Giovannino Guareschi

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Giovannino Guareschi

Giovannino Guareschi (Fontanelle di Roccabianca, 1º maggio 1908Cervia, 22 luglio 1968) è stato uno scrittore, giornalista, caricaturista e umorista italiano.

È uno degli scrittori italiani più venduti nel mondo: oltre 20 milioni di copie,[1] nonché lo scrittore italiano più tradotto in assoluto[2].

La sua creazione più nota, anche per le trasposizioni cinematografiche, è Don Camillo, il "robusto" parroco che parla col Cristo dell'altare maggiore, che ha come antagonista Peppone, l'agguerrito sindaco comunista del paese immaginario di Ponteratto [3] (sul grande schermo Brescello, nella Bassa reggiana).

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Primi anni[modifica | modifica sorgente]

Giovannino Oliviero Giuseppe Guareschi (Guareschi scherzava sempre sul fatto che un omone come lui fosse stato battezzato come "Giovannino") nacque a Fontanelle, frazione di Roccabianca, il 1º maggio 1908, in una famiglia della classe media. Il padre, Primo Augusto Guareschi, era commerciante, mentre la madre, Lina Maghenzani, era la maestra elementare del paese.

Finite le scuole superiori, si iscrisse all'Università di Parma. Riuscì a entrare nel Convitto «Maria Luigia» di Parma, l'antico Collegio dei Nobili, che offriva vitto e alloggio agli studenti universitari in difficoltà economiche, che venivano occupati come istitutori e assistenti dei convittori. Qui conobbe, nel 1922, Cesare Zavattini. L'incontro fu decisivo per lo sviluppo della sua tecnica e della sua arte.

Nel 1925 l'attività del padre fallì e Guareschi non poté più continuare gli studi. Dopo aver provato alcuni lavori saltuari, entrò alla «Gazzetta di Parma», come correttore di bozze, chiamato da Zavattini, caporedattore del quotidiano.

Giovannino Guareschi a Parma negli anni trenta.

Nel 1931 iniziò come aiuto-cronista al quotidiano «Corriere Emiliano», con un contratto di collaborazione fissa. Alla fine dell'anno andò a vivere da solo, in Borgo del Gesso. Aveva ventitré anni. In poco tempo diventò cronista, poi capo-cronista; scriveva articoli, novelle e rubriche, oltre a fare disegni (anche politici).

Nel 1934 partì per il servizio militare a Potenza, dove frequentò il corso allievi ufficiali. L'anno dopo i proprietari del «Corriere» lo licenziarono per esubero di personale.

Finito il corso, nel 1936 venne trasferito a Modena, dove in maggio fu promosso sottotenente di complemento. Poi ricevette un'altra proposta da Cesare Zavattini, che nel frattempo si era trasferito a Milano: quella di entrare in un giornale umoristico che stava per nascere.

Il «Bertoldo» (1936-1943)[modifica | modifica sorgente]

Finito il servizio militare, Guareschi si trasferì a Milano, andando a vivere con la fidanzata Ennia Pallini in un monolocale in via Gustavo Modena. Nel 1938 la coppia trovò un appartamento più grande in via Ciro Menotti.

Dal 1936 al 1943 Guareschi lavorò in una testata destinata ad un'ampia notorietà, il quindicinale «Bertoldo», rivista satirica edita da Rizzoli e diretta da Cesare Zavattini. Il primo numero apparve nelle edicole il 14 luglio 1936, giorno dedicato a san Camillo de Lellis. Guareschi vi collaborò inizialmente in qualità di illustratore.

Si trattava di una nuova rivista, pungente (pur nell'ambito del regime) e diretta a strati sociali medio-alti, in concorrenza con il popolarissimo bisettimanale «Marc'Aurelio». Vi collaboravano importanti giornalisti e illustratori del tempo. Dopo la partenza di Cesare Zavattini, a causa di forti contrasti interni, la direzione venne affidata a Giovanni Mosca, con Giovannino Guareschi caporedattore (febbraio 1937). In capo a tre anni la rivista divenne settimanale, con tirature di 500-600 000 copie, e primo tra tutti i giornali umoristici.[4] Fedele al suo carattere di "bastian contrario", Guareschi, contrapponendosi alla dilagante moda del momento che voleva, anche sul «Bertoldo», ubiquitarie illustrazioni di eleganti figure femminili, iniziò a disegnare la serie delle vedovone, grasse e per nulla sensuali donne d'Italia.

Il protrarsi della seconda guerra mondiale portò alla chiusura del «Bertoldo» nel settembre 1943, dopo un bombardamento anglo-americano che coinvolse la sede della Rizzoli.

Guareschi al tempo in cui era internato militare in Germania.

Durante la guerra Guareschi - penna pungente e pronta ad attaccare senza paura o riverenza i bersagli che più gli sembravano meritevoli di critica - sotto l'effetto di una sbornia, procuratasi a causa della disperazione per la notizia (poi rivelatasi falsa) della scomparsa di suo fratello sul fronte russo, insultò e inveì a lungo contro Benito Mussolini e venne arrestato a causa di una delazione fatta da un convinto fascista che lo voleva far passare per le armi.[5] Di conseguenza, riconosciutegli le attenuanti, nel 1943 venne condannato al richiamo nell'esercito. Terminò il conflitto come ufficiale di artiglieria.

Quando l'Italia firmò l'armistizio con le truppe Alleate egli si trovava in caserma ad Alessandria. Rifiutò come molti altri di disconoscere l'autorità del Re e fu quindi arrestato e inviato nei campi di prigionia tedeschi di Częstochowa e Benjaminovo in Polonia e poi in Germania a Wietzendorf e Sandbostel per due anni, assieme ad altri soldati italiani. Qui compose La Favola di Natale, racconto musicato di un sogno di libertà nel suo Natale da prigioniero. In seguito descrisse il periodo di prigionia nel Diario Clandestino.

«Candido» (1945-1957)[modifica | modifica sorgente]

Giovannino Guareschi nel 1945.
« Qualcuno si ostinerà a voler trovare che Candido ha vaghe tendenze destrorse, il che non è vero per niente in quanto Candido è di destra nel modo più deciso e inequivocabile »
(Dalla presentazione della rivista.)

Dopo la guerra Guareschi fece ritorno in Italia e fondò una rivista indipendente con simpatie monarchiche, il «Candido», settimanale del sabato. Nella rivista, insieme ad altre famose penne della satira italiana, curava numerose rubriche tra cui quella a firma "Il Forbiciastro", che spigolava nella cronaca spicciola italiana.

Guareschi era rimasto un irriducibile monarchico e non lo nascondeva. In occasione del referendum istituzionale del 2 giugno 1946 sostenne apertamente la monarchia e denunciò i brogli che secondo lui avevano ribaltato l'esito del voto popolare.

I "trinariciuti"[modifica | modifica sorgente]

« Perché nel mio concetto base, la terza narice ha una sua funzione completamente indipendente dalle altre due: serve di scarico in modo da tener sgombro il cervello dalla materia grigia e permette nello stesso tempo l’accesso al cervello delle direttive di partito che, appunto, debbono sostituire il cervello. Il quale cervello, lo si vede, appartiene oramai ad un altro secolo. »
(Candido del 14-15 aprile 1947)

La profonda fede cattolica, l'attaccamento alla monarchia e il fervente anticomunismo fecero di Guareschi uno dei più acuti critici del Partito Comunista Italiano. Famosissime le sue vignette intitolate "Obbedienza cieca, pronta e assoluta", dove sbeffeggiava i militanti comunisti che lui definiva trinariciuti (la terza narice aveva un duplice scopo: serviva a far defluire la materia cerebrale e a far entrare direttamente le direttive del partito), i quali prendevano alla lettera le direttive che arrivavano dall'alto, nonostante i chiari errori di stampa.

Per la celebre prima vignetta del compagno con tre narici, Togliatti lo insultò con l'appellativo di "tre volte idiota moltiplicato tre" durante un comizio. Per tutta risposta, Guareschi scrisse su «Candido» di ritenerlo un "ambito riconoscimento".[6]

Le elezioni del 1948 e il contributo di Guareschi[modifica | modifica sorgente]

Nelle elezioni politiche del 1948 Guareschi s'impegnò moltissimo affinché fosse sconfitto il Fronte Democratico Popolare (alleanza PCI-PSI) che in un racconto definisce "Fronte Pecorale Democratico". Molti slogan, come "Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no", e il manifesto con lo scheletro di un soldato dietro i reticolati russi, che dice "100.000 prigionieri italiani non sono tornati dalla Russia. Mamma, votagli contro anche per me", uscirono dalla sua mente fervida[7].

Anche dopo la vittoria della DC e dei suoi alleati, Guareschi non abbassò certo la sua penna: anzi criticò anche la Democrazia Cristiana, che a suo parere non seguiva i principi cui si era ispirata. In particolare prese una radicale posizione di contrarietà verso i governi di centrosinistra, ovvero verso quell'alleanza tra DC e PSI detta Centro-sinistra "organico" che, a partire dalla metà degli anni sessanta, doveva improntare per oltre un ventennio la politica italiana.

I processi Einaudi e De Gasperi[modifica | modifica sorgente]

Guareschi con la vignetta su Einaudi pubblicata sul Candido.

Nel 1950 fu condannato con la condizionale a otto mesi di carcere nel processo per vilipendio al Capo dello Stato, Luigi Einaudi. Alcune vignette sul «Candido» avevano messo in risalto che Einaudi, sulle etichette del vino di sua produzione (un Nebbiolo), permetteva che venisse messa in evidenza la sua carica pubblica di "senatore". Guareschi non era l'autore materiale della vignetta (l'autore fu Carletto Manzoni), ma fu condannato in quanto direttore responsabile del periodico.

Nel 1954 Guareschi venne condannato per diffamazione su denuncia di Alcide De Gasperi (De Gasperi era stato a capo del governo ininterrottamente dal dicembre 1945 al 1953). Guareschi era venuto in possesso di due lettere del politico trentino risalenti al 1944. In una di esse il futuro presidente del Consiglio, che all'epoca viveva a Roma, avrebbe chiesto agli Alleati anglo-americani di bombardare la periferia della città allo scopo di demoralizzare i collaborazionisti dei tedeschi[8]

Secondo Guareschi le missive erano autentiche. Prima di pubblicarle, aveva sottoposto le lettere addirittura a una perizia calligrafica affidandosi a un'autorità in materia, il dottor Umberto Focaccia. Al processo affermò di aver agito in buona fede. Focaccia, perito dello stesso Tribunale di Milano, affermò in aula di avere effettuato un “lungo, attento e scrupoloso esame di confronto con molti altri scritti sicuramente autentici del De Gasperi…”, per poi dichiarare “in piena coscienza, di riconoscere per autentiche del De Gasperi la scrittura del testo e la firma di cui sopra”[9], con riguardo alla seconda lettera, e di riconoscere per autentica anche la firma apposta in calce alla prima[10].

Sul piano probatorio, mentre la prima lettera era dattiloscritta e risultava autografa solamente nella firma, la seconda era integralmente autografa, risultava di pochi giorni successiva alla prima e ad essa strettamente connessa, anche sotto il profilo contenutistico. Il fatto dunque che, a differenza del primo documento, fosse qui peritabile non solo una firma, ma un manoscritto interamente vergato a mano, avrebbe potuto potentemente comprovare, o al contrario demolire, le tesi di Guareschi.

Da parte sua, lo statista trentino, che aveva dapprima concesso la più ampia facoltà di prova in ordine alla genuinità dei documenti in contestazione, in seguito si smentì a più riprese attraverso il proprio difensore, l'avvocato Delitala. A giudizio del penalista, non aveva infatti senso – questa la chiave di volta del processo – effettuare perizie sui documenti[11]. Delitala fece il possibile per eludere ogni verifica sui documenti: ben più del giudizio di altri periti, affermò l’avvocato, rilevavano, sul piano processuale, il giuramento[12] dello stesso De Gasperi e le prove - di cui una chiara, l’altra, di contro, equivocabile - fornite dai graduati inglesi che avevano sostenuto la tesi dell’onorevole democristiano[13]. Se il Tribunale proprio ritiene di non poterne fare a meno, faccia pure, ma una perizia - perorò Delitala, appellandosi “alla coscienza” dei magistrati milanesi – sconta pur sempre il rischio di un errore peritale[14].

Guareschi, di contro, mise argomentatamente in dubbio l'attendibilità delle dichiarazioni di provenienza britannica, facendo presente di essere sgradito al Governo inglese per la sua polemica sulla contesa di Trieste fra l'Italia e la Jugoslavia di Tito; evidenziò, ex adverso, che De Gasperi era un vecchio, fedele alleato degli angloamericani[15].

Il Tribunale di Milano non diede alcun peso a queste deduzioni ed accogliendo senz'altro le richieste formulate dal difensore di De Gasperi non mostrò neppure alcuna curiosità per i documenti agli atti: negò a Guareschi l’effettuazione della perizia calligrafica e della perizia chimica; negò persino la possibilità di escutere le testimonianze potenzialmente favorevoli allo scrittore in ordine alla provenienza ed all'attendibilità dei documenti attribuiti a De Gasperi, tra cui anche quelle di persone vicine allo stesso De Gasperi, come Giulio Andreotti[16]. La motivazione del Collegio giudicante in ordine alle perizie, fu la seguente: «le richieste perizie chimiche e grafiche si appalesano del tutto inutili, essendo la causa sufficientemente istruita ai fini del decidere»[16]. Il 15 aprile Guareschi fu condannato in primo grado a dodici mesi di carcere. Non presentò ricorso in appello poiché ritenne di avere subito un'ingiustizia:

« No, niente Appello. Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (...) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stato dato ingiustamente.[16] »
Giovannino Guareschi a Roncole Verdi

Prese la via della galera, così come, è lui stesso a dirlo, aveva preso quella del lager per non avere voluto collaborare con il fascismo ed il nazionalsocialismo[17]. Commentando la condanna, il padre di don Camillo e Peppone si affidò ad una citazione di dantesca memoria, “E il modo ancor mi offende”[18].

Dopo il primo processo, un altro collegio, che doveva pronunciarsi per il reato di "falso", decise la distruzione del corpo del reato[19]. Divenuta esecutiva la sentenza, alla pena fu accumulata anche la precedente condanna ricevuta nel 1950 per vilipendio al Capo dello Stato.

Guareschi venne recluso nel carcere di San Francesco del Prato a Parma, dove rimase per 409 giorni, più altri sei mesi di libertà vigilata ottenuta per buona condotta. Sempre per coerenza, rifiutò in ogni momento di chiedere la grazia. Guareschi è stato il primo giornalista della Repubblica Italiana a scontare interamente una pena detentiva in carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa.

Nel 1956 la sua condizione fisica si era deteriorata e iniziò a trascorrere lunghi periodi a Cademario in Svizzera per motivi di salute.

Dopo il «Candido»[modifica | modifica sorgente]

« Arrivato sul finire del 1963, tiro le somme e mi accorgo che, mentre io continuo ad avere soltanto due anni in meno di mia moglie, mio figlio e mia figlia sono arrivati ad avere rispettivamente 32 e 35 anni meno di me. Cosa che, anche solo dieci anni fa, era profondamente diversa. »
(Giovannino Guareschi)

Nel 1957 si ritirò da direttore del «Candido», rimanendo tuttavia un collaboratore della rivista.

Nel giugno 1961 Guareschi fu colto da un infarto, da cui si riprese con fatica. Il 7 ottobre dello stesso anno uscì il quarto film della famosa saga di don Camillo: Don Camillo monsignore... ma non troppo. La storia era tratta dai romanzi di Guareschi; il film era prodotto dalla Cineriz di Angelo Rizzoli, che era anche editore del «Candido». Lo scrittore sconfessò la sceneggiatura, giudicandola lontanissima dallo spirito del romanzo. Ne nacque una dura discussione con Rizzoli. Il dissidio non si ricompose: pertanto Guareschi decise di interrompere definitivamente la collaborazione al «Candido»[20]. Successivamente Rizzoli chiuse il settimanale.

Negli stessi anni Papa Giovanni XXIII chiese a Guareschi di collaborare alla stesura del nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica. Guareschi declinò cortesemente l'invito non ritenendosi degno di tale onore[21].

Guareschi ricevette l'invito da parte di Nino Nutrizio a collaborare col suo quotidiano, il milanese «La Notte». Guareschi rispose favorevolmente:

« Ritengo «La Notte» l'ultima isola di resistenza rimasta in campo nemico e mi auguro, come italiano, come giornalista e come amico, che tu possa ancora resistere ai «liberatori» di Milano. »

Continuò a collaborare a vari periodici con disegni e racconti. Tenne inoltre, per quattro anni e fino al 1966, una rubrica di critica televisiva intitolata Telecorrierino delle famiglie su «Oggi Illustrato»[22].

Nel 1968 gli fu riproposta la direzione del «Candido» da parte di Giorgio Pisanò, ma morì prima di poter ricominciare a causa di un attacco cardiaco. I suoi funerali, svoltisi sotto la bandiera con lo stemma sabaudo, furono disertati da tutte le autorità. Unici personaggi di rilievo presenti per l'estremo saluto furono Nino Nutrizio, Enzo Biagi ed Enzo Ferrari.

Guareschi e il potere[modifica | modifica sorgente]

Il vivace rapporto di Guareschi con il potere costituito ha sempre dato adito a controversie. Quello che è certo è che il suo carattere irriverente, irruente e sanguigno gli abbia procurato sovente dei guai con le istituzioni.

Non c'è dubbio che egli dovette sopportare da un lato l'ostracismo prevedibile della sinistra, data la sua dichiarata ostilità alle idee e alla visione politica del partito comunista; dall'altro è evidente l'assoluta mancanza di riconoscenza da parte di chi la sua penna aveva numerose volte enormemente favorito, ovvero il centrismo cattolico rappresentato in Italia dalla DC. I rapporti con il fascismo furono ugualmente alternanti e dibattuti. Probabilmente, gestire uno spazio satirico sotto un regime autoritario avrebbe in ogni caso richiesto un sottile gioco di compromessi per sopravvivere.

Nel periodo delle vicende giudiziarie del primissimo secondo dopoguerra, Azione giovanile, rivista della Gioventù italiana di Azione Cattolica, titolò un'intera pagina con: "Guareschi ovvero lo scarafaggio". A corredo dell'articolo la foto di una mano con uno scarafaggio con la didascalia: Quando certi individui ti danno la mano ti succede di provare un senso di ribrezzo.

Umberto II di Savoia dall'esilio lo insignì dell'onorificenza di Grand'Ufficiale della Corona d'Italia.[16]

Dissero di lui[modifica | modifica sorgente]

« Per comporre la biografia civile di Guareschi bisogna riconoscere i suoi tre paradossi: dopo due anni nei campi di concentramento nazisti, passò per un fascista; dopo aver vinto la battaglia nel ’48, appoggiando la Dc di De Gasperi, finì in galera per la querela del medesimo De Gasperi; dopo aver umanizzato i comunisti, fondò il settimanale più efficace nella lotta al comunismo e là scrisse il primo libro nero del comunismo. »
(Marcello Veneziani, Prefazione a Marco Ferrazzoli, Non solo Don Camillo, edizioni L'uomo libero.)

Opere[modifica | modifica sorgente]

La saga Mondo piccolo[modifica | modifica sorgente]

Altre opere[modifica | modifica sorgente]

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Pier Mario Fasanotti, "Il coraggio di Guareschi", Liberal, 26 aprile 2008, pag. 8.
  2. ^ Per un elenco degli idiomi in cui Guareschi è stato tradotto, cfr. il libro di Guido Conti citato in bibliografia.
  3. ^ il nome del paese è presente solo nel primo racconto della serie, Don Camillo. Negli altri racconti, viene sostituito con un più generico "borgo".
  4. ^ dati della fondazione Mondadori
  5. ^ La storia di Giovannino senza paura (1940-1943)
  6. ^
    « Contrordine compagni! La frase pubblicata sull'Unità: 'Bisogna fare opera di rieducazione dei compagni insetti', contiene un errore di stampa e pertanto va letta: 'Bisogna fare opera di rieducazione dei compagni inetti'. »
  7. ^ Gian Luigi Falabrino, I comunisti mangiano i bambini La storia dello slogan politico, Vallardi, 1994, ISBN 88-11-90425-0.
  8. ^ L’opera postuma “Chi sogna nuovi gerani”, edita nel 1993 per i tipi della BUR, riporta numerosissimi stralci degli articoli di stampa del tempo e degli atti del processo che vide Guareschi condannato per la diffamazione dell’onorevole De Gasperi.
  9. ^ Ibidem, pag. 355.
  10. ^ Ibidem, pag. 344.
  11. ^ Pagg. 425, 443, 445, op. cit.
  12. ^ A favore di se medesimo.
  13. ^ Ibidem pag. 445.
  14. ^ Ibidem, pag. 445.
  15. ^ Ibidem, pag. 436.
  16. ^ a b c d Tesi di laurea sul processo a Guareschi di Sacha Emiliani.
  17. ^ Ibidem pag. 457.
  18. ^ Ibidem, pag. 455.
  19. ^ Giovanni Lugaresi, «La Voce di Romagna», 14 gennaio 2011.
  20. ^ Egidio Bandini su «Libero» del 5 marzo 2014.
  21. ^ Alessandro Gnocchi, Il catechismo secondo Guareschi, Milano Edizioni Piemme, 2003. ISBN 978-88-384-6595-6.
  22. ^ Vedi: Affaritaliani.libero.it

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Libri su Giovannino Guareschi:

  • Gian Franco Venè, Don Camillo, Peppone e il compromesso Storico, Sugarco, 1977
  • Beppe Gualazzini, Guareschi, Editoriale Nuova, 1981
  • AA, VV, Giovannino Guareschi e il suo mondo, Antologia per le Medie di Cassinotti, Gilli, Airoldi (Atlas, Bg), 1991
  • Alberto & Carlotta Guareschi, Chi sogna nuovi gerani? Autobiografia Giovannino Guareschi (dalle sue carte, riordinate dai figli), RCS Libri, Rizzoli, Milano 1993
  • Alberto & Carlotta Guareschi, Milano '36-'43: Guareschi e il Bertoldo, RCS Libri, Rizzoli, Milano 1994
  • Alberto & Carlotta Guareschi, Fantasie della Bionda, RCS Libri, Rizzoli, Milano 1995
  • Alberto & Carlotta Guareschi, La famiglia Guareschi. Racconti di una famiglia qualunque, 1939-1952. Rizzoli, 2010.
  • Alberto & Carlotta Guareschi, La famiglia Guareschi. Racconti di una famiglia qualunque II, 1952-1968. Rizzoli, 2010.
  • Marco Ferrazzoli, Guareschi. L'eretico della risata, Costantino Marco, Cosenza, 2001, ISBN 8885350801
  • Giorgio Torelli, I baffi di Guareschi, Àncora, 2006, ISBN 9788851404055
  • Stefano Beltrami, Elena Bertoldi, Bicarbonato e mentine. Giovannino Guareschi, l'amico dei giorni difficili, GAM Editore, 2007, ISBN 9788889044339
  • Guido Conti, Giovannino Guareschi. Biografia di uno scrittore, Rizzoli, 2008, ISBN 9788817019491
  • Giorgio Casamatti, Guido Conti, Giovannino Guareschi, nascita di un umorista. Bazar e la satira a Parma dal 1908 al 1937. MUP, Parma 2008
  • Riccardo F. Esposito, Don Camillo e Peppone. Cronache cinematografiche dalla Bassa Padana 1951-1965, Le Mani - Microart's, Recco, 2008 ISBN 9788880124559.
  • Marco Ferrazzoli, Non solo Don Camillo, l'Uomo Libero, Arco, 2008
  • Giuliano Guareschi Montagna, Una vita per mio padre, Giovannino Guareschi (cartonato alla olandese), 1ª ed., Reggio Emilia, Diabasis, aprile 2009, p. 256, ISBN 978-88-8103-545-8.
  • Giuseppe Polimeni, a cura di, Camminare su e giù per l’alfabeto. L’italiano tra Peppone e don Camillo, Edizioni Santa Caterina, Pavia, 2010
  • Ubaldo Giuliani-Balestrino Il Carteggio Churchill-Mussolini alla luce del processo Guareschi Settimo Sigillo, 2010.
  • Mario Bussoni, A spasso con Don Camillo. Guida al mondo piccolo di Giovannino Guareschi, Mattioli 1885, Fidenza 2010, ISBN 978-88-6261-127-5.

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