Luciano Baldessari

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Controllo di autorità VIAF: 25431204 LCCN: n80081319 SBN: IT\ICCU\CFIV\058185

« Luciano Baldessari è indubbiamente tra i più colti e sprovincializzati architetti che operarono in quegli anni in Italia: la sua formazione è tutta calata nel futurismo: non quello milanese di Marinetti e Boccioni ma quello periferico e per molti versi anomalo e discorde che inaugurò Depero nella provincia di Rovereto. »
(Cesare de Seta[1])

Luciano Baldessari (Rovereto, 10 dicembre 1896Milano, 26 settembre 1982) è stato un architetto e scenografo italiano. Allievo di Luigi Comel presso la Scuola reale elisabettina di Rovereto, nel 1913 aderisce al Circolo futurista di Fortunato Depero.[2][3][4] Dopo aver conseguito la laurea in architettura al Politecnico di Milano, negli anni Venti soggiorna a Berlino dove frequenta Walter Gropius e Ludwig Mies van der Rohe.[2][3][4] Al ritorno in Italia si avvicina al Gruppo 7 degli architetti razionalisti italiani.[2][3][4] Come architetto partecipa a numerose esposizioni internazionali fra cui l'Expo 1929, la Fiera di Milano, la Triennale di Milano e l'Interbau 57.[2][3][4] Fra le sue opere principali si ricordano i padiglioni Vesta e Breda alla Fiera di Milano, quello della stampa alla Triennale, il grattacielo dell'Hansaviertel a Berlino e il quartiere Feltre a Milano.[2][3][4] Come scenografo collabora con importanti registi quali Max Reinhardt, Erwin Piscator, Tatiana Pavlova ed Enzo Ferrieri.[2][3][4] Cura inoltre gli allestimenti di numerose mostre d'arte, in particolare al Palazzo Reale di Milano.[2][3][4] L'archivio di Baldessari è conservato in parte presso l'Archivio del '900 del Mart di Rovereto, in parte presso il Politecnico di Milano e in parte presso il Centro di alti studi sulle arti visive del Comune di Milano.[2][3][4]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Luciano Baldessari nasce il 10 dicembre 1896 a Rovereto, all'epoca borgo appartenente al Tirolo austro-ungarico.[2][3][4] È figlio di Leopoldo Baldessari, calzolaio, e Maria Casetti.[2][3][4] Nel 1906, in seguito alla morte del padre, Baldessari è trasferito nell'orfanotrofio di Rovereto.[2][3][4] In questo periodo stringe amicizia con Fortunato Depero.[2][3][4] Dal 1909 frequenta la Scuola reale elisabettina, istituita dal governo austriaco e impostata sui programmi didattici del Deutscher Werkbund, e ha come maestro Luigi Comel.[2][3][4] Nel 1913 aderisce al circolo futurista di Rovereto fondato da Depero.[2][3] Nel 1915, all'inizio della prima guerra mondiale, è sfollato a Schardenberg e in seguito a Brunau, in Austria.[2][3] Nel 1918 si diploma a Vienna, in seguito è arruolato nell'esercito austro-ungarico.[4] L'anno seguente torna in Italia e si iscrive al Politecnico di Milano, dove consegue la laurea in architettura il 14 dicembre 1922.[2][3][4] Durante gli studi realizza la facciata della nuova chiesa di Vallarsa, e frequenta i corsi di scenografia dell'Accademia di Brera.[2][3][4] Nel 1923 parte per Berlino, dove lavora come scenografo con registi come Max Reinhardt ed Erwin Piscator.[2][3][4] Qui entra in contatto con Walter Gropius, Ludwig Mies van der Rohe, Oskar Kokoschka, Otto Dix e ospita brevemente Carlo Belli.[2][3]

Tornato in Italia nel 1926, inizia a intrattenere rapporti con l'industriale Carlo Frua, che diverrà uno dei suoi principali committenti, e con gli architetti razionalisti del Gruppo 7.[4] Nel 1927 allestisce la Mostra nazionale serica a Villa Olmo a Como.[2][3][4] L'anno seguente apre a Milano, in via Santa Marta, il primo studio di architettura.[2][3] Insieme a Gio Ponti lavora per l'Expo 1929 di Barcellona e in seguito allo stabilimento Italcima di Milano.[2][3] In questo periodo progetta con Figini e Pollini, Marcello Nizzoli e Fausto Melotti il bar Craja di Milano.[4] In seguito allestisce i padiglioni Vesta alla Fiera di Milano e quello della stampa alla V Triennale di Milano.[4] Fra il 1928 e il 1930 realizza inoltre scenografie per le compagnie di Giuseppe Visconti di Modrone, Tatiana Pavlova ed Enzo Ferrieri.[2][3][4] Nel settembre 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, si trasferisce a New York.[2][3][4] Qui è attivo principalmente come pittore e scenografo, in quanto non gli è riconosciuta la laurea in architettura.[2][3] Negli Stati Uniti incontra nuovamente Gropius e Mies van der Rohe, inoltre frequenta Fernand Léger, Alfred H. Barr Jr., Amédée Ozenfant, e anche Depero nel corso del suo secondo viaggio americano.[2][3]

Rientrato in Italia nel 1948, a partire dal 1951 realizza per la Breda i padiglioni espositivi alla Fiera di Milano.[2][3][4] I padiglioni rappresentano il rilancio dell'azienda, sotto la guida del commissario straordinario Pietro Sette, dopo un periodo di forte crisi.[2][3] Baldessari invita a partecipare ai padiglioni un team di architetti e ingegneri (Marcello Grisotti, Erminio Gosso, Giuseppe Dal Monte) e artisti (Lucio Fontana, Umberto Milani, Attilio Rossi).[2][3] La collaborazione fra Baldessari e Fontana si ripete anche in occasione della progettazione del padiglione Sidercomit alla Fiera del 1953, cui partecipa anche Attilio Rossi.[2][3] Nel 1951 Baldessari progetta lo scalone d'onore alla IX Triennale di Milano.[2][3] Negli stessi anni è autore di importanti allestimenti di mostre d'arte: quella su Vincent van Gogh al Palazzo Reale di Milano e sul Risorgimento mantovano alla Casa del Mantegna di Mantova (1952, entrambe con Attilio Rossi); quelle su Rembrandt e il Seicento olandese (1954), su arte e civiltà etrusca (1955) e su Amedeo Modigliani (1958).[2][3][4]

Il grattacielo di Luciano Baldessari (sinistra) e quello di Jacob B. Bakema e Jo van den Broek (destra) all'Hansaviertel a Berlino.

Fra il 1955 e il 1957 Baldessari è invitato a realizzare un grattacielo all'Hansaviertel a Berlino, in occasione dell'Interbau 57. [4] Dal 1958 è capogruppo per la progettazione di un lotto di edifici residenziali nel quartiere Feltre a Milano.[2][3] Fra il 1962 e il 1966 progetta e realizza la casa di riposo Villa Letizia a Caravate, provincia di Varese, con la contigua cappella di Santa Lucia.[2][3][4] Nel 1965 sposa a Basilea l'attrice ucraina Schifra Gorstein, da cui divorzierà nel 1977.[4] Nel 1971, in collaborazione con Zita Mosca, ristruttura la sala delle cariatidi e delle colonne del Palazzo Reale, distrutta dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale.[4] Nello stesso periodo, sempre in collaborazione con Mosca, cura le retrospettive su Roberto Crippa (1971) e Lucio Fontana (1972) e la mostra La ricerca dell'identità (1974) al Palazzo Reale di Milano.

Negli anni Settanta Baldessari espone in numerose mostre, sia personali che collettive (Museo teatrale alla Scala, Milano, 1969–70; Palazzo Rosmini, Rovereto, 1970; Galleria Pancheri, Rovereto, 1975; Biennale di Venezia, 1976 e 1978; Galleria Schettini e Fondazione Corrente, Milano, 1978, Institut Culturel de Paris, Parigi, 1981).[2][3] Nel 1978 è insignito del premio Feltrinelli dall'Accademia Nazionale dei Lincei.[2][3] Nel giugno 1982 sposa la collega Zita Mosca.[2][3] Il 26 settembre dello stesso anno si spegne a Milano.[2][3] L'archivio di Baldessari è conservato in parte presso l'Archivio del '900 del Mart di Rovereto, in parte presso il Politecnico di Milano e in parte presso il Centro di alti studi sulle arti visive del Comune di Milano presso il Castello Sforzesco.[5][6][7]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cesare de Seta, La cultura architettonica in Italia fra le due guerre, Roma; Bari, Laterza, 1972, pp. 219–220.
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad ae af ag ah ai aj ak al Stefania Donati, Luciano Baldessari, Archivio del '900, 3 luglio 2002. URL consultato il 30 ottobre 2014.
  3. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad ae af ag ah ai aj ak al Anna Chiara Cimoli, Luciano Baldessari, Lombardia Beni Culturali. URL consultato il 30 ottobre 2014.
  4. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac Rossana Bossaglia, Luciano Baldessari in Dizionario biografico degli italiani, Treccani. URL consultato il 30 ottobre 2014.
  5. ^ Fondo Luciano Baldessari, Archivio del '900. URL consultato il 3 novembre 2014.
  6. ^ Fondo Luciano Baldessari, Politecnico di Milano. URL consultato il 3 novembre 2014.
  7. ^ Fondo Luciano Baldessari, Centro di alti studi sulle arti visive. URL consultato il 3 novembre 2014.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Graziella Leyla Ciagà (a cura di), Luciano Baldessari nelle carte del suo archivio, Milano, Guerini Studio, 1997.
  • Graziella Leyla Ciagà (a cura di), Luciano Baldessari e Milano. Progetti e realizzazioni in Lombardia, Milano, Comune di Milano, 2005.
  • Cesare de Seta, La cultura architettonica in Italia fra le due guerre, Roma; Bari, 1978.
  • Anna Chiara Cimoli (a cura di), Luciano Baldessari a Berlino e New York. Materiali dalle collezioni del Casva di Milano, Milano, Comune di Milano, 2007.
  • Italo Cinti, Luciano Baldessari architetto, Bologna, Tamari, 1963.
  • Gianni Contessi (a cura di), Luciano Baldessari architetto. Gli anni del Luminator, Milano, Galleria del Levante, 1978.
  • Vittorio Fagone, L'arte all'ordine del giorno. Figure e idee in Italia da Carrà a Birolli, Feltrinelli, 2001.
  • Vittorio Fagone, Baldessari. Progetti e scenografie, Milano, Electa, 1982.
  • Zita Mosca Baldessari, Luciano Baldessari, Milano, Mondadori, 1985.
  • Massimiliano Savorra, Capolavori Brevi. Luciano Baldessari, la Breda e la Fiera di Milano, Milano, Electa, 2008.
  • Giulia Veronesi (a cura di), Luciano Baldessari architetto, Trento, CAT, 1957.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]