Leandro Arpinati

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on. Leandro Arpinati
Monogramma della Camera dei deputati Parlamento italiano
Camera dei deputati
Leandro Arpinati negli anni venti

Leandro Arpinati negli anni venti

Luogo nascita Civitella di Romagna
Data nascita 29 febbraio 1892
Luogo morte Argelato
Data morte 22 aprile 1945
Professione giornalista e ferroviere
Partito Partito Nazionale Fascista
Legislatura XXVI, XXVIII
Incarichi parlamentari

vice-segretario generale del PNF
sottosegretario agli Interni

Leandro Arpinati (Civitella di Romagna, 29 febbraio 1892Argelato, 22 aprile 1945) è stato un politico e dirigente sportivo italiano.

Indice

[modifica] Biografia

[modifica] Anteguerra e squadrismo

Figlio di un piccolo commerciante socialista, sedicenne, viene iscritto d'ufficio dal padre al PSI[1]. Trasferitosi a Torino come ferroviere prima della Grande Guerra, tornò a vent'anni nel paese natale e qui fondò la sezione anarchica in concorrenza con la sezione socialista[2]. Interventista, divenne amico del conterraneo Mussolini nel 1914[3][4].

Il 23 marzo 1919, su richiesta di Mussolini, entrò a far parte del "Comitato dei Fasci di azione rivoluzionaria", che allargava sul piano nazionale il "Fascio di combattimento milanese", fondato dallo stesso Mussolini a Milano in piazza Sansepolcro (adunata di Piazza Sansepolcro) il 21 marzo 1919[5][6][7]. Dopo la dissoluzione del primo fascio di combattimento di Bologna (che era stato costituito il 10 aprile 1919[8][9], Arpinati fondò qualche mese dopo il secondo, e assai più duraturo, fascio di combattimento in quella città, del quale divenne segretario. Con lui, tra gli altri, Dino Grandi e Gino Baroncini[10].

A Bologna diviene uno dei capi dello squadrismo della città felsinea: in quegli anni di violenza, nel corso dei quali si consumarono numerosi omicidi[11]. Arpinati fu arrestato varie volte in quegli anni: la prima volta nel novembre del 1919 a Milano, per fatti verificatisi a Lodi, e rimase in carcere per 46 giorni[12]; la seconda volta il 20 settembre 1920 per l'assalto al "Caffè della Borsa" di Bologna, noto ritrovo di socialisti, nel corso del quale mano ignota aveva ucciso l'operaio Guido Tibaldi: rimase in carcere in questo caso solo 3 giorni[13]. In entrambe queste vicende, dunque[14], pur essendo presente ai fatti, non vi prese parte criminalmente attiva. Una terza volta fu arrestato assieme a Dino Grandi e Gino Baroncini, nel gennaio 1921, per aver violato il decreto del Governo che vietava l'uso delle armi nelle provincie emiliane[15]. Ancora: a metà marzo 1921 viene arrestato e portato nel carcere di Ferrara, poi rilasciato dopo pochi giorni; il 18 dicembre 1921 si autodenunciò per l'aggressione ai deputati socialisti Genuzio Bentini e Adelmo Niccolai e restò in carcere per due giorni[16]; nel luglio 1922, durante gli scontri di Cesenatico, cade al suo fianco il segretario bolognese del Partito Nazionale Fascista (PNF) Clearco Montanari[17]. Appartiene allo stesso periodo la cosiddetta strage di Palazzo d'Accursio, in Piazza Nettuno e Piazza Maggiore, a Bologna, il 21 novembre 1920 Strage di Palazzo d'Accursio, cui Arpinati fu sì presente ma mai incolpato d'aver preso attiva parte all'eccidio.
Nel 1923, disapprovando l'uso della violenza del fascio bolognese nei confronti degli antifascisti, si ritirò dalla scena politica per un intero anno[18]. Secondo altri autori, quel ritiro avrebbe avuto invece quale causa l'ingiusta accusa mossagli da Dino Grandi di aver acquistato due camion per le squadre fasciste[19].

[modifica] La conquista del potere, il declino e la morte

Nel 1921 divenne deputato (fino al maggio 1933) e, dopo la Marcia su Roma, cui non partecipò, ritenendola "una buffonata"[20][21][22], vice-segretario generale del Partito Nazionale Fascista (PNF).

Tra il 1924 ed il 1929 diventa federale provinciale del PNF di Bologna, Forlì, Rovigo e Treviso.

Nel 1926 divenne vicesegretario generale del PNF e podestà di Bologna, carica che lasciò nel 1929 per diventare sottosegretario agli Interni (fino al 1933).

Ricoprì molti incarichi anche in ambito sportivo: a cavallo tra il 1926 e il 1933 fu presidente del CONI e della F.I.G.C.[23], diede il via all'importante riforma del campionato di calcio e ottenne l'organizzazione dei Mondiali del 1934. Per la stagione calcistica 1926-1927, in qualità di presidente della FIGC, decise per la non assegnazione del titolo, vinto sul campo dal Torino, a motivo di un presunto episodio di corruzione di un calciatore della Juventus da parte di un dirigente della squadra granata[24]. Decise di non assegnare lo scudetto al Bologna, del quale era notoriamente tifoso, ritenendo che l'intero campionato 1926-1927 dovesse ritenersi falsato.

Ribelle ad ogni asservimento e adulazione, individualista fino all'estremo, era divenuto presto, dopo i primissimi anni di ardore rivoluzionario, "una specie di conservatore liberale", o meglio liberista, alla Pantaleoni. Era quindi contrario all'interventismo statale, contrarissimo al corporativismo, mentre il senso dello Stato come tutore dell'ordine e del diritto, lo rendeva ostile all'ingerenza e all'autorità del partito. Egli veniva così a trovarsi in contrasto con le tendenze fondamentali del regime. Si aggiungeva a ciò la sua straordinaria libertà di parola, giudicante crudamente uomini e cose. Non aveva voluto imporre la tessera fascista ai funzionari del suo Ministero e ancor più scandalose apparivano certe sue familiarità con antifascisti, perseguitati dal fascismo[25][26], quanto all'ostilità dichiarata nei confronti dello statalismo e del corporativismo fascista[27][28].

Negli anni del sottosegretariato (1929-1933) si creò così innumerevoli inimicizie, esordendo con il rifiuto della busta segreta (di denaro) che, secondo tradizione, veniva erogata al Ministro degli Interni, di cui egli esercitava le funzioni[29]. Aveva per anni mantenuto un rapporto speciale con Benito Mussolini, che ne subiva fortemente l'ascendente[30][31]. In questa situazione Mussolini pensò di disfarsi il più rapidamente possibile dello scomodo amico-nemico e, a questi fini, "armò" il nuovo segretario del PNF, Achille Starace. Quest'ultimo presentò personalmente a Mussolini una lettera-denunzia il 3 maggio 1933, articolata in 20 punti di accusa: in essa ad Arpinati, definito da Starace il pontefice nero, erano addebitate tra l'altro le amicizie, sempre coltivate, con noti antifascisti, quali Mario Missiroli, Massarenti, Torquato Nanni, attività contro il regime, idee liberali e anticorporativiste.

Il 4 maggio 1933 lasciò l'incarico di sottosegretario agli Interni[32][33]. Fu dunque etichettato come nemico del regime e fu prima mandato al confino a Lipari (19 luglio 1934-1937), poi nel borgo di Malacappa, presso Bologna, agli arresti domiciliari nella sua azienda agraria fino al 1945, anno della sua morte.

Nel 1943 aveva rifiutato l'invito, fattogli da Mussolini in persona, di aderire alla Repubblica Sociale Italiana; nascose invece nella sua tenuta ex prigionieri alleati ed il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) gli garantì protezione: nonostante questo, il 22 aprile del 1945 fu ucciso con ogni probabilità da un gruppo di partigiani comunisti guidati da Luigi Borghi. Sulle circostanze della sua morte sono state formulate peraltro numerose versioni qui non trascritte[34][35][36][37].

[modifica] Note

  1. ^ Cattani, op. cit., pag.32.
  2. ^ Cattani, op. cit., pag.32.
  3. ^ Iraci, op. cit., pag.9.
  4. ^ Grimaldi, op. cit., pag.15.
  5. ^ Grimaldi, op. cit., pag.18.
  6. ^ Cattani, op. cit., pag.44. indica la data del 23 marzo 1919, così anche Iraci.
  7. ^ Iraci, op. cit., pag.12.
  8. ^ Iraci, op. cit., pag.13.
  9. ^ Cattani, op. cit., pag.44.
  10. ^ Iraci, op. cit., pag.13.
  11. ^ Grimaldi, op. cit., pag.26 e 29. scrive: "l'uso fatto da Arpinati dello squadrismo nero fu, pur nella violenza delle azioni, un uso attento e, dove possibile, legalitario. Operò una sorta di gestione personale dello squadrismo, creando una giustizia rudimentale volta ad impedire episodi di vendette e di violenze che si stavano verificando, in situazioni analoghe, nel resto d'Italia. Dell'esercizio della violenza (ma con le caratteristiche dette) nei confronti degli avversari politici dà atto anche il rapporto al ministro dell'Interno di Cesare Mori, prefetto di Bologna,dell'8 dicembre 1921: L'Arpinati pratica coi suoi seguaci la concezione della violenza a ogni costo in senso rivoluzionario".
  12. ^ Cattani, op. cit., pag.44.
  13. ^ Franzinelli, op. cit., pag.310.
  14. ^ Franzinelli, op. cit., pag.178. nonostante quanto afferma l'autore.
  15. ^ Grimaldi, op. cit., pag.27.
  16. ^ Cattani, op. cit., pag.51. L'autore ipotizza che, in alternativa all'arroganza tipica del fascismo, egli si sia autodenunciato per scagionare gli studenti che avevano circondato i due socialisti.
  17. ^ Franzinelli, op. cit., pag.???.
  18. ^ Franzinelli, op. cit., pag.179.
  19. ^ Mazzuca e Foglietta, op. cit., pag.194.
  20. ^ Grimaldi, op. cit., pag.36.
  21. ^ Giancarla Cantamessa Arpinati, op. cit., pag.???.
  22. ^ Iraci, op. cit., pag.13.
  23. ^ Cacozza op.cit. pag. 41 (libro scaricabile).
  24. ^ Brera, op. cit., pag.???.
  25. ^ Salvatorelli-Mira, op. cit., pag.548.
  26. ^ Biagi, op. cit., pag.110-112. sostanzialmente negli stessi termini espressi da Salvatorelli-Mira.
  27. ^ De Felice, op. cit., pag.293.
  28. ^ Biagi, op. cit., pag.16 Ricorda le parole di Dino Grandi: Se fosse rimasto accanto a Mussolini, non avremmo avuto l'Impero, ma neanche l'alleanza con Hitler e la guerra, e neanche l'8 settembre e piazzale Loreto.
  29. ^ Grimaldi, op. cit., pag.62.
  30. ^ Cattani, op. cit., pag.79-80. Si veda la cronaca dei colloqui mattutini del sottosegretario Arpinati con il Duce riportata anche da Giovanni Giuriati.
  31. ^ Giuriati, op. cit., pag.???.
  32. ^ Cattani, op. cit., pag.85-87.
  33. ^ Salvatorelli-Mira, op. cit., pag.549.
  34. ^ Cattani, op. cit., pag.129-141. che conclude così: "La verità sostanziale è che Arpinati e Nanni [Torquato Nanni, confinato socialista con Arpinati] furono esecutati da un gruppo di gappisti comunisti che si sentivano legittimati dall'ordine del CLNAI".
  35. ^ Pansa, op. cit., pag.326-330.
  36. ^ Giancarla Cantamessa Arpinati, op. cit., pag.???.
  37. ^ Giancarla Cantamessa Arpinati, op. cit., pag.???.

[modifica] Bibliografia

  • Andrea Bacci, Lo sport nella propaganda fascista, Bradipolibri Editore, 2002.
  • Enzo Biagi, Scusate, dimenticavo, Rizzoli Editore, Milano, 1997.
  • Enzo Biagi, Lettera d'amore a una ragazza di una volta, Rizzoli Editore, Milano, 2003.
  • Gianni Brera, Storia critica del calcio italiano, Baldini&Castoldi, Milano, 1998.
  • Daniele Cacozza, Dai Prati di Caprara a Internet - Un cammino lungo 90 anni, F.I.G.C. L.N.D. C.R. Emilia-Romagna, Bologna, 1999.
  • Giancarla Cantamessa Arpinati, Arpinati mio padre, Il Sagittario, Roma, 1968.
  • Giancarla Cantamessa Arpinati, Malacappa-Diario di una ragazza, Il Mulino Intersezioni, Bologna, 2004.
  • Venerio Cattani, Rappresaglia, Vita e morte di Leandro Arpinati e Torquato Nanni gli amici nemici di Benito Mussolini,, Marsilio Editori, Venezia, 1997.
  • Renzo De Felice, Gli anni del consenso, Einaudi editore, Torino.
  • Antonio Fogli, 1944/1945 a Nord di Ravenna, Greco&Greco, Milano, 2004.
  • Mimmo Franzinelli, Squadristi: protagonisti e tecniche della violenza fascista, 1918-1922, Oscar Mondadori, Cles (TN), 2009.
  • Mauro Grimaldi, Leandro Arpinati. Un anarchico alla corte di Mussolini, La Stampa Sportiva, Roma, 1999.
  • Agostino Iraci, Arpinati l'oppositore di Mussolini, Bulzoni editore, Roma, 1970.
  • Alessandro Luparini, Anarchici di Mussolini: dalla sinistra al fascismo tra rivoluzione e revisionismo, MIR, 2001.
  • Giancarlo Mazzuca; Luciano Foglietta, Sangue romagnolo. I compagni del Duce. Arpinati Bombacci Nanni, Minerva, Bologna, 2011.
  • Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer, Milano, 2006.
  • Salvatorelli-Mira, Storia d'Italia nel periodo fascista, Einaudi editore, Torino, 1956.
  • Edoardo Susmel; Duilio Susmel, Opera Omnia di Benito Mussolini, La Fenice, Firenze.

[modifica] Collegamenti esterni

[modifica] Voci correlate


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