Don Camillo monsignore... ma non troppo

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Don Camillo monsignore...
ma non troppo
Don Camillo Peppone il ritorno.jpg
Don Camillo (Fernandel) e Peppone (Gino Cervi) ritornano al paese dopo tre anni a Roma.
Paese di produzione Italia
Anno 1961
Durata 117 min
Colore B/N
Audio sonoro
Genere commedia
Regia Carmine Gallone
Soggetto Giovanni Guareschi (romanzo)
Sceneggiatura Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Carmine Gallone
Fotografia Carlo Carlini
Montaggio Niccolò Lazzari
Musiche Alessandro Cicognini
Scenografia Piero Filippone
Costumi Lucia Mirisola
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
« Questa è un'altra delle storie che il grande fiume raccoglie sulle rive della Bassa e porta al mare. Favole che sembrano storie vere o storie vere che sembrano favole? Difficile poterlo stabilire… Difficile. »
(voce narrante - Sergio Fantoni - a fine film)

Don Camillo monsignore... ma non troppo è il quarto episodio della saga di Don Camillo e Peppone, diretto da Carmine Gallone e tratto dai racconti di Giovannino Guareschi. Sarebbe dovuto essere il capitolo conclusivo della saga (come dimostrano anche i due protagonisti, che appaiono brizzolati ed invecchiati) ma ebbe invece un lusinghiero successo al botteghino (ben 1.105.024.406 lire) cosicché si decise di girarne un ulteriore episodio.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Don Carlino (Armando Bandini) in una scena del film
Don Camillo (Fernandel) diventato Monsignore
Peppone (Gino Cervi) diventato senatore

1960. I superiori di Don Camillo si sono praticamente sbarazzati di lui facendolo monsignore e trasferendolo a Roma e lo stesso hanno fatto i dirigenti comunisti con Peppone, eletto senatore. I due amici-nemici però si re-incontrano dopo 3 anni, nel vagone letto di un treno. Appena tornati al paese hanno nuovi problemi da affrontare, come la costruzione di una Casa Popolare a discapito di una piccola cappella votiva posta su terreno della curia, la cosiddetta «Madonnina del Borghetto». Il sindaco (il Brusco) e Peppone vogliono abbattere la cappella e strumentalizzare politicamente il fatto che presumibilmente la chiesa avrebbe rifiutato il terreno, cosa che invece non si verifica, a patto però che gli alloggi vengano distribuiti equamente tra famiglie proposte dalla chiesa e famiglie proposte dal comune. La cappella resisterà a tutti i tentativi di abbatterla e farà parte dell'edificio. Altra questione è quella del matrimonio del figlio di Peppone, che questi vuol far celebrare nella sola forma civile, mentre la moglie vorrebbe per il figlio un matrimonio come quello che ha fatto lei con Peppone, cioè in chiesa. Peppone, per aver l'assenso del padre della futura nuora - uomo "della banda del prete" e invalido - alla forma civile, gli offre un posto di usciere in comune.

Don Camillo, per contrastare, invece promette che gli farà avere la concessione di una pompa di benzina. Alla fine ci sarà il solito compromesso, dovuto anche al fatto che Peppone vince al totocalcio e non sa come ritirare il premio senza essere scoperto: Don Camillo lo aiuterà nell'intento, strappando la promessa di un matrimonio anche in forma religiosa, che sarà riservatissima in una chiesina di campagna (con Peppone che, ricattato tramite vecchie foto giovanili che lo ritraevano mentre faceva la comunione, a dispetto della sua sbandierata fama di ateo mangiapreti dalla nascita, sarà costretto a far anche da chierichetto) mentre la cerimonia civile sarà in pompa magna in municipio. Don Camillo dovrà cercare di riconciliare i due coniugi, lui meridionale e conservatore, lei del posto e comunista militante (che tra l'altro una volta aveva rubato i vestiti al prete mentre faceva il bagno nel Po durante un afoso pomeriggio estivo per tenerlo bloccato affinché non potesse darsi da fare per far avere al futuro consuocero di Peppone la promessa pompa di benzina) e che per la politica trascurava la famiglia. Per riuscirci dovrà ricorrere ad un modo piuttosto brutale e sleale: con l'aiuto del marito metterà un sacco in testa alla donna, la legherà, le toglierà le mutande e le dipingerà le terga di rosso col minio lasciandola poi in un bosco: la popolazione (tranne, ovviamente i compagni di partito) più che inorridire per il gesto, ci troverà del comico e la poveretta non avrà più il coraggio di uscire di casa per non essere presa in giro. Don Camillo avrà inoltre a che fare con la clamorosa vincita di Peppone al totocalcio: egli però ha paura di essere scoperto e di dover poi dare in gran parte il denaro al partito. Don Camillo riesce a scoprire il vero nome del vincitore, notando che il nome scritto sulla schedina vincente e riferito dai giornali, "Pepito Sbazzeguti", altro non è che l'anagramma di Giuseppe Bottazzi, ovvero Peppone. Don Camillo si offre però di aiutarlo: andrà lui a ritirare il premio, tornando al paese in tarda sera e promettendo di consegnare la vincita l'indomani. Ma durante la notte, Peppone non resiste dalla voglia di vedere la vincita e va a trovare il parroco insieme a sua moglie.

Questa gli mette in testa l'idea che se durante la notte Don Camillo dovesse avere un "colpo", egli non potrebbe dimostrare che i soldi in possesso del prete in realtà sarebbero i suoi, e torna a disturbare in canonica ritirando finalmente il denaro. Il film si conclude con il ritorno dei due protagonisti nella capitale, richiamati a forza dai loro rispettivi superiori.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Fonti letterarie[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni episodi del film sono stati ideati ex novo, ma altri provengono dai racconti originali di Guareschi: Il pittore (1947), In riva al fiume (1947), Il muraglione (1951), Vincita Sisal (1952), Il campanone (1960) e La vendetta (1961).

Esterne[modifica | modifica wikitesto]

Nuovamente Brescello e Boretto per le riprese esterne principali:

  • Durante il viaggio in treno dei due amici-nemici che si sono ritrovati, di ritorno da Roma, s'intravede il cartello della stazione di Chiusi, lungo la ferrovia Firenze-Roma.
  • Quando poi Don Camillo, affacciandosi dal finestrino del treno, scorge il "bugiardo" Peppone ("e doveva fermarsi a Reggio Emilia! Gesù! Mo si può esser più bugiardi di così!?"), ebbene Peppone è proprio fermo al passaggio a livello situato a tre chilometri da Brescello.
  • Il bagno ristoratore di Don Camillo (nella scena in cui la Gisella gli ruba i vestiti) è filmato nei pressi di Boretto, vicino al punto in cui il fiume Enza affluisce nel Po; mentre la sequenza della ricerca collettiva del prevosto, creduto affogato, viene girata all'attracco del ponte di chiatte, in prossimità dello svincolo Viadana-Cremona.
  • La cosiddetta «Madonnina del Borghetto» è in realtà l'edicola mariana collocata a fianco della strada provinciale 62r. La cappelletta esiste ancor oggi. Nel 1982 fu restaurata cambiando però il soggetto pittorico, che divenne irriconoscibile da quello che s'intravedeva nel film; nel 2004, tuttavia, il dipinto è stato rifatto (dall'artista Marco Cagnolati) ed ora è praticamente identico a quello che si vede nel film.
  • Nel finale, Don Camillo dà un passaggio a Peppone in macchina e lo lascia davanti all'entrata dell'effettiva stazione di Castelnovo di Sotto.

Seguito[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Pasquale Iaccio, Non solo Scipione. Il cinema di Carmine Gallone, Liguori, Napoli, 2003, ISBN 978-88-207-3313-1.
  • Riccardo F. Esposito, Don Camillo e Peppone. Cronache cinematografiche dalla Bassa Padana 1951-1965, Le Mani, Recco 2008, ISBN 978-88-8012-455-9.
  • Elisa Soncini, I rossi e il nero. Peppone, don Camillo e il ricordo del dopoguerra italiano, Lupetti, Milano 2009, ISBN 88-8391-199-7.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]