Virginia Woolf

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« Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna? »
(Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, 1929)
Adeline Virginia Woolf

Adeline Virginia Woolf, nata Stephen (Londra, 25 gennaio 1882Rodmell, 28 marzo 1941), è stata una scrittrice, saggista e attivista britannica. Considerata come una delle principali figure della letteratura del XX secolo, attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi; fu, assieme al marito, militante del fabianesimo[1]. Nel periodo fra le due guerre fu membro del Bloomsbury Group e figura di rilievo nell'ambiente letterario londinese.

Le sue più famose opere comprendono i romanzi La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927) e Orlando (1928). Tra le opere di saggistica emergono Il lettore comune (1925) e Una stanza tutta per sé (1929); nella quale ultima opera compare il famoso detto: «Una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi.»

I suoi lavori sono stati tradotti in oltre cinquanta lingue, da scrittori del calibro di Jorge Luis Borges e Marguerite Yourcenar.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Julia Stephen con la piccola Virginia (1884)

Virginia Woolf nacque a Londra nel 1882 in una casa al civico 22 di Hyde Park Gate; da genitori entrambi vedovi alle seconde nozze. Suo padre, sir Leslie Stephen, fu un notevole autore, storico, critico letterario e alpinista. Sua madre, Julia Prinsep-Stephen (nata Jackson) (1846-1895), venne al mondo in India dal dottor John e dalla moglie Mary Pattle Jackson e in seguito si trasferì con la madre in Inghilterra dove iniziò una carriera come modella per pittori del calibro di Edward Burne-Jones. A parte i rispettivi figli di primo letto e Virginia, gli Stephen ebbero ancora una figlia e due figli: Vanessa (1879-1961), Thoby (1880-1906) e Adrian (1883-1948). Julia aveva già avuto tre figli dal suo primo marito, Herbert Duckworth: George (1868-1934), Stella (1869-1897) e Gerald Duckworth (1870-1937). Leslie aveva avuto una figlia dalla sua prima moglie, Minny Thackeray: Laura M. Stephen (1870-1945), che venne successivamente dichiarata mentalmente instabile[2].

Leslie Stephen, quale letterato di fama nell'ambiente inglese e per la sua parentela col popolarissimo William Thackeray (in quanto vedovo della figlia Minny Thackeray), fece sì che la sua prole fosse allevata in un ambiente colmo di influenze della società letteraria vittoriana. Henry James, Thomas Stearns Eliot, George Henry Lewes, Julia Margaret Cameron (una zia di Julia Stephen), e James Russell Lowell (padrino della stessa Virginia) furono tra i più frequenti visitatori di casa Stephen. Anche la madre della giovane scrittrice aveva rapporti ed affinità con personaggi di rilievo; addirittura discendente di un servitore di Maria Antonietta, proveniva da una famiglia che ha lasciato vive impronte nella società britannica del tempo, modelli per artisti e fotografi successivi. A Virginia, come prescriveva la regola educativa vittoriana, non fu concesso di frequentare alcun istituto scolastico. La madre si premurò di darle direttamente o indirettamente lezioni di latino e francese, ed il padre le consentì sempre di leggere i libri che teneva nella biblioteca del suo studio[2].

Virginia Woolf con il padre, Sir Leslie Stephen (1902)

Virginia e il fratello Thoby manifestarono subito la loro inclinazione letteraria e dettero vita a un giornale domestico Hyde Park Gate News, in cui scrissero storie inventate dando vita a una sorta di diario familiare[3]. Secondo le memorie di Woolf, i ricordi più vivi e sereni della sua infanzia non erano quelli di Londra ma quelli invece di Saint Ives in Cornovaglia, dove la famiglia passò ogni estate fino al 1895 e dove fece importanti conoscenze per esempio con George Meredith e Henry James. La residenza estiva degli Stephens, Talland House, guardava sulla Baia di Porthminster. Le memorie e le impressioni di queste vacanze in famiglia confluirono e influenzarono successivamente uno dei suoi scritti di maggior successo, Gita al faro. Tuttavia il periodo di felicità non durò molto. Nel 1895, a soli tredici anni Virginia venne colpita da un primo grave lutto: la morte della madre[4]. Il padre, anche lui duramente colpito dalla perdita, vendette l'amata casa al mare. Solo due anni dopo morì anche la sorellastra, Stella e nel 1904 il padre. Questi eventi la portano al primo serio crollo nervoso[5].

Nel racconto autobiografico Momenti di essere e altri racconti riportò che lei e la sorella Vanessa Bell subirono abusi sessuali da parte dei fratellastri George e Gerald Duckworth. Questo ha sicuramente influito sui frequenti esaurimenti nervosi, sulle crisi depressive e sui forti sbalzi d'umore che hanno caratterizzato la vita della scrittrice e che la portarono, dopo diversi tentativi, al suicidio[6]. Le moderne tecniche diagnostiche hanno portato a una postuma diagnosi di disturbo bipolare unito, probabilmente, negli ultimi anni, a una psicosi[7].

Ethel Smyth

Dopo la morte del padre, dunque, si trasferì con la sorella a Bloomsbury, dove con lei diede vita al primo nucleo del circolo intellettuale noto come Bloomsbury Group[3]. Cominciò a scrivere nel 1905, inizialmente, per il supplemento letterario del Times[2]. Fece conoscenza con importanti intellettuali, tra cui Bertrand Russell, Edward Morgan Forster, Ludwig Wittgenstein e colui che successivamente diventò suo marito. Il gruppo si fece chiamare Gli apostoli. Nel 1912 sposò Leonard Woolf, un teorico della politica[8]. Il suo primo libro The Voyage Out (La crociera), fu pubblicato nel 1915[4]. Ebbe relazioni con alcune donne come Violet Dickinson, Vita Sackville-West[9], Ethel Smyth[10], che influenzarono profondamente la sua vita e le sue opere letterarie.

Assieme ai fratelli Thoby e Vanessa si trasferì da Hyde Park Gate nel quartiere londinese di Bloomsbury, in Gordon Square[2], dove prese vita il Bloomsbury set, formato da coloro che ormai sono gli ex Apostoli. Esso venne destinato a dominare per oltre un trentennio la cultura e la letteratura inglesi. Nacquero così le "serate del giovedì"; riunioni alle quali parteciparono personaggi intellettuali di alta posizione per discutere di politica, lettere e arte. Alimentata da questo clima di fervore intellettuale Virginia iniziò a dare ripetizioni serali alle operaie in un collegio della periferia. Intanto si era avvicinata ai gruppi delle suffragette[4], pubblicando le prime critiche letterarie (per il Times Literary Supplement, il Guardian[2], il Cornbill e la National Review) e proseguendo la scrittura dei suoi futuri successi. Nel 1913 però, dopo aver scritto il primo libro, cadde in una seconda depressione e tentò il suicidio. Per farle trovare fiducia ed equilibrio il marito le propose di fondare un'impresa editoriale e nel 1917 nacque la Hogarth Press che pubblicò Katherine Mansfield, Italo Svevo, Sigmund Freud, Thomas Stearns Eliot, James Joyce e la stessa Virginia Woolf.

Monk's House, Sussex

Nel 1919 pubblicò il racconto Kew Gardens e il romanzo Notte e giorno[11]. Nelle opere successive apparve chiaro e definitivo l'utilizzo dello stile del "flusso di coscienza" (La signora Dalloway e Gita al faro)[12]. Virginia fu attivista all'interno dei movimenti femministi per il suffragio delle donne e rifletté più volte, nelle sue opere, sulla condizione femminile. In Una stanza tutta per sé del 1929 trattò il tema della discriminazione del ruolo della donna mentre in Le tre ghinee del 1938 approfondì quello della figura dominante dell'uomo nella storia contemporanea. Il rapporto con la donna venne visto anche sul piano sentimentale dalla stessa Woolf con la sua storia d'amore con Vita Sackville-West che si rifletté nel romanzo Orlando[5].

Nell'estate del 1940 pubblicò l'ultima opera; Tra un atto e l'altro, mentre la Gran Bretagna era in guerra. Intanto le sue crisi depressive si fecero sempre più violente e incalzanti. Virginia amò circondarsi di persone ma quando era sola ricadeva nello stato d'ansia e di sbalzi d'umore tipico della malattia. A contribuire all'aumento delle sue fobie fu il procedere della guerra. Infine il 28 marzo del 1941, si riempì le tasche di sassi e si lasciò annegare nel fiume Ouse, non lontano da casa, nei pressi di Rodmell[5]. Lasciò una toccante nota al marito:

(EN)
« Dearest, I feel certain that I am going mad again. I feel we can't go through another of those terrible times. And I shan't recover this time. I begin to hear voices, and I can't concentrate. So I am doing what seems the best thing to do. You have given me the greatest possible happiness. You have been in every way all that anyone could be. I don't think two people could have been happier 'til this terrible disease came. I can't fight any longer. I know that I am spoiling your life, that without me you could work. And you will I know. You see I can't even write this properly. I can't read. What I want to say is I owe all the happiness of my life to you. You have been entirely patient with me and incredibly good. I want to say that – everybody knows it. If anybody could have saved me it would have been you. Everything has gone from me but the certainty of your goodness. I can't go on spoiling your life any longer. I don't think two people could have been happier than we have been. V »
(IT)
« Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so. Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n'è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi. V. »
(Virginia Woolf)

Dopo la morte il suo corpo fu cremato e le sue ceneri vennero sparse nel giardino della Monk's House, a Rodmell (Sussex, Inghilterra) sotto due olmi[5].

Attività letteraria[modifica | modifica sorgente]

Lytton Strachey e Virginia Woolf a Garsington, 1923

Woolf iniziò a scrivere professionalmente già dal 1905, inizialmente solo per il supplemento letterario della rivista Times, poi come autrice di romanzi. La sua prima opera, La crociera fu pubblicata nel 1915 dalla casa editrice fondata da Gerald Duckworth. Questo romanzo era stato originariamente intitolato Melymbrosia, ma Woolf cambiò più volte il suo progetto[11]. Una recente versione è stata ricostruita da una celebre studiosa moderna di Woolf, Louise DeSalvo, ed è ora a disposizione del pubblico. DeSalvo sostiene che molti dei cambiamenti operati dalla scrittrice nel testo sono adattati per rispondere ai cambiamenti nella propria vita. Woolf pubblicò romanzi e saggi per un pubblico intellettuale, e sia da questi ultimi che dalla critica ottenne un immenso successo. Molto del suo lavoro fu auto-pubblicato attraverso la Hogarth Press, fondata da lei e dal marito Leonard. Già in vita fu salutata come una delle più grandi romanziere del XX secolo e uno dei principali personaggi modernisti. Fu considerata una profonda innovatrice dello stile e della lingua inglesi. Nella sua opera complessiva sperimentò la tecnica del flusso di coscienza[12] e dotò i suoi personaggi di uno straordinario potere psichico ed emotivo. La sua reputazione ebbe un forte calo dopo la Seconda guerra mondiale, ma la sua preminenza aumentò nuovamente con l'aumento della critica femminista negli anni settanta.

Il suo lavoro venne criticato per le frequenti frecciate rivolte all'intelligentia della classe media britannica. Alcuni critici ritennero che fosse privo di universalità e profondità, senza il potere di comunicare nulla di emotivo o di rilevante eticamente alle comuni lettrici e lettori stanchi degli estetisti degli anni venti del novecento. Fu anche etichettata da alcuni come una antisemita, nonostante il suo matrimonio con un uomo ebreo. Scrisse nel suo diario: «Non mi piace la voce del popolo ebraico; non mi piace il ridere del popolo ebraico»[13].

La sorella Vanessa

Le peculiarità individuate nel lavoro di Virginia Woolf come scrittrice di narrativa hanno oscurato la forza centrale della sua qualità stilistica: la grande liricità della sua prosa[14]. I suoi romanzi sono altamente sperimentali[15]: un racconto, spesso banale, è rifrangente e, talvolta, quasi disciolto in caratteri di squisitamente ricettiva coscienza. Intenso liricismo e virtuosismo stilistico sono fusi per creare un mondo sovrabbondante di impressioni visive e uditive. L'intensità poetica di Virginia Woolf eleva normali impostazioni – spesso ambienti di guerra – nella maggior parte dei suoi romanzi. Ad esempio, ne La signora Dalloway (1925), romanzo centrato sulla figura di Clarissa Dalloway, una donna di mezza età, e sul suo sforzo di organizzare una festa. La vicenda è però vista parallelamente con quella di Septimus Warren Smith, un veterano che è tornato dalla Prima guerra mondiale con cicatrici psicologiche profonde[16].

Gita al faro (1927) è impostato su due giorni, e dieci anni. La trama ruota attorno alla famiglia Ramsay, in anticipazione alla visita a un faro e le tensioni familiari connesse. Uno dei temi principali del romanzo è la lotta nel processo creativo che affligge la pittrice Lily Briscoe (che sembra ricordare la sorella di Virginia, Vanessa Bell) mentre lotta per dipingere in mezzo al dramma familiare. Il romanzo è anche una meditazione sulla vita degli abitanti di una nazione nel bel mezzo di una violenta guerra[12].

Le onde (1931) è l’opera in cui il suo sperimentalismo è più spinto[12], e presenta un gruppo di sei amici le cui riflessioni, che sono più vicine a quelle di recitativi monologhi interiori, sono volte a creare un’atmosfera che rende l'opera più simile a un poema in prosa che a un semplice romanzo. Nel suo ultimo lavoro, Tra un atto e l'altro (1941), scritto sotto i bombardamenti dell’aviazione tedesca, emerge la minaccia portata all’arte e al genere umano dalla guerra[17]. L’opera riassume e magnifica le preoccupazioni e le ansie che afflissero Virginia Woolf: la trasformazione della vita attraverso l'arte, l'ambivalenza sessuale, e la meditazione sui temi del flusso del tempo e della vita. Si presenta simultaneamente come corrosione e ringiovanimento di tutti i temi in una narrazione straordinariamente fantasiosa e simbolica.

Lingua e stile[modifica | modifica sorgente]

Il faro di Godrevy, che ispirò il romanzo Gita al faro

Con le stesse tecniche operate da James Joyce in Irlanda, Marcel Proust in Francia e Italo Svevo in Italia, Virginia Woolf abbandonò la tecnica di narrazione tradizionale per svilupparne una più moderna. Eliminando la forma comune di dialogo diretto e la struttura tradizionale della trama porta l'attenzione del romanzo al monologo interiore del soggetto preso in questione. Il tempo si differenzia per l'assenza di una cronologia precisa. La narrazione procede attraverso spostamenti in avanti e all'indietro nel tempo, assieme la maggior parte delle volte a pensieri e ricordi suscitati dall'ambiente circostante. Woolf è in grado di rappresentare lo scorrere del tempo in dodici ore (La signora Dalloway), in pochi giorni (Tra un atto e l'altro), in diversi anni (Gita al faro) o addirittura in tre secoli (Orlando). Il linguaggio si presenta particolarmente raffinato e ricercato, ricco di similitudini, metafore, assonanze, e allitterazioni usato per esprimere il flusso di coscienza[18]. Il tempo non è visto come uno scorrere perenne bensì come una serie di momenti staccati successivamente riuniti dall'associazione di idee o dall'immaginazione[19]. La psicologia dei vari personaggi è continuamente sfruttata nelle trame e continuamente la forma letteraria e stilistica viene alterata dall'identità della figura, in uno scambio continuo, un'attenta corrispondenza tra l'esigenza psicologica e quella linguistica.

Attività critica[modifica | modifica sorgente]

Dal dicembre 1904 a marzo 1941, Virginia Woolf pubblicò anche diversi articoli e recensioni su giornali e riviste, soprattutto su The Times Literary Supplement, quindi su Athenaeum, New Statesman, London Mercury e Criterion in Inghilterra, e New Republic, Vogue, Dial, New York Herald Tribune e Yale Review negli USA. In questi saggi, gusto letterario e critica sociale spesso si fondono, utilizzando anche schizzi biografici e note di immaginazione, secondo una tradizione che può risalire a William Hazlitt, Thomas de Quincey e Walter Pater, ma con maggiore attenzione all'arte di scrivere in quanto tale e al contesto in cui le autrici e gli autori vengono ritratti, soprattutto quando donne. In generale, Woolf adottò una prospettiva di vicinanza e simpatia come critica e così suggerì di fare come lettrice, avvicinandosi quasi fosse possibile essere concretamente presente alla persona, all'opera e al periodo che prese in esame.

In Modern Fiction (1919) e in Mr. Bennett e Mrs. Brown (1929) distinse scrittori detti "Edwardians" (come H. G. Wells, Arnold Bennett o John Galsworthy) da altri detti "Georgians" (E. M. Forster, D. H. Lawrence, James Joyce, Lytton Strachey e, senza nominarsi ma chiaramente, se stessa), accusando i primi di essere troppo materialisti e non riuscire a costruire interiorità nei personaggi, come fossero case senza nessuno dentro[20]. Leggere, dopotutto, fu da lei definito un processo emozionale aperto, non il risultato di un prodotto geometrico chiuso.

Opere[modifica | modifica sorgente]

Romanzi[modifica | modifica sorgente]

Racconti brevi[modifica | modifica sorgente]

Saggi[modifica | modifica sorgente]

  • 1919 Modern Fiction (poi rivisto in The Common Reader)
  • 1923 How It Strikes a Contemporary
  • 1924 Mr. Bennett e Mrs. Brown
  • 1925 The Common Reader - Il lettore comune (n. ed. a cura di Andrew McNeillie, 1984)
  • 1926 The Cinema - Il Cinema (pubblicato per la prima volta in Arts, giugno 1926)
  • 1926 How Should One Read a Book?
  • 1927 The Narrow Bridge of Art
  • 1927 The Art of Fiction
  • 1929 A Room of One's Own - Una stanza tutta per sé
  • 1929 Women and Fiction
  • 1932 A Letter to a Young Poet
  • 1932 The Second Common Reader - Il lettore comune (seconda serie) (n. ed. a cura di Andrew McNeillie, 1986)
  • 1937 Craftsmanship
  • 1938 Three Guineas - Le tre ghinee
  • 1940 The Leaning Tower
  • 1942 The Death of the Moth (postumo)
  • 1947 The Moment (postumo)
  • 1950 The Captain's Death Bed (postumo)
  • 1958 Granite and Rainbow (postumo)
  • 1967 Collected Essays (a cura di Leonard Woolf, raccolta in quattro volumi comprendente le due serie di Common Reader, e i volumi postumi tranne il Diario)
  • 1979 Women and Writing (antologia a cura di Michèle Barrett)
  • 1987-2011 The Essays (raccolta completa in sei volumi)
    • vol. 1: 1904-1912, a cura di Andrew McNeillie (1987)
    • vol. 2: 1912-1918, a cura di Andrew McNeillie (1989)
    • vol. 3: 1919-1924, a cura di Andrew McNeillie (1991)
    • vol. 4: 1925-1928, a cura di Andrew McNeillie (1994)
    • vol. 5: 1929-1932, a cura di Stuart N. Clarke (2009)
    • vol. 6: 1933-1941, a cura di Stuart N. Clarke (2011)
  • 2012 Walter Sickert: A Conversation trad. Vittoria Scicchitano, Walter Sickert: Una Conversazione, Damocle, Chioggia-Venezia, 2012

Biografie[modifica | modifica sorgente]

Diari[modifica | modifica sorgente]

  • A Writer's Diary - Diario di una scrittrice (antologia del 1953)
  • The Diary of Virginia Woolf, a cura di Annie Olivier Bell, 5 volumi:
    • vol. 1: 1915-1919 (1977)
    • vol. 2: 1920-1924 (1980)
    • vol. 3: 1925-1930 (1981)
    • vol. 4: 1931-1935 (1983)
    • vol. 5: 1936-1941 (1985)

Lettere[modifica | modifica sorgente]

  • The Letters, a cura di Nigel Nicolson e Joanne Trautmann, 6 volumi:
    • Flight of the Mind, vol. 1: 1888-1912 (1980), trad. Andrea Cane, Il volo della mente, Einaudi, Torino 1979
    • The Question of Things Happening, vol. 2: 1912-1922 (1976 e 1992), trad. Silvia Gianetti, Le cose che accadono, Einaudi, Torino 1980
    • A Change of Perspective, vol. 3: 1923-1928 (1977), trad. Silvia Gariglio, Cambiamento di prospettiva, Einaudi, Torino 1982
    • A Reflection of the Other Person, vol. 4: 1929-1931 (1981), trad. Camillo Pennati, Un riflesso dell'altro, Einaudi, Torino 1985
    • The Sickle Side of the Moon, vol. 5: 1932-1935 (1982), trad. Silvia Gariglio, Falce di luna, Einaudi, Torino 2002
    • Leave the Letters Till We're Dead, vol. 6: 1936-1941 (1983)

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Sebbene, come affermò nel suo saggio Le tre ghinee, non si fosse mai considerata «femminista» in quanto tale termine da lei definito superato già dagli anni trenta.
  2. ^ a b c d e (EN) Virginia Woolf (1882-1941: A Short Biography, Virginia Woolf Society. URL consultato il 14 settembre 2013.
  3. ^ a b (EN) Virginia Woolf, Encyclopædia Britannica. URL consultato il 14 settembre 2013.
  4. ^ a b c (EN) Virginia Woolf Biography, biographyonline. URL consultato il 14 settembre 2013.
  5. ^ a b c d (EN) C.D. Merriman, Virginia Woolf, The Literature Network. URL consultato il 14 settembre 2013.
  6. ^ È la tesi sostenuta da Louise Desalvo. In (EN) L. Elizabeth Beattie, In Short, The New York Times. URL consultato il 15 settembre 2013.
  7. ^ Dalle ricostruzioni epistolari, la teoria delle violenze sessuali risulterebbe essere infondata, in (EN) Nigel Nicolson, Virginia Woolf, The New York Times. URL consultato il 14 settembre 2013.
  8. ^ Mario Praz, La Letteratura inglese, vol. II, Sansoni-Accademia, Milano, 1967, pag. 269.
  9. ^ (EN) Nigel Nicolson, Virginia Woolf, The New York Times. URL consultato il 14 settembre 2013.
  10. ^ (EN) Herbert Mitgang, Distilling and Augmenting Virginia Woolf’s Letters, The New York Times. URL consultato il 15 settembre 2013.
  11. ^ a b (EN) Virginia Woolf-Early Fiction, Encyclopædia Britannica. URL consultato il 14 settembre 2013.
  12. ^ a b c d (EN) Virginia Woolf-Major Period, Encyclopædia Britannica. URL consultato il 14 settembre 2013.
  13. ^ (EN) John Gross, Mrs. Virginia Woolf, Commentary. URL consultato il 14 settembre 2013.
  14. ^ Woolf, Virginia (nata Stephen), Treccani. URL consultato il 15 settembre 2013.
  15. ^ (EN) Virginia Woolf-Assessment, Encyclopædia Britannica. URL consultato il 15 settembre 2013.
  16. ^ (EN) Virginia Woolf, British Library. URL consultato il 15 settembre 2013.
  17. ^ (EN) Virginia Woolf-Late Work, Encyclopædia Britannica. URL consultato il 15 settembre 2013.
  18. ^ Virginia Woolf, tecnica e stile narrativo, uniurb. URL consultato il 15 settembre 2013.
  19. ^ Mario Praz, La Letteratura inglese, vol. II, Sansoni-Accademia, Milano, 1967, pag. 270.
  20. ^ (EN) Aleksandar Stevic, Mr. Bennett and Mrs. Brown, The Modernism Lab - Yale University. URL consultato il 15 settembre 2013.

Nel cinema[modifica | modifica sorgente]

Virginia Woolf è stata interpretata sul grande schermo dall'attrice australiana Nicole Kidman nel film The Hours. La performance ha avuto critiche molto positive e la Kidman ha vinto l'Oscar, il Golden Globe, il BAFTA e alcuni dei premi più importanti nel campo cinematografico.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Quentin Bell, Virginia Woolf, Garzanti, Milano, 1974 e 1994
  • Roberto Bertinetti, Virginia Woolf: l'avventura della conoscenza, Jaca Book, Milano, 1985
  • Enzo Biagi, Quante donne, ERI, Torino, 1996
  • Mirella Mancioli Billi, Virginia Woolf, La Nuova Italia, Firenze, 1975 e 1981
  • Vanessa Curtis, Virginia Woolf e le sue amiche, La Tartaruga, Milano, 2005
  • Louise De Salvo e Mitchell A. Leaska (a cura di), Cara Virginia: le lettere di Vita Sackville-West a Virginia Woolf, La Tartaruga, Milano, 1985
  • Maura Del Serra, Prefazione a V. Woolf, Le onde, Newton Compton, Roma, 1992
  • Maura Del Serra, Prefazione a V. Woolf, Una stanza tutta per sé, Newton Compton, Roma, 1993
  • Maura Del Serra, Introduzione a V. Woolf, Orlando, Newton Compton, Roma, 1994
  • Jane Dunn, Sorelle e complici: Vanessa Bell e Virginia Woolf, Bollati Boringhieri, Torino, 1995; Bompiani, Milano, 2004
  • Nadia Fusini, Introduzione a V. Woolf, I capolavori, Mondadori, Milano, 1994
  • Nadia Fusini, Introduzione a V. Woolf, Romanzi, Mondadori "I Meridiani", Milano, 1998
  • Nadia Fusini, Introduzione a V. Woolf, Saggi, prose, racconti, Mondadori "I Meridiani", Milano, 1999
  • Nadia Fusini, Possiedo la mia anima: il segreto di Virginia Woolf, Mondadori, Milano, 2006
  • Armanda Guiducci Viginia e l'Angelo, Longanesi, Milano, 1991
  • Richard Kennedy, Io avevo paura di Virginia Woolf: un ragazzo alla Hogarth Press, trad. di Alba Bariffi, Guanda, Parma, 2009
  • Dara Kotnik, Virginia Woolf: la Minerva di Bloomsbury, Rusconi, Milano, 1999
  • John Lehmann, Virginia Woolf: una biografia con immagini, La Tartaruga, Milano, 1983
  • Madeline Merlini, Invito alla lettura di Virginia Woolf, Mursia, Milano, 1991
  • Sybil Oldfield (a cura di), Lettere in morte di Virginia Woolf, trad. di Marina Premoli, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2006
  • Merry M. Pawlowski (a cura di), Virginia Woolf e il fascismo, ed. it. a cura di Lia Giachero, Selene, Milano, 2004
  • Liliana Rampello (a cura di) Virginia Woolf fra i suoi contemporanei, Alinea, Firenze, 2002
  • Nicoletta Pireddu, “Modernism misunderstood: Anna Banti translates Virginia Woolf”, _Comparative Literature_, 56 (1), 2004: 54-76.
  • Liliana Rampello, Il canto del mondo reale: Virginia Woolf, la vita nella scrittura, Il Saggiatore, Milano, 2005
  • Phyllis Rose, Virginia Woolf, Editori Riuniti, Roma, 1980
  • Thomas Szasz, "La mia follia mi ha salvato": la follia e il matrimonio di Virginia Woolf, a cura di Susan Petrilli, Spirali, Milano, 2009
  • Leonard Woolf, La mia vita con Virginia, Serra e Riva, Milano, 1989

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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