Anna Banti

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
« Presente e passato sono un istante da catturare e stringere come una lucciola nella mano. »
((A. Banti, Un grido lacerante, 1981, p. 161))
Anna Banti

Anna Banti, pseudonimo di Lucia Lopresti (Firenze, 27 giugno 1895Ronchi di Massa, 2 settembre 1985), è stata una scrittrice italiana.

In breve[modifica | modifica wikitesto]

Anna Banti si è occupata di critica d'arte, narrativa, traduzioni, saggistica (oltre che d'arte, ha scritto articoli di costume, storici, letterari, di cinema).

La sua cólta scrittura dà vita a una prosa ricca, elegante, raffinata.

Principali figure, temi e motivi ricorrenti nelle sue opere: la donna, specialmente se artista, in un mondo per nulla fatto a sua misura; la memoria ed il farsi della scrittura (riflessioni metanarrative, su diegèsi e personaggi); l'autobiografismo trasposto;BIAGINI percorsi immaginativi nel passato o nel futuro e intreccio di pittura, scrittura, musica (cfr.: Artemisia; Lavinia fuggita in Le donne muoiono; Noi credevamo; Je vous écris d'un pays lointain; La camicia bruciata).TOR

Da ricordare, alcune monografie specialistiche nell'ambito delle arti figurative (ad es.: Lotto; Velazquez; Monet), la narrativa (racconti e romanzi) di ambientazione storica (vedi sopra), traduzioni dall'inglese e dal francese (ad es.: Woolf; Alain-Fournier; Colette; Austen; Defoe), articoli/saggi su importanti scrittori del passato o a lei contemporanei (molti dei quali raccolti in Opinioni).

Excursus[modifica | modifica wikitesto]

Premessa[modifica | modifica wikitesto]

Figlia unica, nata nel capoluogo toscano alla fine del XIX sec. da una famiglia d'origine siciliana spostatasi prima in Calabria e poi in Piemonte, viene incoraggiata sin dall'inizio dal padre Luigi-Vincenzo, avvocato delle Ferrovie, a intraprendere gli studi umanistici.LIVI La madre, Gemma Benini, è originaria di Prato.

Dopo la laurea in Lettere «con una tesi sullo scrittore d'arte secentesco Marco Boschini, relatore Adolfo Venturi»,LEONELLI p. XVIII appare nel 1919 su «L'Arte» (diretta dallo stesso Venturi) un suo saggio proprio sul Boschini e viene lodato da Benedetto Croce su «La Critica». È la prima pubblicazione.

Nel 1924 sposa il critico e storico dell'arte Roberto Longhi (1890-1970), incontrato nel 1914 come professore al Liceo Tasso di Roma, uomo di profonda cultura, sia letteraria che artistica. Il loro non è comunque un rapporto semplice: «[...] nel film della sua vita si ha una dissolvenza. La sua immagine scompare e riappare a fianco di Longhi: per un viaggio a Vienna nel dicembre 1930, in Versilia durante l'estate. È tutto».GARAVINI p. LXXII e riviare al saggio introduttivo Meridiano

Insieme, tuttavia, danno vita nel 1950 alla rivista Paragone (nella doppia veste "Arte" e "Letteratura"), della cui sezione letteraria la Banti tiene la direzione fino alla morte del marito (3 giugno 1970), per poi assumersi l'impegno di seguire entrambe.GUARNERI p. 160 «L'anno dopo viene riconosciuta ufficialmente la Fondazione Longhi, alla quale dona l'edificio di via Fortini. In seguito, dopo un periodo difficile, [...] viene nominata Presidente del Consiglio direttivo della Fondazione, alla quale si dedica con ritrovata alacrità»,LEONELLI p. XI sino all'ultimo.

Anni '30-'40[modifica | modifica wikitesto]

Anna Banti è quindi un nom de plume, come spiega in un'intervista a Sandra Petrignani nel 1983: «Mi sarebbe piaciuto usare il cognome di mio marito. Ma lui l'aveva già reso grande e non mi sembrava giusto fregiarmene. Il mio vero nome, Lucia Lopresti, non mi piaceva. Non è abbastanza musicale. Anna Banti era una parente della famiglia di mia madre. Una nobildonna molto elegante, molto misteriosa. Da bambina mi aveva incuriosita parecchio. Così divenni Anna Banti. Del resto il nome ce lo facciamo noi. Non è detto che siamo tutta la vita il nome della nostra nascita».PETRIGNANI p. 101

Da una lettera del '73 a Giuseppe Leonelli: «Anna Banti? Quella signora velata di bianco che da bambina m'incantava non fu che un pretesto alla mia insicurezza quando dovetti firmare. E poi il mio nome vero è un nome infantile (almeno per me: nelle Marche, a Fontespina, mi chiamavano Luciòla). Avevo bisogno di un nome del tutto diverso che s'imponesse a me stessa, segreto e autoritario. Da "Infanta di Spagna", fantasticavo».LEONELLI p. XVIII

Nel 1930 esordisce dunque nella narrativa come "Anna Banti" con il racconto Barbara e la morte, che confluirà dopo alcune modifiche nel libro del '37. Accantona così, ma non del tutto, gli studi e le aspirazioni giovanili:

[...] non ero fatta per la storia dell'arte. Non è stato un male cambiare campo. Anche perché visto che c'era già Longhi a fare il critico così bene, non mi pareva ci fosse bisogno di un'altra a fare la stessa cosa molto meno bene. Lui era un genio della critica d'arte, io sarei stata una normale storica dell'arte. Anche se qualche intuizione, in questo campo, l'ho avuta...PETRIGNANI p. 102

Via via la sua scrittura, memore della più genuina "prosa d'arte" (ad es., quella di Emilio Cecchi e, ovviamente, di Longhi), farà a meno secondo Pier Paolo Pasolini della «rigidezza madreperlacea» che l'ha contraddistinta:

la patina di vecchia pergamena, la rifinitura da mirabile opera minore che esclude che nelle proprie superfici possa sopravvivere anche la minima zona non perfettamente elaborata; la pagina ha perduto la compattezza del ricamo, la durezza del damasco. Naturalmente la Banti continua a scrivere come sa, com'è sua tradizione linguistica interiore, suo «idioletto». Ma una fretta di dire, [...] di scorrere negli anni per giungere ai giorni importanti, [...] fa sì che il suo stile [...] applichi nel modo più spiccio le proprie inallienabili regole, non badi a qualche trasandatezza, non tema di scendere al servizio di una affabulazione che faccia di esso, così «estremo», una elegante lingua media! [...] d'improvviso, tutto ciò non ha come esito l'immobilità, la fissazione del tempo; al contrario, [...] invece che «fissare» la realtà, pare comunicarle una sua misteriosa ansia di scorrere, di fluire.PASOLINI pp. 86-87

Dalla Banti vengono messe in luce storie complesse - soprattutto di donneAUTOINTERVISTA - a sfondo principalmente psicologico, analizzando, attraverso la convergenza di punti di vista diversi, personaggi colti con grande acutezza nei loro momenti di crisi morale ed esistenziale.BÀRBERI SQUAROTTI p. 855

Itinerario di Paolina (1937)[modifica | modifica wikitesto]

Attento e delicato ritratto di una bambina (alter ego dell'autrice) in tredici parti o "capitoli", dalle primissime esperienze fino alle soglie della giovinezza.

Il coraggio delle donne (1940)[modifica | modifica wikitesto]

Cinque racconti sulla condizione femminile tra la fine dell'800 e gli inizi del '900.

Sette lune (1941)[modifica | modifica wikitesto]

Maria e Fernanda stringono amicizia in vista di un esame universitario, ma le loro vite «post belle-époque»BIAGINI p. 40 seguiranno un diverso destino.

Le monache cantano (1942)[modifica | modifica wikitesto]

Undici racconti in generale collegati dalla figura, più o meno evidente, della studiosa o «visitatrice [...] in cerca di pitture celebri».BIAGINI p. 51

Anni '40-'50[modifica | modifica wikitesto]

Sin dai primi «incunaboli narrativi»,LEONELLI p. XVIII uno dei tratti caratteristici della scrittura di Anna Banti riguarda il suo porsi come narratrice in un modo particolare di fronte alle storie, capace al contempo di assecondarle e di rifiutarne le suggestioni, per rimanere più libera non solo di immaginare ma anche di creare nuovi rapporti con i personaggi.BIAGINI monografia

Secondo Gianfranco Contini,

il tema fondamentale è quello, per così dire, della condizione femminile, indagata con un pathos che, contenendosi, si converte di continuo in durezza anche sbrigativa. Per questa necessità di allontanare da sé l'oggetto, i suoi riconosciuti capolavori sono quelli in cui le figure hanno il remoto della storia, eventualmente richiamata anche con mezzi stilistici [...] che dànno il colore del tempo, e che all'autrice, espertissima frequentatrice di archivî e riesumatrice di documenti importanti (in particolare sul Caravaggio e la sua cerchia), riescono molto felici. Tale è il caso di Artemisia [...].CONTINI LETT.ITA.UN. p. 865

Sempre su Artemisia, Contini aggiunge:

Artemisia («donna, inferno per me, male per gli altri») è il personaggio che si muove nell'intervallo fra le definizioni di «donna forte» [...] e di «donna altera ma debole» [...]. [...] vittima pregiudizialmente dannata (e a questo punto la desinenza in a non dovrebbe celare oltre l'umanità generale del tipo, non limitato a una fisiologica metà della razza), in codesto impasto di fragilità umiliata e repressa che per orgoglio simula la forza, ravvisiamo la dominante, non diremo l'ossessione, che individuava le figure della Banti [...].CONTINI PARERE RIT. p. 175

Artemisia (1947)[modifica | modifica wikitesto]

Primo, grande successo di critica, è il romanzo più famoso e sofferto: l'autrice deve riscriverlo due volte, avendo perduto la prima stesura in un bombardamento del '44 su Firenze. Esso rievoca la vita della pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi, «donna eccezionale, né sposa né fanciulla»AM p. 47, narrando la vocazione artistica di una donna in lotta contro i pregiudizi del suo tempo («"Vedranno chi è Artemisia"»):AM pp. 28 e 70

Una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito fra i due sessi.AM p. 7

Una vita travagliata (lo stupro, il processo) in cerca dell'affermazione di sé e della propria dignità («"Ma io dipingo" scopre Artemisia, risvegliandosi: ed è salvata»; «[...] una donna che dipinge nel milleseicentoquaranta è un atto di coraggio, [...] fino ad oggi»)AM pp. 50 e 182; ma soprattutto alla disperata ricerca di affetto, dell'amore mai goduto fino in fondo per le persone care: il devoto fratello Francesco, il tenero e sùbito perduto marito Antonio, l'ostile figlia Porziella, l'ombroso e irrangiungibile - se non verso la fine - padre Orazio, con cui un giorno riesce a parlare il "suo" linguaggio, quello dell'arte, «dei puri, degli eletti»AM p. 46:

La soggezione di Artemisia, pronta a sollevare e ad accomodare i quadri nella miglior luce, e poi ritta accanto al cavalletto dove ogni dipinto veniva posato, era adesso d'una sollecitudine ansiosa, sì, ma tutta dedita e scoperta. Non c'era nulla, sulla tela, che volesse nascosta o dissimulata, né si vergognava di essere esposta così, nel suo lavoro, povero o felice che fosse, essenza, sapore unico di giorni in cui s'era dolcemente persa a ricreare un viso, un panno, a inventare una luce sagace, a stendere una velatura eloquente. Non un medico e neppure il confessore l'avrebbero trovata più sincera e umile. Un linguaggio si parlava, a occhiate, nobile e segreto, che pure abbracciava tutto il mondo visibile e anche un gran tempo, oltre la vita umana: in un'eterna accademia di maestri di cuiOrazio portava il segno e il giudizio. AM pp. 167-168

Le donne muoiono (1951)[modifica | modifica wikitesto]

Raccolta di racconti, tra i quali spicca il bellissimo Lavinia fuggita, successivamente compreso in Campi Elisi (1963), dove ritroviamo il grande tema che interessa alla Banti: la solitudine della donna alla ricerca di una dignità nel mondo degli uomini, in una dolorosa vicenda di umiliazioni e riscatti.

Anni '60[modifica | modifica wikitesto]

Del 1967 è il romanzo storico Noi credevamo, quantunque la Banti precisi che i suoi andrebbero considerati non romanzi storici bensì "interpretazioni ipotetiche della storia". Anno 1883: in esilio nella casa torinese, un anziano e sofferente patriota "democratico" mette a fuoco, analizza e giudica un'esistenza vissuta tra ideologia e azione, vergando uno "scartafaccio" ovvero le proprie memorie, sull'attività politica clandestina, la prigionia subìta da detenuto politico nelle carceri borboniche, la disillusione postunitaria. Protagonista è il gentiluomo calabrese Domenico Lopresti, «di incrollabile credo repubblicano»,[1] mazziniano e garibaldino, nella cui figura si adombra il nonno paterno della Banti. Prima corriere settario, poi galeotto a Procida e a Montefusco insieme con Carlo Poerio e Castromediano, egli finisce, dopo «l'impresa dei Mille vissuta a fianco di Garibaldi»,[1] per impiegarsi presso le dogane del nuovo Regno d'Italia. Ma si ritirerà, in seguito all'ultimo bruciante disinganno di Aspromonte. Vivendo nel continuo e sfibrante ricordo degli eventi, le "fratture", che ne hanno segnato il passato, don Domenico cerca di darsi delle spiegazioni; amaramente, prenderà atto del crollo degli ideali risorgimentali in cui aveva creduto, mentre scrive con rabbia, di nascosto, quasi vergognandosene, abbandonandosi ai momenti di una vita raminga fatta di amicizie, tradimenti, speranze e delusioni. Una visione disincantata del Risorgimento italiano: «Ma io non conto, eravamo tanti, eravamo insieme, il carcere non bastava; la lotta dovevamo cominciarla quando ne uscimmo. Noi, dolce parola». Prendendo spunto dal libro, è stata tratta la sceneggiatura dell'omonimo film (2010) diretto da Mario Martone, che restituisce meritatamente notorietà, dopo decenni di oblio, all'opera e alla Banti: «Questo grande romanzo mi ha fornito spaccati narrativi importantissimi per il mio film».[1] Il regista ne ricava due episodi: la prigionia a Montefusco e l'Aspromonte.

Anni '70-'80[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1973 pubblica La camicia bruciata, terza grande "interpretazione storica" dopo Artemisia e Noi credevamo. La storia comincia nel 1661 e si conclude nei primi anni del secolo successivo, dopo aver seguito le vicende e analizzato la psicologia di due principesse di casa Medici, Marguerite-Louise e Violante.[2]

Nel 1981 esce Un grido lacerante, ultima «autobiografia trasposta» che si ricollega al primo libro, Itinerario di Paolina (1937), quasi a chiudere idealmente il cerchio.

Nota bibliografica[modifica | modifica wikitesto]

Opere principali di Anna Banti[modifica | modifica wikitesto]

Narrativa[modifica | modifica wikitesto]

  • Romanzi e racconti (contiene Itinerario di Paolina, Conosco una famiglia..., Felicina, Vocazioni distinte, Artemisia, I porci, Lavinia fuggita, La libertà di Giacinta, Il bastardo, Arabella e affini, Un lungo rancore, Campi Elisi, Noi credevamo, Je vous ècris d'un pays lontain, La camicia bruciata, Tela e cenere, La signorina, Un grido lacerante), a cura e con un saggio introduttivo di Fausta Garavini con la collaborazione di Laura Desideri, Collana I Meridiani Mondadori, Mondadori, Milano, 2013 ISBN 978-88-04-62710-4.
Romanzi[modifica | modifica wikitesto]
  • Itinerario di Paolina, Augustea, Roma, 1937;
  • Sette lune, Bompiani, Milano, I ed. 12 luglio 1941;
  • Artemisia, Sansoni, Firenze, 1947; poi Collana Grandi Narratori Italiani, n.8, Mondadori, Milano, 1953; poi nella Collana Il Bosco, n. 158, Mondadori, 1965; apparso insieme a Noi credevamo, col titolo Due Storie, Mondadori, 1969; negli Oscar Mondadori, con introduzione di Attilio Bertolucci, 1974; presso Rizzoli, Collana La Scala, 1989; per la Collana Grandi Tascabili Bompiani, Introduzione di Giuseppe Leonelli, 1994-2001-2005, ISBN 88-452-5099-7; con prefazione di Margherita Ghilardi, UTET-Fondazione Goffredo e Maria Bellonci, Torino-Roma 2007 (Collezione Premio Strega. I 100 capolavori)
  • Il bastardo, Collana Biblioteca di Paragone, Sansoni, Firenze, 1953; col titolo La casa piccola, Collana Narratori italiani/ Opere di Anna Banti volume II, Mondadori, Milano 1961
  • Allarme sul lago, Collana Grandi Narratori Italiani vol. XX, Milano, 1954;
  • La casa piccola, Collana Opere di Anna Banti volume II, Mondadori, Milano, 1961;
  • Le mosche d'oro, Collana Narratori Italiani n. 96, Opere di Anna Banti, vol. III, Mondadori, Milano, 1962; di prossima ripubblicazione presso l'Editore Hacca, ISBN 88-89920-89-0
  • Noi credevamo, Collana Narratori Italiani n.155/ VI volume delle Opere di Anna Banti, Mondadori, Milano, 1967; poi in Oscar Mondadori, con introduzione di Giulio Cattaneo, 1978; disponibile oggi negli Oscar scrittori moderni, con postfazione di Enzo Siciliano, Mondadori 2010 ISBN 978-88-04-60384-9.
Racconti[modifica | modifica wikitesto]
  • Il coraggio delle donne, Le Monnier, Firenze, 1940;
  • Le monache cantano, Roma, 1942;
  • Le donne muoiono, Collana La Medusa degli italiani n. LXIII, Mondadori, Milano, 1951; riedito nel 1998 da Giunti, con prefazione di Enza Biagini;
  • La monaca di Sciangai e altri racconti, Collana Grandi Narratori Italiani, Mondadori, Milano, 1957; poi nella Collana Narratori Italiani n. 45/ Opere di Anna Banti volume V, Mondadori, Milano, 1963;
  • Campi Elisi, Collana Narratori Italiani/ IV volume delle Opere di Anna Banti, Milano, 1963;
  • Je Vous écris d'un pays lointain, Collana Scrittori Italiani e Stranieri, Mondadori, Milano, 1971;
  • Da un paese vicino, Collana Scrittori Italiani e Stranieri, Mondadori, Milano, 1975;
  • Lavinia fuggita, Collana Piccoli Tascabili, La Tartaruga, 1996 ISBN 88-7738-211-2.

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

  • Corte Savella, Milano, Mondadori (collana "Narratori Italiani" n.72, "Opere di Anna Banti" volume I), 1960 (riduzione per le scene di Artemisia).

Saggistica[modifica | modifica wikitesto]

Traduzioni[modifica | modifica wikitesto]

  • William Makepeace Thackeray, La fiera delle vanità, Longanesi, Milano 1948; Curcio, Roma, 1982; Newton & Compton, Roma 2005[3]
  • Virginia Woolf, La camera di Giacobbe, Mondadori, 1950; La camera di Jacob, con postfazione di Anna Banti, Mondadori, Milano 1980
  • Francis Carco, L'amico dei pittori, Martello, Milano 1955
  • André Chastel, L'arte italiana, Sansoni, Firenze 1957-1958, 2 voll; Storia dell'arte Italiana, Laterza, Roma 1987
  • Alain-Fournier, Il grande amico, Mondadori, Milano 1971 (Classici di ieri e di oggi per la gioventù); edizione integrale con prefazione di A. Banti, Il gran Meaulnes, 1974 (I capolavori della Medusa, serie 2)
  • Colette, La vagabonda, Mondadori, Milano 1977 (con prefazione Les moralités di Colette); ES, Milano 1994
  • Jane Austen, Caterina, con nota su Caterina, pp.245-247, Giunti-Marzocco, Firenze 1978 (Gemini); L'abbazia di Northanger, Giunti, Firenze 1994
  • Jack London, Zanna Bianca, Giunti-Marzocco, Firenze 1981 (Gemini); Giunti, Firenze 2007 (Giunti Junior)

Curatele[modifica | modifica wikitesto]

Opere principali su Anna Banti[modifica | modifica wikitesto]

  • Enza Biagini, Anna Banti, Milano, Mursia, 1978.
  • L'Opera di Anna Banti. Atti del Convegno di Studi (Firenze, 8-9 maggio 1992), a cura di E. Biagini, Firenze, Olschki, collana Cultura e Memoria, 1997 (ISBN 978-88-222-4491-8).
  • Maria Luisa Di Blasi, L'altro silenzio. Per leggere «Un grido lacerante» di Anna Banti nel segno di una trascendenza femminile, Firenze, Le Lettere, collana La Nuova Meridiana, 2001.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
«Di iniziativa del Presidente della Repubblica»
— 2 giugno 1974[4]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Anna Banti, Noi credevamo, Milano, Mondadori (collana Oscar scrittori moderni) [1967], 2010, quarta di copertina e fascetta editoriale, ISBN 978-88-04-60384-9.
  2. ^ Giorgio Bàrberi Squarotti, Anna Banti e Alba de Céspedes in Storia della civiltà letteraria italiana, Il secondo Ottocento e il Novecento. La narrativa degli anni Venti e Trenta, vol. 5°, t. 2°, Torino, UTET, 1996, pp. 1215-1219 [p. 1218].
  3. ^ William Makepeace Thackeray, La fiera delle vanità, traduzione di Anna Banti, collana Biblioteca Economica Newton, Newton Compton, 2005, pp. 665, ISBN 88-541-0276-8.
  4. ^ http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=35062

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: (EN66479430 · LCCN: (ENn82134315 · SBN: IT\ICCU\CFIV\005425 · ISNI: (EN0000 0001 1661 729X · GND: (DE119082918 · BNF: (FRcb120194347 (data)