Piero Calamandrei

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« [...] morti e vivi con lo stesso impegno / popolo serrato intorno al monumento / che si chiama / ora e sempre / RESISTENZA»
(Piero Calamandrei, Lapide ad ignominia)
Piero Calamandrei
Piero Calamandrei 2.JPG

Capogruppo all'Assemblea Costituente
del Partito d'Azione
Durata mandato 25 giugno 1946 –
31 gennaio 1948
Presidente Alcide De Gasperi
Predecessore nessuno
Successore nessuno

Dati generali
Partito politico UN (1924-1926)
Pd'A (1942-1947)
UdS (1948-1949)
PSDI (1949-1953)
UP (1953-1955)
vicino al PR (1955-1956)
on. Piero Calamandrei
Bandiera italiana
Assemblea costituente
Piero Calamandrei
Luogo nascita Firenze
Data nascita 21 aprile 1889
Luogo morte Firenze
Data morte 27 settembre 1956
Titolo di studio laurea in giurisprudenza
Professione avvocato, docente universitario e scrittore
Partito Pd'A (1942-1947)
Gruppo Autonomista
Coalizione CLN (1942-1947)
Collegio Collegio Unico Nazionale
Incarichi parlamentari
  • Componente della Giunta delle elezioni
  • Componente della Commissione per la Costituzione
  • Componente della Seconda Sottocommissione
  • Componente del Comitato di redazione
  • Componente della Sottocommissione per l'esame del disegno di legge sulla stampa
  • Componente della Commissione degli "Undici"
  • Componente della prima commissione per l'esame dei disegni di legge
  • Componente del Comitato consultivo per l'esame della riforma del Codice di Procedura Civile
on. Piero Calamandrei
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Partito UdS (1948-1949), PSLI (1949-1951), PSDI (1951-1953)
Legislatura I
Gruppo US-PSU-PS, PSDI, Misto
Coalizione Unità Socialista (1948)
Collegio Collegio Unico Nazionale
Incarichi parlamentari
  • Vicepresidente della Giunta delle elezioni
  • Componente della Giunta per le autorizzazioni a procedere in giudizio
  • Componente della III Commissione (Giustizia)
  • Componente della Commissione speciale per l'esame dei provvedimenti relativi ai danni di guerra (nn. 1348 e 2379)
  • Componente della Commissione speciale per l'esame dei provvedimenti relativi alla Corte Costituzionale (n. 469 e 1292)
  • Componente della Commissione parlamentare di vigilanza sulle condizioni dei detenuti negli stabilimenti carcerari

Piero Calamandrei (Firenze, 21 aprile 1889Firenze, 27 settembre 1956) è stato un politico, avvocato e accademico italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Dopo essersi laureato in Giurisprudenza all'Università di Pisa, allievo di Carlo Lessona, nel 1912 partecipò a vari concorsi universitari e nel 1915 fu nominato professore di procedura civile all'Università di Messina. Successivamente (1918) fu chiamato all'Università di Modena e Reggio Emilia per poi passare due anni dopo a quella di Siena ed infine, nel 1924, scelse di passare alla nuova facoltà giuridica di Firenze, dove ha tenuto fino alla morte la cattedra di diritto processuale civile.

Prese parte alla prima guerra mondiale come ufficiale volontario combattente nel 218º reggimento di fanteria; ne uscì col grado di capitano e fu successivamente promosso tenente colonnello, ma preferì lasciare l'esercito per proseguire la propria carriera accademica.

Lo studioso[modifica | modifica wikitesto]

Della sua vasta produzione giuridica, è da ricordare soprattutto l'Introduzione allo studio delle misure cautelari del 1936 una trattazione all'avanguardia, che farà compiere un vero e proprio balzo in avanti alla scienza processuale italiana. Gli spunti di questo lavoro sono interamente confluiti nel libro quarto del codice di procedura civile del 1942, e segnatamente nel capo terzo (articoli da 670 a 702 del vecchio testo). La giurisprudenza e le novelle successive all'entrata in vigore del codice ricalcheranno fedelmente il percorso tracciato da Calamandrei.

Sotto il fascismo[modifica | modifica wikitesto]

Politicamente schierato a sinistra, subito dopo la marcia su Roma e la vittoria del fascismo fece parte del consiglio direttivo dell'Unione Nazionale fondata da Giovanni Amendola. Partecipò, insieme con Dino Vannucci, Ernesto Rossi, Carlo Rosselli e Nello Rosselli alla direzione di Italia Libera un gruppo clandestino di ispirazione azionista.
Manifestò sempre la sua avversione alla dittatura mussoliniana, aderendo nel 1925 al Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Durante il ventennio fascista fu uno dei pochissimi professori e avvocati che non ebbe né chiese la tessera del Partito Nazionale Fascista[1] continuando sempre a far parte del movimento antagonista, collaborando ad esempio con la testata Non Mollare. Nonostante ciò, nel 1931 giurò come professore universitario fedeltà al regime fascista e divenne collaboratore di Dino Grandi nella redazione del codice di procedura civile (del quale scrisse anche la relazione ministeriale di accompagnamento[2]).

Contrario all'ingresso dell'Italia nella seconda guerra mondiale a fianco della Germania, nel 1941 aderì al movimento Giustizia e Libertà [senza fonte] ed un anno dopo fu tra i fondatori del Partito d'Azione [senza fonte] insieme a Ferruccio Parri, Ugo La Malfa ed altri. In questo periodo (1939-1945) tenne un diario, pubblicato nel 1982.

I rapporti tra Calamandrei e il fascismo sono stati, negli ultimi anni, oggetto di un acceso dibattito tra gli studiosi del diritto processuale civile. In particolare autori come Franco Cipriani, da un lato hanno contestato l'effettiva adesione di Calamandrei a Giustizia e Libertà ed al Partito d'Azione[3], dall'altro hanno evidenziato la stretta collaborazione del maestro fiorentino con Dino Grandi nella redazione del codice di procedura civile (v. infra). Secondo tale orientamento Calamandrei, pur restando sempre antifascista, tenne - ad onor del vero al pari di quasi tutti gli intellettuali italiani - una condotta relativamente ambigua, dal momento che si trovò a diventare uno dei più stretti collaboratori di Grandi nella redazione di un codice "fascista", ed arrivando a predisporre il testo della stessa Relazione ministeriale, firmata poi dallo stesso Guardasigilli[4]. Secondo altra dottrina i rapporti tra Calamandrei e il fascismo, ed in particolare tra Calamandrei e Grandi (ed il conseguente apporto del giurista alla redazione del codice di rito), andrebbero letti come un tentativo di - per così dire - "limitare il più possibile i danni"; evitare, cioè, che la legislazione italiana (e quel che più conta l'imminente codice processuale) imboccasse una deriva nazionalsocialista[5]. In ogni caso, va registrato il fatto che il regime lo sorvegliò come antifascista sin dal 1931[6].

Il codice di procedura civile[modifica | modifica wikitesto]

Fu, insieme a Francesco Carnelutti, a Enrico Redenti, a Tito Carnacini e al magistrato Leopoldo Conforti, uno dei principali redattori del codice di procedura civile del 1942, in parte ancora in vigore, dove, secondo una teoria classica, avrebbero trovato formulazione legislativa gli insegnamenti fondamentali della scuola di Chiovenda. A riprova di questa teoria, Alessandro Galante Garrone (Calamandrei, Garzanti 1987) sostiene che la relazione del Guardasigilli al Re, scritta in uno stile inconfondibilmente scorrevole e piano, è opera dello stesso Calamandrei. E immediatamente dopo l'entrata in vigore del codice, Conforti in alcuni scritti giuridici e lo stesso Grandi nel suo epistolario con Calamandrei affermarono in maniera esplicita di essersi richiamati all'insegnamento di Giuseppe Chiovenda.

Secondo rielaborazioni più recenti (vedi a proposito Piero Calamandrei e la procedura civile, miti leggende interpretazione documenti di Franco Cipriani, Edizioni Scientifiche Italiane 2007), il codice di procedura civile non aveva nulla di chiovendiano (Calamandrei sarebbe stato addirittura avversario di Giuseppe Chiovenda), poiché era un codice autoritario, tipico frutto di un regime liberticida. Autoritario soprattutto per quanto riguarda l'autorità del giudice, concetto dietro cui si nascondeva il forte autoritarismo e l'inquisitorietà della figura del magistrato nella conduzione del processo (in particolare in fatto di ammissione delle prove), che riprendeva con pochissime modifiche la bozza Solmi del 1939. Se da guardasigilli lo storico del diritto Arrigo Solmi aveva portato avanti i lavori sul codice di procedura civile avvalendosi di una commissione cui l'unico membro proveniente dal mondo accademico era Redenti[7], Grandi, che gli succedette nel 1939 e fine politico, si avvalse principalmente dell'apporto di Carnelutti e Calamandrei, che insieme a Redenti erano gli esponenti più autorevoli della scienza processualcivilistica del tempo. Sempre secondo Cipriani, Calamandrei sarebbe stato l'unico ad accettare di buon grado la collaborazione, probabilmente pensando che fosse l'unico modo per influire sulla bozza del codice ed arginare le tendenze autoritarie che Grandi, avendo l'obiettivo di rielaborare con poche modifiche la bozza Solmi, stava imprimendo alla riforma. Calamandrei tentò di sabotare l'operazione con sottili proposte tese a neutralizzare l'autoritarismo del codice, ma con risultati marginali. A quel punto, provò a creare una base ideologica per il codice nella relazione al Re, puntando sui principi di Chiovenda (quest'ultimo, evento unico, è citato ben sette volte nella relazione al re, mentre sono spariti i riferimenti a Lodovico Mortara, probabilmente espunti dallo stesso Grandi), in verità del tutto assenti nel codice, o inserendo idee che in realtà non erano state accolte nel nuovo testo.

La tesi secondo la quale il codice di procedura civile del 1942 sarebbe stato un codice "chiovendiano" riuscì a influenzare tutta la dottrina successiva, fino ai giorni nostri. Tant'è che la "novella" con cui nel 1950 il codice fu allineato su principi del testo previgente fu accolta dai processualisti vicini a Calamandrei come una vera e propria "controriforma".

Calamandrei partecipò anche ai lavori preparatori per il nuovo codice civile e per la legge sull'ordinamento giudiziario. Si dimise da professore universitario per non sottoscrivere una lettera di sottomissione al duce che gli venne chiesta dal rettore del tempo.

La partecipazione alla Resistenza[modifica | modifica wikitesto]

« La libertà è come l'aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare »
(Piero Calamandrei)

Nominato Rettore dell'Università di Firenze il 26 luglio 1943 (il giorno dopo la caduta del fascismo), dopo l'8 settembre fu colpito da mandato di cattura, cosicché esercitò effettivamente il suo mandato dal settembre 1944, cioè dalla liberazione di Firenze, fino all'ottobre 1947. Suo figlio Franco fu un partigiano attivo durante questo periodo, nel Partito Comunista Italiano.

Ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1945 fu nominato membro della Consulta Nazionale e dell'Assemblea Costituente in rappresentanza del Partito d'Azione. Partecipò attivamente ai lavori parlamentari come componente della Giunta delle elezioni della commissione d'inchiesta e della Commissione per la Costituzione italiana. I suoi interventi nei dibattiti dell'assemblea ebbero larga risonanza: specialmente i suoi discorsi sul piano generale della Costituzione, sui Patti lateranensi, sulla indissolubilità del matrimonio, sul potere giudiziario. Calamandrei propose una repubblica presidenziale con "pesi e contrappesi", come negli Stati Uniti, o un sistema di premierato sul modello Westminster britannico, per evitare la debolezza dei governi, come si verificò poi puntualmente durante la storia della repubblica, e, allo stesso tempo, impedire la deriva autoritaria insita sia nel troppo potere, sia nel disordine delle istituzioni, come era avvenuto col fascismo[8]. Nonostante ciò, difese sempre la repubblica parlamentare e la Costituzione, così come erano uscite dal dibattito democratico nella Costituente.

Quando il Partito d'Azione si sciolse, entrò a far parte del Partito Socialista Democratico Italiano, con cui fu eletto deputato nel 1948. Contrario alla «legge truffa» votata anche con l'appoggio del suo partito, fondò dapprima il movimento politico Autonomia Socialista, e nel 1953 prese parte alla fondazione del movimento di Unità popolare con il vecchio amico Ferruccio Parri, che, nonostante l'esiguo risultato ottenuto, fu decisivo affinché la Democrazia Cristiana e i partiti suoi alleati non raggiungessero la percentuale di voti richiesta dalla nuova legge per far scattare il premio di maggioranza. Calamandrei fu vicino anche al nascente Partito Radicale.

Avvocato di fama, fu presidente del Consiglio Nazionale Forense dal 1946 alla morte. Accademico nazionale dei Lincei, direttore dell'Istituto di diritto processuale comparato dell'Università di Firenze, fu direttore della Rivista di diritto processuale, de Il Foro toscano e del Commentario sistematico della Costituzione italiana. Non erano queste le sue prime esperienze giornalistiche: nell'aprile del 1945 aveva infatti fondato il settimanale politico-letterario Il Ponte. Memorabile il suo "Elogio dei giudici scritto da un avvocato" in cui condensa l'esperienza professionale e accademica di 40 anni di attività. Collaborò inoltre con la rivista Belfagor.

Il suo discorso al III Congresso dell'Associazione a difesa della scuola nazionale, Roma, 11 febbraio 1950, in difesa della scuola pubblica, e in particolare la parte «Facciamo l'ipotesi»,[9] è stato spesso citato nel 2008 contro le politiche in materia d'istruzione del governo Berlusconi e del ministro Mariastella Gelmini.[10] Il discorso è stato ripreso anche da Tullio De Mauro, in un suo articolo.[11]

Il 26 gennaio 1955 tenne a Milano un famoso discorso[12][13] presso la Società Umanitaria di Milano, rivolto ad alcuni studenti universitari e delle scuole medie superiori che avevano autonomamente organizzato un ciclo di conferenze sulla Costituzione italiana nonostante la contrarietà delle loro scuole e anche la contestazione fisica di altri studenti organizzati dalla destra sui principi della Costituzione Italiana e della Libertà, il cui finale è rimasto celebre:

« Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione »
(Piero Calamandrei, 26 gennaio 1955[12])

Nello stesso periodo compì anche un viaggio in Cina, con altri giuristi ed esponenti socialdemocratici e liberalsocialisti, tra cui Norberto Bobbio.[14] Nel febbraio del 1956, il pacifista Danilo Dolci organizza a Trappeto lo "sciopero alla rovescia" per opporsi pacificamente alla cronica mancanza di lavoro per i braccianti siciliani del tempo, organizzando la sistemazione di una strada comunale abbandonata all'incuria. Durante i lavori di sterramento ed assestamento la manifestazione viene repressa da una carica della polizia. Dolci viene arrestato e sarà Calamandrei che ne prenderà le difese in un seguitissimo processo. In accordo con Dolci, Calamandrei incanalò il processo in un dibattito sul quarto articolo della Costituzione. Nella sua arringa dichiarò: "Aiutateci, signori giudici, colla vostra sentenza, aiutate i morti che si sono sacrificati e aiutate i vivi a difendere questa Costituzione, che vuole dare a tutti i cittadini del nostro Paese pari giustizia e pari dignità". Morì a Firenze qualche mese dopo, il 27 settembre 1956, a 67 anni, per le complicazioni di un intervento chirurgico.[15]

"Lo avrai, camerata Kesselring..."[modifica | modifica wikitesto]

Lo avrai, camerata Kesselring...

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

Albert Kesselring, che durante il secondo conflitto mondiale fu il comandante delle forze armate germaniche in Italia, a fine conflitto (1947) fu processato e condannato a morte per i numerosi eccidi che l'esercito nazista aveva commesso ai suoi ordini (Fosse Ardeatine, Strage di Marzabotto e molte altre). Successivamente la condanna fu commutata in ergastolo, ma egli venne rilasciato nel 1952 per le sue presunte gravi condizioni di salute. Tale gravità fu smentita dal fatto che Kesselring visse altri otto anni libero nel suo Paese, ove divenne quasi oggetto di culto negli ambienti neonazisti della Baviera.

Tornato libero, Kesselring sostenne di non essere affatto pentito di ciò che aveva fatto durante i 18 mesi nei quali tenne il comando in Italia ed anzi dichiarò che gli italiani, per il bene che secondo lui aveva loro fatto, avrebbero dovuto erigergli un monumento. In risposta a queste affermazioni Piero Calamandrei scrisse la celebre epigrafe, dedicata a Duccio Galimberti, "Lo avrai, camerata Kesselring...", il cui testo venne posto sotto una lapide ad ignominia di Kesselring stesso, deposta dal comune di Cuneo, e poi affissa anche a Montepulciano, in località Sant'Agnese, a Sant'Anna di Stazzema, ad Aosta, ai piedi del faro di Prarostino, all'ingresso delle cascate delle Marmore e a Borgo San Lorenzo, sull'antico palazzo del Podestà.

Opere principali[modifica | modifica wikitesto]

  • Scritti ed inediti celliniani, Firenze, La Nuova Italia, 1971.
  • La burla di primavera con altre fiabe, Palermo, Sellerio, 1987.
  • In difesa dell'onestà e della libertà della scuola, Palermo, Sellerio, 1994.
  • Diario (1939-1945). Vol.1: 1939-1941, Firenze, La Nuova Italia, 1997.
  • Elogio dei giudici, scritto da un avvocato, Firenze, ponte alla grazie, 1999.
  • La Costituzione e leggi per attuarla, Milano, Giuffré, 2000.
  • Inventario della casa di campagna, Roma, Tumminelli, 1945.
  • Costruire la democrazia. Premesse alla Costituente, Montepulciano (SI), Le Balze, 2004.
  • Futuro prossimo. Testi inediti 1950, Montepulciano (SI), Le Balze, 2004.
  • Costituzione e le leggi di Antigone, Firenze, Sansoni, 2004.
  • Ada con gli occhi stellanti - lettere 1908-1914, Palermo, Sellerio 2005.
  • Uomini e città della resistenza, Roma-Bari, Laterza 2006.
  • Zona di guerra - Lettere e scritti, (1915-1924), Roma- Bari, Laterza 2007.
  • Una famiglia in guerra - Lettere e scritti (1939-1956), con Franco Calamandrei, Roma-Bari, Laterza, 2008.
  • Fede nel diritto, Roma-Bari, Laterza, 2008.
  • Per la scuola, Palermo, Sellerio, 2008.
  • Lo Stato siamo noi, Milano, Chiarelettere, 2011. Raccolta di interventi e scritti dal 46' al 56'

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dell'intero Ordine degli avvocati di Firenze, solo tre iscritti non chiesero la tessera del partito fascista: oltre allo stesso Calamandrei, Adone Zoli e Ugo Feri
  2. ^ Cipriani, Il codice di procedura civile tra gerarchi e processualisti, Napoli, 1992, p. 7 ss.
  3. ^ Cipriani, La consulenza tecnica e i doni natalizi di Piero Calamandrei, in Il giusto processo civile, 2009, p. 143 ss.; Id., Il codice di procedura civile tra gerarchi e e processualisti, op. loc. cit.; Id., Piero Calamandrei e la procedura civile. Miti leggende interpretazioni documenti, Napoli, 2009
  4. ^ Cipriani, La consulenza tecnica e i doni natalizi di Piero Calamandrei, op. loc. cit..; Id., il codice di procedura civile tra gerarchi e e processualisti, cit., ibidem; Id., Piero Calamandrei e la procedura civile.cit., ibidem; sui rapporti tra Calamandrei e Grandi v. anche Picardi, Il bicentenario del codice di procedura civile in Italia, in Il giusto processo civile, 2008, p. 954
  5. ^ Cianferotti, Ufficio del giurista nello Stato autoritario ed ermeneutica della reticenza. Mario Bracci e Piero Calamandrei dalle giurisdizioni di equità della grande guerra al codice di procedura civile del 1940, in Quaderni fiorentini, 37. 3008, p. 284 ss.
  6. ^ Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, b. 938
  7. ^ In pratica, senza l'ausilio della dottrina, che rispose in maniera molto critica alle opzioni autoritarie insite in quella bozza. Ad esempio lo stesso Calamandrei fu molto critico rispetto ad essa, ma solo sul piano tecnico, sapendo di non poter contrastare il fascismo sul piano dei principi
  8. ^ Roberto Bin, Giovanni Pitruzzella, Diritto costituzionale
  9. ^ Il discorso su Wikisource.
  10. ^ il manifesto, 24 ottobre 2008; Piergiorgio Odifreddi, Così la scuola diventa un affare privato, L'espresso, anno LIV, n. 44, 6 novembre 2008.
  11. ^ Scuola pubblica addio: la storia si ripete 60 anni dopo, l'Unità, 3 dicembre 2008.
  12. ^ a b Testo del discorso.
  13. ^ Audio del discorso: parte prima, parte seconda, parte terza.
  14. ^ Il drago e la farfalla: immagini di Cina a Montepulciano
  15. ^ Pannello PDF: da un viaggio in Cina a un mondo meno chiuso, cit.: "1956, settembre, a Firenze, a seguito di un intervento chirurgico, muore improvvisamente Piero Calamandrei"

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Salvatore Satta, «Interpretazione di Calamandrei», in Soliloqui e colloqui di un giurista, Padova, 1968, p. 478 ss.
  • Piero Calamandrei: ventidue saggi su un grande maestro, a cura di Paolo Barile, Milano, Giuffrè, 1990.
  • Michele Taruffo, Calamandrei e le riforme del processo civile in Barile (a cura di), Piero Calamandrei: ventidue saggi su un grande maestro, Milano, Giuffré, 1990.
  • Norberto Bobbio, Maestri e compagni, Firenze, Passigli Editori, 1984.
  • Giulio Cianferotti, «Ufficio del giurista nello stato autoritario ed ermeneutica della reticenza. Mario Bracci e Piero Calamandrei dalle giurisdizioni di equità della grande guerra al codice di procedura civile del 1940», in Quaderni fiorentini, 37, 2008, p. 284
  • Franco Cipriani, «La consulenza tecnica e i doni natalizi di Piero Calamandrei», in Il giusto processo civile, 2009, p. 143 ss.
  • Franco Cipriani, Il codice di procedura civile tra gerarchi e processualisti, Napoli, ESI, 1992
  • Franco Cipriani, Piero Calamandrei e la procedura civile. Miti leggende interpretazioni documenti, Napoli, ESI, 2009.
  • Alessandro Galante Garrone, Calamandrei, Milano, Garzanti, 1987.
  • Roberta Gambacciani Lucchesi, Piero Calamandrei: i due volti del federalismo, Firenze, Polistampa, 2004
  • Stefano Merlini, Piero Calamandrei e la costruzione dello stato democratico. 1944-1948, Bari-Roma, Laterza 2007
  • Nicola Piscardi, «Il bicentenario del codice di procedura civile in Italia. Origine, evoluzione e crisi del monopolio statuale della procedura», in Il giusto processo civile, 2008, p. 935 ss.
  • Nicola Rondinone, Storia inedita della codificazione civile, Milano, Giuffré, 2003;
  • Nunzio Dell'Erba, Piero Calamandrei, in Id., Intellettuali laici nel '900 italiano, Vincenzo Grasso editore, Padova 2011, pp. 215–233.

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