Leo Longanesi

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Leo Longanesi nel suo studio a Milano (1956).

Leopoldo Longanesi, detto Leo (Bagnacavallo, 30 agosto 1905Milano, 27 settembre 1957), è stato un giornalista, pittore, disegnatore, editore e aforista italiano.

Francobollo che celebra il centenario della nascita.

Nella sua vasta produzione pubblicistica, il gusto per la tradizione si fuse con un atteggiamento intellettuale anticonformista. Il successo che arrise alle sue riviste e alle sue iniziative editoriali gli ritagliò un ruolo di opinion maker politico-culturale, che Longanesi ricoprì per tutto l'arco della sua carriera.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Il padre Paolo, possidente, discendeva da una famiglia di agiati coltivatori e dirigeva la fabbrica di polveri da sparo Pietro Randi di Lugo[1]; la madre Angela era discendente dei Marangoni, ricchi proprietari terrieri: «Sono uscito da una famiglia per metà rossa e per metà nera, sentimentale e rissosa, laboriosa e ambiziosa, scettica e religiosa; sono cresciuto in una delle tante famiglie romagnole che, in ottant’anni, sono riuscite ad acquistare una casa e a conquistarsi un giardino». «Sono un uomo inquieto uscito da una famiglia quietissima»[2].

Nel 1911, quando Leo ha sei anni, la famiglia si trasferisce a Bologna. I genitori, benestanti, hanno deciso di investire sull'unico figlio. Leo dovrà imparare il francese e frequentare le migliori scuole della città. I Longanesi comprano casa in via Irnerio. Bologna diventa la città di adozione di Leo: «A Roma, a Milano, a Napoli, ho trascorso anni, ma a Bologna ho lasciato il cuore. Posso dire di conoscerne ogni porta, ogni finestra, ogni vicolo [...] Tutto è lecito, tutto è consentito, a condizione che ci si muova sul piano dell’intelligenza...»[2].

Dopo il liceo frequenta l'Università (si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza). Nel contempo avvia le prime collaborazioni giornalistiche. Crea il primo foglio stampato all'età di quindici anni: Il Marchese (1920). Seguiranno: È permesso…? Zibaldone dei giovani (mensile satirico, 1921), Il Toro (1923)[3] e Il Dominio (1924), dove rivela le sue doti intellettuali, tecniche e artistiche. Tutti i giornali hanno sede presso la sua abitazione in via Irnerio e sono stampati presso lo Stabilimento Poligrafici Riuniti.

Il Ventennio di Longanesi[modifica | modifica wikitesto]

« Descrivere la vita di Longanesi equivale a percorrere la storia delle vicende politiche, letterarie ed artistiche d'Italia dal 1926 ad oggi. Ci si accorge di come la storia di Longanesi sia legata alle fortune spirituali del nostro paese. »
(G. Raimondi, Il Selvaggio, n. 4-5-6/1942, p. 10.)

Nella Bologna post-bellica, Longanesi gode di benessere materiale, veste e consuma alla moda e adotta l'estetica nazionalista come sistema di pensiero. Benché adolescente, frequenta già i caffè letterari; conosce il giro dei nottambuli e del demi-monde cittadino. In breve tempo sale verso intellettuali e fascisti più vecchi di lui di almeno una generazione. Conosce B. Cicognani, G. Della Volpe, G. Del Vecchio, e soprattutto Giorgio Morandi, che lo prende sotto la sua ala protettiva. Morandi lo presenta a Giuseppe Raimondi e a Vincenzo Cardarelli, che Longanesi prende come esempio di intellettuale brillante e affabulatore. Frequenta inoltre i gerarchi fascisti Leandro Arpinati e Dino Grandi; con Italo Balbo stringe una duratura amicizia.

Nel 1924 inizia a collaborare con L'Assalto, organo della federazione fascista di Bologna. Nello stesso anno trascorre un paio di mesi a Roma, dove conosce il pittore e incisore Mino Maccari, con cui scrive la commedia teatrale Due servi. Maccari introduce Longanesi in Strapaese, un movimento che intende porsi all'avanguardia politico-culturale del fascismo. I suoi punti fermi sono il mantenimento della tradizione e della genuinità paesana. Maccari fonda la rivista Il Selvaggio, cui Longanesi presterà la propria collaborazione. Successivamente torna a Bologna.

Nel 1926 fonda un suo giornale, L'Italiano (n. 1, 14 gennaio), settimanale di cultura artistico-letteraria, con cui il suo nome si diffonde tra l'Italia colta. In questo periodo lascia l'università. Collaborano alla rivista, tra gli altri, Cardarelli, Giovanni Comisso, Henry Furst e Mino Maccari. Nel 1927 Longanesi inizia anche la sua attività di editore. La sua piccola casa editrice, L'Italiano Editore, pubblica opere di Riccardo Bacchelli, Curzio Malaparte, Telesio Interlandi (Pane bigio, 1927), Vincenzo Cardarelli e Antonio Baldini (La dolce calamita ovvero La donna di nessuno, 1929). Utilizza il carattere tipografico Bodoni.

L'Italiano nasce in un momento di intenso dibattito circa il rapporto tra arte e fascismo, e si caratterizza per una presa di posizione nettamente contraria all'esistenza di un'arte fascista: «Questa rivista non ha mai stampato le parole stirpe, era, cesarea, augustea... Dio ci scampi e liberi dagli archi di trionfo e dai fasci coi festoni... Uno stile non s’inventa dalla sera alla mattina. Lo stile fascista non deve esistere. Il nostro stile è quello italiano che è sempre esistito. Oggi occorre metterlo in luce»[2].

Secondo Eugenio Montale L'italiano riporta quanto di meglio e di più audace la fronda fascista potesse esprimere in quegli anni[4]. Il Vade-mecum del perfetto fascista, che Longanesi pubblica nel 1926 con straordinario successo, è un compendio del suo stile "frondista": il famoso motto «Mussolini ha sempre ragione», da lui coniato[5] e presente nel Vade-mecum, si presta con voluta ambiguità sia all'esaltazione sia alla satira. Questa sottile duplicità permette a Longanesi da un lato di collaborare con la rivista Cinema di Vittorio Mussolini; dall'altro di satireggiare su «ogni campagna del regime: così per la battaglia del grano [1925], come per la bonifica culturale, per la mitizzazione dell'Antica Roma, come per le mire imperiali della guerra d'Africa»[2].

La fronda per Longanesi è una questione estetica: «I regimi totalitari non consentono la battuta di spirito ma essi hanno il merito, involontario, di suscitarla. Nelle grandi pause liberali, lo spirito, il gusto del comico, l’ironia languono. La satira è tanto più efficace quanto più è rivolta contro regimi intolleranti»[2]; ma è anche una questione antropologica: «Fanfare, bandiere, parate. Uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi, ma diecimila stupidi sono una forza storica»[2]; una questione editoriale: «Il Fascismo non ha tolto la libertà di stampa ma ha introdotto la responsabilità di stampa; e i giornali d’oggi sono monotoni, uguali, zelanti, cortigiani, leccapiatti appunto perché nessuno ha il coraggio d’assumere questa responsabilità, a costo di perdere onori e cariche. Non è dunque la libertà di stampa che fa difetto, ma è la stampa, che per vivere in pace, si taglia la testa e la mette nel sacco dei luoghi comuni»[2]; e una questione politica, perché il fascismo ha deluso le sue aspettative strapaesane: «Gerarchi: la grande attività di chi non ha nulla di serio a cui pensare»[2].

Nel 1929 inizia una proficua collaborazione con Giovanni Ansaldo, con cui era in corrispondenza fin dal 1926.[6]. Quell'anno Longanesi si presenta alle elezioni, senza essere eletto. Il 6 luglio gli viene proposta la direzione del giornale L'Assalto (cui collabora fin dal 1924). Nel 1930 appaiono sul mensile bolognese le prime fotografie che Longanesi pubblica su un suo giornale (dal 1931 anche su L'Italiano). Il 14 maggio 1931, al Teatro Comunale di Bologna, Arturo Toscanini è vittima di un'aggressione squadrista. Il maestro viene schiaffeggiato per non aver voluto intonare Giovinezza. Longanesi era presente; girerà la voce, peraltro infondata, che sia stato proprio lui l'estensore dello schiaffo. In autunno rassegna volontariamente le dimissioni da L'Assalto[7].

Successivamente Longanesi si trasferisce a Roma con i genitori e i nonni. Fissa la propria residenza in Corso Vittorio Emanuele. Trasferisce nella capitale anche la direzione de L'Italiano. Oltre al suo giornale, si dedica maggiormente a Il Selvaggio, giungendo a compilarlo praticamente da solo. Nel 1929, in occasione di un'esposizione di libri a Barcellona, si era occupato dell'allestimento del padiglione della stampa letteraria. I lusinghieri risultati ottenuti gli procurano, tre anni dopo, l'incarico di allestire la "Sala T", interamente dedicata a Mussolini, nell'ambito della Mostra del decennale della Rivoluzione fascista (inaugurata il 28 ottobre 1932). Longanesi curerà anche la propaganda per la Guerra d'Etiopia (1935).

Nel 1935, alla soglia dei trent'anni, Longanesi ritiene di poter chiedere al regime la direzione di un importante giornale. Il 3 aprile 1937 nasce Omnibus, settimanale di attualità politica e letteraria, stampato a rotocalco[8], considerato il capostipite dei settimanali d'informazione italiani. Longanesi così descrive la sua linea editoriale: «È l’ora dell’attualità. È l’ora delle immagini. Il nostro nuovo Plutarco è l’obiettivo Kodak, che uccide la realtà con un processo ottico e la fissa come lo spillo fissa la farfalla sul cartoncino. Oggetti e persone, fuori del tempo, dello spazio e delle leggi di casualità divengono una visione. La fotografia coglie il mondo in flagrante. Diamo tante immagini accanto a testi ben fatti: ecco un nuovo genere di giornalismo».[2] Edito da Angelo Rizzoli e Arnoldo Mondadori, arricchito dalle firme di Indro Montanelli, Alberto Moravia, Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Mario Soldati, Mario Pannunzio, Arrigo Benedetti e Alberto Savinio, il periodico ottiene un immediato successo, ma per un motivo futile viene sospeso dal Minculpop il 2 febbraio 1939.

Longanesi e la moglie (1935).

Il destino vuole che il provvedimento arrivi poche settimane prima del suo matrimonio. Il 18 febbraio Longanesi convola a nozze con Maria Spadini, figlia del pittore Armando Spadini, conosciuto tramite Vincenzo Cardarelli, amico comune[9]. Dall'unione nascono tre figli: Virginia (19 dicembre 1939), Caterina (25 dicembre 1941) e Paolo (6 aprile 1945). Intanto la collaborazione con Rizzoli, editore di Omnibus, procede sotto altre forme. A Longanesi è affidata la direzione della collana Il sofà delle muse, che riprendeva il titolo di un'omonima rubrica del suo settimanale[10]. Neanche il regime si dimentica di lui: nel 1940 è nominato consulente tecnico-artistico del Ministero della Cultura Popolare.

Longanesi con Alberto Moravia e Pietro Albonetti a passeggio per Roma (1940).

Il 1940 è anche l'anno in cui l'Italia entra nella seconda guerra mondiale. Bastano due anni a Longanesi per capire come andrà a finire: «Si ha molta fiducia nella nostra incapacità; e dicono "La nostra cara patria, la nostra Italia" con una commozione turistica, familiare e ipocrita che non lascia più speranza»[2]. Ma con la sua tipica versatilità, su richiesta di Mussolini, si dedica alla propaganda bellica e conia i famosi slogan: «Taci! Il nemico ti ascolta», «La patria si serve anche facendo la sentinella ad un bidone di benzina», «Una pistola puntata contro l’Italia»[11]. Disegna molte copertine e pagine interne per la rivista Primato.

A Roma Longanesi usa per la prima volta il suo nome come marchio editoriale. Pubblica autori, oltre che in lingua italiana, anche in francese (Flaubert, Maupassant), in russo (Tolstoj, Dostoevskij) e in inglese (Caldwell, Isherwood e Cain). Nel 1942 crea le collane La Gaja Scienza, Il Cammeo e La Buona Società, che riprenderà nella nuova casa editrice fondata a Milano nel dopoguerra.

Gli anni della guerra[modifica | modifica wikitesto]

Il 25 luglio 1943 cade il regime fascista. Longanesi scrive, assieme a Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti, l'articolo di fondo del 26-27 luglio sul Messaggero, principale quotidiano della capitale, in cui si celebra il ritorno alla libertà.

Dopo l’8 settembre 1943 e il cambio di campo dell'Italia, Longanesi capisce di non potersi più sentire al sicuro[12]. Il 16 settembre lascia la capitale. Il viaggio per attraversare il fronte dura due settimane. Insieme al padre e ad alcuni amici si dirige a Orte in treno (16 settembre). Qui il padre li lascia per tornare a Roma. Poi proseguono a bordo di un carro merci in Abruzzo (L'Aquila, Sulmona). Arrivati a Guardiagrele (19 settembre), vi sostano una settimana, per organizzare l'attraversamento del fronte. Il 26 settembre sera partono per Carpinone, il 29 giungono a Vinchiaturo, in Irpinia. Il 1º ottobre, dopo aver attraversato il fiume Calore, incontrano i primi soldati americani.[13]

Longanesi si stabilisce nella Napoli occupata dagli Alleati. Nel capoluogo campano, insieme a Steno e a Mario Soldati, si dedica alla propaganda antifascista, alla radio, con la rubrica Stella bianca. Ben presto affiora però la sua scontentezza verso il nuovo clima: «Tutti si agitano, si affannano, si intrufolano, in mille modi nei luoghi più impensati. Chi studia l’inglese, chi spinge la moglie nelle anticamere dei comandi, chi passa da un partito all’altro nell’incerto pensiero di non saper chi trionfi; chi raccoglie testimonianze false sulla propria onestà politica per accusare l’antico compagno. Tutti i partiti si rubano di tasca i programmi, e tutti vogliono fondare nuovi partiti»[2].

Annota sul suo diario: «Perdere una guerra è una cosa disastrosa, ma non è un fatto irrimediabile. Sotto certi aspetti, è bene anche perderne qualcuna di guerre, ma è un errore lamentarsene e dimenticarsene. Il vero guaio è che non abbiamo perduto abbastanza: ci sentiamo quasi vincitori».[2] Cosicché attende la liberazione di Roma (che avviene il 4 giugno) e poi fa ritorno nella capitale (il 1º luglio). In estate scrive la commedia teatrale, Il suo cavallo (il riferimento è al cavallo di Mussolini), che debutta al Teatro Valle.

Con l'editore De Fonseca pubblica e dirige Sette. Settimanale di varietà. Nato il 1º aprile 1945, si impone subito per la vivacità, le interessanti rubriche e il sapiente utilizzo delle immagini fotografiche. All'indubbio successo della rivista, non corrispondono però adeguate soddisfazioni economiche. Longanesi decide quindi di trasferirsi a Milano, città più votata all'imprenditoria. Non cerca Rizzoli, ma vuole avviare un nuovo sodalizio.

Longanesi & C.[modifica | modifica wikitesto]

Nel gennaio del 1946 Longanesi si trasferisce a Milano con la famiglia, dove prosegue il resto della sua carriera. I genitori, invece, tornano in Romagna, stabilendosi a Imola[14]. Attirato dall'allettante offerta dell'industriale Giovanni Monti, il 1º febbraio fonda la casa editrice Longanesi & C.. Attivissimo, fare l'editore non gli basta: decide di fondare un nuovo giornale, un bollettino mensile di informazione sulle novità editoriali. Il Libraio esce dal 1946 al 1949.

Longanesi non è entusiasta della nuova democrazia italiana che ha sostituito il fascismo: «L’Italia è una democrazia in cui un terzo dei cittadini rimpiange la passata dittatura, l’altro attende quella sovietica e l’ultimo è disposto ad adattarsi alla prossima dei democristiani»[2]. Né sopporta la disinvoltura con cui tanti abbracciano l'antifascismo: «C’è chi si crede antifascista solo perché il fascismo non si accorse di lui»[2]; soprattutto tra gli ex fascisti: «Una domanda che non dobbiamo mai rivolgere a nessuno: 'Ma dove ci siamo già incontrati?'»[2].

Nel 1948, vedendo concretarsi il pericolo di una vittoria social-comunista, partecipa attivamente alla campagna per le elezioni politiche, attraverso la stesura di manifesti, volantini, libretti di propaganda e, addirittura, le trasmissioni di Radio Garibaldi, una radio clandestina anticomunista che trasmetteva da un camioncino, guidato dallo stesso Longanesi e da Indro Montanelli per le strade di Milano.[15]

Dopo la vittoria nelle elezioni, Longanesi decide di dedicarsi alla fondazione di un nuovo giornale. Lascia Il Libraio nelle mani di Giovanni Ansaldo e si dedica alla sua nuova creatura.

Il Borghese[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1950 Longanesi fonda Il Borghese, rivista culturale che si occupava soprattutto del costume dell'Italia intellettuale, a cui collaborano Giovanni Ansaldo, Indro Montanelli, Giuseppe Prezzolini, Giovanni Spadolini, Mario Tedeschi, Alberto Savinio, Ennio Flaiano, Colette Rosselli, Irene Brin, Goffredo Parise e Mario Missiroli.

Con Il Borghese e con il movimento politico che gli affianca, la Lega dei Fratelli d'Italia, organizzato in una serie di circoli cittadini, Longanesi continua la sua militanza "strapaesana", convinto che il disordinato sviluppo industriale degli anni cinquanta, il boom economico, la cultura di massa e il consumismo, con le loro ricadute sociali, stiano snaturando l'identità degli italiani, che per lui rimane quella contadina: «La miseria è ancora l’unica forza vitale del Paese e quel poco o molto che ancora regge è soltanto frutto della povertà. Bellezze dei luoghi, patrimoni artistici, antiche parlate, cucina paesana, virtù civiche e specialità artigiane sono custodite soltanto dalla miseria. [...] Perché il povero è di antica tradizione e vive in una miseria che ha antiche radici in secolari luoghi, mentre il ricco è di fresca data, improvvisato [...] La sua ricchezza è stata facile, di solito nata dall’imbroglio, da facili traffici, sempre o quasi, imitando qualcosa che è nato fuori di qui. Perciò quando l’Italia sarà sopraffatta dalla finta ricchezza che già dilaga, noi ci troveremo a vivere in un paese di cui non conosceremo più né il volto né l’anima».[16]

La politica, che dovrebbe governare la trasformazione dell'Italia da paese agricolo a potenza industriale, gli appare inetta a conservare un equilibrio tra tradizione e modernità: «Chi rompe, non paga e siede al governo»[16]; «Quando suona il campanello della loro coscienza, fingono di non essere in casa»[16]; «Alla manutenzione, l'Italia preferisce l'inaugurazione»[16]. Longanesi ha forti riserve sulla stessa democrazia: «Il pericolo delle democrazie è il suffragio universale, cioè le masse. Lasciare libertà alle masse significa perdere libertà»[2]. Nel 1955, al teatro Odeon di Milano, interviene sul tema: "Che cos'è la destra in Italia".

Il Borghese, sempre fortemente critico del conformismo imperante, si attira nemici sia a destra che a sinistra. Il governo è in prima fila nel fare pressioni per la chiusura[senza fonte]. Longanesi è in difficoltà: mentre durante il fascismo poteva contare sull'amicizia personale con il capo del governo, negli anni Cinquanta poteva contare solo sulle proprie forze.

Giovanni Monti, socio di Longanesi, gli propone di staccare Il Borghese dalla casa editrice (erano entrambi soci al 50%) e di sottoscrivere un aumento di capitale. Longanesi non accetta la proposta, si ritrova fuori dal nuovo consiglio di amministrazione e lascia la società.

Il 27 settembre 1957, nel suo ufficio a Milano, è colto da un infarto cardiaco. Il 16 settembre aveva scritto: «È un peccato vivere, quando tanti elogi funebri ci attendono»[2]. Prima di perdere conoscenza, ha appena il tempo di mormorare: «Ecco, proprio come avevo sempre sperato: alla svelta, e fra i miei aggeggi»[17]. Trasportato in clinica, vi muore poco dopo.

Il giorno dopo, Arrigo Benedetti, allievo di Longanesi a Omnibus e poi fondatore de L'Europeo, lasciò questo vivido ricordo di Leo Longanesi:

« Non ho mai conosciuto altro uomo il cui occhio cogliesse con tanta rapidità i particolari sconcertanti della realtà contenuti in una fotografia. Come quando guardava i manoscritti senza leggerli e senza seguire lo svolgimento d'una narrazione o di un discorso critico, cancellando qua un pronome, là un avverbio, così egli lavorava sulle fotografie che ogni giorno portavano sul nostro tavolo la realtà internazionale di quegli anni. Dell'Italia ufficiale di allora egli, con l'ingrandimento di un particolare dava immediatamente una figurazione storica. Gli accadeva quasi inavvertitamente, come se non se ne rendesse conto. »
(Arrigo Benedetti, L'uomo della fronda, La Stampa, 28 settembre 1957.)

Raccontò Montanelli :

« Al cimitero ci si ritrovò in una decina di persone, non di più. Non ci furono cerimonie né discorsi. Solo la piccola Virginia, che avrà avuto quattordici anni, mentre la bara di suo padre calava nella tomba, mormorò: «E dire che gli orfani mi sono sempre stati così antipatici...». Una frase che sarebbe piaciuta moltissimo a Leo. »

Tributi[modifica | modifica wikitesto]

  • Mostra commemorativa Leo Longanesi. Editore, scrittore, artista 1905-1957, Palazzo Reale di Milano (24 ottobre 1996 -12 gennaio 1997)[18]
  • Mostra commemorativa La Fabbrica del Dissenso, Biblioteca Nazionale di Roma, acura di Annamaria Andreoli e Elena Fontanella, (15 marzo-8 aprile 2006
  • In occasione del centenario della nascita, nel 2005 è stato istituito dal Ministero delle Attività e dei Beni Culturali un «Comitato per le Celebrazioni del Centenario». Nello stesso anno, le Poste italiane hanno emesso un francobollo commemorativo con la sua effigie.

Realizzazioni[modifica | modifica wikitesto]

Giornalismo[modifica | modifica wikitesto]

Riviste fondate e dirette
  • Il Marchese (1920, un numero)
  • È permesso…?, mensile (1921, tre numeri, da marzo a maggio). Scritto con Giorgio Leone e Piero Girotti (gerente responsabile)

prima pagina

Riviste dirette
  • L'Assalto (1929-1931) - prima pagina
  • Tutto (feb-mar 1939)[21] - copertina
  • Storia di ieri e di oggi, quindicinale (1939)[22] - copertina
  • Il Profugo (1944, un numero)
  • Sette. Settimanale di varietà (1945)
Collaborazioni
  • Cronache di attualità (dal 1924)
  • Index rerum virorumque prohibitorum o Breviario romano di A. G. Bragaglia, dall'aprile 1924 al 1928[23]
  • Il Selvaggio (dal 1926) - copertina
  • Cinema (dal 1935)
  • Fronte, giornale per i soldati, settimanale (8/09/1940 - 7/09/1943)[21] - copertina
  • Primato (1941-1943)

Pubblicazioni[modifica | modifica wikitesto]

  • Vade-mecum del perfetto fascista seguito da dieci assiomi per il milite ovvero Avvisi ideali, Firenze, Vallecchi, 1926
  • Cinque anni di rivoluzione, L'Italiano editore, Bologna 1927
  • con Mino Maccari e altri, L'Almanacco di Strapaese, L'Italiano editore, Bologna, 1928
  • Vecchio Sport (Estratto), da Nuova Antologia, Roma, 1935
  • con Vitaliano Brancati, Piccolo dizionario borghese, in L'Italiano, Roma, 1941
  • Parliamo dell'elefante. Frammenti di un diario, Milano, Longanesi, 1947
  • In piedi e seduti (1919-1943), Milano, Longanesi, 1948
  • Il mondo cambia. Storia di cinquant'anni, Milano, Rizzoli, 1949
  • Una vita. Romanzo, Milano, Longanesi, 1949. (copertina)
  • Il destino ha cambiato cavallo, Milano, Longanesi, 1951
  • Un morto fra noi, Milano, Longanesi, 1952
  • Ci salveranno le vecchie zie?, Milano, Longanesi, 1953
  • Lettera alla figlia del tipografo, Milano, All'insegna del pesce d'oro, 1957
  • La sua Signora. Taccuino, Milano, Rizzoli, 1957
  • Me ne vado. Ottantun incisioni in legno, Milano, Longanesi, 1957
  • Il meglio, Milano, Longanesi, 1958
  • L'italiano in guerra, 1915-1918, Milano, Longanesi, 1965
  • I Borghesi Stanchi, Milano, Rusconi, 1973

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

  • Due Servi, commedia, scritta con Mino Maccari (1924)
  • Una conferenza, atto unico (1942)
  • Il commendatore, commedia (1942)
  • Il suo cavallo, commedia (1944)
  • La colpa è dell'anticamera, atto unico (1946)

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

Longanesi vanta anche incursioni nel cinema, collaborando alla sceneggiatura dei film Batticuore (regia di Mario Camerini, 1939), La sposa dei Re (regia di Duilio Coletti, 1939) e Quartieri alti (regia di Mario Soldati, 1945). Nel 1943 inizia a girare come regista Dieci minuti di vita in cinque episodi, il cui soggetto ha scritto insieme a Steno e a Ennio Flaiano, ma è costretto a interrompere le riprese a causa dell'occupazione tedesca di Roma[24].

Longanesi intuì che in un futuro prossimo il ruolo del cinema sarebbe stato preso dalla televisione: «Il cinematografo ha fatto luce su molti misteri e la fantasia plebea ha perduto vigore, sedotta dall’immagine di un benessere facilmente raggiungibile. Il film ha prodotto una rivoluzione più profonda di quella di Lenin: ha ucciso persino gli ideali ribelli del romanticismo operaio».[16].

Pittura[modifica | modifica wikitesto]

Come pittore, Longanesi espose alla Galleria del Selvaggio a Firenze (1927) e alla II Mostra del Novecento italiano a Milano (1929); partecipò alla I e II Quadriennale (1931 e 1935); la XIX Biennale di Venezia (1934); la Mostra del disegno italiano a Berlino (1937). Nel 1941 tiene un'importante personale alla Galleria Barbaroux di Milano. Un suo dipinto, Roma (1941) è esposto alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna.

Disegno e illustrazione[modifica | modifica wikitesto]

Di Longanesi è intensissima l'attività come disegnatore e illustratore. Nella sua produzione si ricollega alla tradizione della stampa popolare italiana dei lunari, almanacchi, libri dei sogni e carte da gioco. Nel 1938 disegna la nuova testata del Popolo di Roma e dal 1941 le copertine della rivista Primato, diretta da Giuseppe Bottai. Nello stesso anno Il Selvaggio raccoglie in un suo numero numerosi suoi disegni.

I suoi caratteri tipografici preferiti erano: i bodoni (in assoluto), gli aldini, gli elzeviri:

Pubblicità[modifica | modifica wikitesto]

Longanesi è stato autore di centinaia di disegni pubblicitari per cartelloni e manifesti. Tra le più importanti collaborazioni, vanno ricordati i disegni pubblicitari dell'Agip Carburanti e della benzina Supercortemaggiore. Nel 1955 cura la grafica della campagna pubblicitaria per la Vespa.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Pietro Randi fu l'inventore, attorno al 1880, della "randite", una polvere da sparo senza fumo di color giallo-zolfo in grani ovoidali.
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q Questa e altre citazioni sono tratte da Leo Longanesi: la fabbrica del dissenso, in Internet Culturale, 2011 e provengono in massima parte da Parliamo dell'elefante. Frammenti di un diario, 1947.
  3. ^ Diretto insieme con Corrado Testa e Nino Fiorentini, il primo numero è del 1º marzo 1923.
  4. ^ Eugenio Montale, Il secondo mestiere. Vol. 2: Arte, musica, società. I Meridiani, articolo in occasione della morte di Longanesi.
  5. ^ Lo slogan «Mussolini ha sempre ragione» appare per la prima volta su L'Italiano n. 3/1926, p. 4, e viene ripreso, sempre nello stesso anno, nel Vade-mecum del perfetto fascista.
  6. ^ Ansaldo collaborerà a tutte le testate create da Longanesi, sia nell'anteguerra, sia nel dopoguerra.
  7. ^ Longanesi paga un articolo irriverente contro il senatore Giuseppe Tanari, finanziatore dello squadrismo bolognese.
  8. ^ Il primo rotocalco cui Longanesi aveva lavorato era stato Cinema.
  9. ^ Longanesi sarà poi testimone di nozze del matrimonio tra Alberto Moravia ed Elsa Morane, celebrato il 14 aprile 1941.
  10. ^ Escono in questa collana Il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati (1940) e Don Giovanni in Sicilia di Vitaliano Brancati (1941). L'ultimo numero della collana esce nell'aprile 1945 come venticinquesimo della serie.
  11. ^ Longanesi, un italiano contro, La Grande Storia Magazine, Rai 3, 13 agosto 2011
  12. ^ In effetti, Mussolini inserì il nome di Longanesi nell'elenco degli intellettuali traditori del fascismo, che fece pubblicare sul Popolo d'Italia l'11 novembre 1943. L'articolo s'intitolò "Canguri d'Italia".
  13. ^ Leo Longanesi, Parliamo dell'elefante, Milano, Longanesi, 1947.
  14. ^ Per la precisione in via Zolino (direzione Piratello), dove possedeva una villa di campagna, acquistata nel 1942.
  15. ^ Raffaele Liucci, L'Italia borghese di Longanesi, Marsilio, Veenzia, 2002.
  16. ^ a b c d e Citazione tratta da La sua Signora. Taccuino, 1957.
  17. ^ G. Appella, P. Longanesi, M. Vallora (a cura di), Leo Longanesi 1905-1957. Editore scrittore artista, Longanesi, Milano, 1996.
  18. ^ A cura di Giuseppe Appella, Paolo Longanesi e Marco Vallora, altresì curatori dell'omonimo catalogo, pubblicato da Longanesi, Milano, 1996.
  19. ^ Il primo gerente responsabile fu V. Orlandi. Essendo Longanesi nato il 30 agosto 1905, non poté firmare il giornale fino al settembre 1926, quando raggiunse la maggiore età.
  20. ^ Destino di una bandiera, pubblicato su Il Borghese n. 23 del 30 luglio 1954. Per Longanesi, la "nuova Italia repubblicana" sfrutta un simbolo sacro come la bandiera per i propri interessi. La copertina fece scalpore.
  21. ^ a b Longanesi fu il direttore de facto della rivista.
  22. ^ Dopo la chiusura di Omnibus Longanesi aveva perso il diritto di firma. Legalmente, il direttore fu un suo allievo, Vittorio Gorresio.
  23. ^ I disegni erano spediti via posta.
  24. ^ Il film fu terminato da Nino Giannini e uscì nel 1944 con il titolo Vivere ancora e la firma di Francesco De Robertis.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Indro Montanelli, Marcello Staglieno, Leo Longanesi, Rizzoli, Milano, 1984
  • Piero Albonetti, Corrado Fanti (a cura di), con scritti di Mariuccia Salvati e Pier Giorgio Zunino, Longanesi e Italiani, Faenza, Edit Faenza, 1997
  • G. Appella, P. Longanesi, M. Vallora (a cura di), Leo Longanesi 1905-1957. Editore scrittore artista, Longanesi, Milano, 1996
  • Raffaele Liucci, L'Italia borghese di Longanesi. Marsilio, Venezia, 2002
  • Marcello Staglieno, La stampa satirica e Longanesi, in AA.VV., La satira in Italia, Comune di Pescara, 2002
  • Andrea Ungari, Un conservatore scomodo. Le Lettere, Firenze, 2007

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