Emilio Cecchi

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Emilio Cecchi (Firenze, 14 luglio 1884Roma, 5 settembre 1966) è stato un critico letterario e critico d'arte italiano. È considerato una delle figure di maggior rilievo per il giornalismo culturale italiano della prima metà del Novecento.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Nasce il 14 luglio 1884 a Firenze, in via San Zanobi: il padre Cesare lavora in una ditta di ferramenta; la madre Marianna Sani ha un laboratorio di sartoria. Ottenuta la licenza media alle scuole comunali, nel 1894 viene iscritto alle scuole tecniche, nonostante la sua propensione per gli studi letterari. Nel 1901, concluse le scuole tecniche, Emilio, si impiega presso il Credito Italiano. Nello stesso periodo legge Baudelaire e Poe, su impulso di Diego Garoglio. Precoce è il suo esordio come critico: nel 1902 avvia una collaborazione con un settimanale d'arte («La Medusa»).

L'anno successivo, conosce Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini, che lo aiutano a pubblicare su Leonardo. Nel 1904 è impiegato come copista all'Ospedale. L'anno dopo, muore il fratello Guido. Si trasferisce a Roma nel 1906 e collabora a "Athena" e alla Nuova Antologia. Decide di prendere un secondo diploma. Studia da privatista e consegue la maturità classica al Liceo «Cicognini» di Prato. Successivamente, si iscrive all'Istituto di Studi Superiori di Firenze, dove incontra Scipio Slataper e Carlo Michelstaedter. Non riesce però a conseguire il titolo[1].

Nel 1910 si fidanza con Leonetta Pieraccini, figlia di un medico di Poggibonsi. Il ritorno a Roma (1910) è importante perché, conosciuti Ugo Ojetti, Mario Missiroli e Giuseppe Antonio Borgese, si orienta decisamente verso l'attività giornalistica. Le sue collaborazioni sono numerose: scrive su La Voce di Prezzolini, il Resto del Carlino, Il Fanfulla, il Giornale d'Italia. Olindo Malagodi gli prospetta una collaborazione fissa a La Tribuna. Sposata Leonetta, il 27 febbraio del 1911, conosce Giovanni Amendola, Sibilla Aleramo e Vincenzo Cardarelli. Nel 1913 nasce la prima figlia, Giuditta e nel 1914 la seconda, Giovanna (diventerà Suso Cecchi D'Amico) ; il primo figlio, Mario, era nato morto nel 1912.

Conosce Roberto Longhi e Grazia Deledda. Dopo aver esordito nel 1912 con un saggio su La poesia di Giovanni Pascoli, rivolse le sue attenzioni soprattutto alla letteratura inglese, a cui dedicò diverse traduzioni e importanti scritti critici. È stato probabilmente il primo critico italiano a segnalare l'Ulisse di James Joyce, ma tra le sue scoperte c'è anche un autore italiano, Dino Campana, da lui considerato "il migliore poeta che abbiamo". Il 10 maggio 1915 viene richiamato sotto le armi; a dicembre, in licenza a Roma, conosce Dino Campana. Nel settembre 1916 è assegnato al Commissariato dell'VIII Corpo d'armata a Firenze; promosso capitano, nel settembre 1917 è in linea sull'Altopiano dei Sette Comuni.

Nel 1918 collabora a L'Astico di Piero Jahier, ha contatti con Michele Cascella, Riccardo Bacchelli, Benedetto Croce (che lo annovera tra i collaboratori de La Critica) e Gaetano Salvemini. Nello stesso anno nasce il figlio Dario. È in missione a Londra nel settembre 1918: ivi incontra Chesterton (che contribuità a far conoscere in Italia) e Belloc, e lo coglie l'armistizio di novembre. Il soggiorno inglese vede la sua collaborazione col Manchester Guardian e con lo Observer. Nel 1919 Cecchi fu uno dei "sette savi" fondatori e co-direttori de La Ronda, la rivista letteraria romana che propugnava un ritorno alla tradizione letteraria dopo gli eccessi delle avanguardie.

Lo stesso Cecchi interpretò al meglio la poetica rondista del frammento nei suoi elzeviri, vere e proprie prose d'arte di lucida perfezione formale, raccolte nei volumi Pesci rossi (1920) e Corse al trotto vecchie e nuove (1947). Nel 1925 fu tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Benedetto Croce, ma successivamente cambiò fronte e vinse il "Premio Mussolini"[2]. Negli anni venti, i due filoni principali della sua ricerca, letteratura e pittura, procedono appaiati. Nel 1920 esordisce su Valori plastici; dal dicembre 1923 fino al 1927 scrive su La Stampa; nel 1924 assume la titolarità della critica letteraria sul Secolo.

Nel 1927 entra stabilmente tra i collaboratori del Corriere della Sera. Infine, cura con Roberto Longhi la direzione della rivista "Vita Artistica". Viaggia molto, in Inghilterra e Olanda e, nel 1930, in California. Coopera con i registi Blasetti e Camerini, chiama a collaborare Pirandello, Soldati e Malipiero. Negli anni trenta procede intensamente l'attività di critico, anche sulle riviste di Ojetti (Dedalo, Pegaso e Pan). Collabora all'Enciclopedia Italiana diretta da Gentile. La sua incessante attività lo conduce alla nomina all'Accademia d'Italia nel maggio del 1940; lavora sempre in ambito cinematografico con Lattuada e Castellani.

La sua abitazione durante gli anni di guerra viene visitata da Moravia, Elsa Morante, Longanesi, Brancati. Dopo la Liberazione riprende i contatti con le testate per cui aveva scritto nell'anteguerra. Nel 1946 riprende la collaborazione col Corriere della Sera. Parallelamente si riannodano i rapporti internazionali (La Parisienne, Neue Zurcher Zeitung, Times Literary Supplement). Nel 1947 Arrigo Benedetti lo chiama all'Europeo. Dirige con Natalino Sapegno la Storia della letteratura italiana, pubblicata dell'editore Garzanti in 10 volumi negli anni 1965-1969. È il padre di Suso Cecchi D'Amico. Il Fondo Cecchi è conservato presso il Gabinetto Viesseux di Firenze.

Opere[modifica | modifica sorgente]

  • Critica letteraria
    • La poesia di Giovanni Pascoli (1912)
    • Storia della letteratura inglese del secolo XIX (1915)
    • Scrittori inglesi e americani (1937)
    • I grandi romantici inglesi (1957)
  • Critica d'arte
    • Pittura italiana dell'Ottocento (1926)
    • La scultura fiorentina del Quattrocento (1956)

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Membro dell'Accademia d'Italia

Cavaliere di gran croce dell'ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'ordine al merito della Repubblica italiana
— 2 giugno 1959[3]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Nel 1958 l'istituto gli conferirà la laurea honoris causa.
  2. ^ A. Spinosa, Mussolini. Il fascino di un dittatore, Mondadori, Milano, 1989, pag. 153
  3. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Controllo di autorità VIAF: 17242426 LCCN: n50034306