Leo Longanesi

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« L'italiano [...] lo conosciamo ben poco; è ateo, pensa soltanto alle donne e ai quattrini, sogna di non lavorare, disprezza qualunque ordine sociale, non ama la natura; sa difendersi soltanto dallo Stato, dal dolore, dalla fame. Siamo animali feroci e casalinghi. »
(da Parliamo dell'elefante. Frammenti di un diario, 1947)
Leo Longanesi e la moglie.

Leo Longanesi (Bagnacavallo, 30 agosto 1905Milano, 27 settembre 1957) è stato un giornalista, editore, disegnatore, umorista e caricaturista italiano.

Francobollo che celebra il centenario della nascita

Indice

[modifica] Biografia

Il padre Paolo proveniva da una famiglia di agiati coltivatori e dirigeva una fabbrica di esplosivi; la madre Angela era discendente dei Marangoni, ricchi proprietari terrieri: «Sono uscito da una famiglia per metà rossa e per metà nera, sentimentale e rissosa, laboriosa e ambiziosa, scettica e religiosa; sono cresciuto in una delle tante famiglie romagnole che, in ottant’anni, sono riuscite ad acquistare una casa e a conquistarsi un giardino». «Sono un uomo inquieto uscito da una famiglia quietissima»[1].

Nel 1918, quando Leo ha tredici anni, la famiglia si trasferisce a Bologna: Longanesi la considererà la sua città di adozione: «A Roma, a Milano, a Napoli, ho trascorso anni, ma a Bologna ho lasciato il cuore. Posso dire di conoscerne ogni porta, ogni finestra, ogni vicolo [...] Tutto è lecito, tutto è consentito, a condizione che ci si muova sul piano dell’intelligenza...»[1]. Dopo il liceo frequenta l'Università (si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza). Nel contempo avvia le prime collaborazioni giornalistiche. Fonda alcuni periodici: È permesso…?, Il Toro, Il Dominio, dove rivela le sue doti intellettuali, tecniche e artistiche.

[modifica] Longanesi, il fascista

Intanto frequenta i gerarchi fascisti emiliani Leandro Arpinati e Dino Grandi; con Italo Balbo stringe una duratura amicizia. Nel 1924 è a Roma, dove scrive con Mino Maccari la commedia Due servi. Nel 1925, a soli vent'anni, ottiene la sua prima direzione, al giornale L'Assalto, organo della federazione fascista di Bologna, ma vi è estromesso l'anno seguente a causa di un articolo contro il senatore Giuseppe Tanari, finanziatore dello squadrismo bolognese.

Dal 1926 collabora alla rivista Il Selvaggio di Mino Maccari e il 14 gennaio fonda un suo giornale, L'Italiano, settimanale di cultura artistico-letteraria, con cui il suo nome si diffonde tra l'Italia colta. In questo periodo lascia l'università. Collaborano alla rivista, tra gli altri, Vincenzo Cardarelli, Giovanni Comisso e lo stesso Mino Maccari. Con L'Italiano Longanesi inizia anche la sua attività di editore, pubblicando opere di Riccardo Bacchelli, Curzio Malaparte, Telesio Interlandi (Pane bigio, 1927), Vincenzo Cardarelli e Antonio Baldini (La dolce calamita ovvero La donna di nessuno, 1929); ma soprattutto parteggia per il movimento "Strapaese", fondato da Mino Maccari, a carattere tradizionalista, antimodernista e antiesterofilo, convinto difensore della genuinità paesana. Il movimento rivale è "Stracittà", che invece propugna l'inarrestabile progresso verso la civiltà moderna.

L'Italiano nasce in un momento di intenso dibattito circa il rapporto tra arte e fascismo, e si caratterizza per una presa di posizione nettamente contraria all'esistenza di un'arte fascista: «Questa rivista non ha mai stampato le parole stirpe, era, cesarea, augustea... Dio ci scampi e liberi dagli archi di trionfo e dai fasci coi festoni... Uno stile non s’inventa dalla sera alla mattina. Lo stile fascista non deve esistere. Il nostro stile è quello italiano che è sempre esistito. Oggi occorre metterlo in luce»[1].

Secondo Eugenio Montale L'italiano riporta quanto di meglio e di più audace la fronda fascista potesse esprimere in quegli anni[senza fonte]. Il Vade-mecum del perfetto fascista, che Longanesi pubblica nel 1927 con straordinario successo, è un compendio del suo stile frondista: il famoso motto Mussolini ha sempre ragione, da lui coniato e presente nel Vade-mecum, si presta con voluta ambiguità sia all'esaltazione sia alla satira. Questa sottile duplicità permette a Longanesi da un lato di collaborare con la rivista Cinema di Vittorio Mussolini, di partecipare all'organizzazione della Mostra della Rivoluzione Fascista (inaugurata il 28 ottobre 1932, decennale della marcia su Roma), e di curare la propaganda per la Guerra d'Etiopia (1935); dall'altro di satireggiare su «ogni campagna del regime: così per la battaglia del grano [1925], come per la bonifica culturale, per la mitizzazione dell'Antica Roma, come per le mire imperiali della guerra d'Africa»[1].

La fronda per Longanesi è una questione estetica: «I regimi totalitari non consentono la battuta di spirito ma essi hanno il merito, involontario, di suscitarla. Nelle grandi pause liberali, lo spirito, il gusto del comico, l’ironia languono. La satira è tanto più efficace quanto più è rivolta contro regimi intolleranti»[1]; ma è anche una questione antropologica: «Fanfare, bandiere, parate. Uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi, ma diecimila stupidi sono una forza storica»[1]; una questione editoriale: «Il Fascismo non ha tolta la libertà di stampa ma ha introdotto la responsabilità di stampa; e i giornali d’oggi sono monotoni, uguali, zelanti, cortigiani, leccapiatti appunto perché nessuno ha il coraggio d’assumere questa responsabilità, a costo di perdere onori e cariche. Non è dunque la libertà di stampa che fa difetto, ma è la stampa, che per vivere in pace, si taglia la testa e la mette nel sacco dei luoghi comuni»[1]; e una questione politica, perché il fascismo ha deluso le sue aspettative strapaesane: «Gerarchi: la grande attività di chi non ha nulla di serio a cui pensare»[1].

Il 14 maggio 1931, presso il Teatro Comunale di Bologna, si rende protagonista dell'aggressione squadrista al maestro Arturo Toscanini, reo di non aver voluto dirigere prima del concerto Giovinezza. Annullato il concerto, il maestro non dirigerà più in Italia fino alla caduta del fascismo.

Nel 1933 Longanesi chiede a Benito Mussolini il permesso di pubblicare un settimanale di attualità. L'autorizzazione gli viene accordata nel 1935, sebbene la censura non risparmi L'Italiano. Due anni dopo nasce Omnibus, settimanale di attualità politica e letteraria, il primo stampato a rotocalco, considerato il capostipite dei settimanali d'informazione italiani. Longanesi così descrive la sua linea editoriale: «E’ l’ora dell’attualità. E’ l’ora delle immagini. Il nostro nuovo Plutarco è l’obiettivo Kodak, che uccide la realtà con un processo ottico e la fissa come lo spillo fissa la farfalla sul cartoncino. Oggetti e persone, fuori del tempo, dello spazio e delle leggi di casualità divengono una visione. La fotografia coglie il mondo in flagrante. Diamo tante immagini accanto a testi ben fatti: ecco un nuovo genere di giornalismo».[1] Edito da Angelo Rizzoli e Arnoldo Mondadori, arricchito dalle firme di Alberto Moravia, Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Mario Soldati, Mario Pannunzio, Arrigo Benedetti e Alberto Savinio, il periodico ottiene un immediato successo, ma per la spregiudicatezza di Longanesi viene sospeso dalla censura nel 1939.

Tramite Vincenzo Cardarelli diviene amico del pittore Armando Spadini e ne sposa la figlia Maria nel 1939. Dall'unione nascono tre figli: Virginia, Caterina e Paolo.

Nel 1940 l'Italia entra nella seconda guerra mondiale e bastano due anni a Longanesi per capire l'antifona: «Si ha molta fiducia nella nostra incapacità; e dicono «La nostra cara patria, la nostra Italia» con una commozione turistica, familiare e ipocrita che non lascia più speranza»[1]. Ma con la sua tipica duplicità, su richiesta di Mussolini, si dedica alla propaganda bellica e conia i famosi slogan: «Taci! Il nemico ti ascolta», «La patria si serve anche facendo la sentinella ad un bidone di benzina», «Una pistola puntata contro l’Italia»[2].

[modifica] Longanesi, l'antifascista

Dopo l’8 settembre 1943 Longanesi non rimane per molto a Roma. Agli inizi del 1944 si reca a Napoli insieme a Mario Soldati. Nel capoluogo campano occupato dagli americani, Longanesi, insieme a Steno e a Mario Soldati, si dedica alla propaganda antifascista, alla radio, con la rubrica Stella bianca. Ben presto affiora però la sua scontentezza verso il nuovo clima: «Tutti si agitano, si affannano, si intrufolano, in mille modi nei luoghi più impensati. Chi studia l’inglese, chi spinge la moglie nelle anticamere dei comandi, chi passa da un partito all’altro nell’incerto pensiero di non saper chi trionfi; chi raccoglie testimonianze false sulla propria onestà politica per accusare l’antico compagno. Tutti i partiti si rubano di tasca i programmi, e tutti vogliono fondare nuovi partiti»[1].

Annota sul suo diario: «Perdere una guerra è una cosa disastrosa, ma non è un fatto irrimediabile. Sotto certi aspetti, è bene anche perderne qualcuna di guerre, ma è un errore lamentarsene e dimenticarsene. Il vero guaio è che non abbiamo perduto abbastanza: ci sentiamo quasi vincitori».[1]

Cosicché in luglio fa ritorno nella capitale: «Ritorno a Roma. Nulla è cambiato, tutto è intatto. Il fascismo è eterno; quel che accadde ieri si ripete nello stesso modo. Nell'Avanti! di oggi leggo questo brano a firma Leto: 'Operai sono quelli che hanno il viso più chiaro, le spalle più erette, la camminatura più forte e scandita in questi giorni di convalescenza politica e morale'. Una nuova retorica comincia; bisogna aggiornarsi».[1] Alla fine del 1945 Longanesi si trasferisce a Milano, dove prosegue il resto della sua carriera. Attirato dall'allettante offerta dell'industriale Giovanni Monti, fonda la casa editrice Longanesi & C.. Avvalendosi della collaborazione di Giovanni Ansaldo, pubblica il bollettino mensile di informazione sulle novità editoriali, Il Libraio (esce dal 1946 al 1950).

Longanesi non è entusiasta della nuova democrazia italiana che ha sostituito il fascismo: «L’Italia è una democrazia in cui un terzo dei cittadini rimpiange la passata dittatura, l’altro attende quella sovietica e l’ultimo è disposto ad adattarsi alla prossima dei democristiani»[1]. Nè sopporta la disinvoltura con cui tanti abbracciano l'antifascismo: «C’è chi si crede antifascista solo perché il fascismo non si accorse di lui»[1]; soprattutto tra gli ex fascisti: «Una domanda che non dobbiamo mai rivolgere a nessuno: 'Ma dove ci siamo già incontrati?'»[1].

Longanesi è critico anche nei confronti del nuovo partito cattolico, la Democrazia cristiana: «La finzione cattolica si accoppia a quella democratica: il democratico si finge cristiano e il cristiano democratico»[1]; e del cattolicesimo politico: «Il conformismo cattolico è il più pericoloso di tutti, perché pesa nella famiglia, e lega la fede alla viltà, la quiete al timore, la virtù alla finzione, i titoli di rendita ai sacramenti, la villeggiatura alla canonica, la pelliccia di visone alle opere pie»[1]. Ma ancora una volta, ciò non gli impedisce di occuparsi della propaganda della Democrazia cristiana per le elezioni politiche del 1948.

[modifica] Longanesi, il borghese

Nel 1950 Longanesi fonda Il Borghese, rivista culturale che si occupava soprattutto del costume dell'Italia intellettuale, a cui collaborano Giovanni Ansaldo, Indro Montanelli, Giuseppe Prezzolini, Giovanni Spadolini, Mario Tedeschi, Alberto Savinio, Ennio Flaiano, Colette Rosselli, Irene Brin, Goffredo Parise e Mario Missiroli.

Con Il Borghese e con il movimento politico che gli affianca, la Lega dei Fratelli d'Italia, organizzato in una serie di circoli cittadini, Longanesi continua la sua militanza strapaesana, convinto che il disordinato sviluppo industriale degli anni '50, il boom economico, la cultura di massa e il consumismo, con le loro ricadute sociali, stiano snaturando l'identità degli italiani, che per lui rimane quella contadina: «La miseria è ancora l’unica forza vitale del Paese e quel poco o molto che ancora regge è soltanto frutto della povertà. Bellezze dei luoghi, patrimoni artistici, antiche parlate, cucina paesana, virtù civiche e specialità artigiane sono custodite soltanto dalla miseria. [...] Perché il povero è di antica tradizione e vive in una miseria che ha antiche radici in secolari luoghi, mentre il ricco è di fresca data, improvvisato [...] La sua ricchezza è stata facile, di solito nata dall’imbroglio, da facili traffici, sempre o quasi, imitando qualcosa che è nato fuori di qui. Perciò quando l’Italia sarà sopraffatta dalla finta ricchezza che già dilaga, noi ci troveremo a vivere in un paese di cui non conosceremo più né il volto né l’anima».[3]

La politica, che dovrebbe governare la trasformazione dell'Italia da paese agricolo a potenza industriale, gli appare inetta a conservare un equilibrio tra tradizione e modernità: «Chi rompe, non paga e siede al governo»[3]; «Quando suona il campanello della loro coscienza, fingono di non essere in casa»[3]; «Alla manutenzione, l'Italia preferisce l'inaugurazione»[3]. Longanesi ha forti riserve sulla stessa democrazia: «Il pericolo delle democrazie è il suffragio universale, cioè le masse. Lasciare libertà alle masse significa perdere libertà»[1]. Nel 1955, al teatro Odeon di Milano, interviene sul tema: Che cos'è la destra in Italia.

Il 27 settembre 1957, nel suo ufficio a Milano, è colto da un infarto cardiaco. Il 16 settembre aveva scritto: «È un peccato vivere, quando tanti elogi funebri ci attendono»[1]. Prima di perdere conoscenza, ha appena il tempo di mormorare: «Ecco, proprio come avevo sempre sperato: alla svelta, e fra i miei aggeggi». Trasportato in clinica, vi muore poco dopo.

[modifica] Longanesi, l'artista

Di Longanesi è notevole, anche se frammentaria, la produzione come disegnatore e illustratore, culminata con la partecipazione alla XIX Biennale di Venezia del 1934 e con la sua mostra personale presso la Galleria Barbaroux di Milano nel '41. Nel 1938 disegna la nuova testata del Popolo di Roma e dal 1941 le copertine della rivista Primato, diretta da Giuseppe Bottai. Nello stesso anno Il Selvaggio raccoglie in un suo numero numerosi suoi disegni. Nel 1955 cura la grafica della campagna pubblicitaria per la Vespa.

Longanesi vanta anche incursioni nel cinema, collaborando alla sceneggiatura dei film Batticuore (regia di Mario Camerini, 1939), La sposa dei Re (regia di Duilio Coletti, 1939) e Quartieri alti (regia di Mario Soldati, 1945). Nel 1943 inizia a girare come regista le riprese di Dieci minuti di vita in cinque episodi, il cui soggetto ha scritto insieme a Steno e a Ennio Flaiano, ma che è costretto a interrompere a causa dell'occupazione tedesca di Roma.

Longanesi intuisce per il cinema il ruolo che successivamente sarà svolto dalla televisione: «Il cinematografo ha fatto luce su molti misteri e la fantasia plebea ha perduto vigore, sedotta dall’immagine di un benessere facilmente raggiungibile. Il film ha prodotto una rivoluzione più profonda di quella di Lenin: ha ucciso persino gli ideali ribelli del romanticismo operaio»[3].

[modifica] Tributi

  • Mostra commemorativa Leo Longanesi. Editore, scrittore, artista 1905-1957, Palazzo Reale di Milano (24 ottobre 1996 -12 gennaio 1997)[4]
  • Per il centenario della nascita (2005), le Poste italiane hanno emesso un francobollo commemorativo con la sua effigie

[modifica] Opere

[modifica] Giornalismo

Riviste fondate
Riviste dirette
  • Index rerum virorumque prohibitorum
  • Storia di ieri e di oggi, quindicinale (1939)
  • Il Sofà delle Muse, collana della Rizzoli editore (1940)
  • Fronte - Giornale del Soldato, settimanale (1940)
Collaborazioni
  • Il Selvaggio (dal 1926)
  • Primato (1941)

[modifica] Pubblicazioni

  • Vade-mecum del perfetto fascista seguito da dieci assiomi per il milite ovvero Avvisi ideali, Firenze, Vallecchi, 1926
  • Cinque anni di rivoluzione, L'Italiano editore, Bologna 1927
  • (con Mino Maccari e altri), L'Almanacco di Strapaese, L'Italiano editore, Bologna, 1928
  • Vecchio Sport (Estratto), da Nuova Antologia, Roma, 1935
  • (con Vitaliano Brancati), Piccolo dizionario borghese, in L'Italiano, Roma, 1941
  • Parliamo dell'elefante. Frammenti di un diario, Milano, Longanesi, 1947
  • In piedi e seduti (1919-1943), Milano, Longanesi, 1948
  • Il mondo cambia. Storia di cinquant'anni, Milano, Rizzoli, 1949
  • Una vita. Romanzo, Milano, Longanesi, 1949.
  • Il destino ha cambiato cavallo, Milano, Longanesi, 1951
  • Un morto fra noi, Milano, Longanesi, 1952
  • Ci salveranno le vecchie zie?, Milano, Longanesi, 1953
  • Lettera alla figlia del tipografo, Milano, All'insegna del pesce d'oro, 1957
  • La sua Signora. Taccuino, Milano, Rizzoli, 1957
  • Me ne vado. Ottantun incisioni in legno, Milano, Longanesi, 1957
  • Il meglio, Milano, Longanesi, 1958
  • L'italiano in guerra, 1915-1918, Milano, Longanesi, 1965
  • I Borghesi Stanchi, Milano, Rusconi, 1973

[modifica] Teatro

  • Due Servi, commedia, scritta con Mino Maccari (1924)
  • Una conferenza, atto unico (1942)
  • Il commendatore, commedia (1942)
  • La colpa è dell'anticamera, atto unico (1946)

[modifica] Sceneggiature cinematografiche

[modifica] Note

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t Questa e altre citazioni sono tratte da Leo Longanesi: la fabbrica del dissenso, in Internet Culturale, 2011 e provengono in massima parte da Parliamo dell'elefante. Frammenti di un diario, 1947.
  2. ^ Longanesi, un italiano contro, La Grande Storia Magazine, Rai 3, 13 agosto 2011
  3. ^ a b c d e Citazione tratta da La sua Signora. Taccuino, 1957
  4. ^ A cura di Giuseppe Appella, Paolo Longanesi e Marco Vallora, altresì curatori dell'omonimo catalogo, pubblicato da Longanesi, Milano, 1996.

[modifica] Bibliografia

  • Indro Montanelli, Marcello Staglieno, Leo Longanesi, Rizzoli, Milano, 1984
  • Marcello Staglieno, La stampa satirica e Longanesi, in AA.VV., La satira in Italia, Comune di Pescara, 2002
  • Piero Albonetti, Corrado Fanti (a cura di), con scritti di Mariuccia Salvati e Pier Giorgio Zunino, Longanesi e Italiani, Faenza, Edit Faenza, 1997

[modifica] Voci correlate

[modifica] Altri progetti

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