Dino Campana
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Dino Campana (Marradi, 20 agosto 1885 – Scandicci, 1º marzo 1932) è stato un poeta italiano.
È l'autore di una composizione di scritti letterari e poetici: i Canti Orfici; il suo nome è stato spesso accostato a quello della corrente dei poeti maledetti. È noto anche per la sua tempestosa relazione sentimentale con la scrittrice Sibilla Aleramo (liaison messa a nudo nell'epistolario intercorso tra il poeta e la poetessa).
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[modifica] Biografia
Figlio di Giovanni, insegnante di scuola elementare descritto come uomo per bene ma di carattere debole e nevrotico, e di Francesca detta Fanny Luti, donna compulsiva e severa, affetta da mania deambulatoria. La madre era attaccata in modo morboso al figlio secondogenito Manlio, fratello più giovane di due anni di Dino, natole nel 1887.
Dino Campana trascorre l'infanzia in modo apparentemente sereno a Marradi (borgo collinare a 35 km da Faenza) ma, a circa quindici anni di età, gli vengono diagnosticati i primi disturbi nervosi (che non gli impediranno comunque di frequentare i vari cicli di scuola).
Frequenta le elementari a Marradi, poi frequenta la terza, quarta e quinta ginnasio presso il collegio dei Salesiani di Faenza. Intraprende gli studi liceali in parte presso il Liceo Torricelli [1] della stessa città, in parte a Carmagnola, in Piemonte, presso il regio liceo Baldessano, dove consegue il diploma.
Quando rientra a Marradi, le crisi nervose si acutizzano, come pure i frequenti sbalzi di umore, sintomi dei difficili rapporti con la famiglia (soprattutto con la madre) e il paese natio.
A diciannove anni, nel 1904, Campana entra nella scuola per ufficiali di complemento di Ravenna; non superando l'esame per sergente, si iscrive presso l'Università di Bologna, alla Facoltà di Chimica pura, per passare - l'anno seguente - alla Facoltà di Chimica farmaceutica a Firenze. Non riesce a portare a termine gli studi universitari: ha difficoltà a trovare un ordine interiore e una sua vera identificazione. Il suo unico punto di riferimento è la poesia e alla poesia dedicherà e sacrificherà - tra esaltazione e disperata follia - i suoi giorni.
[modifica] Tra manicomio e Sudamerica
Campana espresse il suo "male oscuro" con un irrefrenabile bisogno di fuggire e dedicarsi ad una vita errabonda. La prima reazione della famiglia e del paese, e poi dell'autorità pubblica, fu quella di considerare le stranezze di Campana come segni lampanti della sua pazzia. Ad ogni sua "fuga", che si realizzava con viaggi in paesi stranieri dove si dedicava ai mestieri più disparati per sostenersi, seguiva, da parte della polizia (in conformità con il sistema psichiatrico di quei tempi e per le incertezze dei familiari), il ricovero in manicomio.
Tra il maggio e il luglio del 1906, Campana compie una prima fuga in Svizzera e in Francia, che si conclude con l'arresto a Bardonecchia e il ricovero ad Imola (città a 15 km da Faenza).
Dino durante i periodi di soggiorno a Marradi, specie nella stagione invernale, per ovviare alla monotonia delle serate marradesi era solito recarsi a Gerbarola, una località poco distante dal borgo natio, dove con gli abitanti del luogo passava qualche ora mangiando le caldarroste, localmente appellate con il nome di "bruciate"[1]. Questo tipo di svago sembrava avere effetti positivi riguardo i suoi disturbi psichici.
Nel 1907, i genitori di Campana non sanno più che fare di fronte alla nevrosi del figlio e lo mandano in America Latina presso una famiglia di compaesani emigrati (forse dei parenti). Non si tratta di una "fuga" del poeta, che non avrebbe potuto ottenere da solo un passaporto per il Nuovo Mondo in quanto era già ritenuto ufficialmente "pazzo": è la sua famiglia a procurargli il passaporto e ad organizzargli il viaggio; Dino accetta di partire per la paura di dover tornare in manicomio. I coniugi Campana sostengono di averlo mandato in America con la speranza che questo viaggio lo potesse guarire, ma sembra che il passaporto fosse valido solo per l'andata, per cui si trattò probabilmente (anche) di un tentativo di sbarazzarsi di lui, poiché la convivenza con Campana era ormai divenuta insopportabile per tutti.
Il viaggio in America rappresenta un punto particolarmente oscuro della biografia di Campana: se alcuni arrivano a chiamarlo "il poeta dei due mondi", c'è anche chi, invece, come per esempio Ungaretti, sostiene che in America, Campana non ci andò neppure. Numerose sono anche le opinioni sulla datazione del viaggio e sulle modalità ed il tragitto del ritorno.
L'ipotesi più accreditata è che sia partito nell'autunno 1907 da Genova ed abbia vagabondato per l'Argentina fino alla primavera del 1909, quando ricompare a Marradi, dove viene arrestato. Dopo un breve internamento al San Salvi di Firenze, riparte per un viaggio in Belgio, ma viene di nuovo arrestato a Bruxelles e viene poi internato nella "maison de santé" di Tournai all'inizio del 1910. Chiede aiuto alla sua famiglia e viene rimandato a Marradi.
[modifica] Canti Orfici
| Per approfondire, vedi la voce Canti Orfici. |
Tra il 1912 e il 1913 Campana compone i versi che diventeranno poi (dopo alterne vicende e diverse riscritture) la sua opera più significativa: i "Canti Orfici", una raccolta che contiene un poema in due parti (La notte), sette poesie intitolate I notturni, una prosa diaristica su di un viaggio alla Santuario della Verna (AR) e altre dieci fra poesie e prose liriche. Segue una sezione di Varie che comprendono due frammenti, sette prose liriche e (in sette parti) il poemetto Genova.[2].
Nel 1913 Campana si reca a Firenze presentandosi nella redazione della rivista "Lacerba" a Giovanni Papini e ad Ardengo Soffici, suo lontano parente, cui consegna il suo manoscritto dal titolo "Il più lungo giorno". Non viene preso in considerazione e il manoscritto va perduto (sarà ritrovato solamente, dopo sessant'anni, nel 1971, dopo la morte di Soffici, tra le sue carte nella casa di Poggio a Caiano, probabilmente nello stesso posto in cui era stato abbandonato e dimenticato)[3]. Dopo qualche mese di attesa Campana scende da Marradi a Firenze per riprendersi il suo manoscritto. Papini non lo possiede più e lo manda da Soffici che nega di aver mai avuto il libretto. Il giovane, la cui mente è già labile, si arrabbia e si dispera, poiché aveva consegnato, fidandosi, l'unica copia che aveva realizzato. Scrive e implora insistentemente senza altro risultato che il disprezzo e l’indifferenza di tutto l’ambiente culturale che gravita intorno alle "Giubbe Rosse". Infine, esasperato, minaccia di venire con il coltello per farsi giustizia dell’ "infame" Soffici e i suoi soci, che definisce "sciacalli".
Nell’inverno del 1914, convinto di non poter più recuperare il manoscritto, Campana decide di riscrivere tutto affidandosi alla memoria, e in pochi giorni, lavorando anche di notte e a costo di un enorme sforzo mentale, riesce a riscrivere il canzoniere, sia pure con modifiche e aggiunte.[4] Nella primavera del 1914, Campana riesce finalmente a pubblicare a proprie spese, la raccolta, con il titolo, appunto, di "Canti Orfici". Il 1915 lo trascorre viaggiando senza una meta fissa: Torino, Domodossola, ancora Firenze.
Nel 1916 ricerca inutilmente un impiego. Scrive a Emilio Cecchi [2](che sarà, insieme a Giovanni Boine[3] - che comprese subito l'importanza di Campana recensendo i Canti Orfici nel 1914 su "Plausi e Botte" - e a Giuseppe De Robertis, uno dei suoi pochi estimatori) ed inizia con lo scrittore una breve corrispondenza. A Livorno si scontra con il giornalista Athos Gastone Banti, che scrive su di lui un articolo denigratorio sul quotidiano "Il Telegrafo": si arriva quasi al duello [4].
Nello stesso anno conosce Sibilla Aleramo, l'autrice del romanzo Una donna ed inizia con lei una intensa e tumultuosa relazione, che si interromperà all'inizio del 1917, successivamente a un breve incontro nel Natale 1916 a Marradi.
Esistono testimonianze della relazione avvenuta tra Dino e Sibilla nel carteggio pubblicato da Feltrinelli nel 2000: Un viaggio chiamato amore - Lettere 1916-1918.
Il carteggio ha inizio con una lettera della Aleramo datata 10 giugno 1916, nel quale l'autrice esprime la sua ammirazione per i "Canti Orfici", dichiarando di esserne stata incantata e abbagliata insieme. Sibilla era allora in vacanza nella Villa La Topaia a Borgo San Lorenzo, mentre Campana era in una stazione climatica presso Firenzuola per rimettersi in salute dopo essere stato colpito da una leggera paresi al lato destro del corpo.
Nel 1918 Campana viene internato presso l'ospedale psichiatrico di Castel Pulci, presso Scandicci (Firenze). Lo psichiatra Carlo Pariani lo va a trovare per intervistarlo[5].
Dino Campana muore in ospedale, sembra per una forma di setticemia, dovuta ad una malattia mai ben chiarita, il primo marzo del 1932, la salma è sepolta nel cimitero di San Colombano, nel territorio di Scandicci.
Il 3 marzo 1942, su interessamento di Piero Bargellini la salma è tumulata nella cappella sottostante il campanile della chiesa di Badia a Settimo [6]. Durante la seconda guerra mondiale, il 4 agosto 1944, i tedeschi, in ritirata, fanno saltare con una carica esplosiva il campanile distruggendo nel contempo anche la cappella.
Nel 1946 le ossa del poeta, collocate all'interno della Chiesa di Badia a Settimo, raggiungono la loro dimora attuale.
[modifica] La poetica
La poesia di Campana è una poesia nuova nella quale si amalgamano i suoni, i colori e la musica in potenti bagliori. Il verso è indefinito, l'articolazione espressiva in un certo senso monotona ma nel contempo ricca di immagini molto forti di annientamento e purezza. Il titolo allude agli inni orfici, genere letterario attestato nell'antica Grecia tra il II e il III secolo d.C. e caratterizzato da una diversa teogonia rispetto a quella classica. Inoltre le preghiere agli dei (in particolare al dio Protogono) sono caratterizzate dagli scongiuri dal male e dalle sciagure.
[modifica] I temi fondamentali
Uno dei temi maggiori di Campana, che si trova già all'inizio dei "Canti Orfici" nelle prime parti in prosa - La notte e Il viaggio e il ritorno - è quello dell'oscurità tra il sogno e la veglia. Gli aggettivi e gli avverbi ritornano con una ripetitiva insistenza come di chi detta durante un sogno, sogno però interrotto da forti trasalimenti (si veda la poesia "l'invetriata", mirabile spleen baudelairiano).
Nella seconda parte - nel notturno di "Genova", ritornano tutti i miti fondamentali che saranno del Campana successivo: le città portuali, la matrona barbarica, le enormi prostitute, le pianure ventose, la schiava adolescente.
Già nella prosa si nota l'uso dell'iterazione, l'uso drammatico dei superlativi, l'effetto d'eco nelle preposizioni, il ricorrere alle parole chiave che creano una forte scenografia.
[modifica] L'interpretazione della poesia
Nel quindicennio che va dalla sua morte alla fine della seconda guerra mondiale (1932-1945) ed anche in seguito, nel periodo dell'espressionismo e del futurismo, l'interpretazione della poesia di Campana si focalizza sullo spessore della parola apparentemente incontrollata, nascosta in una zona psichica di allucinazione e di rovina.
Nei suoi versi, dove vi sono elementi deboli di controllo e di approssimativa scrittura, si avverte - a parere di molti critici - il vitalismo delle avanguardie del primo decennio del XX secolo; dai suoi versi, per la verità, hanno attinto poeti molto differenti tra di loro, come Mario Luzi, Pier Paolo Pasolini, Andrea Zanzotto.
[modifica] Campana e Rimbaud
Il destino di Campana è stato avvicinato a quello di Rimbaud. Ma, in verità, tra Campana e il poeta maledetto il punto di contatto (il bisogno di fuggire, l'idea del viaggio, l'abbandono di un mondo civile estraneo) è affrontato in modo molto diverso. Dove Rimbaud abbandona la letteratura per fuggire in Africa e prestarsi a mestieri avventurosi ed alternativi, come il commerciante d'armi, Campana alla fine dei suoi viaggi, senza una vera meta, trova solamente la follia.
E se Rimbaud aveva fatto una scelta, Campana non scelse ma fu sopraffatto dagli eventi che attraversarono la sua vita diventandone una vittima: senza però mai disertare la poesia, come, differentemente, aveva fatto il poeta francese. Campana, fino al suo internamento a Castel Pulci, lotterà per la sua poesia e per una vita che non era mai riuscita a donargli nulla in termini di serenità e pace; e anche la strada dell'amore, il suo incontro con Sibilla Aleramo, si trasformerà in una sconfitta.
Come scrive Carlo Bo nel saggio "La nuova poesia: Storia della letteratura italiana - il Novecento" (Garzanti, 2001):
| « ... il destino così doloroso di Dino Campana risponde precisamente ad un problema sollevato dal giovane Victor Hugo, verso il 1834. La domanda di questo allora quasi sconosciuto Hugo era: "Jusqu'à quel point le chant appartient à la voix, et la poésie au poète?". Domanda di una inesauribile novità e contro cui nulla hanno potuto le innumerevoli esperienze poetiche in più di un secolo, anzi direi che rimane confermata dalle maggiori audacie degli esempi più usati: l'autorizzano Baudelaire, Rimbaud e la storia dei surrealisti. Noi sappiamo i nomi che mancano, quello di Dino Campana va fatto senza timore. » |
Eugenio Montale fu tra i primi estimatori ufficiali, il più autorevole ad oggi, delle composizioni di Dino Campana, tanto da dedicargli una poesia o meglio un omaggio a chi meglio di lui aveva saputo piegare le parole fino a renderle ancora più oscure.
Sebbene i canti di Dino Campana affondano ben oltre il simbolismo francese, fatto di audaci freddi e monotoni alessandrini, direttamente nelle radici della nostra terra toscana, Campana guarda al Trecento dantesco, al Cavalcanti al Dante della commedia fino ad arrivare ai canti del Foscolo (Giacomo Leopardi ancora non era stato molto diffuso), ed è toccante l'allusione dantesca con cui Eugenio Montale chiude questa struggente lirica di stampo prettamente biografico (di Dino Campana si evitava di citare per motivi piccoli borghesi la sua vita e i suoi amori travagliati nonché il suo pacifismo antinterventista) e proprio per questo ancor più provocatoria: "fino a quando riverso a terra cadde!".
[modifica] Dino Campana e l'arte
La critica ha spesso indagato e continua ad interrogarsi su quanto vi è di figurativo nell'opera del poeta di Marradi, conosciuto dall'immaginario come il poeta folle e visionario.
Nel 1937 Gianfranco Contini scriveva [7] «Campana non è un veggente o un visionario: è un visivo, che è quasi la cosa inversa».
Nei Canti Orfici sussistono infatti elementi sia visivi che visionari con numerosi riferimenti alla pittura. Analizzando la funzione che questi aspetti hanno all'interno dell'opera si nota con evidenza come al lato visionario, con riferimento a Leonardo, a De Chirico e all'arte toscana, sia affiancato in perfetta coesione quello visivo che trova le sue allusioni nel futurismo.
Pasolini, che aveva riletto con molta attenzione l'opera di Campana, aveva scritto [8]«Particolarmente precisa era la sua cultura pittorica: gli apporti nella sua lingua del gusto cubista e di quello del futurismo figurativo sono impeccabili. Alcune sue brevi poesie-nature morte sono tra le più riuscite e se sono alla "manière de" lo sono con un gusto critico di alta qualità».
A proposito poi delle conoscenze leonardesche dell'autore si può leggere, in una lettera del 12 maggio 1914 scritta da Campana a Soffici da Ginevra «Ho trovato alcuni studi, purtroppo tedeschi, di psicoanalisi sessuale di Segantini, Leonardo e altri che contengono cose in Italia inaudite: potrei fargliene un riassunto per Lacerba».
[modifica] Opere
- Poesia e varie:
- Canti Orfici, Marradi, 1914
- Inediti, raccolti a cura di E. Falqui, Firenze, 1942
- Taccuino, a cura di F. Matacotta, Fermo 1949
- Taccuinetto faentino, a cura di D. De Robertis, prefazione di E.Falqui, Firenze, 1952
- Fascicolo marradese, a cura di F. Ravigli, Firenze, 1952
- Il più lungo giorno, Roma-Firenze, 1973, 2 voll. vol.I: riproduzione anastatica del manoscritto ritrovato dei "Canti orfici"; vol. II: prefazione di E. Falqui, testo critico a cura di D. Robertis
- Epistolari:
- Dino Campana - Sibilla Aleramo, Lettere, a cura di N. Gallo, prefazione di M.Luzi, Firenze, 1958
- Le mie lettere sono fatte per essere bruciate, a cura di G. Cacho Millet, Milano, 1978
- Souvenir d'un pendu. Carteggio 1910-1931, a cura di G. Cacho Millet, Napoli, 1985
- Un viaggio chiamato amore - Lettere 1916-1918, Sibilla Aleramo, Dino Campana, a cura di Bruna Conti, Feltrinelli, 2000. Da questo carteggio è stato tratto il film Un viaggio chiamato amore (film) (di Michele Placido, 2002) con Stefano Accorsi nel ruolo di Campana e Laura Morante nel ruolo di Sibilla Aleramo.
- Raccolgono la parte essenziale dell'Opera campaniana a prescindere da "Il più lungo giorno") i due volumi di "Opere e contributi", a cura di E. Falqui, prefazione di M. Luzi, note di D. De Robertis e S. Ramat, carteggio a cura di N. Gallo, Firenze, 1973.
- L'edizione recente dei "Canti Orfici", con il commento di F. Ceragioli, Firenze, 1985, oltre che per il restauro del testo originario di Marradi 1914, si segnala per il tentativo (inconsueto per opere novecentesche) di un commentario perpetuo, con "cappelli" introduttivi ai singoli testi e note a piè di pagina.
- Un'ottima Bibliografia campaniana (1914-1985) è curata da A. Corsaro e M. Verdenelli, Ravenna, 1986; per la bibliografia più recente è fondamentale il contributo Campaniana (1986-1995), curato da C. D'Alessio in «Galleria», XXXXV, n.2-3.
- Il ritrovamento del manoscritto de "Il più lungo giorno" tra le carte di Soffici fu annunciato sul Corriere della sera del 17 giugno 1971 e ha consentito nuove forme di indagini sul complesso degli scritti campaniani
- Alla vita di Dino Campana è dedicato il romanzo La notte della cometa di Sebastiano Vassalli (1990), alla cui stesura l'autore dedicò 14 anni di ricerche e di lavoro. Si tratta di una biografia romanzata.
- A cura di Sebastiano Vassalli si segnala la raccolta Dino Campana - Un po' del mio sangue (2005) che, oltre ai Canti Orfici, contiene varie poesie, un'antologia delle lettere e una cronologia della vita. Le lettere pubblicate sono riprese dal volume di Gabriel Cacho Millet, Souvenir d'un pendu [5] edizioni ESI, Napoli, 1985.
- Critica:
- Roberto Mosena, Per un meraviglioso attimo. Poesia, luoghi e incontri di Dino Campana, Cisu, Roma 2001
[modifica] Film
Sul turbolento rapporto tra il poeta e Sibilla Aleramo Michele Placido ha diretto nel 2002 il film Un viaggio chiamato amore.
[modifica] Note
- ^ Le castagne sono ancora oggi il frutto tipico di Marradi.
- ^ In quest'ultima sezione fu inserita dopo la morte di Campana una lirica di Luisa Giaconi, poetessa che Campana aveva conosciuto. Ma l'inserimento fu un errore di attribuzione dell'editore, cui Campana l'aveva entusiasticamente inviata, senza menzionare con chiarezza il nome dell'autrice. Dopo alcuni anni, la poesia è stata correttamente attribuita e tolta dai Canti orfici.
- ^ Lo smarrimento dei Canti Orfici
- ^ Mario Luzi,Un eccezionale ritrovamento tra le carte Soffici, in "Corriere della Sera" del 17 giugno 1971
- ^ Nel 1938 la casa editrice Vallecchi pubblicherà "Vite non romanzate di Dino Campana scrittore e di Evaristo Boncinelli scultore".
- ^ Località nei dintorni di Firenze.
- ^ da Gianfranco Contini, Esercizi di lettura sopra autori contemporanei, II Edizione, Firenze 1947, p.18
- ^ da Pier Paolo Pasolini, Campana e Pound, in Saggi sulla letteratura e sull'arte, Milano 1999,II, p.1958
Articolo di Gianfranco Contini, pubblicato nel 1937 [6]
Articolo di Carlo BO, Dell'infrenabile notte, in "Frontespizio", dicembre 1937, poi in "Otto studi", Vallecchi, Firenze 1939[7]
[modifica] Fonti
Per una biografia puntuale basata sui documenti e sulle lettere, vedi qui [8], per notizie sulla sua tumulazione qui [9].
[modifica] Voci correlate
- Marradi
- Sibilla Aleramo
- Canti Orfici
- La Chimera (Dino Campana)
- Letteratura
- Letteratura italiana
- Scrittori e poeti italiani
[modifica] Collegamenti esterni
- Dino Campana su Open Directory Project (Segnala su DMoz un collegamento pertinente all'argomento "Dino Campana")
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