Elzeviro
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L'elzevìro è un carattere tipografico, nitido ed elegante, creato nel XVI secolo dall'incisore Christoffel van Dyck per la famiglia di tipografi, ed editori, olandese Elzevier, da cui deriva l'attuale Elsevier.
Nella tipografia [modifica]
Christoffel van Dyck, inventore del tipo, ebbe l'idea di riprodurre i caratteri delle antiche tipografie italiane. L'elzeviro è curviforme, con occhio chiaro e risultava facilmente leggibile.[1]
Il nome degli stampatori olandesi Elzevier viene continuato oggi da una casa editrice tuttora esistente in Olanda, la Elsevier, specializzata in testi scientifici.
Nell'editoria italiana [modifica]
Nella stampa italiana del Novecento, il termine ha preso a indicare l'articolo di apertura della Terza pagina. Solitamente era un pezzo di critica letteraria o teatrale, oppure una riflessione erudita su un tema di attualità o di costume.
Apparve per la prima volta sul quotidiano romano Il Giornale d'Italia di Alberto Bergamini. Bergamini dedicò un'intera pagina, la terza, del numero del 10 dicembre 1901 alla prima nazionale della tragedia Francesca da Rimini con Eleonora Duse presso il Teatro Costanzi di Roma.[2] Il direttore scelse per l'articolo principale il carattere tipografico Elzevier che, avendo un modello triangolare, conferiva più leggerezza alla pagina e permetteva inoltre di utilizzare un corpo più ridotto pur mantenendo una grande leggibilità. Gli elzeviri sono infatti articoli molto estesi.
Dal 3 gennaio 1905 il Corriere della Sera iniziò a fare altrettanto e l'elzeviro venne così codificato e "istituzionalizzato", passando a indicare, più che il carattere, l'articolo scritto con quel carattere. Da allora tutti gli articoli di apertura delle Terze pagine dei quotidiani vengono chiamati elzeviri. Negli anni venti e trenta del secolo XX, l'elzeviro contribuì in modo decisivo a diffondere in Italia il gusto per la "prosa d'arte": la scrittura era caratterizzata dall'uso di figure retoriche e dalla ricchezza stilistica. Tra i maestri riconosciuti del genere, il critico Emilio Cecchi[3]. Anche le grandi recensioni teatrali d'autore andarono in elzeviro.
Per il prestigio della sua collocazione nella Terza pagina, gli autori degli elzeviri erano esclusivamente scrittori affermati: non potevano scrivere elzeviri i giornalisti. Per questo, l'elzeviro rappresentò per molte generazioni di scrittori un punto d'arrivo, la dimostrazione del raggiungimento di un livello di eccellenza.
Nel dopoguerra l’elzeviro perse il suo carattere di "vertice della cultura": la Terza pagina doveva diventare interessante anche per un pubblico non intellettuale. I direttori quindi aprirono l'elzeviro ai giornalisti di professione. Su alcuni quotidiani l'elzeviro divenne anche una rubrica fissa, affidata a uno o più giornalisti in rotazione. Non era infrequente, poi, che alcuni di loro raccogliessero i propri elzeviri in volume: è il caso ad esempio di Farfalla di Dinard e Auto da fé, due opere che raccolgono gli elzeviri composti da Eugenio Montale, per il Corriere della Sera.
Oggi, scomparsa la Terza pagina, il termine elzeviro sopravvive come titolo di rubrica in alcuni quotidiani:
- La Stampa, dov'è collocato in alto nella seconda pagina della Cultura (generalmente è una recensione);
- il Corriere della Sera, nella sole edizioni del lunedì e del giovedì [4] (lunedì è sempre una recensione).
Recentemente il termine ha assunto anche una sfumatura spregiativa: per elzeviro s'intende a volte un articolo scritto con un'eccessiva cura formale ma che non presenta particolari motivi d'interesse.
Note [modifica]
- ^ "Le Muse", De Agostini, Novara, 1965, Vol.IV, pag.344
- ^ Dalla sua felice intuizione, nacque la «Terza pagina» dei quotidiani italiani.
- ^ Emilio Cecchi scriveva sotto lo pseudonimo “Il tarlo”.
- ^ Nell'edizione del Corriere del giovedì le due pagine di Cultura sono denominate "Terza pagina".
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