Democrazia

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La democrazia (dal greco δῆμος (démos): popolo e κράτος (cràtos): potere) etimologicamente significa "governo del popolo", ovvero sistema di governo in cui la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dall'insieme dei cittadini.

Il concetto di democrazia non è cristallizzato in una sola versione o in un'unica concreta traduzione, ma può trovare e ha trovato la sua espressione storica in diverse espressioni e applicazioni, tutte caratterizzate per altro dalla ricerca di una modalità capace di dare al popolo la potestà effettiva di governare.

Benché all'idea di democrazia si associ in genere una forma di Stato, la democrazia può riguardare qualsiasi comunità di persone (come ad esempio una associazione) e il modo in cui vengono prese le decisioni al suo interno.

Democrazia diretta e democrazia rappresentativa[modifica | modifica sorgente]

La prima classificazione della democrazia può essere tra democrazia diretta e democrazia indiretta.

Evoluzione storica del concetto di democrazia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della democrazia.
Urna elettorale Italiana
(EN)
« Many forms of Government have been tried and will be tried in this world of sin and woe. No one pretends that democracy is perfect or all-wise. Indeed, it has been said that democracy is the worst form of government except all those other forms that have been tried from time to time. »
(IT)
« Molte forme di governo sono state sperimentate e saranno sperimentate in questo mondo di peccato e di dolore. Nessuno ha la pretesa che la democrazia sia perfetta o onnisciente. Infatti, è stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo ad eccezione di tutte le altre forme che sono state sperimentate di volta in volta. »
(Winston Churchill)

La democrazia è una forma di Stato[1] che, nella sua accezione contemporanea, si è via via affermata in modo particolarmente significativo negli ultimi due secoli. Nell'arco di più di due millenni, il concetto di democrazia ha tuttavia vissuto una continua evoluzione, subendo importanti modificazioni nel corso della storia. Le prime definizioni di democrazia risalgono all'antica Grecia.

Un primo riferimento universale lo si ritrova nei cinque regimi governativi platonici, in ordine discendente: aristocrazia, timocrazia, oligarchia, democrazia, che può portare alla tirannia in quanto inevitabile conseguenza dei comportamenti demagogici legati all'acquisizione del consenso.

Un altro esempio è il principio aristotelico che distingue fra tre forme pure e tre forme corrotte di governo: monarchia (governo del singolo), aristocrazia (governo dei migliori) e timocrazia (governo dei censi aventi diritto), esse secondo il filosofo rischiavano di degenerare rispettivamente in dispotismo, oligarchia (governo di un'élite), e democrazia (potere del popolo). Quest'ultimo, gestito dalla massa, è stato in termini più moderni definito anche dittatura della maggioranza, "quantitativismo" politico e per ciò dispotico e autoritario.

Nell'antica Grecia la parola democrazia nacque come espressione dispregiativa utilizzata dagli avversari del sistema di governo di Pericle. Infatti kratos, più che il concetto di governo (designato da archìa) rappresentava quello di "forza materiale" e, quindi, "democrazia" voleva dire, pressappoco, "dittatura del popolo" o "della maggioranza". I sostenitori del regime ateniese utilizzavano altri termini per indicare come una condizione di parità fosse necessaria al buon funzionamento di un sistema politico: "isonomia" (ovvero eguaglianza delle leggi per tutti i cittadini) e "isegoria" (eguale diritto di ogni cittadino a prendere parola nell'assemblea). Peraltro, a queste forme di eguaglianza si legavano i principi di parresìa (libertà di parola) ed eleutherìa (libertà in genere).

La prima comparsa nota di un parlamento democratico è di fatto l'assemblea Alþingi (Alþingishúsið), istituita in Islanda nel 930 d.C., la seconda è la confederazione delle cinque nazioni dei nativi americani. Si tratta dell'alleanza Haudenosaunee che si strinse fra i cinque popoli Irochesi presenti in quello che oggi è conosciuta come la regione dei grandi laghi nel Nordamerica. Le nazioni/popoli in questione sono i Cayuga, gli Onondaga, gli Oneida, i Mohawk e i Seneca. Con l'aggiunta alla confederazione della nazione/popolo Tuscarora l'alleanza prenderà il nome "delle sei nazioni". Non fu l'unica nel Nordamerica, conosciute sono anche la lega degli Huroni (appartenenti alla famiglia linguistica/etnica Irochena) e l'unione del Creek.

Sulla concezione moderna di democrazia hanno avuto grande influenza le idee illuministe a partire da Voltaire, le rivoluzioni dell'Ottocento, in particolare la Rivoluzione francese con il suo motto di libertà, uguaglianza e fratellanza. Sia la carta costituzionale americana del 1787 che quella francese del 1791 vertevano sul principio della separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario). Il suffragio universale, il primato della costituzione e la separazione dei poteri sono le basi della democrazia rappresentativa.

Un importante caratteristica della democrazia moderna è la separazione tra Stato e Chiesa, cioè l'indipendenza da tutte le religioni. Questo principio è strettamente connesso con quello della laicità dello Stato.

In seguito si è diffuso il concetto che una democrazia moderna debba avere anche una stampa libera, evidenziando così un quarto potere.

Per molti oggi ai poteri esistenti bisogna aggiungere delle authority, come quella che garantisce la concorrenza e quella che si occupa della privacy (riservatezza) dei cittadini e dei loro dati personali.

Secondo l'indiano Amartya Sen la democrazia non è un'invenzione dell'Occidente: "Quella che va corretta è la tesi, frutto solo d'ignoranza, dell'eccezionalismo occidentale in materia di tolleranza". A questo proposito Sen cita l'editto di Erragudi, emanato nel III secolo a.C. in India, a suo dire un manifesto alla tolleranza.

Per il classico Karl Popper de La società aperta e i suoi nemici (1945), nonché per Gian Enrico Rusconi la cui sintesi[2] s'inserisce nel dibattito che va dall'Hans Kelsen de La democrazia[3] al Gustavo Zagrebelsky de Il «Crucifige!» e la democrazia,[4] il concetto di democrazia si sarebbe sviluppato come una necessità per la forma di governo di garantire i diritti civili e politici davvero a tutti, così da tutelare anzitutto la minoranza. In altri termini, con la democrazia si sarebbero poste norme e regole alla dittatoriale libertà della maggioranza fornendo garanzie alle minoranze, il che avrebbe determinato il passaggio storico dalla più antica forma di democrazia, autoritaria e "quantitativa", a quella odierna, autorevole e "qualitativa".

Differenza tra la democrazia degli antichi e democrazia liberale[modifica | modifica sorgente]

Già Benjamin Constant nel Settecento aveva mostrato le differenze tra la concezione della democrazia degli antichi e quella dei moderni. Il teorico della liberaldemocrazia Robert Alan Dahl parla di tre percorsi storici:

  1. democrazia delle città-stato;
  2. democrazia degli Stati-nazione;
  3. democrazia cosmopolita.

In tale approccio la differenza tra la democrazia antica e moderna sta nel fatto che nella prima prevale il concetto di eguaglianza, nella seconda prevale l'idea di libertà. Per tale motivo, mentre la democrazia antica funzionava col sistema della partecipazione dei cittadini (esclusi gli schiavi, gli stranieri e le donne) tramite i meccanismi del sorteggio e della rotazione, le democrazie liberali si fondano sulla competizione tra candidati e sul meccanismo della delega tramite elezioni.

La democrazia partecipativa classica era possibile in epoca antica grazie a determinate condizioni: la sovranità limitata a una sola città, la polis, la cui popolazione raramente superava i 100.000 abitanti; i diritti politici riconosciuti a una ristretta fetta di popolazione, poiché erano esclusi quasi i tre quarti degli abitanti (donne e schiavi). La Grecia delle poleis, la Roma repubblicana e in parte i Comuni italiani tra XII e XIV secolo sono i luoghi e i periodi storici in cui questo tipo di democrazia poté realizzarsi.

Alcuni pensano che le moderne tecnologie elettroniche e di telecomunicazioni potrebbero oggi consentire forme di democrazia diretta in qualche modo analoghe (ad esempio tramite la partecipazione di politici e cittadini al dibattito sul web, all'utilizzo della firma digitale per la raccolta delle 50.000 firme per depositare un disegno di legge o le 500.000 per indire un referendum abrogativo).

In età moderna Rousseau tentò di far rifiorire il concetto di democrazia degli antichi. I giacobini e poi i socialisti si fecero interpreti di questa idea. Il presupposto della democrazia liberale moderna, cioè il principio della rappresentanza, fu proposto tra i primi da John Stuart Mill ed è oggi alla base dei regimi democratici.

Affermazione delle democrazie europee moderne[modifica | modifica sorgente]

Gli studi sulla modernizzazione, in particolare quelli di Barrington Moore, si sono focalizzati sulle precondizioni che hanno consentito l'affermarsi in Europa della democrazia moderna. Secondo questi studi, fondamentale fu l'equilibrio di poteri che si creò tra la monarchia assoluta, tesa a limitare il crescente potere della nobiltà, e la nobiltà stessa che fu sempre abbastanza forte da contrastare il potere tendenzialmente assoluto della corona. Questo equilibrio facilitò l'instaurazione del parlamentarismo (in primo luogo in Inghilterra). Inoltre la borghesia urbana, col suo naturale interesse per la garanzia dei diritti civili e politici - innanzitutto la proprietà privata - e l'evoluzione mercantile dell'aristocrazia terriera, favorì la democrazia, portando ad un'alleanza tra aristocrazia possidente e borghesia, insieme ad una tenue liberazione dei contadini dai vincoli feudali. L'assenza di una coalizione aristocratico-borghese contro contadini e operai fu una precondizione necessaria, tuttavia, per evitare lo stritolamento della democratizzazione negli strati più bassi della popolazione. Infine, le rivoluzioni - inglese, americana, francese - portarono alla definitiva affermazione della democrazia, estirpando l'élite agraria, distruggendo i vincoli feudali e portando operai e contadini nei processi di governo.

Democrazia nel mondo contemporaneo[modifica | modifica sorgente]

La stragrande maggioranza degli Stati mondiali oggi si definisce "democratica". Fra gli Stati democratici però si possono distinguere differenti gradi di democrazia, e non è sempre semplice riconoscere la democraticità di uno Stato. Robert Alan Dahl per caratterizzare le specificità dei sistemi democratici del XX secolo propone di utilizzare per designarli il termine poliarchia.

Diversi studi sono stati eseguiti da differenti enti per stabilire il grado di democrazia di uno Stato. Fra questi spicca quello eseguito ogni due anni dal settimanale The Economist e conosciuto come Democracy index, che prende in esame 167 nazioni e stabilisce per ognuna di esse un grado di democrazia, con un punteggio da 0 a 10. Alla fine del 2010, la Norvegia era risultata essere la nazione più democratica al mondo con un punteggio di 9.80 secondo i parametri stabiliti dal The Economist, mentre la Corea del Nord chiudeva la classifica con un punteggio di 1.08. L'Italia risultava essere una "Democrazia imperfetta" con un punteggio di 7.83, al 31º posto della classifica (dopo che nel 2008 era stata considerata una "democrazia completa"). Per i sistemi politici con simili difficoltà il politologo britannico Colin Crouch ha proposto l'introduzione di una nuova categoria intermedia, definita da lui "postdemocrazia".

Diritti di cittadinanza[modifica | modifica sorgente]

Per diritti di cittadinanza s'intende l'insieme dei diritti civili, politici, sociali ed etici che sono alla base della democrazia moderna. Essi giungono a una consistente affermazione nel XX secolo. La loro estensione alle classi basse della popolazione dipende infatti dall'evoluzione del concetto di Stato a quello di nazione e da quello di sudditi a quello di cittadini.

Cultura democratica[modifica | modifica sorgente]

Un fattore chiave in una democrazia è la presenza, all'interno di una nazione, di una cultura democratica: una "democrazia politica" senza cultura democratica diffusa nei cittadini non sarebbe una democrazia. Fra i pensatori politici e i filosofi che hanno sollevato dibattiti su tale questione c'è John Dewey, nella sua rilettura[5] di Ralph Waldo Emerson, da lui considerato "il filosofo della democrazia", essenziale per una cultura democratica. Altri pensatori dedicatisi alla questione sono Hannah Arendt e George Kateb.

Contraddizioni della democrazia[modifica | modifica sorgente]

Studi recenti di economisti e matematici mostrano come la democrazia non sia qualcosa di compiuto e ben definito, come si tende a credere nel senso comune. In effetti un approccio filosofico tende a considerare la democrazia un concetto intrinsecamente imperfetto.[6]

La prima critica che si fa alla democrazia è il paradosso insito in sé stessa, ovvero se la maggioranza delle persone desiderasse un governo antidemocratico, la democrazia cesserebbe di esistere. Tuttavia se si opponesse cesserebbe di essere democrazia in quanto andrebbe contro alla volontà della maggioranza. Un esempio di questo tipo è quello di un Paese con una forte maggioranza di una religione nel quale un partito porta i leader religiosi al potere, disconosce la laicità dello Stato e desidera instaurare una teocrazia; oppure di un orientamento politico che rifiuta la Costituzione e di indire nuove elezioni democratiche.

In secondo luogo si puntualizza un fattore semantico troppo spesso volutamente frainteso: le parole "democrazia" e "libertà" non sono sinonimi. Ogni sistema politico può essere democratico o non democratico. In ogni sistema politico può esserci libertà oppure non esserci. Ma queste due parole non necessariamente vanno di pari passo. In un sistema può esserci democrazia senza libertà, e può esserci libertà senza democrazia.

Come antidoto a questi possibili mali, Alexis de Tocqueville propone la pluralità di idee, tramite l'associazionismo e i corpi intermedi, che garantisca un controllo della maggioranza da parte delle minoranze politiche e le opposizioni, come nel modello di democrazia liberale degli Stati Uniti, in cui "pesi e contrappesi" bilanciano i vari poteri; un'altra soluzione è l'adozione di una Costituzione rigida, emendabile solo con ampia maggioranza, e con un nucleo di principi fondamentali e libertà civili che non è possibile cambiare legalmente, pena la condizione di sovversivo e di illegalità per chi vi provasse con la forza (è il caso della Costituzione della Repubblica italiana, i cui Principi fondamentali, di libertà civili e politiche e la forma repubblicana dello stato sono definiti quali limiti alla revisione costituzionale); infine la cosiddetta democrazia protetta, in cui le forze estreme ed anti-sistema vengono escluse dalla vita politica (conventio ad excludendum).

Di seguito alcuni risultati dei vari problemi della democrazia.

Libertà di opinione e diritti[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Libertà di manifestazione del pensiero.

Il nobel Amartya Sen ha sostenuto[7] che se valgono sia il principio di libertà di opinione che quello di unanimità allora un individuo può avere al più dei diritti. Ossia:

  1. la libertà di opinione è veramente fine a sé stessa;
  2. la società può essere vincolata a tenere conto al massimo delle preferenze di un solo individuo e ad andare contro quelle degli altri.

Voto[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Teorema dell'impossibilità di Arrow.

Nel 1952 Kenneth May ha dimostrato matematicamente[8][9] che la votazione a maggioranza semplice è il solo procedimento di voto tra due alternative che soddisfi i seguenti requisiti:

  1. dipendenza dal voto: il risultato è funzione solo dei voti espressi dagli individui;
  2. libertà individuale: ogni individuo può scegliere indifferentemente ciascun'alternativa;
  3. monotonicità: se un'alternativa vince in una data configurazione, continua a vincere in ogni altra configurazione in cui l'insieme di individui che la supporta contiene quello della configurazione data;
  4. anonimato: non ci sono votanti privilegiati.
  5. neutralità: non ci sono alternative privilegiate.

Già nel 1785 Marie Jean-Antoine Caritat, marchese di Condorcet, aveva tuttavia mostrato[8] come nel caso di voto tra almeno tre alternative, nell'ipotesi che ciascun votante esprima un ordine individuale lineare di preferenza[10] e nell'ipotesi che alla determinazione dell'ordine sociale concorrano gli ordini di preferenza di ciascun individuo, si può incappare in situazioni problematiche. In particolare Condorcet mostrò costruttivamente (mediante un esempio, che è noto appunto come paradosso di Condorcet) come se in una votazione fra tre o più alternative ciascun individuo determina un ordine lineare di preferenza, e se l'ordine sociale è determinato mediante votazioni a maggioranza (assoluta) tra tutte le possibili coppie di alternative[11] sia possibile pervenire ad un ordine sociale circolare.[12]

Nel 1949 Kenneth Arrow, interrogandosi proprio sul problema se sia possibile o meno determinare un sistema di voto che verifichi certi requisiti minimi di democrazia e al contempo permetta di ottenere un ordine sociale lineare a partire da ordini individuali lineari, pervenne all'importante risultato[8][13] che se valgono le ipotesi di:

  1. dipendenza dal voto: il risultato è funzione solo degli ordini di preferenza (lineari) individuali;
  2. libertà individuale (o universalità o unrestricted domain): ogni individuo può ordinare come vuole (purché transitivamente) le alternative a sua disposizione;
  3. monotonicità: se un'alternativa A è socialmente preferita ad un'altra B, A continua ad essere preferita a B in ogni configurazione in cui gli ordini di preferenza individuali siano lasciati invariati o modificati innalzando A o modificati abbassando B;
  4. indipendenza delle alternative irrilevanti: la preferenza sociale tra due alternative A e B è determinata solo dalle preferenze individuali tra le due alternative A e B;
  5. sovranità popolare (o non imposività): non è possibile che un'alternativa risulti socialmente preferita o indifferente rispetto ad un'altra qualunque siano gli ordini di preferenza individuali;

allora richiedere che l'ordine sociale sia lineare implica la condizione di dittatorialità: ossia l'esistenza di un decisore il cui ordine individuale coincida con l'ordine sociale; tale individuo è denominato dittatore proprio perché detta il risultato della votazione considerata.

In seguito le ipotesi 3. e 5. del teorema sono state sostituite[14] con l'ipotesi (più debole) di unanimità paretiana: se un'alternativa A è preferita ad un'alternativa B da ciascun individuo, allora A è socialmente preferita a B; pertanto, stanti la dipendenza dal voto, la libertà individuale, il principio di unanimità ed il principio di indipendenza delle alternative irrilevanti, allora richiedere che l'ordine sociale sia lineare implica la dittatorialità. Al fine di non fare confusione con l'usuale concetto di dittatore, va detto che il dittatore nel senso di Arrow potenzialmente può essere un qualunque votante, e che la sua identità non è determinabile a partire dal teorema.[15]

Le conseguenze del teorema di Arrow sono importanti; Paul Samuelson, premio Nobel per l'economia nel 1970 e consigliere economico di Kennedy ha sostenuto[16] che "la ricerca della democrazia perfetta da parte delle grandi menti della storia si è rivelata la ricerca di una chimera, di un'autocontraddizione logica", e che "la devastante scoperta di Arrow è per la politica ciò che il teorema di Gödel è per la matematica".[8]

Rappresentanza[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rappresentanza (filosofia politica).

Michel Balinsky e Peyton Young hanno dimostrato[17] che non esiste alcun sistema di distribuzione dei seggi in grado di soddisfare i principi di proporzionalità e monotonicità. In altre parole è possibile che un partito, pur aumentando i consensi rispetto ad un altro, perda dei seggi.

Elitismo e fascismo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Elitismo e Democrazia organica.

Nel Novecento la maggior critica alla democrazia arrivò dai teorici dell'elitismo: Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, poi Robert Michels e altri.

La teoria dell'élite fu ripresa dal fascismo. Difatti il suo capo Benito Mussolini riteneva che la moderna democrazia parlamentare di origine illuminista non fosse altro che una subdola "dittatura massonica"[18]. Come soluzione il fascismo attuò la dittatura, ma quando anche questa rivelò tutte le sue falle, cercò all'ultimo di presentare un'alternativa pseudodemocratica, la "democrazia organica", mai effettivamente attuata.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Forma di governo in quanto organizzazione dei rapporti tra popolo e sovranità, ossia tra governanti e governati, questo in contrapposizione a forma di governo nel senso di sistema secondo il quale in uno stato sono organizzati i rapporti tra gli organi supremi". In questo senso si veda Marco Olivetti, Enciclopedia del Diritto, Il Sole 24 Ore, che distingue le forme di Governo in parlamentare, presidenziale, semipresidenziale, ecc. all'interno dello Stato liberal-democratico. D'altra parte vi è una tradizione che risale ad Aristotele che classifica la democrazia come una forma di governo. A proposito si veda Manuale di storia del pensiero politico, a cura di C. Galli che definisce la democrazia aristotelica (o meglio di politeia) come una "costituzione" o "forma di governo". Invece S. Petrucciani, in Modelli di Filosofia Politica, si riferisce alla democrazia in solo termini di "costituzione". In termini più generali (e meno tecnici) democrazia può essere definita come un "sistema politico" (vedi la voce dedicata "Democrazia", su Encarta), oppure, sulla scia di Bobbio e del Teorema di Arrow citato nella voce, in maniera più sintetica come un "metodo di scelta collettiva".
  2. ^ Gian Enrico Rusconi, Come se Dio non ci fosse. I laici, i cattolici e la democrazia, Torino, Einaudi, 2000, cap. 7 (Pilato, Gesù e la democrazia populista, pp. 107-117). ISBN 88-06-15768-X; ISBN 978-88-06-15768-5.
  3. ^ Hans Kelsen, La democrazia, Bologna, il Mulino, 1955. Nuova ed.: 1998. ISBN 88-15-06655-1; ISBN 978-88-15-06655-8.
  4. ^ Gustavo Zagrebelsky, Il «Crucifige!» e la democrazia, Torino, Einaudi, 1995. ISBN 88-06-13670-4; ISBN 978-88-06-13670-3. Nuova ed.: 2007. ISBN 88-06-19100-4; ISBN 978-88-06-19100-9.
  5. ^ J. Dewey, Emerson - The Philosopher of Democracy, in "International Journal of Ethics", 13, 405-13, July 1903.
  6. ^ Gallie W.B.: Essentially contested concepts, in Proceedings of the Aristotelian Society, Vol.56, 167-198, 1956.
  7. ^ Amartya Sen, Collective choice and social welfare, Holden-Day, 1970.
  8. ^ a b c d Piergiorgio Odifreddi, La democrazia impossibile (pdf), giugno 1993. URL consultato il 3 giugno 2013.
  9. ^ Fioravante Patrone, Teorema di May: enunciato, dimostrazione e commenti. URL consultato il 3 giugno 2013.
  10. ^ Per ordine di preferenza lineare si intende che la relazione di preferenza tra due alternative è transitiva, ovvero tale che date tre alternative A, B e C, se A è preferita a B, e B è preferita a C, allora A preferita a C.
  11. ^ Ovvero, in presenza delle diverse alternative A, B, C, ..., per decidere quale tra due particolari alternative, per esempio A e B, è socialmente preferita, si vota a maggioranza (assoluta) tra le sole alternative A e B; vi è qui anche un'ipotesi implicita di razionalità del votante: nel votare tra A e B ciascun individuo sceglierà quella delle due che lui preferisce, ossia quella posta più in alto nel suo particolare ordine di preferenza individuale.
  12. ^ Per ordine di preferenza circolare si intende che la relazione di preferenza presenta almeno un ciclo, ossia che esistono tre alternative A, B e C tali che A è preferita a B, B a C, e C ad A. La transitività e l'esistenza di un ciclo si escludono a vicenda.
  13. ^ (EN) Kenneth Arrow, Social Choice and Individual Values (First Edition) (PDF), 1ª edizione, New York, London, John Wiley & Sons, Inc.; Chapman & Hall, Limited, 1951. URL consultato il agosto 2009.
  14. ^ (EN) Kenneth Arrow, Social Choice and Individual Values (Second Edition) (PDF), 2ª edizione, New York, London, Sydney, John Wiley & Sons, Inc., 1963. URL consultato il agosto 2009.
  15. ^ Mario Tirelli, Il teorema dell'impossibilità di Arrow, aprile 2009. URL consultato il agosto 2009. L'autore sostiene che: "il teorema stabilisce che l'unico ordinamento di preferenza sociale possibile, avente gli assiomi sopra elencati [...] è di tipo dittatoriale; ovvero, non esiste un sistema "democratico" che rispecchi tali proprietà di scelta sociale. Tuttavia il teorema non consente di stabilire l'identità del dittatore. [...] Il teorema stabilisce quindi solo l'esistenza di un dittatore; tutti gli individui sono potenzialmente tali".
  16. ^ Scientific American, ottobre 1974, pag. 120.
  17. ^ Michel Balinsky e Peyton Young, Fair representation, Yale University Press, 1982.
  18. ^ Richard Collier, Duce! Duce! Ascesa e caduta di Benito Mussolini, Mursia, 1971, pag. 129

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Sui legami tra tecnologie e democrazia nella società contemporanea:

Sulle contraddizioni intrinseche della democrazia

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]