Centro di studi metodologici con lo scopo di favorire l'incontro tra cultura scientifica e cultura umanistica, e poi con la Società Europea di Cultura.

Nel 1945 pubblica una antologia di scritti di Carlo Cattaneo, col titolo Stati uniti d'Italia, premettendovi uno studio, scritto tra la primavera del 1944 e quella del 1945 dove sosteneva che il federalismo come unione di stati diversi era da considerarsi superato dopo l'avvenuta unificazione nazionale.

Il federalismo a cui pensava Bobbio era quello inteso come "teorica della libertà" con una pluralità di centri di partecipazione che potessero esprimersi in forme di moderna democrazia diretta.[2]

[modifica] L'attività accademica

Nel 1948 lasciò l'incarico a Padova e venne chiamato alla cattedra di filosofia del diritto dell'Università di Torino, annoverando corsi di notevole importanza come Teoria della scienza giuridica (1950), Teoria della norma giuridica (1958), Teoria dell'ordinamento giuridico (1960) e Il positivismo giuridico (1961). Dal 1962 assunse l'incarico di insegnare scienza politica, che ricoprirà sino al 1971.

La politica, del resto, divenne via via un tema fondamentale nel suo percorso intellettuale e accademico, e parallelamente alla pubblicazioni di carattere giuridico, avviò un dibattito con gli intellettuali del tempo; nel 1955 scrisse Politica e cultura, considerato una delle sue pietre miliari, mentre nel 1969 uscì il libro Saggi sulla scienza politica in Italia, e nello stesso anno fu tra i fondatori della odierna facoltà di Scienze politiche all'Università di Torino insieme con Alessandro Passerin d'Entrèves, al quale subentrò nella cattedra di filosofia politica nel 1972, e dal 1973 al 1976 divenne preside della facoltà.

Nei venticinque anni accademici all'ombra della mole, Bobbio svolse anche diversi tra corsi su Kant, Locke, lavori su Hobbes e Marx, Hans Kelsen, Carlo Cattaneo, Hegel, Pareto, Gaetano Mosca, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, e contribuì con una pluralità di saggi, scritti, articoli ed interventi di grande rilievo che lo portarono, in seguito a diventare socio dell'Accademia dei Lincei e della British Academy.

Significativa la collaborazione, sul tema pacifista, col filosofo e amico antifascista Aldo Capitini, le cui riflessioni comuni sfoceranno nell'opera I problemi della guerra e le vie della pace (1979).

[modifica] L'attività politica

Nel 1953 partecipò alla lotta condotta dal movimento di Unità popolare contro la legge elettorale maggioritaria e nel 1967 alla Costituente del Partito socialista unificato. Nel tempo delle contestazioni giovanili, Torino fu la prima città a farsi carico della protesta, e Bobbio, fautore del dialogo, non si sottrasse ad un difficile confronto con gli studenti, tra i quali il suo stesso primogenito. Nel contempo, venne anche incaricato dal Ministero per la Pubblica Istruzione quale membro della Commissione tecnica per la creazione della facoltà di sociologia di Trento.

Nel 1971 Bobbio fu tra i firmatari del controverso appello, la cui adesione in seguito Bobbio ritrattò parzialmente, pubblicato sul settimanale L'espresso contro il commissario Luigi Calabresi. [3] Suo figlio Luigi militava all'epoca in Lotta Continua, un'organizzazione d'ispirazione comunista che si distinse per suoi violenti attacchi al commissario stesso.

A metà degli anni settanta, nel solco di un sempre più vivace impegno civile, ed alle soglie di uno dei periodi più drammatici in Italia (culminato col rapimento e l'omicidio di Aldo Moro), provocò un vivace dibattito sia negando l'esistenza di una cultura fascista che trattando estensivamente sui rapporti tra democrazia e socialismo. Successivamente la sua attenzione si concentrò a favore di una "politica per la pace", con dei motivati distinguo a supporto del diritto internazionale in occasione della guerra del golfo del 1991. [4]

[modifica] La nomina a senatore a vita

Nel 1979 fu nominato professore emerito dell'Università di Torino, nel 1984 fu nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini. In quanto membro del Senato si iscrisse prima come indipendente nel gruppo socialista, poi dal 1991 al gruppo misto ed infine dal 1996 al gruppo parlamentare del Partito Democratico della Sinistra, poi divenuto dei Democratici di sinistra.[5]

Nel 1994, dopo la stagione di mani pulite, e la cosiddetta fine della Prima Repubblica, venne pubblicato il saggio Destra e sinistra, i cui contenuti -tuttora di concreta attualità- provocarono un notevole dibattito culturale, agitando non poco l'humus della politica italiana. Il libro toccò le cinquecentomila copie vendute in pochi mesi e venne ripubblicato l'anno successivo, riveduto e ampliato, con risposte ai critici.

A riconoscimento di una intera vita lucidamente dedicata alle scienze del diritto, della politica, della filosofia e della società, tra dubbio e metodo, tra ethos e laicità, Bobbio ricevette lauree honoris causa da molte università, tra le quali quelle di Parigi (Nanterre), Buenos Aires, Madrid (tre, in particolare alla Complutense) e Bologna,[6] e vinse il Premio Balzan del 1994,[7] ed il Premio Agnelli nel 1995.

Nel 1997 pubblicò la sua autobiografia. Nel 1999 uscì una terza edizione aggiornata del suo best seller, ormai tradotto in una ventina di lingue. Nel 2001 morì la moglie Valeria, e Bobbio iniziò un graduale ritiro dalla vita pubblica, pur rimanendo in attività e curando ulteriori pubblicazioni. Fecero rumore le sue osservazioni critiche sia nei confronti di Silvio Berlusconi che della partitopenia, e le riflessioni sulla crisi della sinistra e della socialdemocrazia europea. Il 18 ottobre 2003, ricevette il "Sigillo Civico" della sua Torino "per l'impegno politico e il contributo alla riflessione storica e culturale".

Dopo avervi trascorso la maggior parte della vita, Norberto Bobbio morì a Torino il 9 gennaio 2004. Secondo le sue volontà, alcuni giorni dopo la morte, la salma venne tumulata, con una cerimonia civile strettamente privata nel cimitero di Rivalta Bormida, comune piemontese in provincia di Alessandria.[8]

[modifica] Pensiero

Il pensiero di Norberto Bobbio si forma nei primi decenni del Novecento in una temperie filosofica dominata dell'idealismo. Tuttavia, come molti studiosi torinesi, non abbraccia mai questa visione del mondo: dopo un primo accostamento alla fenomenologia significativamente attestato dalle sue opere sulla filosofia di Husserl, si avvicina al filone neorazionalista e neoempirista fiorito sul continente, specialmente oltralpe in Germania ed attorno al Circolo di Vienna.

Negli anni Quaranta e Cinquanta Bobbio entra in contatto con la filosofia analitica di tradizione anglosassone. Compie studi di analisi del linguaggio tracciando le prime linee di ricerca della scuola analitica italiana di filosofia del diritto di cui è ancora oggi riconosciuto figura eminente di riferimento. Al riguardo vanno menzionati perlomeno i due saggi: Scienza del diritto e analisi del linguaggio del 1950 e Essere e dover essere nella scienza giuridica del 1967.

Dedica studi specifici a Hobbes, Vilfredo Pareto e molti filosofi e teorici della politica di cui già s'è detto. Vede nell'Illuminismo un modello di rigore e di rifiuto del dogmatismo di cui riprende l'ideale razionalistico traducendolo anche nella analisi del sistema democratico e parlamentare. Sino dagli anni Cinquanta si occupa di temi quali la guerra e la legittimità del potere, dividendo la sua produzione tra la filosofia giuridica, la storia della filosofia e i temi di attualità politica.

Durante gli ultimi anni del fascismo, Bobbio matura la convinzione della necessità di uno stato democratico, che sgombri il campo dal pericolo della politica ideologizzata e delle ideologie totalitarie sia di destra sia di sinistra, invoca sia una gestione laica della politica, sia un approccio filosofico-culturale alla politica, che aiuti a superare la contrapposizione fra capitalismo e comunismo ed a promuovere la libertà e la giustizia.

Nel saggio Quale socialismo? (1976), Bobbio critica sia la dialettica marxista sia gli obiettivi dei movimenti rivoluzionari, sostenendo che le conquiste borghesi, dovevano estendersi anche alla classe dei proletari. Bobbio, ritiene fallimentare solo l'esperienza marxista-leninista, mentre prevede che le istanze di giustizia, rivendicate dai marxisti possano, in futuro, riaffiorare nel panorama politico.

Il pensiero di Bobbio diviene così, soprattutto tra gli intellettuali dell'area socialista, un modello esemplare, grazie al suo 'sapere impegnato', certamente «più preoccupato di seminare dubbi che di raccogliere consensi». Egli stesso riprenderà la riflessione su un tema a lui caro, quello del rapporto tra politica e cultura, proponendo, tra le pagine di MondOperaio, una «autonomia relativa della cultura rispetto alla politica» secondo la quale «la cultura non può né deve essere ridotta integralmente alla sfera del politico».

Nel 1994 esce l'opera Destra e sinistra, nella quale Bobbio focalizza le differenze fra le due ideologie e i due indirizzi politico-sociali; la destra, secondo l'autore, è caratterizzata dalle tendenze alla disuguaglianza, al conservatorismo ed è ispirata da interessi, mentre la sinistra persegue l'uguaglianza, la trasformazione, ed è sospinta da ideali.

Nell'opera L'età dei diritti (1990), Bobbio individua i diritti fondamentali che consentono lo sviluppo di una democrazia reale e di una pace giusta e duratura. Una partecipazione collettiva e non coercitiva alle decisioni comunitarie, una contrattazione delle parti, l'allargamento del modello democratico a tutto il mondo, la fratellanza fra gli uomini, il rispetto degli avversari, l'alternanza senza l'ausilio della violenza, una serie di condizioni liberali, vengono indicati da Bobbio come caposaldi di una democrazia, che seppur cattiva, è preferibile ad una dittatura.

Per tutta la vita scrittore di numerosissimi articoli, anche tramite interviste, Norberto Bobbio incarna l'ideale della filosofia critica e militante che lo vede protagonista anche del Centro di Studi metodologici di Torino.

[modifica] Maestri, amici e allievi

Nell'ultimo libro che raccoglie saggi, scritti e testimonianze su maestri, amici ed allievi, Bobbio comincia ricordando i tre maestri Francesco Ruffini, Piero Martinetti e Tommaso Fiore. L'elenco degli amici è lungo e annovera compagni di università come Renato Treves e Ludovico Geymonat e colleghi come Nicola Abbagnano, Bruno Leoni, Alessandro Passerin d'Entrèves e Giovanni Tarello. Bobbio ricorda poi gli allievi Paolo Farneti e Uberto Scarpelli che, come Bobbio stesso scrive, nel 1972 fu naturaliter suo successore a Torino sulla cattedra di Filosofia del diritto.

Traggono ispirazione dal pensiero di Bobbio le "lezioni Bobbio", svoltesi nel 2004, e la manifestazione "Biennale Democrazia" di Torino.

[modifica] Note

  1. ^ La lettera al Duce
    « Avevo dimenticato perché me ne vergognavo. In tanti abbiamo rimosso il fascismo perché ce ne vergognavamo. »
    (Norberto Bobbio,Foglio 12 novembre 1999)

    Nel giugno 1992 la rivista "Panorama" pubblicò una lettera che il venticinquenne libero docente Bobbio aveva inviato nel 1935 a Mussolini con la quale chiedeva che venisse annullata un' "ammonizione" a suo carico dopo l'arresto subito nello stesso anno, con la condanna al carcere per 15 giorni, con la motivazione di appartenenza al gruppo antifascista di "Giustizia e libertà". Insieme a lui erano stati arrestati Giulio Einaudi, Vittorio Foa, Cesare Pavese, Franco Antonicelli, Luigi Salvatorelli, Augusto Monti: esponenti di spicco dell'opposizione torinese al regime fascista.
    Nella lettera al Duce Bobbio scriveva dei suoi studi dai quali aveva conseguito «i fondamenti teorici per la fermezza delle mie opinioni politiche e per la maturità delle mie convinzioni fasciste». Riguardo poi ai complici arrestati assieme a lui, osservava che «essendo miei compagni di scuola o miei coetanei non potevo fare a meno di conoscerli» e di tutto l'accaduto egli porgeva nuovamente le «scuse a Vostra Eccellenza».
    Sebbene nel 1943 fosse stato nuovamente arrestato per attività clandestina antifascista, tuttavia Bobbio non si perdonò mai quel cedimento giovanile al regime fascista e, in un'intervista a Repubblica del 16 giugno 1992, l'ormai anziano filosofo dichiarò di essere profondamente pentito per quella lettera al duce ma che nello stesso tempo non riteneva che quel «pentimento bastasse ad annullare la colpa».
    Un giudizio severo verso se stesso confermato in una lettera inedita, ora pubblicata, diretta a Danilo Zolo, professore di Filosofia del diritto (Danilo Zolo, "L'alito della libertà" Feltrinelli editore, 2008). Scrive Bobbio il 7 luglio 1992: «...quella storia l'avevo in parte raccontata, salvo la maledetta lettera, che avevo completamente rimossa...nessuno l'aveva mai notata (anche perché la Nuova Antologia non è Panorama)».
    Bobbio ricorda che in quegli anni la dittatura fascista era durissima con gli oppositori e che lo stesso Foa si era preso otto anni di carcere per aver semplicemente distribuito dei manifestini.
    Il filosofo sostiene che ormai nel 1935 egli non si considerava più fascista ma, e questo dice, è molto difficile farlo capire ai giovani d'oggi, «...occorreva fare dei compromessi per sopravvivere, per non dover rinunciare al proprio lavoro, o andare a finire in prigione o al confino». Aggiunge che tanti come lui avevano fatto quei compromessi col regime fascista «ma i miei, per quello che è avvenuto dopo, appaiono naturalmente più gravi...Non voglio aver l'aria di mendicare giustificazioni. Ci sono stati pur coloro che non hanno fatto compromessi».
    Bobbio quindi non si autoassolve anzi, egli cercò in ogni modo di «...impedire o almeno frenare i miei difensori» che gli esprimevano la loro solidarietà quando l'articolo di Panorama pubblicò la sua lettera. Visto inutile ogni tentativo «... mi sono deciso all'ultimo momento a scrivere quel breve articolo su La Stampa, in cui mi prendevo tutte le responsabilità.»
    Ancora nel 1999, sulla scia di polemiche giornalistiche tornate all'attenzione dell'opinione pubblica, sul suo epistolario fascista in gioventù, decise nuovamente di raccontare la verità riguardo la sua adesione al fascismo, stavolta con una più esplicita coscienza:
    «Ero, come posso dirlo? Come posso dirlo senza mascherarmi nell'indulgenza con me stesso? Ero immerso nella doppiezza, perché era comodo fare così. Fare il fascista tra i fascisti e l'antifascista con gli antifascisti. Oppure, e lo dico per dare un'interpretazione più benevola, era solo uno sdoppiamento quasi consapevole tra il mondo quotidiano della mia famiglia fascista e il mondo culturale antifascista. Uno sdoppiamento tra il me politico e il me culturale.» (Da un'intervista a Pietrangelo Buttafuoco sul Foglio del 12 novembre 1999)

    Bobbio in realtà non fece mai mistero dei suoi trascorsi, e il mondo intellettuale a lui più affine, che lo considerava punto di assoluto riferimento, gli tributò comunque ampia solidarietà.
  2. ^ Norberto Bobbio, Tra due repubbliche: alle origini della democrazia italiana, Donzelli Editore, 1996 pag.149 ISBN 8879892118
  3. ^ Il 13 giugno 1971 il settimanale L'Espresso pubblicò un articolo di Camilla Cederna, intitolato "Colpi di Scena e Colpi di Karatè" e sottotitolato "Gli Ultimi Incredibili Sviluppi del Caso Pinelli", in cui si accusava, da un lato, il Commissario Luigi Calabresi della morte di Giuseppe Pinelli e, dall'altro, tutto l'apparato istituzionale per la protezione che gli garantiva. Il titolo richiama una tesi in voga all'epoca, secondo cui Pinelli sarebbe precipitato dalla finestra dopo un colpo di karate. In calce a questo articolo c'era un appello in cui, sulla base di queste argomentazioni, si chiedeva apertamente alle autorità competenti di intervenire contro il commissario Calabresi ed i suoi presunti protettori. Nell'appello si leggono termini inequivocabili, come "commissari torturatori, magistrati persecutori, giudici indegni". L'appello si conclude con la richiesta di ricusazione di tutti gli interpreti che, fino ad allora, avevano avuto un ruolo nella vicenda. Questo appello, presentato come lettera aperta, fu sottoscritto da numerose personalità ed ebbe un numero di adesioni crescente nei giorni seguenti, tanto che L'Espresso decise ripubblicarlo nei due numeri successivi. Sull'ultima pubblicazione, uscita il 27 giugno 1971, si contano 757 firme, tra le quali molti esponenti di primissimo piano nel mondo della politica, del giornalismo e della cultura in genere e tra queste quella di Norberto Bobbio che in seguito ritrattò parzialmente la sua adesione (in La Repubblica28 marzo 1998 pagina 20 sezione: Politica interna)
  4. ^ La guerra del Golfo
    Delle venticinque lettere inedite che fanno parte della corrispondenza epistolare che Bobbio tenne con Danilo Zolo e che ora sono state rese pubbliche nel volume L'alito della libertà a cura dello stesso Zolo, interessante quella del 25 febbraio 1991 riguardante la "Guerra del Golfo" che vide protagonisti nel gennaio del 1991 gli USA di George Bush senior, le forze dell'ONU e vari paesi arabi alleati contro l'Iraq di Saddam Hussein che aveva invaso il Kuwait.
    Bobbio definì "giusta" questa guerra non rendendosi conto che quella parola «...poteva essere interpretata in modo diverso da come l'avevo intesa io...come guerra "giustificata" in quanto rispondente a un'aggressione.»
    Bobbio quindi si lamentò delle polemiche nate al riguardo da parte di "pacifisti da strapazzo".
    Il fatto che l'ONU, scrisse Bobbio, avesse autorizzato l'intervento in guerra contro l'Iraq, la rendeva "legale", in questo senso, "giusta".
    Bobbio però riconobbe che l'ONU fosse stato successivamente, nel corso della guerra, messo da parte e gli "spietati bombardamenti" su Bagdad hanno fatto sì che si possa temere che «...se la pace sarà instaurata con la stessa mancanza di saggezza con cui è stata condotta la guerra, anche questa guerra sarà stata, come tante altre inutile.»
  5. ^ http://www.senato.it/leg/13/BGT/Schede/Attsen/00000288.htm
  6. ^ http://www.centenariobobbio.it/en/premi.shtml
  7. ^ http://www.balzan.com/it%5CPremiati%5CNorbertoBobbio.aspx
  8. ^ Ha lasciato scritto Norberto Bobbio: «Ho compiuto 90 anni il 18 ottobre. La morte dovrebbe essere vicina a dire il vero, l'ho sentita vicina tutta la vita. Non ho mai neppure lontanamente pensato di vivere così a lungo. Mi sento molto stanco, nonostante le affettuose cure di cui sono circondato, di mia moglie e dei miei figli. Mi accade spesso nella conversazione e nelle lettere di usare l'espressione 'stanchezza mortale'. L'unico rimedio alla stanchezza 'mortale' è il riposo della morte. Decido funerali civili in comune accordo con mia moglie e i miei figli. In un appunto del 10 maggio 1968 (più di trent'anni fa) trovo scritto: vorrei funerali civili. Credo di non essermi mai allontanato dalla religione dei padri, ma dalla Chiesa sì. Me ne sono allontanato ormai da troppo tempo per tornarvi di soppiatto all'ultima ora. Non mi considero né ateo né agnostico. Come uomo di ragione e non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare fino in fondo, e le varie religioni interpretano in vari modi. Alla morte si addice il raccoglimento, la commozione intima di coloro che sono più vicini, il silenzio. Breve cerimonia in casa, o, se saràil caso, in ospedale. Nessun discorso. Non c'è nulla di più retorico e fastidioso dei discorsi funebri».(Ne La Repubblica del 10 gennaio 2004 la cronaca del funerale di Bobbio.)

[modifica] Opere principali

[modifica] Bibliografia

  • Enrico Lanfranchi, Un filosofo militante. Politica e cultura nel pensiero di Norberto Bobbio, Bollati Boringhieri, 1989
  • Girolamo Cotroneo, Tra filosofia e politica. Un dialogo con Norberto Bobbio, Rubbettino, 1998
  • Giuseppe Gangemi, Meridione, Nordest, Federalismo. Da Salvemini alla Lega Nord, Rubbettino, 1996
  • Tommaso Greco, Norberto Bobbio. Un itinerario intellettuale tra filosofia e politica, Donzelli, 2000
  • Costanzo Preve, Le contraddizioni di Norberto Bobbio. Per una critica del bobbianesimo cerimoniale, CRT, 2004
  • G.Zagrebelsky, M.Salvadori, R.Guastini, Norberto Bobbio tra diritto e politica, Laterza, 2005
  • Giannetti Roberto, Tra liberaldemocrazia e socialismo. Saggi sul pensiero politico di Norberto Bobbio, Plus, 2006
  • Valentina Pazé (a cura di), L'opera di Norbero Bobbio. Itenerari di lettura, Franco Angeli, 2005
  • Antonio Punzi (a cura di), Omaggio a Norbero Bobbio (1909-2004). Metodo, linguaggio, Scienza del diritto, Giuffrè, 2007
  • Voce "Norberto Bobbio" in AA.VV., Biografie e bibliografie degli Accademici Lincei, Roma, Acc. dei Lincei, 1976, pp. 749-750.

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