Piero Calamandrei

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« [...] morti e vivi con lo stesso impegno / popolo serrato intorno al monumento / che si chiama / ora e sempre / RESISTENZA. »
(Piero Calamandrei, Lapide ad ignominia)
Piero Calamandrei
Piero Calamandrei 2.JPG

Capogruppo all'Assemblea Costituente
del Partito d'Azione
Durata mandato 25 giugno 1946 –
31 gennaio 1948
Presidente Alcide De Gasperi
Predecessore nessuno
Successore nessuno

Dati generali
Partito politico UN (1924-1926)
Pd'A (1942-1947)
UdS (1948-1949)
PSDI (1949-1953)
UP (1953-1955)
vicino al PR (1955-1956)
on. Piero Calamandrei
Bandiera italiana
Assemblea costituente
Piero Calamandrei
Luogo nascita Firenze
Data nascita 21 aprile 1889
Luogo morte Firenze
Data morte 27 settembre 1956
Titolo di studio laurea in giurisprudenza
Professione avvocato, docente universitario e scrittore
Partito Pd'A (1942-1947)
Gruppo Autonomista
Coalizione CLN (1942-1947)
Collegio Collegio Unico Nazionale
Incarichi parlamentari
  • Componente della Giunta delle elezioni
  • Componente della Commissione per la Costituzione
  • Componente della Seconda Sottocommissione
  • Componente del Comitato di redazione
  • Componente della Sottocommissione per l'esame del disegno di legge sulla stampa
  • Componente della Commissione degli "Undici"
  • Componente della prima commissione per l'esame dei disegni di legge
  • Componente del Comitato consultivo per l'esame della riforma del Codice di Procedura Civile
on. Piero Calamandrei
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Partito UdS (1948-1949), PSLI (1949-1951), PSDI (1951-1953)
Legislatura I
Gruppo US-PSU-PS, PSDI, Misto
Coalizione Unità Socialista (1948)
Collegio Collegio Unico Nazionale
Incarichi parlamentari
  • Vicepresidente della Giunta delle elezioni
  • Componente della Giunta per le autorizzazioni a procedere in giudizio
  • Componente della III Commissione (Giustizia)
  • Componente della Commissione speciale per l'esame dei provvedimenti relativi ai danni di guerra (nn. 1348 e 2379)
  • Componente della Commissione speciale per l'esame dei provvedimenti relativi alla Corte Costituzionale (n. 469 e 1292)
  • Componente della Commissione parlamentare di vigilanza sulle condizioni dei detenuti negli stabilimenti carcerari

Piero Calamandrei (Firenze, 21 aprile 1889Firenze, 27 settembre 1956) è stato un politico, avvocato e accademico italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Allievo del giurista Carlo Lessona[1] si laureò in Giurisprudenza all'Università di Pisa nel 1912. Si trasferì quindi a Roma dove dal dicembre 1914 iniziò a frequentare Giuseppe Chiovenda[2] e partecipò a vari concorsi universitari finché nel 1915 fu nominato professore di procedura civile all'Università di Messina. Successivamente (1918) fu chiamato all'Università di Modena e Reggio Emilia per poi passare a quella di Siena diventandone ordinario nel 1919 in seguito alla morte di Lessona[3]. Della commissione incaricata a valutarne le capacità faceva parte il giurista Alfredo Rocco[4]. Infine, nel 1924, scelse di passare alla nuova facoltà giuridica di Firenze, dove ha tenuto fino alla morte la cattedra di diritto processuale civile.

Prese parte alla prima guerra mondiale come ufficiale volontario[5] nel 218º reggimento di fanteria; ne uscì col grado di capitano e fu successivamente promosso tenente colonnello, ma preferì lasciare l'esercito per proseguire la propria carriera accademica.

Sotto il fascismo[modifica | modifica wikitesto]

Quando nel 1924 fu istituita la Commissione per la riforma dei codici Calamandrei fu inserito nella sottocommissione incaricata di riformare il codice di procedura penale[6]. La commissione terminò il proprio compito nel 1926 ma le proposte rimasero sulla carta[7].

Dopo il delitto Matteotti entrò a far parte del movimento Unione Nazionale, un partito liberale e antifascista fondato da Giovanni Amendola entrando nel consiglio direttivo. Partecipò, insieme con Dino Vannucci, Ernesto Rossi, Carlo Rosselli e Nello Rosselli alla direzione di Italia Libera un gruppo clandestino di ispirazione azionista. Nel 1925 sottoscrisse il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Durante il ventennio fascista fu uno dei pochissimi professori e avvocati che non chiese la tessera del Partito Nazionale Fascista[8] e collaborando con la testata Non Mollare, ma nel 1931 giurò fedeltà al regime fascista[9].

Il codice di procedura civile[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni seguenti vi furono altri tentativi da parte dei ministri Pietro De Francisci prima e del nuovo ministro Arrigo Solmi di riformare i codici ma non ebbero sviluppo pratico[10]. Nel 1939 divenne nuovo ministro di Grazia e Giustizia il bolognese Dino Grandi che riprese in mano l'idea di riformare i codici. Grandi affidò subito l'incarico al magistrato Leopoldo Conforti e decise inoltre di coinvolgere in maniera diretta i più importati studiosi di procedura civile dell'epoca che erano Enrico Redenti, Francesco Carnelutti e Calamandrei[11]. Il 16 ottobre 1939 il ministro Grandi in un celebre discorso indicò quali erano le linee in base alle quali avrebbe dovuto svolgersi la riforma dei codici poi tramite il suo capo gabinetto richiese il parere dello stesso Calamandrei il quale svolse una relazione prettamente tecnica mentre il 13 novembre tutti e tre i giuristi furono invitati ad esprimere il proprio parere sul precedente lavoro di riforma effettuato da Conforti. Calamandrei fu poi invitato insieme a Carnelutti e Redenti ad una riunione insieme con il ministro Grandi che si tenne tra il 18 e il 21 dicembre[12]. Nel corso del 1940 Grandi, nel frattempo diventato Presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni decise di privilegiare il rapporto con lo stesso Calamandrei che infatti convocò il 26 aprile 1940[13]. In questa occasione, come lo stesso Calamandrei annotò sul proprio diario, Grandi gli riferì di un colloquio avuto con Mussolini in cui gli aveva detto che dei tre giuristi coinvolti nel progetto "il più fascista è il non fascista Calamandrei", Calamandrei perplesso domandò "Tutto sta a vedere che che significato Lei dà alla parola fascista", ma Grandi lo tranquillizzò replicando "In senso buono" allora Calamandrei rispose "Allora me ne compiaccio"[14]. All'inizio della seconda guerra mondiale Calamandrei fu richiamato al fronte ma ottenne una dispensa per intervento di Grandi che lo aveva incaricato nel frattempo di svolgere l'ultima revisione del codice di procedura civile[15]. Nella relazione preparata per il Re Calamandrei espose come nel nuovo codice di procedura civile quali fossero presenti i principi legislativi cui si fossero ispirati e come le più importanti innovazioni di quei principi avessero trovato attuazione[16]. Calamandrei indicò inoltre come propria fonte di ispirazione il giurista Giuseppe Chiovenda[17]. Il nuovo codice di procedura civile fu promulgato il 28 ottobre 1940 ed entrò definitivamente in vigore il 21 aprile 1942. Per il proprio lavoro subito dopo la promulgazione del codice Calamandrei fu decorato dallo stesso ministro Grandi con le insegne di cavaliere di Gran Croce[18]. Il codice di procedura civile emanato nel 1942 è in parte ancora in vigore in Italia. Nel 1941 il "Centro di studi giuridici" lo coinvolse nel progetto di pubblicare cinque volumi sul pensiero giuridico italiano e il suo intervento intitolato "Gli studi di diritto processuale civile in Italia nel Ventennio fascista" fu inserito nel primo volume della collana[19].

Calamandrei partecipò anche ai lavori preparatori per il nuovo codice civile di cui partecipò attivamente alla stesura del VI° libro[20]. Si dimise da professore universitario per non sottoscrivere una lettera di sottomissione al duce che gli venne chiesta dal rettore del tempo[senza fonte].

I principi ispiratori del nuovo codice[modifica | modifica wikitesto]

Secondo lo stesso Calamandrei nel nuovo codice di procedura civile, trovano formulazione legislativa gli insegnamenti fondamentali della scuola di Chiovenda. A riprova di ciò, Alessandro Galante Garrone (Calamandrei, Garzanti 1987) evidenziò che la relazione del Guardasigilli al Re, scritta in uno stile inconfondibilmente scorrevole e piano, è opera dello stesso Calamandrei. E immediatamente dopo l'entrata in vigore del codice, Conforti in alcuni scritti giuridici e lo stesso Grandi nel suo epistolario con Calamandrei affermarono in maniera esplicita di essersi richiamati all'insegnamento di Giuseppe Chiovenda.

Secondo rielaborazioni più recenti (vedi a proposito Piero Calamandrei e la procedura civile, miti leggende interpretazione documenti di Franco Cipriani, Edizioni Scientifiche Italiane 2007), il codice di procedura civile non aveva nulla di chiovendiano (Calamandrei sarebbe stato addirittura avversario di Giuseppe Chiovenda), poiché era un codice autoritario, tipico frutto di un regime liberticida. Autoritario soprattutto per quanto riguarda l'autorità del giudice, concetto dietro cui si nascondeva il forte autoritarismo e l'inquisitorietà della figura del magistrato nella conduzione del processo (in particolare in fatto di ammissione delle prove), che riprendeva con pochissime modifiche la bozza Solmi del 1939. Se da guardasigilli lo storico del diritto Arrigo Solmi aveva portato avanti i lavori sul codice di procedura civile avvalendosi di una commissione cui l'unico membro proveniente dal mondo accademico era Redenti[21], Grandi, che gli succedette nel 1939 e fine politico, si avvalse principalmente dell'apporto di Carnelutti e Calamandrei, che insieme a Redenti erano gli esponenti più autorevoli della scienza processualcivilistica del tempo. Sempre secondo Cipriani, Calamandrei sarebbe stato l'unico ad accettare di buon grado la collaborazione, probabilmente pensando che fosse l'unico modo per influire sulla bozza del codice ed arginare le tendenze autoritarie che Grandi, avendo l'obiettivo di rielaborare con poche modifiche la bozza Solmi, stava imprimendo alla riforma. Calamandrei tentò di sabotare l'operazione con sottili proposte tese a neutralizzare l'autoritarismo del codice, ma con risultati marginali. A quel punto, provò a creare una base ideologica per il codice nella relazione al Re, puntando sui principi di Chiovenda (quest'ultimo, evento unico, è citato ben sette volte nella relazione al re, mentre sono spariti i riferimenti a Lodovico Mortara, probabilmente espunti dallo stesso Grandi), in verità del tutto assenti nel codice, o inserendo idee che in realtà non erano state accolte nel nuovo testo.

La tesi secondo la quale il codice di procedura civile del 1942 sarebbe stato un codice "chiovendiano" riuscì a influenzare tutta la dottrina successiva, fino ai giorni nostri. Tant'è che la "novella" con cui nel 1950 il codice fu allineato su principi del testo previgente fu accolta dai processualisti vicini a Calamandrei come una vera e propria "controriforma".

Gli anni della guerra[modifica | modifica wikitesto]

« La libertà è come l'aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare »
(Piero Calamandrei)

Contrario all'ingresso dell'Italia nella seconda guerra mondiale a fianco della Germania, nel 1941 aderì al movimento Giustizia e Libertà [senza fonte] ed un anno dopo fu tra i fondatori del Partito d'Azione [senza fonte] insieme a Ferruccio Parri, Ugo La Malfa ed altri. In questo periodo (1939-1945) tenne un diario, pubblicato nel 1982.

Nel maggio 1943 Calamandrei fu convocato in questura per un interrogatorio accusato da un suo collega che era rientrato dal fronte di disfattismo. Calamandrei negò gli addebiti e interessò del fatto il nuovo ministro di Grazia e Giustizia Alfredo De Marsico che gli garantì protezione presso lo stesso Mussolini[22]. Lo stesso Arrigo Serpieri, rettore dell'Università di Firenze, il 17 maggio inviò anch'esso una lettera al ministero dell'Educazione Nazionale invitando il Ministro a non prendere decisioni affrettate nel caso relativo a Calamandrei[23].

Il 31 agosto 1943, subito dopo la caduta del fascismo fu nominato Rettore dell'Università di Firenze, ma dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 precauzionalmente lasciò Firenze trasferendosi prima a Treggiaia dimettendosi da Rettore il 2 ottobre. In seguito si trasferì a Colcello Umbro dove rimase fino alla liberazione di Roma[24]. Con la liberazione di Firenze ritornò nella sua città nell'estate[25] dove a settembre riprese ad esercitare il suo ruolo di rettor dell'Università. Nel frattempo era anche stato colpito da mandato di cattura da parte delle autorità della Repubblica Sociale Italiana. Suo figlio Franco fu un partigiano attivo durante questo periodo, nel Partito Comunista Italiano. Calamandrei fu inoltre autore di numerose poesie ed epigrafi celebrative del "mito della resistenza".

Ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1945 fu nominato membro della Consulta Nazionale e dell'Assemblea Costituente in rappresentanza del Partito d'Azione. Partecipò attivamente ai lavori parlamentari come componente della Giunta delle elezioni della commissione d'inchiesta e della Commissione per la Costituzione italiana. I suoi interventi nei dibattiti dell'assemblea ebbero larga risonanza: specialmente i suoi discorsi sul piano generale della Costituzione, sui Patti lateranensi, sulla indissolubilità del matrimonio, sul potere giudiziario. Calamandrei propose una repubblica presidenziale con "pesi e contrappesi", come negli Stati Uniti, o un sistema di premierato sul modello Westminster britannico, per evitare la debolezza dei governi, come si verificò poi puntualmente durante la storia della repubblica, e, allo stesso tempo, impedire la deriva autoritaria insita sia nel troppo potere, sia nel disordine delle istituzioni, come era avvenuto col fascismo[26]. Nonostante ciò, difese sempre la repubblica parlamentare e la Costituzione, così come erano uscite dal dibattito democratico nella Costituente.

Quando il Partito d'Azione si sciolse, entrò a far parte del Partito Socialista Democratico Italiano, con cui fu eletto deputato nel 1948. Contrario alla «legge truffa» votata anche con l'appoggio del suo partito, fondò dapprima il movimento politico Autonomia Socialista, e nel 1953 prese parte alla fondazione del movimento di Unità popolare con il vecchio amico Ferruccio Parri, che, nonostante l'esiguo risultato ottenuto, fu decisivo affinché la Democrazia Cristiana e i partiti suoi alleati non raggiungessero la percentuale di voti richiesta dalla nuova legge per far scattare il premio di maggioranza.

Avvocato di fama, fu presidente del Consiglio Nazionale Forense dal 1946 alla morte. Accademico nazionale dei Lincei, direttore dell'Istituto di diritto processuale comparato dell'Università di Firenze, fu direttore della Rivista di diritto processuale, de Il Foro toscano e del Commentario sistematico della Costituzione italiana. Non erano queste le sue prime esperienze giornalistiche: nell'aprile del 1945 aveva infatti fondato il settimanale politico-letterario Il Ponte. Memorabile il suo "Elogio dei giudici scritto da un avvocato" in cui condensa l'esperienza professionale e accademica di 40 anni di attività. Collaborò inoltre con la rivista Belfagor.

Il suo discorso al III Congresso dell'Associazione a difesa della scuola nazionale, Roma, 11 febbraio 1950, in difesa della scuola pubblica, e in particolare la parte «Facciamo l'ipotesi»,[27] è stato spesso citato nel 2008 contro le politiche in materia d'istruzione del governo Berlusconi e del ministro Mariastella Gelmini.[28] Il discorso è stato ripreso anche da Tullio De Mauro, in un suo articolo.[29]

Il 26 gennaio 1955 tenne a Milano un famoso discorso[30][31] presso la Società Umanitaria di Milano, rivolto ad alcuni studenti universitari e delle scuole medie superiori che avevano autonomamente organizzato un ciclo di conferenze sulla Costituzione italiana nonostante la contrarietà delle loro scuole e anche la contestazione fisica di altri studenti organizzati dalla destra sui principi della Costituzione Italiana e della Libertà, il cui finale è rimasto celebre:

« Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione »
(Piero Calamandrei, 26 gennaio 1955[30])

Nello stesso periodo compì anche un viaggio in Cina, con altri giuristi ed esponenti socialdemocratici e liberalsocialisti, tra cui Norberto Bobbio.[32] Nel febbraio del 1956, il pacifista Danilo Dolci organizza a Trappeto lo "sciopero alla rovescia" per opporsi pacificamente alla cronica mancanza di lavoro per i braccianti siciliani del tempo, organizzando la sistemazione di una strada comunale abbandonata all'incuria. Durante i lavori di sterramento ed assestamento la manifestazione viene repressa da una carica della polizia. Dolci viene arrestato e sarà Calamandrei che ne prenderà le difese in un seguitissimo processo. In accordo con Dolci, Calamandrei incanalò il processo in un dibattito sul quarto articolo della Costituzione. Nella sua arringa dichiarò: "Aiutateci, signori giudici, colla vostra sentenza, aiutate i morti che si sono sacrificati e aiutate i vivi a difendere questa Costituzione, che vuole dare a tutti i cittadini del nostro Paese pari giustizia e pari dignità".Morì a Firenze qualche mese dopo, il 27 settembre 1956, a 67 anni, per le complicazioni di un intervento chirurgico.[33]

Lo studioso[modifica | modifica wikitesto]

Della sua vasta produzione giuridica, è da ricordare soprattutto l'Introduzione allo studio delle misure cautelari del 1936 una trattazione all'avanguardia, che farà compiere un vero e proprio balzo in avanti alla scienza processuale italiana. Gli spunti di questo lavoro sono interamente confluiti nel libro quarto del codice di procedura civile del 1942, e segnatamente nel capo terzo (articoli da 670 a 702 del vecchio testo). La giurisprudenza e le novelle successive all'entrata in vigore del codice ricalcheranno fedelmente il percorso tracciato da Calamandrei.

"Lo avrai, camerata Kesselring..."[modifica | modifica wikitesto]

I rapporti tra Calamandrei e il fascismo sono stati, negli ultimi anni, oggetto di un acceso dibattito tra gli studiosi del diritto processuale civile. In particolare autori come Franco Cipriani, da un lato hanno contestato l'effettiva adesione di Calamandrei a Giustizia e Libertà ed al Partito d'Azione[34], dall'altro hanno evidenziato la stretta collaborazione del maestro fiorentino con Dino Grandi nella redazione del codice di procedura civile (v. infra). Secondo tale orientamento Calamandrei, pur restando sempre antifascista, tenne - ad onor del vero al pari di quasi tutti gli intellettuali italiani - una condotta relativamente ambigua, dal momento che si trovò a diventare uno dei più stretti collaboratori di Grandi nella redazione di un codice "fascista", ed arrivando a predisporre il testo della stessa Relazione ministeriale, firmata poi dallo stesso Guardasigilli[35]. Secondo altra dottrina i rapporti tra Calamandrei e il fascismo, ed in particolare tra Calamandrei e Grandi (ed il conseguente apporto del giurista alla redazione del codice di rito), andrebbero letti come un tentativo di - per così dire - "limitare il più possibile i danni"; evitare, cioè, che la legislazione italiana (e quel che più conta l'imminente codice processuale) imboccasse una deriva nazionalsocialista[36]. In ogni caso, va registrato il fatto che il regime lo sorvegliò come antifascista sin dal 1931[37].

Lo avrai, camerata Kesselring...

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

Albert Kesselring, che durante il secondo conflitto mondiale fu il comandante delle forze armate germaniche in Italia, a fine conflitto (1947) fu processato e condannato a morte per i numerosi eccidi che l'esercito nazista aveva commesso ai suoi ordini (Fosse Ardeatine, Strage di Marzabotto e molte altre). Successivamente la condanna fu commutata in ergastolo, ma egli venne rilasciato nel 1952 per le sue presunte gravi condizioni di salute. Tale gravità fu smentita dal fatto che Kesselring visse altri otto anni libero nel suo Paese, ove divenne quasi oggetto di culto negli ambienti neonazisti della Baviera.

Tornato libero, Kesselring sostenne di non essere affatto pentito di ciò che aveva fatto durante i 18 mesi nei quali tenne il comando in Italia ed anzi dichiarò che gli italiani, per il bene che secondo lui aveva loro fatto, avrebbero dovuto erigergli un monumento. In risposta a queste affermazioni Piero Calamandrei scrisse la celebre epigrafe, dedicata a Duccio Galimberti, "Lo avrai, camerata Kesselring...", il cui testo venne posto sotto una lapide ad ignominia di Kesselring stesso, deposta dal comune di Cuneo, e poi affissa anche a Montepulciano, in località Sant'Agnese, a Sant'Anna di Stazzema, ad Aosta, ai piedi del faro di Prarostino, all'ingresso delle cascate delle Marmore e a Borgo San Lorenzo, sull'antico palazzo del Podestà.

Opere principali[modifica | modifica wikitesto]

  • Opere giuridiche, a cura di Mauro Cappelletti, 10 voll., Morano Napoli
  • Scritti e discorsi politici, a cura di Norberto Bobbio, La Nuova Italia, Firenze 1966
  • Lettere, Firenze, 2 voll., La Nuova Italia 1968.
  • Scritti ed inediti celliniani, Firenze, La Nuova Italia, 1971.
  • La burla di primavera con altre fiabe, Palermo, Sellerio, 1987.
  • In difesa dell'onestà e della libertà della scuola, Palermo, Sellerio, 1994.
  • Diario (1939-1945), a cura di Giorgio Agosti e Alessandro Galante Garrone Firenze, La Nuova Italia, 1982 (riedizione 1997).
  • Elogio dei giudici, scritto da un avvocato, Firenze, Ponte alla grazie, 1999.
  • La Costituzione e leggi per attuarla, Milano, Giuffré, 2000.
  • Inventario della casa di campagna, edizione privata 1941 e Roma, Tumminelli, 1945.Riedito da Edizioni storia e letteratura, Roma. Firenze 2013.
  • Costruire la democrazia. Premesse alla Costituente, Montepulciano (SI), Le Balze, 2004.
  • Futuro prossimo. Testi inediti 1950, Montepulciano (SI), Le Balze, 2004.
  • Costituzione e le leggi di Antigone, Firenze, Sansoni, 2004.
  • Ada con gli occhi stellanti - lettere 1908-1914, Palermo, Sellerio 2005.
  • Uomini e città della resistenza, Roma-Bari, Laterza 2006.
  • Zona di guerra - Lettere e scritti, (1915-1924), Roma- Bari, Laterza 2007.
  • Una famiglia in guerra - Lettere e scritti (1939-1956), con Franco Calamandrei, Roma-Bari, Laterza, 2008.
  • Fede nel diritto, Roma-Bari, Laterza, 2008.
  • Per la scuola, Palermo, Sellerio, 2008.
  • Lo Stato siamo noi, Milano, Chiarelettere, 2011. Raccolta di interventi e scritti dal 46' al 56'
  • Non c'è libertà senza legalità, Roma-Bari, Laterza 2013
  • Il fascismo come regime della menzogna, Roma.Bari, Laterza 2014.
  • Diario (1939-45), edizione integrale riscontrata su manoscritto, Edizioni di storia e letteratura, Roma-Firenze 2015.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Barbera, p. 44
  2. ^ Barbera, p. 44
  3. ^ Barbera, p. 45
  4. ^ Barbera, p. 45
  5. ^ Barbera, p. 45
  6. ^ Barbera, p. 46
  7. ^ Barbera, p. 46
  8. ^ Dell'intero Ordine degli avvocati di Firenze, solo tre iscritti non chiesero la tessera del partito fascista: oltre allo stesso Calamandrei, Adone Zoli e Ugo Feri
  9. ^ Barbera, p. 46
  10. ^ Barbera, p. 46
  11. ^ Barbera, p. 46
  12. ^ Barbera, p. 46
  13. ^ Barbera, p. 47
  14. ^ Barbera, p. 47
  15. ^ Barbera, p. 47
  16. ^ Barbera, p. 47
  17. ^ Barbera, p. 47
  18. ^ Barbera, p. 48
  19. ^ Barbera, p. 48
  20. ^ Barbera, p. 47
  21. ^ In pratica, senza l'ausilio della dottrina, che rispose in maniera molto critica alle opzioni autoritarie insite in quella bozza. Ad esempio lo stesso Calamandrei fu molto critico rispetto ad essa, ma solo sul piano tecnico, sapendo di non poter contrastare il fascismo sul piano dei principi
  22. ^ Barbera, p. 48
  23. ^ Barbera, p. 49
  24. ^ Barbera, p. 49
  25. ^ Barbera, p. 49
  26. ^ Roberto Bin, Giovanni Pitruzzella, Diritto costituzionale
  27. ^ Il discorso su Wikisource.
  28. ^ il manifesto, 24 ottobre 2008; Piergiorgio Odifreddi, Così la scuola diventa un affare privato, L'espresso, anno LIV, n. 44, 6 novembre 2008.
  29. ^ Scuola pubblica addio: la storia si ripete 60 anni dopo, l'Unità, 3 dicembre 2008.
  30. ^ a b Testo del discorso.
  31. ^ Audio del discorso: parte prima, parte seconda, parte terza.
  32. ^ Il drago e la farfalla: immagini di Cina a Montepulciano
  33. ^ Pannello PDF: da un viaggio in Cina a un mondo meno chiuso, cit.: "1956, settembre, a Firenze, a seguito di un intervento chirurgico, muore improvvisamente Piero Calamandrei"
  34. ^ Cipriani, La consulenza tecnica e i doni natalizi di Piero Calamandrei, in Il giusto processo civile, 2009, p. 143 ss.; Id., Il codice di procedura civile tra gerarchi e e processualisti, op. loc. cit.; Id., Piero Calamandrei e la procedura civile. Miti leggende interpretazioni documenti, Napoli, 2009
  35. ^ Cipriani, La consulenza tecnica e i doni natalizi di Piero Calamandrei, op. loc. cit..; Id., il codice di procedura civile tra gerarchi e e processualisti, cit., ibidem; Id., Piero Calamandrei e la procedura civile.cit., ibidem; sui rapporti tra Calamandrei e Grandi v. anche Picardi, Il bicentenario del codice di procedura civile in Italia, in Il giusto processo civile, 2008, p. 954
  36. ^ Cianferotti, Ufficio del giurista nello Stato autoritario ed ermeneutica della reticenza. Mario Bracci e Piero Calamandrei dalle giurisdizioni di equità della grande guerra al codice di procedura civile del 1940, in Quaderni fiorentini, 37. 3008, p. 284 ss.
  37. ^ Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, b. 938

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Salvatore Satta, «Interpretazione di Calamandrei», in Soliloqui e colloqui di un giurista, Padova, 1968, p. 478 ss.
  • Piero Calamandrei: ventidue saggi su un grande maestro, a cura di Paolo Barile, Milano, Giuffrè, 1990.
  • Michele Taruffo, Calamandrei e le riforme del processo civile in Barile (a cura di), Piero Calamandrei: ventidue saggi su un grande maestro, Milano, Giuffré, 1990.
  • Norberto Bobbio, Maestri e compagni, Firenze, Passigli Editori, 1984.
  • Giulio Cianferotti, «Ufficio del giurista nello stato autoritario ed ermeneutica della reticenza. Mario Bracci e Piero Calamandrei dalle giurisdizioni di equità della grande guerra al codice di procedura civile del 1940», in Quaderni fiorentini, 37, 2008, p. 284
  • Franco Cipriani, «La consulenza tecnica e i doni natalizi di Piero Calamandrei», in Il giusto processo civile, 2009, p. 143 ss.
  • Franco Cipriani, Il codice di procedura civile tra gerarchi e processualisti, Napoli, ESI, 1992
  • Franco Cipriani, Piero Calamandrei e la procedura civile. Miti leggende interpretazioni documenti, Napoli, ESI, 2009.
  • Alessandro Galante Garrone, Calamandrei, Milano, Garzanti, 1987.
  • Roberta Gambacciani Lucchesi, Piero Calamandrei: i due volti del federalismo, Firenze, Polistampa, 2004
  • Stefano Merlini, Piero Calamandrei e la costruzione dello stato democratico. 1944-1948, Bari-Roma, Laterza 2007
  • Nicola Piscardi, «Il bicentenario del codice di procedura civile in Italia. Origine, evoluzione e crisi del monopolio statuale della procedura», in Il giusto processo civile, 2008, p. 935 ss.
  • Nicola Rondinone, Storia inedita della codificazione civile, Milano, Giuffré, 2003;
  • Nunzio Dell'Erba, Piero Calamandrei, in Id., Intellettuali laici nel '900 italiano, Vincenzo Grasso editore, Padova 2011, pp. 215–233.
  • Alessandro Barbera, Luci e ombre su Calamandrei, su Storia in rete n°112-113, febbraio-marzo 2015
  • Paola Roncarati e Rossella Marcucci, Codici e rose, L'erbario di Piero Calamandrei tra storia, fiori e paesaggio, Leo S. Olschki, Firenze 2015,

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