Mancata difesa di Roma

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Mancata difesa di Roma
10 settembre 1943: militari italiani si apprestano allo scontro contro i tedeschi presso porta San Paolo.
10 settembre 1943: militari italiani si apprestano allo scontro contro i tedeschi presso porta San Paolo.
Data 8 settembre - 10 settembre 1943
Luogo Roma
Esito Vittoria tedesca
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
25.000 soldati e 135 mezzi corazzati[1] 88.000 soldati e 381 mezzi corazzati[1]
Perdite
100 morti e 500 feriti Circa 1.100 morti
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La locuzione mancata difesa di Roma (concettualmente anche indicata come occupazione tedesca di Roma) si riferisce agli eventi accaduti nella capitale italiana e nell'area circostante, a partire dall'8 settembre 1943 e nei giorni immediatamente successivi, a seguito dell'armistizio di Cassibile e dell'immediata reazione militare delle forze tedesche della Wehrmacht schierate a sud e a nord della città, secondo le direttive operative stabilite da Adolf Hitler in caso di defezione italiana (Operazione Achse).[2][3]

A causa dell'assenza di un piano organico per la difesa della città e di una conduzione coordinata della resistenza militare all'occupazione tedesca, nonché della contemporanea fuga di Vittorio Emanuele III assieme alla corte, il capo del governo e ai vertici militari, la città fu velocemente conquistata dalle truppe della Germania nazista, cui si opposero vanamente e in modo disorganizzato le truppe del Regio Esercito ed i civili, privi com'erano di ordini coerenti e di collegamenti, lasciando sul campo circa 1300 caduti. Da più parti si incolparono di questa occupazione i vertici militari e politici, accusati di aver volontariamente omesso di disporre quanto necessario perché la città fosse adeguatamente difesa[4].

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

La "mancata difesa" si ebbe a seguito di una serie di contesti (azioni e decisioni dei vertici politici e militari) che resero vani i combattimenti, comunque iniziati autonomamente già dalla sera dell'8 settembre e che il giorno 10 registrarono anche la partecipazione dei civili.

Annullamento dell'Operazione Giant 2[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi operazione Giant 2.

Gli alleati, il giorno della dichiarazione dell'armistizio, avrebbero dovuto procedere all'attuazione di uno sbarco aeronavale di una divisione aviotrasportata (Operazione Giant 2), in quattro aeroporti nei pressi della Capitale (Cerveteri, Furbara, Centocelle e Guidonia). La sera del 7 settembre, due ufficiali americani (Maxwell D. Taylor e William Gardiner) giunsero segretamente a Roma per concordare i particolari dell'operazione e comunicare ufficialmente che, l'indomani alle 18:30, doveva essere resa nota l'avvenuta sottoscrizione dell'armistizio. Il Primo ministro maresciallo Pietro Badoglio, appositamente svegliato, data l'ora tarda, sostenne che lo schieramento italiano non avrebbe potuto resistere più di sei ore alle truppe tedesche e dettò un radiogramma per il generale Eisenhower, in cui si chiedeva l'annullamento dell'Operazione Giant 2 e il rinvio della dichiarazione dell'avvenuto armistizio. Per tutta risposta, la mattina dell'8 settembre, il generale Eisenhower dettò un radiogramma ultimativo al maresciallo Badoglio e richiese il ritorno dei due ufficiali americani; inoltre, dopo aver annullato – come richiesto - l'Operazione Giant 2, all'ora prevista, rese nota la stipula dell'armistizio tra l'Italia e le forze alleate dalle onde di Radio Algeri[5].

Azioni dilatorie del Capo di Stato Maggiore Vittorio Ambrosio[modifica | modifica sorgente]

Il Proclama d'armistizio diffuso dal maresciallo Badoglio alle ore 19:45 dell'8 settembre 1943 non prevedeva alcun attacco contro le forze germaniche presenti sul territorio nazionale e attorno a Roma. Esso si concludeva infatti in tal modo: "ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".

Sin dalla fine di agosto, tuttavia, il Capo di stato maggiore generale Vittorio Ambrosio aveva elaborato per le forze armate la circolare op. 44, che fu firmata dal Capo di stato maggiore dell'esercito Mario Roatta e posta a conoscenza dei comandanti di armata tra il 2 e il 5 settembre 1943. In tale circolare si ordinava “di interrompere a qualunque costo, anche con attacchi in forze ai reparti armati di protezione, le ferrovie e le principali rotabili alpine” e di “agire con grandi unità o raggruppamenti mobili contro le truppe tedesche”. La circolare op. 44 doveva essere distrutta col fuoco immediatamente dopo la notifica e la sua attuazione era condizionata ad ordini successivi[6].

Alle ore 0.20 del 9 settembre, Ambrosio decise di diramare un dispaccio radio con il quale si prescriveva alle forze armate di non aprire il fuoco sulle truppe tedesche, se non in caso di attacco di quest'ultime e di permettere comunque il loro transito inoffensivo[7]. A quell'ora, tuttavia, la 2ª divisione paracadutisti tedesca, forte di circa 14.000 uomini, e si era già mossa verso Roma dall' aeroporto di Pratica di Mare e si era impadronita senza combattere del deposito d'armata di Mezzocammino, con milioni di litri di carburante, mentre i combattimenti erano già iniziati sin dalle ore 22:10 nei pressi del ponte della Magliana.

Più tardi, il Capo di Stato maggiore ritenne che l'ordine alle forze armate di attuazione dalla circolare op. 44 dovesse essere firmato dal maresciallo Badoglio, ma non riuscì a rintracciarlo[8]. Un timido tentativo lo effettuò intorno alle 5:00, senza alcun esito[9]. Secondo Ruggero Zangrandi, Badoglio avrebbe posto un veto assoluto a quella diramazione, anche se, successivamente, il maresciallo avrebbe escluso che gli fosse mai stata chiesta alcuna autorizzazione[10].

L'ordine del generale Roatta che escludeva la difesa di Roma[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi fuga di Vittorio Emanuele III.

Alle ore 5.15 del 9 settembre, a battaglia in corso e all'insaputa del suo superiore Vittorio Ambrosio, il generale Mario Roatta impartì al generale Giacomo Carboni, comandante del Corpo d'Armata motocorazzato posto a difesa di Roma, l'ordine di spostare su Tivoli la 135ª Divisione corazzata "Ariete II" e la 10ª Divisione fanteria "Piave" e di disporvi una linea di fronte escludente la difesa della Capitale. Roatta informò inoltre Carboni che a Tivoli avrebbe ricevuto ulteriori ordini dallo Stato Maggiore che si sarebbe provvisoriamente insediato a Carsoli[11]. Nel frattempo (ore 5.10 e successive), Vittorio Emanuele III e la sua famiglia, il Primo ministro maresciallo Badoglio, i capi di Stato maggiore Ambrosio e Roatta e i ministri militari (tranne il generale Antonio Sorice) erano già in fuga, alla volta di Brindisi.

Poco dopo le ore 7.30, il generale Carboni si recò a Tivoli per organizzare il nuovo schieramento di truppe e ricevere gli ulteriori ordini. Non riuscendo a rintracciare Roatta proseguì sino ad Arsoli dove apprese che la colonna dei sovrani e del maresciallo Badoglio era ormai lontana e che l'ordine di Roatta delle ore 5.15 era stato confermato. Carboni, pertanto, provvide a insediare il suo comando a Tivoli, cioè lontano da Roma.

Iniziative autonome del Maresciallo Caviglia e del generale Calvi di Bergolo[modifica | modifica sorgente]

La mattina dell'8 settembre, per "affari privati", era giunto a Roma, il maresciallo Enrico Caviglia il quale aveva ottenuto un'udienza da parte del re, alle ore 9:00 del giorno successivo. Il giorno 9, essendo stato informato dell'assenza del re, Caviglia si diresse al Ministero della Guerra e in virtù del grado gerarchicamente più elevato, assunse autonomamente il ruolo di capo del governo, d'intesa con il ministro Antonio Sorice. L'anziano maresciallo si attivò subito a contattare i tedeschi per la cessazione del fuoco e, mentre i combattimenti infuriavano, fece annunciare dalla radio che "la città era tranquilla e che si trattava con le autorità tedesche"[12].

Nel pomeriggio del 9 settembre, il generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, genero del re e il generale Giuseppe di Montezemolo, inviati da Caviglia a Frascati, incontrarono il comandante tedesco Albert Kesselring che chiese, quali condizioni per il prosieguo delle trattative, la resa dell'intero Corpo d'Armata motocorazzato italiano[13]. In seguito a tali contatti, tra le 16.00 e le 17.00 del 9 settembre, da Roma, fu verbalmente ordinato alla Granatieri di Sardegna di lasciare il conteso ponte della Magliana per un concordato transito delle truppe germaniche verso il nord. In serata, le nuove posizioni su cui si erano attestati i granatieri furono nuovamente investite dalla divisione tedesca che continuò a procedere verso il centro di Roma. Durante la notte la polizia sequestrò gran parte delle armi fatte distribuire in precedenza ai civili dal generale Giacomo Carboni.

La mattina del 10, le strade della Capitale ormai assediata erano tappezzate di manifesti che avvertivano la popolazione che le trattative con i tedeschi erano a buon punto. L'accordo di resa fu firmato al Ministero della Guerra alle ore 16.00 del 10 settembre, tra il tenente colonnello Leandro Giaccone, per conto del generale Calvi di Bergolo e il feldmaresciallo Kesselring.

Le truppe schierate attorno a Roma[modifica | modifica sorgente]

Subito dopo l'annuncio dell'armistizio, effettuato da Pietro Badoglio via radio alle 19:45 dell'8 settembre 1943, i tedeschi iniziarono le operazioni volte all'occupazione del territorio italiano, inclusa la capitale, e alla neutralizzazione delle truppe italiane schierate su tutti i fronti.

Attorno alla capitale, alla vigilia dell'occupazione tedesca era infatti presente un forte dispositivo di truppe italiane le quali, tuttavia, rimaste senza ordini coerenti e prive di un piano di difesa, furono sopraffatte o disarmate con relativa facilità da truppe germaniche inferiori per numero anche se non per armamenti.

Già alle prime ore del 9 settembre le unità italiane disposte sulla costa erano state neutralizzate dai colpi di mano tedeschi e il capo del governo Pietro Badoglio e il re (che rivestiva la carica di comandante delle forze armate) erano in fuga verso Pescara. Il generale Mario Roatta, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, al momento di partire per seguire il re, ordinò il ripiegamento verso Tivoli di tutte le divisioni del dispositivo di protezione della Capitale, esclusa la sola Granatieri di Sardegna che era già sotto attacco, di fatto rinunciando ad una effettiva difesa della città.

Nella mattinata del 10 settembre le avanguardie tedesche investirono Roma, contrastate in vari punti della cintura urbana e, in qualche caso, a ridosso del centro, dalla reazione spontanea e non coordinata di singoli reparti militari e di civili in armi che, assieme, opposero resistenza all'urto organizzato e concertato delle truppe germaniche, lasciando sul campo 1.167 caduti tra i militari e circa 120 civili, incluse decine di donne e persino una suora impegnata come infermiera in prima linea[14].

Gli schieramenti:

Forze italiane[modifica | modifica sorgente]

Lo schieramento delle truppe italiane attorno e nella città di Roma poco prima dell'attacco tedesco comprendeva[15]:

Il Corpo d'armata di Roma[16], incaricato della "difesa interna" e costituito dalla

12ª Divisione fanteria "Sassari"[17][18], su:
Comando e Compagnia Comando
151º Reggimento fanteria "Sassari"
152º Reggimento fanteria "Sassari"
34º Reggimento Artiglieria
XII Battaglione Mortai da 81 mm
XII Battaglione Semoventi da 47/32
V Battaglione Guastatori di Fanteria
CXII Battaglione Misto del Genio
2º Battaglione Chimico[19]
8º Reggimento del Genio
XXI Battaglione del Genio
Aliquote Carabinieri del gruppo squadroni della legione territoriale di Roma e Battaglione Allievi Carabinieri[20]
Aliquote della Guardia di Finanza[21]
Deposito e Battaglione di formazione, 2º Reggimento bersaglieri
Deposito e Gruppo Squadroni di formazione, Reggimento "Genova Cavalleria"
Deposito, 81º Reggimento fanteria "Torino"
Colonna "Cheren" della Polizia dell'Africa Italiana[22]
Battaglione d'Assalto Motorizzato[23]
Numerosi reparti logistici, di addestramento e di presidio entro la città di Roma, incluso il personale della difesa contraerea, avieri, marinai e finanzieri.

Corpo d'Armata Motocorazzato[24], incaricato della "difesa esterna" e costituito dalla

135ª Divisione corazzata "Ariete II"[25], schierata attorno al Lago di Bracciano tra la congiungente Monterosi-Manziana a Nord ed il bivio de La Storta a Sud, su:
Comando e Squadrone Comando
10º Reggimento Corazzato Lancieri di Vittorio Emanuele II
16º Reggimento Motorizzato Cavalleggeri di Lucca
8º Reggimento "Lancieri di Montebello"[26]
135º Reggimento Artiglieria Corazzata
235º Reggimento Artiglieria Semovente
CXXXV Battaglione Semoventi Controcarro
XXXV Battaglione Misto del Genio
10ª Divisione fanteria motorizzata "Piave"[27], distribuita ad arco immediatamente a nord della città, tra la località di Ottavia sulla via Trionfale, la Giustiniana sulla via Cassia e le due sponde del fiume Tevere, tra via Flaminia e via Salaria nei pressi di Castel Giubileo, su:
Comando e Compagnia Comando
57º Reggimento fanteria "Abruzzi"
58º Reggimento Fanteria
20º Reggimento Artiglieria
X Battaglione Mortai da 81 mm
X Battaglione Controcarro
X Battaglione Misto Genio
136ª Divisione corazzata "Centauro II"[28][29], schierata ad arco a oriente del centro, lungo la via Tiburtina, tra le località di Lunghezza e Monte Celio, poco a occidente di Tivoli, su:
Comando e compagnia comando
131º Reggimento fanteria Carrista
Reggimento Legionario Motorizzato
136º Reggimento Artiglieria
136º Battaglione Misto Genio
elementi in afflusso, 18º Reggimento bersaglieri[26][30]
21ª Divisione fanteria "Granatieri di Sardegna"[31], disposta ad arco immediatamente sul fianco meridionale della città, tra la Magliana e Tor Sapienza, a controllare le vie Aurelia, Ostiense, Appia e Casilina, su:
Comando e Compagnia Comando
1º Reggimento "Granatieri di Sardegna"
2º Reggimento "Granatieri di Sardegna"
20º Reggimento Artiglieria
XXI Battaglione Mortai da 81 mm
CCXXI Battaglione Controcarri
XXI Battaglione Misto Genio
Reparto Motocorazzato del Comando di Corpo d'Armata[32]
1º Reggimento Artiglieria Celere "Eugenio di Savoia"[33]
Deposito e Battaglione di formazione, 4º Reggimento Fanteria Carrista[34]
11º Reggimento del Genio

XVII Corpo d'armata[35], incaricato della "difesa costiera" e costituito dalla

103ª Divisione fanteria autotrasportabile "Piacenza"[36], disposta nel quadrante sudoccidentale della campagna romana, tra via Ostiense e via Appia, sulla congiungente tra il lido di Ostia e Velletri, su:
Comando e Compagnia Comando
111º Reggimento Fanteria
112º Reggimento Fanteria
36º Reggimento Artiglieria
CXII Battaglione Mortai da 81 mm
CXII Battaglione Controcarro
CXI Battaglione Misto Genio
220ª Divisione Costiera[37], schierata tra Orbetello e Fiumicino, su:
Comando e Compagnia Comando
111º Reggimento Fanteria Costiera
152º Reggimento Fanteria Costiera
Quattro Gruppi Squadroni appiedati "Genova Cavalleria"
CCCXXV Battaglione Fanteria Costiero
CVIII Gruppo Artiglieria Costiero
221ª Divisione Costiera[38], schierata tra Fiumicino ed Anzio, su :
Comando e Compagnia Comando
4º Reggimento Fanteria Costiera
8º Reggimento Fanteria Costiera
Un Gruppo Squadroni appiedato "Savoia Cavalleria"
Scuola di Artiglieria di Sabaudia
Scuola di Artiglieria Costiera di Torre Olevola
Scuola di Artiglieria Costiera di Gaeta
10º Reggimento arditi

Questi reparti vennero rinforzati il mattino del 9 settembre dall'arrivo di :

elementi della 7ª Divisione fanteria "Lupi di Toscana"[39], schierati sulla via Aurelia a ridosso di Ladispoli, sul litorale tirrenico nord.
elementi della 13ª Divisione fanteria "Re"[40], sulla via Cassia, in località La Storta, poco a nord della capitale.

Queste unità facevano parte dell'afflusso delle rispettive divisioni, in viaggio da nord per rinforzare il dispositivo italiano a protezione della capitale, che furono colte dall'armistizio ancora in viaggio e si sbandarono prima di arrivare a destinazione.

Il totale delle forze italiani disponibili per la difesa di Roma ammontava complessivamente ad 88137 uomini, 124 carri armati, 257 semoventi, 122 tra autoblindo e camionette Sahariane e 615 pezzi d'artiglieria[1]. Si trattava di un complesso di forze di composizione e qualità eterogenea ma numeroso e comprendente unità bene equipaggiate (come la Ariete II e la Sassari) o comunque solidamente inquadrate (come la Granatieri di Sardegna o il 10º Reggimento arditi), che se utilizzato in modo deciso ed unitario avrebbero potuto contrastare validamente le forze tedesche presenti nell'area.

Forze tedesche[modifica | modifica sorgente]

Le truppe tedesche, oltre al personale in transito verso sud ed un numero non elevato di effettivi del personale di polizia, collegamento e supporto presente in città e presso le installazioni militari e le vie di comunicazione con il fronte (allora in Calabria, ma nel frattempo avveniva anche lo sbarco alleato a Salerno), erano infatti presenti solo con due grandi unità, così inquadrate :

XI Corpo d'armata aviotrasportato (generale Kurt Student)

2ª Divisione Paracadutisti[41] (generale Walter Barenthin), schierata nelle vicinanze dell'Aeroporto di Pratica di Mare, di fronte alla "Piacenza", su:
2º Reggimento Paracadutisti
6º Reggimento Paracadutisti
7º Reggimento Paracadutisti
2º Reggimento Artiglieria Paracadutisti
2º Battaglione Controcarro Paracadutisti
2º Battaglione Genio Paracadutisti
La divisione era stata aviotrasportata senza preavviso dalla Provenza immediatamente dopo il 25 luglio e aveva di fatto assunto il controllo dell'importante scalo aereo immediatamente a sud di Roma.
L'8 settembre 1943 il II Battaglione del 6º Reggimento era distaccato presso l'aeroporto di Foggia.
Il I Battaglione del 7º Reggimento e la compagnia semoventi del Battaglione Controcarro erano invece distaccati a Frascati[42].
3ª Divisione Panzergrenadier[43] (generale Fritz-Hubert Gräser), disposta a nord di Roma di fronte alla "Ariete II", tra Orvieto e il Lago di Bolsena, su:
8º Reggimento Granatieri
29º Reggimento Granatieri[44]
3º Reggimento Artiglieria
103º Battaglione Semoventi
103º Battaglione Esplorante
3º Battaglione Controcarro
3º Battaglione Genio
Kampfgruppe Büsing[45] (distaccato dalla 26. Panzer-Division).
Si trattava di una unità di recente ricostituzione (giugno 1943, dopo essere stata annientata a Stalingrado), ancora in fase di addestramento e con organici, dotazioni ed equipaggiamenti parzialmente incompleti.

A queste unità va aggiunto il personale di supporto e protezione del Comando tedesco per il Sud Italia del Feldmaresciallo Albert Kesselring sito in villa Torlonia a Frascati, che tuttavia era stato completamente distrutto in un pesante bombardamento aereo alleato eseguito dalle 12:00 alle 14:00 dell'8 settembre 1943 da parte di 130 B-17 statunitensi. Il bombardamento provocò la morte di circa 500 civili e 200 soldati tedeschi, e devastò la storica cittadina, ma lasciò illeso il comandante tedesco e gran parte del suo Stato maggiore. Occorsero comunque diverse ore per ristabilire in pieno i contatti con le otto divisioni tedesche (comprese le due schierate a sud e a nord della capitale) in quel momento agli ordini di Kesselring, sebbene quelle attorno a Roma fossero ben collegate via radio e con telefoni da campo.

Le due divisioni tedesche potevano quindi contare su un totale di 25033 uomini, 71 carri armati, 54 semoventi, 196 tra autoblindo e veicoli blindati, e 165 pezzi d'artiglieria[1].

Queste forze costituivano un insieme dislocato in modo poco omogeneo, con la concentrazione della quasi totalità degli equipaggiamenti pesanti a nord di Roma inquadrati in una divisione di qualità non ancora ottimale, ed una divisione di alta qualità ma con soli armamenti leggeri a sud[46].

Ufficiali italiani della Divisione Sassari trattano la fine degli scontri nella zona di Porta San Paolo.
(10 settembre 1943, a fianco dei Mercati Generali di Via Ostiense, presso lo sbocco del nuovo cavalcavia ostiense. Circa 41°52′02.18″N 12°28′50.83″E / 41.867272°N 12.480786°E41.867272; 12.480786

I combattimenti[modifica | modifica sorgente]

Gli scontri nelle giornate dell'8 e 9 settembre 1943

La manovra a tenaglia delle due divisioni tedesche che convergevano sulla città, rispettivamente da sud e da nord, travolse in breve tempo la reazione dei pochi reparti che, per iniziativa di singoli ufficiali e con il supporto della popolazione civile, li avevano attaccati da La Storta, alla Montagnola, a Porta San Paolo, e i tedeschi presero il controllo della capitale in breve tempo, mentre le grandi unità italiane nel loro complesso - due volte più numerose di quelle nemiche in quanto a numero di effettivi - restavano paralizzate in mancanza di ordini coerenti e senza collegamenti, e cadevano quindi preda dell'ex-alleato, senza neanche poterlo davvero combattere.

Ciò malgrado, i reparti che di propria iniziativa si opposero all'invasore non si risparmiarono nella difesa estrema della città: 1.167 furono i militari caduti e, tra essi, 13 furono decorati con Medaglia d'oro al Valor Militare, e 27 con Medaglia d'argento al Valor Militare.

Monterosi, Bracciano, Manziana[modifica | modifica sorgente]

Sulla via Cassia, la divisione corazzata Ariete stava apprestando un caposaldo difensivo, a protezione del quale il sottotenente Ettore Rosso e un gruppo di genieri del CXXXIV Battaglione misto genio stavano posando un campo di mine. All'arrivo del kampfgruppe Grosser[47] della 3ª Panzergrenadier-Division, costituito da una trentina di veicoli corazzati e due battaglioni di fanteria motorizzata, Rosso mise due autocarri di traverso sulla strada a bloccare il passo. I tedeschi intimarono allora di sgombrare la strada entro quindici minuti: Rosso, invece di obbedire, utilizzò il tempo per ultimare lo sbarramento e, all'avanzare dei tedeschi, aprì il fuoco e poi fece brillare lo sbarramento insieme a quattro volontari, i genieri scelti Pietro Colombo, Gino Obici, Gelindo Trombini e Augusto Zaccanti, che aveva tenuto con sé dopo aver rimandato indietro il resto del reparto; nel tempo impiegato dai tedeschi per riorganizzarsi, il caposaldo venne apprestato alla difesa. Nello scontro che ne seguì, il II Reggimento Cavalleggeri di Lucca ed il III Gruppo del 135º Reggimento Artiglieria su obici da 149/19 contrastarono l'avanzata tedesca, con perdite da ambo le parti; il bilancio fu di 4 carri persi, 20 morti e una cinquantina di feriti da parte italiana, altrettanti uomini circa e qualche carro in più da parte tedesca; l'avanzata tedesca fu fermata per il resto della giornata. Per l'episodio, al tenente Rosso fu conferita la Medaglia d'oro al valor militare ed ai suoi quattro genieri la Medaglia d'argento al valor militare[48]. Questo ed altri episodi di resistenza da parte di elementi della Divisione Ariete II nella zona di Bracciano e della Manziana bloccò gli attacchi della 3ª Panzergrenadier-Division, che, anche a seguito dell'ordine di arretramento e concentrazione dell'intero Corpo d'Armata Motocorazzato nella zona di Tivoli sul lato orientale di Roma, preferì limitarsi ad aggirare il perimetro difensivo della capitale dal lato occidentale e dirigersi indisturbata a sud verso la zona di Salerno per contrastare gli sbarchi anglo-americani.

Monterotondo[modifica | modifica sorgente]

Nel 1943 Palazzo Orsini Barberini fu sede per alcuni mesi dello Stato Maggiore del Regio Esercito Italiano.
All'alba del 9 settembre 1943, a seguito dell'armistizio con gli angloamericani, i tedeschi con un lancio di 800 paracadutisti provenienti da Foggia, guidati dal Maggiore Walter Gericke tentarono la cattura del capo di stato maggiore dell'esercito Mario Roatta, convinti della sua presenza nel palazzo: egli se ne era invece andato la sera precedente, immediatamente dopo la dichiarazione di armistizio da parte di Badoglio.
La sede fu contesa strenuamente dai reparti italiani dell'esercito (tra questi i reparti delle divisioni "Piave" e "Re" e la 2ª Compagnia d'Assalto araba) presenti nelle vicinanze, dai carabinieri di presidio ed anche da cittadini armati intervenuti nel frattempo, e costò ai tedeschi la perdita di 300 paracadutisti, di cui 48 caduti, mentre gli italiani ebbero 125 caduti e 145 feriti, tra i quali 14 carabinieri[49]. Al momento della resa stipulata a Roma i paracadutisti tedeschi, asserragliati nel palazzo da loro conquistato, erano sotto lo stringente assedio delle truppe italiane.
A seguito di questi fatti furono concesse decorazioni a Vittorio Premoli del 57º Reggimento Fanteria "Piave" (Medaglia d'Oro al Valor Militare), al carabiniere Giuseppe Cannata, che dopo strenua difesa di un posto di blocco venne colpito a morte (Medaglia d'Argento al Valor Militare), al giovane Ortensi (Medaglia d'Argento al Valor Militare), al tenente dei Carabinieri Raffaele Vessichelli (comandante di gruppo autonomo mobilitato con il compito di difesa e sicurezza del Palazzo Orsini Barberini), al maggiore Lorenzo Bellin, al sergente Ettore Minicucci ed all'ufficiale dei carabinieri Fausto Garrone (Medaglia di Bronzo al Valor Militare)[50].

Sud di Roma[modifica | modifica sorgente]

Fallschirmjäger tedeschi della 2. Divisione paracadutisti in azione durante i combattimenti a Roma

All'annuncio dell'armistizio (19.45 dell'8 settembre), la 2ª divisione paracadutisti tedesca, di stanza all'aeroporto di Pratica di Mare e forte di circa 14.000 uomini, si mosse subito, diretta verso la Capitale e lasciandosi alla propria destra la Divisione Piacenza, attestata a Lanuvio, Albano e Ardea[51][52]. Alle 20.30 i paracadutisti tedeschi s'impadronirono del deposito d'armata di Mezzocammino, con milioni di litri di carburante, blandamente sorvegliato dal 2º Battaglione Chimico. Continuando ad avanzare sulle vie che dal litorale convergevano su Roma, i tedeschi si trovarono di fronte il perimetro difensivo disposto dalla Divisione Granatieri di Sardegna sotto l'energico comando del generale Gioacchino Solinas.

L'arco coperto dalla "Granatieri" si stendeva dalla via di Boccea fino alla via Collatina in 11 capisaldi. I tedeschi, per prendere tempo, tentarono subito delle trattative, ma Solinas rispose che avrebbe concesso il "passaggio inoffensivo" verso il nord solo a condizione del rilascio del deposito di Mezzocammino, delle armi e dei prigionieri catturati. Al tergiversare dei tedeschi, ordinò il fuoco che partì esattamente alle ore 22.10 da una batteria di mortaio installata sulla collina dell'Esposizione (Caposaldo n. 5), che controllava l'accesso al ponte della Magliana (unico punto di attraversamento del Tevere al di fuori della cerchia urbana)[53].

La battaglia si accese ai capisaldi n. 5, 6 (Tre Fontane), 7 e 8. Il primo caduto italiano fu la ventunenne guardia PAI (Polizia dell'Africa italiana) Amerigo Sterpetti, combattendo nei pressi del ponte della Magliana, cui sarà conferita la medaglia d'argento al valor militare[54]. Il ponte venne perso all’una, riconquistato e riperduto nella nottata, e infine riconquistato dagli italiani alle sette del mattino del 9 settembre, da un contingente composto anche da Lancieri di Montebello, Carabinieri e guardie PAI[55].

A partire dalla sera del 9, in seguito ai contatti presi fra gli alti comandi italiano e tedesco, la divisione "Granatieri" iniziò il ripiegamento ordinato verso posizioni più interne, in maniera da lasciare il conteso ponte della Magliana per un concordato transito delle truppe germaniche verso il nord. In totale, i granatieri e le altre formazioni aggregate avevano lasciato 27 morti al Ponte della Magliana, tra i quali, oltre a Sterpetti, le medaglie d'oro Orlando De Tommaso e Vincenzo Pandolfo[56].

Le nuove posizioni su cui si erano attestati i granatieri furono tuttavia nuovamente investite dalla divisione tedesca che, contrariamente agli accordi, continuarono a procedere verso il centro di Roma. I combattimenti ripresero attorno alla collina dell'Esposizione (attuale quartiere EUR), dove si ebbero altri 16 caduti[56], sulla Via Laurentina (4 caduti)[56], in località Tre Fontane e al Forte Ostiense (cosiddetta "Montagnola di San Paolo") dove, a seguito dei contraddittori ordini provenienti dagli alti comandi, le truppe italiane non riuscirono a disporre una difesa organica. Le più esperte e meglio condotte truppe tedesche ebbero così buon gioco a sopraffare o ad aggirare uno dopo l'altro gli avamposti italiani. La mattina del 10 settembre, tra le Tre Fontane, il Forte Ostiense e la Montagnola, i militari contarono altri 42 caduti[57][58].

Intorno a mezzogiorno del 10, la linea difensiva della "Granatieri" si era ridotta alle Mura Aureliane, presso Porta San Paolo, Porta San Sebastiano e Porta San Giovanni. L'estrema resistenza fu alimentata dall'intervento dei Lancieri di Montebello, del 4º Reggimento Fanteria Carrista, del Genova Cavalleria, del II Bersaglieri e degli Allievi Carabinieri, con la partecipazione anche di volontari civili agli scontri.

Quando fu firmato l'accordo di resa delle forze italiane e stabilito il cessate il fuoco, le truppe tedesche stavano ormai irrompendo incontrastate nel centro storico: gli ultimi combattimenti significativi avvennero alla passeggiata archeologica, mentre i tentativi di altri reparti della "Ariete II" e della "Centauro" di raggiungere il teatro degli scontri a sud vennero interrotti dal sopraggiungere dell'esito delle trattative fra gli alti comandi.

La partecipazione dei civili alla difesa di Roma[modifica | modifica sorgente]

Distribuzione di armi ai civili nella notte dell’ 8 settembre[modifica | modifica sorgente]

La sera dell’8 settembre 1943, gli esponenti comunisti Luigi Longo e Antonello Trombadori (ufficiale dei bersaglieri appena rientrato dall’Albania) e il cattolico Adriano Ossicini si accordano con il generale Giacomo Carboni, comandante del comandante del Corpo d'Armata Motocorazzato posto a difesa di Roma, per prendere in consegna un carico di armi da distribuire alla popolazione in vista dell’attacco tedesco[59]. Le armi, prelevate da alcune caserme, sono caricate su tre autocarri e depositate durante la notte presso magazzini e case private [60], in particolare: nel retrobottega del barbiere Rosica di Via Silla 91 (rione Prati) , al museo storico dei bersaglieri di porta Pia, all’officina Scattoni di Via Galvani (Testaccio) e nell’officina di biciclette Collalti a Campo de' Fiori[61]. Le armi depositate in Via Galvani saranno utilizzate a Porta San Paolo dagli aderenti al Movimento dei Cattolici Comunisti[62], mentre gran parte del carico rimanente fu sequestrato la notte del 9-10 settembre dalla polizia, per ordine del comandante Carmine Senise.

Contatti tra politici antifascisti e autorità rimaste[modifica | modifica sorgente]

All’alba del 9 settembre 1943, mentre la divisione Granatieri è impegnata nella difesa del ponte della Magliana, nella città, abbandonata a se stessa e, tra la ridda di voci contrastanti, i gruppi politici cercano faticosamente d'orientarsi sulla situazione e di prendere contatto con gli organi di governo.

Alle ore 8.00 del 9 settembre, la sede dell'associazione nazionale combattenti, a Piazza Grazioli, è affollata di ex-combattenti e la piazza è gremita di popolo che chiede armi per combattere contro i tedeschi. Prima d’intraprendere qualunque azione, il pluridecorato generale dell’aeronautica Sabato Martelli Castaldi e altri due ufficiali si recano al Quirinale, per comunicare a voce il proposito di mettersi alla testa del popolo romano e organizzare la difesa di Roma. Giunti al Quirinale, intorno alle 8.45, il re, Badoglio, i ministri della Guerra e i più alti vertici dell’esercito sono già in fuga, diretti verso Pescara. I rappresentanti dell’associazione incontrano i ministri rimasti a Roma, riuniti in seduta straordinaria, che non sanno dare o rifiutano di dare alcuna disposizione[63].

Nelle prime ore del mattino, il comitato delle opposizioni delega allo stesso scopo Ivanoe Bonomi e Meuccio Ruini, i quali si recano al Viminale (sede del governo) e vi apprendono la notizia della fuga del re[63].

Dopo accordi presi nella notte, si riuniscono anche gli appartenenti al Partito d’Azione, tra i quali Raffaele Persichetti e Pilo Albertelli[64]. Durante l’incontro giunge una telefonata dall’ospedale Cesare Battisti (oggi: ospedale Carlo Forlanini), che li informa dei combattimenti in corso al ponte della Magliana, visibili dalla terrazza dell’ospedale[65]. I convitati decidono di agire, ma sono senz’armi[66].

L’azionista Vincenzo Baldazzi riesce ad impossessarsi di un autotreno carico d’armi e provvede a distribuirle nelle zone di San Giovanni, Testaccio e Trastevere. Incontra delle difficoltà al quartiere Trionfale dove è fermato dalla polizia, ma una possibile tragedia è scongiurata dal tempestivo intervento, in senso conciliatore, di Sabato Martelli e di Emilio Lussu[67].

Primo presidio alla basilica di San Paolo[modifica | modifica sorgente]

Alle ore 9.00 un gruppo di civili del Partito d’azione, sommariamente armati di pistoloni e fucili da caccia, passano per i Fori Imperiali, diretti verso la basilica di San Paolo, per combattere i tedeschi; la ventiquattrenne Carla Capponi, simpatizzante comunista, si unisce a loro e si offre di combattere, senza riuscire a ottenere le armi, essendo scarse[68].

Alla Basilica alcuni militari predispongono uno sbarramento per impedire ai civili di raggiungere la linea del fuoco ed è allestito un ospedale da campo; alcune suore assistono i feriti e cominciano ad allineare i primi cadaveri. Non potendo procedere, Carla Capponi torna indietro per via Ostiense e, nei pressi dei mercati generali, incontra un gruppo di donne con dei catini colmi di patate bollite per i soldati. Le vettovaglie sono distribuite verso le due, le tre di pomeriggio, nelle retrovie della Basilica[69]. La Capponi e le altre donne si prodigano per tutto il pomeriggio e l’intera notte ad assistere i feriti[70].

Nascita del Comitato di Liberazione Nazionale[modifica | modifica sorgente]

Alle ore 16.30, in Via Carlo Poma, sorge il CLN - Comitato di Liberazione Nazionale, con la presenza di Pietro Nenni per il PSIUP, Giorgio Amendola per il PCI, Ugo La Malfa per il Partito d’Azione, Alcide De Gasperi per la Democrazia Cristiana, Meuccio Ruini per Democrazia del Lavoro e Alessandro Casati per i liberali.

Nel pomeriggio, un gruppo di civili comprendente lo studente in medicina Rosario Bentivegna, futuro gappista, tentano l’assalto alla caserma dell’81° fanteria in Viale Giulio Cesare, per procurarsi armi, ma sono immediatamente respinti[71]. L’assalto convince uno squadrone del reggimento a schierarsi l’indomani a Porta San Paolo, con al comando il tenente Maurizio Giglio[64].

Forte Ostiense[modifica | modifica sorgente]

Gli scontri nella giornata del 10 settembre 1943

Il 10 settembre, aggregato al forte Ostiense, l’Istituto Gaetano Giardino ospita circa quattrocento bambini orfani di guerra e minorati psichici, sotto l’assistenza di trentacinque suore francescane. Nei cortili e nei sotterranei del forte sono asserragliati ottocento granatieri. Poco dopo le ore 6.00 un fitto e nutrito fuoco di fucileria annuncia che i tedeschi sono ormai insediati all’EUR, nell’attuale palazzo della Civiltà Italiana, nel palazzo degli uffici dell’Esposizione e sui ripiani della basilica parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo. I granatieri rispondono al fuoco con fucili 91 e colpi di mitragliatrice, ma subiscono perdite[57].

I primi feriti sono portati nell’infermeria dell’Istituto e vengono assistiti dalle suore. Alle ore 7.00 da uno spiazzo del Palazzo della Civiltà Italiana un mortaio dei paracadutisti tedeschi comincia a scaricare cannonate contro il bastione del forte, dove sono appostati i granatieri. Alcuni paracadutisti superano l’odierna via Cristoforo Colombo e la Via Ostiense e, con alcuni lanciafiamme, incendiano le prime strutture dell’istituto religioso[57].

Don Pietro Occelli, direttore dell’istituto, si assume il compito di dichiarare la resa, innalzando un lenzuolo bianco sopra una pertica[57].

Nel frattempo, le suore forniscono bluse, camicie e altri indumenti ai soldati superstiti al fine di evitare loro la cattura. Suor Teresina di Sant’Anna, al secolo Cesarina D’Angelo, nativa di Amatrice, sta componendo il cadavere d’un soldato italiano nella cappella del Forte Ostiense; un soldato tedesco che passa lì accanto è attratto dal brillare di una catenina d’oro che un caduto ha al collo e tenta di strapparla. Suor Teresina afferra il crocifisso di metallo che si accingeva a collocare sul petto del soldato e colpisce ripetutamente al viso il militare, che si avventa sulla religiosa. In quell’istante altre persone si affacciano nella cappella e il soldato fugge via. Suor Teresina, già malata gravemente, morirà otto mesi dopo, l’8 maggio 1944, in una clinica di Via Trionfale[72].

La Montagnola[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Caduti della Montagnola.

Occupato il forte, la battaglia prosegue attorno alle scuole elementari, a due piccole roccaforti del palazzo dell’ex fascio, nei campi attorno alla Montagnola e nella casa di Quirino Roscioni, il fornaio della zona, già mutilato della grande guerra. Da quei fortilizi improvvisati, granatieri, guastatori e popolani sostengono un nutrito fuoco e, con alcuni carabinieri attestati nelle case di via Pomposa, sbarrano il passo della via Laurentina ai tedeschi, impedendo temporaneamente loro di rovesciarsi sulla via Ostiense, sino a porta S.Paolo.

Esaurite le munizioni, Quirino Roscioni, il fornaio che aveva messo a disposizione la sua casa e il forno a soldati e popolani, procura dei vestiti borghesi ai militari e li mette in salvo. Rimasto solo con la cognata Pasqua Ercolani, è cacciato dai tedeschi e tenta di raggiungere la vicina parrocchia ma, a pochi passi dalla chiesa, una raffica di mitra colpisce mortalmente entrambi alle spalle. Altri due parrocchiani sono trucidati quasi contemporaneamente alle porte della chiesa.

Porta San Paolo[modifica | modifica sorgente]

Superata anche la Montagnola, le truppe tedesche si riversano sulla Via Ostiense ove, in tarda mattinata, tra la Basilica di San Paolo, i mercati generali e il ponte della ferrovia Roma-Pisa, combattono squadre improvvisate del Partito comunista, di Bandiera rossa Roma e del Partito repubblicano [73].

Aladino Govoni[64], futuro comandante militare di Bandiera rossa e capitano dei granatieri è in congedo temporaneo per motivi di famiglia, dopo essere accorso disarmato alla Magliana, si fa portare la pistola d’ordinanza e combatte sull’Ostiense[74]. Con lui è un ragazzo di sedici anni, Antonio Calvani, che era scappato di casa per seguirlo. Durante il combattimento, Calvani s’impossessa della giacca e delle armi di un granatiere caduto e comincia a sparare al nemico. Ferito più volte, continua a combattere e muore[74].

Nonostante la schiacciante superiorità numerica e d’armamento delle truppe tedesche, il fronte resistenziale riesce ancora ad attestarsi lungo le mura di Porta San Paolo, innalzando barricate e facendosi scudo delle vetture dei tram rovesciati. Si ritrovano così fianco a fianco, tra gli altri, i superstiti della divisione Granatieri di Sardegna, al comando del generale Gioacchino Solinas, il gruppo squadroni Carabinieri della legione territoriale di Roma, l'Lancieri di Montebello, lo squadrone Genova Cavalleria, alcuni reparti della divisione Sassari[75], lo squadrone guidato dal tenente Maurizio Giglio e moltissimi civili armati alla meglio.

A fianco dei granatieri cade Maurizio Cecati, romano di Testaccio, non ancora diciottenne. È forse il primo caduto nella lotta di liberazione cui è riconosciuta la qualifica di partigiano; sarà decorato di croce al merito di guerra al V.M. alla memoria[76].

L’azionista Vincenzo Baldazzi, con tutta la sua formazione di volontari, è appostato sin dall’alba nei pressi della piramide Cestia, sul lato destro di porta San Paolo, fra piazza Vittorio Bottego e il mattatoio. Qui, all’altezza di via delle Conce, due civili della formazione, con armi anticarro, distruggono due carri armati tedeschi[67]. Nel frattempo, a Trastevere, l’avvocato Ugo Baglivo[77], del P.d’A., armato solo di una bandiera tricolore, tenta di organizzare altre formazioni volontarie che affianchino i militari.

Lapide commemorativa della Battaglia di Porta San Paolo (10 settembre 1943)

Tra i politici che accorrono, Sandro Pertini guida i primi gruppi di socialisti della resistenza a fianco dei granatieri, utilizzando come arma anche i cubetti di porfido del piazzale[78]. Con lui sono il futuro ministro Mario Zagari, il sindacalista Bruno Buozzi[79], Giuseppe Gracceva e Alfredo Monaco[80].

Prendono parte ai combattimenti Romualdo Chiesa[64], Alcide Moretti e Adriano Ossicini del movimento dei cattolici comunisti; partecipano anche Fabrizio Onofri del PCI e gli studenti Mario Fiorentini e Marisa Musu, futuri gappisti[80]. Anche il giovane Giaime Pintor chiama il popolo ad appoggiare la resistenza dei reparti armati.

Sabato Martelli Castaldi[64] e Roberto Lordi[64], entrambi generali di brigata aerea in congedo, arrivano a porta San Paolo armati di due fucili da caccia[81]. Faranno entrambi parte della resistenza.

Intorno alle 12.30 circa, sulla linea del fuoco di porta San Paolo, accorre in abito civile e sommariamente armato l’azionista Raffaele Persichetti, insegnante, invalido di guerra, ufficiale dei granatieri in congedo, e si schiera contro le superiori forze tedesche, al comando di un drappello rimasto senza guida[82]. Verso le 14,00, armato di moschetto e con le cartucce sull’abito civile, è costretto a indietreggiare all’inizio di viale Giotto con la giacca già macchiata di sangue; al suo fianco è Adriano Ossicini[80]. Nei paraggi è Maria Teresa Regard, studentessa iscritta al Partito comunista e futura gappista; accorsa per fornire vettovaglie ai combattenti insieme ad altre donne, vede cadere Persichetti in viale Giotto[83]. A Persichetti sarà conferita la medaglia d’oro al V.M. alla memoria e gli verrà dedicata la via a fianco di Porta San Paolo.

Alle ore 17.00, i tedeschi oltrepassano Porta San Paolo; mentre, il sottotenente Enzo Fioritto, al comando di un plotone di carristi, effettua un estremo tentativo di arrestare l’avanzata dal lato di viale Giotto[84], la volontà di combattere anima ancora una folla di dimostranti guidati dall’attore Carlo Ninchi[85][86] dal lato del rione Testaccio.

Contemporaneamente accorrono Filippo Caracciolo ed Emilio Lussu, armato con una Beretta 7.65, tentando di riunirsi alla formazione di Baldazzi, ma sono subito costretti al ripiegamento dall’avanzare del nemico[87]. Ossicini guida i superstiti del suo drappello attraverso il cimitero acattolico, sino al Campo Testaccio, dove la formazione si scioglie[80].

Anche Carla Capponi, che era rimasta a dar man forte, ripiega in direzione della passeggiata archeologica. A porta Capena assiste al mitragliamento di un carro armato italiano in ritirata, da parte di un più potente “tigre” tedesco che sopraggiunge dal centro. Attraversa temeraria la strada e salva la vita al carrista italiano, trascinandolo fuori per le ascelle e caricandoselo per alcuni tratti sulle spalle, sino alla propria abitazione. In casa, sua madre ha già accolto altri due militari sbandati[88].

Porta San Giovanni[modifica | modifica sorgente]

L’accordo di resa ai tedeschi è firmato alle ore 16.00, ma il centro di Roma è ancora teatro di guerra.

In un'estrema difesa, alcuni granatieri sbarrano i fornici di porta San Giovanni con le vetture tramviarie del vicino deposito di Santa Croce, raccogliendo un centinaio di uomini, tra militari e civili. Il numero dei caduti è imprecisato. La battaglia dura due ore, sino allo sfondamento definitivo del nemico, che cattura gli ultimi superstiti[89].

Ultime resistenze[modifica | modifica sorgente]

Nei pressi di palazzo Massimo, lo studente quattordicenne Carlo Del Papa – unitosi a un manipolo di soldati - mette fuori uso un carro armato nemico con un lancio di bombe a mano. Spostatosi in via Gioberti per difendere un autoblindo italiano dal fuoco di una mitragliatrice, perde la vita insieme al fante Agostino Minnucci[90].

Giunti in piazza dei Cinquecento, i tedeschi - assieme ad alcuni ex miliziani fascisti - si asserragliano nell’albergo Continental, ove piazzano le loro mitragliatrici alle finestre. Nel piazzale sono ancora appostati soldati e civili armati che fanno fuoco sull’albergo. Un tramviere, un facchino e tre giovani escono dalle loro postazioni per centrare – con successo - le finestre del terzo e del quarto piano. Il tramviere lancia due bombe a mano verso l’edificio ma viene mitragliato e morrà, dopo essere stato trascinato al coperto dai compagni. Altri giovani escono, a loro volta, allo scoperto, per altri lanci di bombe ma uno di essi viene colpito a morte[91]. Gli ultimi spari verso il Continental sono effettuati da alcuni sedici-diciassettenni, con armamento di fortuna, appostati tra i portici della piazza, sino alla loro decimazione. Muore anche una ragazza, che era venuta a portare soccorso[92]. Le sparatorie cessano alle ore 21.00, ma alcuni colpi isolati si sentiranno per la città anche nella mattina dell'11 settembre.

Complessivamente, nella difesa di Roma muoiono 183 civili, tra cui 27 donne[93].

La resa[modifica | modifica sorgente]

Paracadutisti tedeschi a Corso Trieste durante il disarmo della Divisione Piave, successiva alla fine dei combattimenti.

Il 10 settembre, alle ore 16, il tenente colonnello Leandro Giaccone firmò con il feldmaresciallo Kesselring l'accordo di resa per conto del generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo.[94] L'accordo prevedeva che la Roma restasse città aperta ma fu ugualmente occupata dalle truppe tedesche. Subito dopo, tutte le unità del regio esercito nella zona furono disarmate e sciolte, esclusa parte della Divisione Piave, che restò in armi per garantire l'ordine pubblico nell'ambito del "Comando della Città aperta di Roma" (affidato allo stesso generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo) finché anche queste truppe vennero disarmate dai tedeschi il 23 settembre 1943 dopo la proclamazione della Repubblica Sociale Italiana.

Conseguenze storiche[modifica | modifica sorgente]

Tra le conseguenze della occupazione tedesca di Roma vi fu la deportazione di numerosi civili, oltre che i fatti delle Fosse Ardeatine ed altre violenze. La circostanza che il re Vittorio Emanuele III ed i vertici politici e militari, fossero fuggiti a Brindisi, agli occhi della popolazione non alleviava la responsabilità dei soggetti preposti alla difesa, specialmente considerando che attorno a Roma erano comunque presenti truppe italiane per un totale di oltre 80.000 uomini, il cui impiego deciso e coordinato avrebbe potuto contrastare efficacemente i tedeschi nel loro duplice obiettivo di assicurarsi il controllo della capitale italiana e di fare affluire velocemente truppe e materiali di rinforzo in quel momento indispensabili a fronteggiare lo sbarco alleato a Salerno.

La commissione d'inchiesta[modifica | modifica sorgente]

Circa l'accaduto il 19 ottobre 1944 fu insediata una commissione d'inchiesta che il 5 marzo 1945 comunicò le sue risultanze al presidente del consiglio Ivanoe Bonomi ed al ministro della guerra Alessandro Casati. La commissione era presieduta dal sottosegretario alla Guerra Mario Palermo[95], e per questo anche detta "Commissione Palermo", e composta dai generali Pietro Ago e Luigi Amantea. Entrambi questi generali erano stati nominati senatori durante il fascismo e avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana nel periodo dell'occupazione tedesca di Roma .[96][97]

Le risultanze furono coperte da segreto di stato, per esigenze della difesa militare, e solo nel 1965 rese pubbliche[98]. Si compongono di 190 fascicoli contenenti verbali di interrogatorio, relazioni di servizio, altre relazioni, questionari compilati, per circa un centinaio di persone informate dei fatti che furono contattate. Parte del materiale è costituito da relazioni originariamente prodotte per la "Commissione per l'esame del comportamento degli ufficiali generali e colonnelli"[99] oppure per lo stato maggiore, per il SIM o per altri enti militari.

La Commissione aveva attribuito la responsabilità della caduta di Roma ai generali Mario Roatta e Giacomo Carboni che furono deferiti e processati e, il 19 febbraio 1949, assolti da ogni accusa.

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Medaglie d'oro al Valor Militare individuali[modifica | modifica sorgente]

  • Serg. magg. Udino Bombieri (10º Reggimento "Lancieri di Vittorio Emanuele II")[100]
  • Cap. Orlando De Tommaso (Legione Allievi Carabinieri)[101]
  • Cap. Francesco Vannetti Donnini (4º Reggimento "Genova Cavalleria")[102]
  • Sottoten. Vincenzo Fioritto (4º Reggimento Fanteria Carrista)[103]
  • Cap. Romolo Fugazza (8º Reggimento "Lancieri di Montebello")[104]
  • Cap. Nunzio Incannamorte (DC Gruppo Artiglieria Semovente)[105]
  • Cap. Vincenzo Pandolfo (1º Reggimento "Granatieri di Sardegna")[106]
  • Sottoten. Luigi Perna (1º Reggimento "Granatieri di Sardegna")[107]
  • Ten. Raffaele Persichetti (1º Reggimento "Granatieri di Sardegna")[108]
  • Fante Vittorio Premoli (57º Reggimento Fanteria "Piave"[109]
  • Sottoten. Ettore Rosso (CXXXIV Battaglione Misto del Genio)[110]
  • Cap. Camillo Sabatini (8º Reggimento "Lancieri di Montebello")[111]
  • Cap. Renato Villoresi (13º Reggimento Artiglieria "Granatieri di Sardegna")[112]

Medaglie d'argento al Valor Militare alla Bandiera[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d Pafi e Benvenuti 1985, op. cit., p. 257.
  2. ^ G. Rochat, Le guerre italiane 1935-1943, p. 426.
  3. ^ R. De Felice, Mussolini l'alleato. La guerra civile, pp. 82 e 84.
  4. ^ Ruggero Zangrandi,1943:25 luglio-8 settembre, Feltrinelli, Milano, 1964
  5. ^ Indro Montanelli, Mario Cervi, L'Italia della disfatta, Rizzoli, Milano, 1983, pag. 390 e succ.ve
  6. ^ Ruggero Zangrandi,cit., pagg. 486-7. Nessuna, delle dodici copie del documento, è sopravvissuta.
  7. ^ Ruggero Zangrandi,cit., pagg. 480 e succ.ve
  8. ^ Il maresciallo non passò la notte nella sua residenza, essendosi ritirato a dormire in una stanza del Ministero della Guerra; cfr. Ruggero Zangrandi,cit., pag. 486
  9. ^ Indro Montanelli, Mario Cervi, cit., pagg. 409-11
  10. ^ Ruggero Zangrandi,cit., pagg. 486-7
  11. ^ Ruggero Zangrandi, cit., pagg. 488 e succ.ve
  12. ^ Ruggero Zangrandi, cit., pagg. 665-666
  13. ^ Ruggero Zangrandi, cit., pag. 677
  14. ^ Cenni Storici sull'8 settembre a Roma dal sito ufficiale del comune di Roma
  15. ^ Pafi e Benvenuti 1985, op. cit.
  16. ^ Agli ordini del generale Alberto Barbieri, comandante anche del presidio militare della capitale.
  17. ^ La divisione "Sassari" (generale Francesco Zani) consisteva in 14500 uomini, 24 semoventi, 80 pezzi d'artiglieria.
  18. ^ La "Sassari" era una delle pochissime divisioni di fanteria italiane ad essere state convertite secondo il nuovo ordinamento Mod.43, con una buona disponibilità di veicoli corazzati.
  19. ^ Il 2º Battaglione Chimico consisteva di 1100 uomini, con armamento leggero.
  20. ^ I Carabinieri presenti a Roma ammontavano a 4500 uomini, con armamento leggero.
  21. ^ I Finanzieri presenti a Roma ammontavano a circa 2100 uomini, con armamento leggero.
  22. ^ La colonna "Cheren", articolata sui battaglioni "Savoia", "Bottego" e "Ruspoli" e su una compagnia blindo-corazzata, consisteva in 858 uomini, 12 carri L6/40, 14 Camionette Sahariane AS42, 6 pezzi da 20/65 Mod. 1935.
  23. ^ Il Battaglione d'Assalto Motorizzato consisteva in 420 uomini con 32 Camionette Sahariane AS42.
  24. ^ Comandato dal generale Giacomo Carboni
  25. ^ La divisione "Ariete II", comandata dal generale Raffaele Cadorna Junior, aveva in forza 9500 uomini, 45 carri armati, 190 semoventi, 46 autoblindo, 84 pezzi d'artiglieria.
  26. ^ a b in configurazione di R.E.Co. - Reparto Esplorante Corazzato
  27. ^ La divisione "Piave" (generale Ugo Tabellini) consisteva in 7500 uomini, 4 autoblindo, 80 pezzi d'artiglieria.
  28. ^ La divisione "Centauro II" (generale Carlo Calvi di Bergolo), composta prevalentemente da ex camicie nere, ancora in addestramento e ad equipaggiamento ridotto (anche se moderno e di ottima qualità per la parte fornita dai tedeschi), consisteva in 6000 uomini, 24 carri armati, 12 semoventi, 4 autoblindo, 44 pezzi d'artiglieria.
  29. ^ Ex 1ª Divisione corazzata "M", rinominata "Centauro" a seguito della defascistizzazione attuata dal governo Badoglio. Questa divisione, originariamente la 1ª Divisione corazzata di Camicie Nere "M", era considerata dal suo stesso comandante come non affidabile nell'eventualità di dover combattere contro i tedeschi: per tale motivo tutti gli ufficiali superiori erano da poco stati sostituiti e si stava provvedendo al rimpiazzo degli ufficiali inferiori e all'amalgama con altri reparti dell'Esercito Regio, e venne dislocata in posizione decentrata rispetto alle difese della capitale senza prendere parte attiva ai combattimenti.
  30. ^ Gli elementi del 18º Reggimento Bersaglieri presenti a Roma consistevano in 400 uomini, 24 carri armati L6/40 e semoventi L40 e 4 autoblindo.
  31. ^ La divisione "Granatieri di Sardegna" (generale Gioacchino Solinas) consisteva in 12000 uomini e 54 pezzi d'artiglieria.
  32. ^ Il Rep. Motocorazzato del Com.CdA consisteva in 250 uomini ed 8 semoventi.
  33. ^ Il 1º Reggimento Artiglieria Celere "Eugenio di Savoia" consisteva in 1200 uomini e 24 pezzi d'artiglieria.
  34. ^ Il Battaglione di Formazione del 4º Reggimento Fanteria Carrista consisteva in 1700 uomini, 31 carri armati, 11semoventi e 18 autoblindo.
  35. ^ Agli ordini del generale Giovanni Zanghieri
  36. ^ La divisione "Piacenza" (generale Carlo Rossi) consisteva in 8500 uomini e 44 pezzi d'artiglieria.
  37. ^ La 220ª divisione (generale Oreste Sant'Andrea) consisteva in 4000 uomini e 74 pezzi d'artiglieria.
  38. ^ La 221ª divisione (generale Edoardo Minaja) consisteva in 3800 uomini e 62 pezzi d'artiglieria.
  39. ^ Gli elementi della divisione "Lupi di Toscana" presenti nella zona di Roma consistevano in 1400 uomini.
  40. ^ Gli elementi della divisione "Re" presenti nella zona di Roma consistevano in 2500 uomini e 13 pezzi d'artiglieria.
  41. ^ La 2ª Divisione Paracadutisti consisteva in 8000 uomini, un veicolo blindato e 42 pezzi d'artiglieria.
  42. ^ I dodici Marder III della compagnia semoventi controcarro erano schierati a difesa del comando del Feldmaresciallo Kesselring, mentre il I/7° Paracadutisti era in riserva. destinato all'Operazione Eiche - la liberazione di Mussolini
  43. ^ La 3ª Divisione Panzergrenadier consisteva in 14885 uomini, 3 carri armati, 42 semoventi, 195 tra autoblindo e veicoli blindati, 99 pezzi d'artiglieria.
  44. ^ I reggimenti di fanteria della divisione assunsero la qualifica di Panzergrenadier solo il 1 dicembre 1944 - vedi [1]
  45. ^ Il Kampfgruppe Büsing consisteva in 2178 uomini, 68 carri armati, 12 semoventi e 24 veicoli blindati, 99 pezzi d'artiglieria.
  46. ^ 3.Pz.-Gr.-Div.Kriegstagebucher n.4 16.7-31.12.1943. Copia tradotta ed annotata - Archivio Benvenuti)
  47. ^ Kampfgruppe ("gruppo da combattimento") è una unità di dimensioni variabili, spesso formata in occasione di singole operazioni, che usualmente prendeva il nome dal suo comandante. È caratterizzata dall'essere formata di sole unità da combattimento, senza quindi unità logistiche e di supporto.
  48. ^ http://www.arsmilitaris.org/pubblicazioni/eroe.pdf
  49. ^ "Storia & Battaglie", n. 81, giugno 2008.
  50. ^ La Voce del Nord Est Romano, 8/10/2008.
  51. ^ Marco Picone Chiodo, In nome della resa. L'Italia nella seconda guerra mondiale (1940-1945), Milano, 1990, pp. 371-372.
  52. ^ Solo nella mattina del 9 settembre alcuni militari della Divisione Piacenza, ormai superata, s'impegnarono in uno scontro tra Albano e Cecchina, ove gli italiani ebbero 27 morti e i tedeschi 11. Vedi anche: Battaglia di Villa Doria
  53. ^ Gioacchino Solinas, I Granatieri di Sardegna nella difesa di Roma del settembre ’43, Spoleto, 1999
  54. ^ Amerigo Sterpetti
  55. ^ Arvalia Storia
  56. ^ a b c Associazione fra i Romani (a cura di), Albo d'oro dei caduti nella difesa di Roma del settembre 1943, Roma, 1968
  57. ^ a b c d Testimonianza di Don Pietro Occelli
  58. ^ Capitolium, Anno II, n. 9, settembre 1993, pagg. 26-27
  59. ^ Antonello Trombadori. Diari di guerra
  60. ^ Associazione fra i Romani (a cura di), cit., pagg. 16-17
  61. ^ Luigi Longo, Un popolo alla macchia, Milano, Mondadori, 1947, pp. 55-59
  62. ^ Adriano Ossicini, Un’isola sul Tevere, Editori Riuniti, Roma, 1999, pag. 196-197
  63. ^ a b Associazione fra i Romani, cit., pag. 20
  64. ^ a b c d e f Trucidato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944; medaglia d’oro al V.M.
  65. ^ Associazione fra i Romani, cit., pagg. 19-20
  66. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito, Donzelli, Roma, 2005, pagg. 120-121
  67. ^ a b Giovanni Ferro, a cura di, "Cencio" (Vincenzo Baldazzi) combattente per la libertà, Fondazione Cesira Fiori, Viterbo, 1985, pag. 48
  68. ^ Carla Capponi, Con cuore di donna. il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista, Il Saggiatore, Milano, 2009, pagg. 96-97
  69. ^ Alessandro Portelli, cit., pag. 121
  70. ^ Alessandro Portelli, cit., pagg. 120-123
  71. ^ Alessandro Portelli, cit., pag. 122
  72. ^ Capitolium, cit., pagg. 27-28
  73. ^ Massimo Scioscioli, I Repubblicani a Roma (1943-1944), Archivio Trimestrale, Roma, 1983, pagg.137-142
  74. ^ a b Alessandro Portelli, cit., pag. 125
  75. ^ Notizie tratte dal cd-rom "La Resistenza", Laterza multimedia
  76. ^ Capitolium, cit., pag. 36
  77. ^ Trucidato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944
  78. ^ Sandro Pertini Per tali azioni, verrà conferita a Pertini la medaglia d’oro al V.M.
  79. ^ Trucidato a La Storta il 4 giugno 1944
  80. ^ a b c d Adriano Ossicini, cit., Editori Riuniti, Roma, 1999, pag. 197-198
  81. ^ Alessandro Portelli, cit., pag. 126
  82. ^ Capitolium, cit., pagg. 35-36
  83. ^ Alessandro Portelli, cit., pagg. 123 e 126
  84. ^ Associazione fra i Romani, cit., pag. 30. Fioritto cadrà colpito da una granata
  85. ^ Associazione fra i Romani, cit., pag. 30
  86. ^ Carlo Ninchi aveva poco tempo prima recitato in un film di guerra all'epoca molto noto, nel ruolo di Salvatore Castagna, comandante del presidio di Giarabub.
  87. ^ Edere repubblicane
  88. ^ Carla Capponi, cit., pag. 100.
  89. ^ Alessandro Portelli, cit., pag. 124
  90. ^ Capitolium, cit., pagg. 36-37
  91. ^ Capitolium, cit., pagg. 37-38
  92. ^ Capitolium, cit., pag. 38
  93. ^ Il numero è desunto dall’elenco nominativo riportato in: Albo d'oro dei caduti nella difesa di Roma del settembre 1943, cit., pagg. 85-86. Il prospetto statistico riassuntivo di cui a pag. 79 della medesima pubblicazione, ne conta solamente 156, di cui 27 donne. Persichetti, Govoni, Martelli e Lordi sono considerati militari.
  94. ^ A. Parisiella, La prima resistenza a Roma e nel Lazio in Ricerche Storiche,, Firenze, Polistampa, gennaio-aprile 2003, p. 158.
  95. ^ Palermo, comunista, aveva ricoperto lo stesso incarico anche nel governo Badoglio a Salerno.
  96. ^ Silvio Bertoldi, Apocalisse italiana: otto settembre 1943 : fine di una nazione, pp.49
  97. ^ Ruggero Zangrandi, L'Italia tradita: 8 settembre 1943, mursia 1971, pp.13.
  98. ^ In ottemperanza a richiesta del tribunale di Varese e dietro pressione di alcuni deputati. Dinanzi al tribunale di Varese era imputato del reato di diffamazione a mezzo stampa Ruggero Zangrandi, querelato da un giudice dell'Alto commissariato per la punizione dei delitti fascisti in merito ad alcuni apprezzamenti contenuti in un suo libro. La sollevazione del segreto si rendeva necessaria ai fini dell'accertamento della consistenza delle affermazioni dello Zangrandi.
  99. ^ Commissione presieduta dal medesimo generale Amantea.
  100. ^ http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=45344
  101. ^ http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=45429
  102. ^ http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=45686
  103. ^ http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=45456
  104. ^ http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=45470
  105. ^ http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=45505
  106. ^ http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=45567
  107. ^ http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=45579
  108. ^ http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=45580
  109. ^ http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=13282
  110. ^ http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=45625
  111. ^ http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=45628
  112. ^ http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=13325

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]