Cesare Pavese

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Cesare Pavese

Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908Torino, 27 agosto 1950) è stato uno scrittore, poeta, saggista e traduttore italiano.

Firma di Cesare Pavese

Biografia[modifica | modifica sorgente]

L'infanzia[modifica | modifica sorgente]

Consolina Pavese Mesturini

Cesare Pavese nacque nel cascinale di San Sebastiano, dove la famiglia soleva trascorrere i periodi estivi, a Santo Stefano Belbo, un piccolo paese delle Langhe, in provincia di Cuneo, il 9 settembre del 1908. Il padre, Eugenio Pavese, era cancelliere presso il Palazzo di Giustizia di Torino, dove risiedeva con la moglie, Fiorentina Consolina Mesturini, figlia di abbienti commercianti originari di Ticineto (in provincia di Alessandria), e la primogenita Maria, nata nel 1902, in un appartamento al numero 79 di via XX Settembre.

Malgrado l'agiatezza economica, l'infanzia di Pavese non fu felice: una sorellina e altri due fratelli, nati prima di lui, erano morti prematuramente. La madre, fragile di salute, dovette affidare il bambino subito dopo la nascita a una balia del vicino paese di Montecucco, e poi, quando lo portò con sé a Torino, a un'altra balia, Vittoria Scaglione.

Suo padre morì il 2 gennaio 1914 di un cancro al cervello, quando Cesare aveva solamente cinque anni. Come è stato scritto, «c'erano già tutti i motivi – familiari e affettivi – per far crescere precocemente il piccolo Cesare [...] per una preistoria umana e letteraria che avrebbe accompagnato e segnato la vita dello scrittore». La madre, fornita di un carattere autoritario, dovette così allevare da sola i due figli impartendo loro un'educazione molto rigorosa e contribuendo indirettamente ad accentuare il carattere già introverso e instabile di Cesare.[1]

Gli studi[modifica | modifica sorgente]

Cesare Pavese, il primo a sinistra in seconda fila, studente del Liceo D'Azeglio di Torino, nel 1923.

Nell'autunno dello stesso anno in cui morì il padre, la sorella si ammalò di tifo e la famiglia fu costretta a rimanere a Santo Stefano Belbo dove Cesare frequentò la prima elementare; le altre quattro classi del ciclo le finì a Torino, presso l'istituto privato "Trombetta" di Via Garibaldi. Come scrive Armanda Guiducci,[2] «S. Stefano fu il luogo della sua memoria e immaginazione; il luogo reale della sua vita, per quarant'anni, fu Torino». Lungo lo stradone che porta da Santo Stefano Belbo a Canelli, nella bottega del falegname Scaglione, Cesare conobbe Pinolo, il più piccolo dei figli che descriverà in alcune sue opere, soprattutto ne La luna e i falò dove comparirà col soprannome di Nuto e al quale rimarrà sempre legato.

Nel frattempo Consolina, non riuscendo più a sostenere la gestione dei mezzadri e soprattutto le spese, prese la decisione, nel 1916, di vendere la cascina di San Sebastiano e di andare a vivere con i figli in una piccola villa che aveva comprato in collina a Reaglie, frazione del Comune di Torino.

Dopo la scuola elementare, a Torino Cesare frequentò le scuole medie presso l'Istituto Sociale diretto dai gesuiti e in seguito si iscrisse al Liceo classico Cavour dove frequentò i due anni ginnasiali con l'indirizzo moderno (Liceo moderno), che non prevedeva lo studio della lingua greca. In quegli anni iniziò ad appassionarsi alla letteratura e i suoi primi autori di riferimento furono Guido da Verona e Gabriele D'Annunzio. Con il compagno di studi Mario Sturani, col quale strinse una solida amicizia durata tutta la vita, cominciò a frequentare la Biblioteca Civica e a scrivere i primi versi, ampliando così i suoi interessi.

Pavese si iscrisse al liceo D'Azeglio nell'ottobre del 1923 e scoprì l'opera di Alfieri. Passò gli anni di liceo tra i primi amori adolescenziali e le amicizie con un gruppo di compagni, tra i quali Tullio Pinelli, amico al quale Pavese farà leggere per primo il dattiloscritto di Paesi tuoi e invierà una lettera di addio prima del suicidio. Cesare rimase a lungo a casa da scuola a causa di una pleurite che si era preso rimanendo a lungo sotto la pioggia per aspettare una cantante ballerina di varietà in un locale frequentato dagli studenti, della quale si era innamorato. Era il 1925 e frequentava allora la seconda liceo[3].

L'anno seguente fu scosso profondamente dalla tragica morte di un suo compagno di classe, Elico Baraldi, che si era tolto la vita con un colpo di rivoltella. Ebbe la tentazione di copiare quel gesto. Testimonianza di questo sofferto periodo sono le lettere e la poesia inviata il 9 gennaio 1927[4] all'amico Sturani.

« Sono andato una sera di dicembre/ per una stradicciuola di campagna/ tutta deserta, col tumulto in cuore./ Avevo dietro me una rivoltella. »

Gobettiano fu il suo insegnante di latino e greco, l'antifascista Augusto Monti, che gli insegnò un metodo rigoroso di studio improntato all'estetica crociana frammista di alcune concezioni di De Sanctis.

Nel 1926, conseguita la maturità liceale, inviò alla rivista "Ricerca di poesia" alcune liriche, che furono però respinte. Si iscrisse intanto alla Facoltà di lettere dell'Università di Torino e continuò a scrivere e a studiare con grande fervore l'inglese, appassionandosi alla lettura di Walt Whitman, mentre le sue amicizie si allargarono a coloro che diventeranno, in seguito, intellettuali antifascisti di spicco: Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Massimo Mila e Giulio Einaudi.

L'interesse per la letteratura americana divenne sempre più rilevante e così iniziò ad accumulare materiale per la sua tesi di laurea, mentre proseguivano i timidi amori permeati dalla sua visione angelicante della donna. Intanto si appassionava sempre più alla sua città, e così scriveva all'amico:

« Ora io non so se sia l'influenza di Walt Whitman, ma darei 27 campagne per una città come Torino. La campagna sarà buona per un riposo momentaneo dello spirito, buona per il paesaggio, vederlo e scappar via rapido in un treno elettrico, ma la vita, la vita vera moderna, come la sogno e la temo io è una grande città, piena di frastuono, di fabbriche, di palazzi enormi, di folle e di belle donne (ma tanto non le so avvicinare)[5]»
Cesare Pavese

Leggendo Babbit di Sinclair Lewis, Pavese volle capire a fondo lo slang. Iniziò così una fitta corrispondenza con un giovane italoamericano, conosciuto qualche anno prima a Torino, che lo aiutò ad approfondire l'americano a lui più contemporaneo.

Scrisse infatti ad Antonio Chiuminatto:

« ora io credo che lo slang non è una lingua distinta dall'inglese come per esempio il piemontese dal toscano... Lei dice: questa parola è slang e quest'altra è classica. Ma lo slang è forse altra cosa che il tronco delle nuove parole ed espressioni inglesi, continuamente formate dalla gente che vive, come lingue di tutti i tempi? Voglio dire, non c'è una linea che possa essere tracciata tra le parole inglesi e quelle dello slang come tra due lingue diverse...[6] »

Negli anni successivi, proseguì gli studi con passione, scrisse versi e lesse molto, soprattutto autori americani come Lewis, Hemingway, Lee Masters, Cummings, Lowell, Anderson e la Stein; iniziò a tradurre per l'editore Bemporad Our Mr. Wrenn di Sinclair Lewis e scrisse per Arrigo Cajumi, membro del comitato direttivo della rivista "La Cultura", il suo primo saggio sull'autore di Babbitt iniziando così la serie detta "Americana".

Nel 1930 presentò la sua tesi di laurea "Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman" ma Federico Oliviero, il professore con il quale doveva discuterla, la rifiutò all'ultimo momento perché troppo improntata all'estetica crociana e quindi scandalosamente liberale per l'età fascista. Intervenne però Leone Ginzburg: la tesi venne così accettata dal professore di Letteratura francese Ferdinando Neri e Pavese poté laurearsi con 108/110[7].

L'attività di traduttore e l'insegnamento[modifica | modifica sorgente]

Tina Pizzardo

Nello stesso anno morì la madre e Pavese rimase ad abitare nella casa materna con la sorella Maria, dove visse fino al penultimo giorno della sua vita e iniziò, per guadagnare, l'attività di traduttore in modo sistematico alternandola all'insegnamento della lingua inglese.
Per un compenso di 1000 lire tradusse Moby Dick di Herman Melville e Riso nero di Anderson. Scrisse un saggio sullo stesso Anderson e, ancora per "La Cultura", un articolo sull'Antologia di Spoon River, uno su Melville e uno su O. Henry. Risale a questo stesso anno la prima poesia di Lavorare stanca. Ottenne anche alcune supplenze nelle scuole di Bra, Vercelli e Saluzzo e incominciò anche a impartire lezioni private e a insegnare nelle scuole serali.

Nel periodo che va dal settembre 1931 al febbraio 1932 Pavese compose un ciclo di racconti e poesie dal titolo Ciau Masino rimasto a lungo inedito, che verrà pubblicato per la prima volta nel 1968 in edizione fuori commercio e contemporaneamente nel primo volume dei Racconti delle "Opere di Cesare Pavese".

Nel 1932, per poter insegnare nelle scuole pubbliche si arrese, pur malvolentieri, alle insistenze della sorella e di suo marito e si iscrisse al partito nazionale fascista, cosa che rimprovererà più tardi alla sorella Maria in una lettera del 29 luglio 1935 scritta dal carcere di Regina Coeli: "A seguire i vostri consigli, e l'avvenire e la carriera e la pace ecc., ho fatto una prima cosa contro la mia coscienza".

Continuava intanto l'attività di traduttore, che terminò solamente nel 1947. Nel 1933 tradusse Il 42º parallelo di John Dos Passos e Ritratto dell'artista da giovane di James Joyce. Ebbe inizio in questo periodo un tormentato rapporto sentimentale con Tina Pizzardo, la "donna dalla voce rauca" alla quale dedicherà i versi di Incontro nella raccolta Lavorare stanca.

« ... L'ho incontrata una sera: una macchia più chiara/ sotto le stelle ambigue, nella foschia d'estate./ Era intorno il sentore di queste colline/ più profondo dell'ombra, e d'un tratto suonò/ come uscisse da queste colline, una voce più netta/ e aspra insieme, una voce di tempi perduti.[8] »

L'incarico all'Einaudi[modifica | modifica sorgente]

Giulio Einaudi aveva intanto fondato la sua casa editrice. Le due riviste, "La riforma sociale" di Luigi Einaudi e "La Cultura", che era stata concepita da Cesare De Lollis e in quel momento era diretta da Cajumi, si fusero dando vita a una nuova "La Cultura" della quale doveva diventare direttore Leone Ginzburg. Ma molti partecipanti del movimento "Giustizia e Libertà", tra cui anche Ginzburg, all'inizio del 1934 vennero arrestati e la direzione della rivista passò a Sergio Solmi. Pavese, intanto, fece domanda alla casa editrice per poter sostituire Ginzburg e, dal maggio di quell'anno, essendo egli tra i meno compromessi politicamente, incominciò la collaborazione con l'Einaudi dirigendo per un anno "La Cultura" e curando la sezione di etnologia.

Sempre nel 1934, grazie alla raccomandazione di Ginzburg, riuscì ad inviare ad Alberto Carocci, direttore a Firenze della rivista Solaria, le poesie di Lavorare stanca che vennero lette da Elio Vittorini con parere positivo tanto che Carocci ne decise la pubblicazione.

L'arresto e la condanna per antifascismo[modifica | modifica sorgente]

Cesare Pavese

Nel 1935 Pavese, intenzionato a proseguire nell'insegnamento, si dimise dall'incarico all'Einaudi e incominciò a prepararsi per affrontare il concorso di latino e greco ma, il 15 maggio, una delazione dello scrittore Dino Segre[9] portò agli arresti di intellettuali aderenti a "Giustizia e Libertà", venne fatta una perquisizione nella casa di Pavese, sospettato di frequentare il gruppo di intellettuali a contatto con Ginzburg, e venne trovata, tra le sue carte, una lettera di Altiero Spinelli detenuto per motivi politici nel carcere romano. Accusato di antifascismo, Pavese venne arrestato e incarcerato dapprima alle Nuove di Torino, poi a Regina Coeli a Roma e, in seguito al processo, venne condannato a tre anni di confino a Brancaleone Calabro. Ma Pavese, in realtà, era innocente, poiché la lettera trovata era rivolta a Tina Pizzardo, la "donna dalla voce rauca" della quale era innamorato. Tina era però politicamente impegnata e iscritta al Partito comunista d'Italia clandestino e continuava ad avere contatti epistolari con il precedente fidanzato, appunto lo Spinelli, e le lettere pervenivano a casa di Pavese che, per accontentarla e senza valutare le conseguenze, le aveva permesso di utilizzare il suo indirizzo.

Il 4 agosto 1935 Pavese giunse quindi in Calabria, a Brancaleone, e qui scrisse ad Augusto Monti[10] "Qui i paesani mi hanno accolto umanamente, spiegandomi che, del resto, si tratta di una loro tradizione e che fanno così con tutti. Il giorno lo passo "dando volta", leggicchio, ristudio per la terza volta il greco, fumo la pipa, faccio venir notte; ogni volta indignandomi che, con tante invenzioni solenni, il genio italico non abbia ancora escogitato una droga che propini il letargo a volontà, nel mio caso per tre anni. Per tre anni! Studiare è una parola; non si può niente che valga in questa incertezza di vita, se non assaporare in tutte le sue qualità e quantità più luride la noia, il tedio, la seccaggine, la sgonfia, lo spleen e il mal di pancia. Esercito il più squallido dei passatempi. Acchiappo le mosche, traduco dal greco, mi astengo dal guardare il mare, giro i campi, fumo, tengo lo zibaldone, rileggo la corrispondenza dalla patria, serbo un'inutile castità.

Nell'ottobre di quell'anno aveva iniziato a tenere quello che nella lettera al Lajolo definisce lo "zibaldone", cioè un diario che diventerà in seguito Il mestiere di vivere e aveva fatto domanda di grazia, con la quale ottenne il condono di due anni.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lavorare stanca.

Nel 1936, durante il suo confino, venne pubblicata la prima edizione della raccolta poetica Lavorare stanca che, malgrado la forma fortemente innovativa, passò quasi inosservata.

Il ritorno a Torino[modifica | modifica sorgente]

Verso la fine del 1936, terminato l'anno di confino, Pavese fece ritorno a Torino e dovette affrontare la delusione di sapere che Tina si era sposata con un altro e che le sue poesie erano state ignorate. Per guadagnarsi da vivere riprese il lavoro di traduttore e nel 1937 tradusse Un mucchio di quattrini (The Big Money) di Dos Passos per Mondadori e Uomini e topi di Steinbeck per Bompiani. Dal 1º maggio accettò di collaborare, con un lavoro stabile e per lo stipendio di mille lire al mese, con la Einaudi, per le collane "Narratori stranieri tradotti" e "Biblioteca di cultura storica", traducendo Fortune e sfortune della famosa Moll Flanders di Defoe e l'anno dopo La storia e le personali esperienze di David Copperfield di Dickens oltre all'Autobiografia di Alice Toklas della Stein.

Il passaggio alla prosa[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Notte di festa, Il carcere e Paesi tuoi.

Nel frattempo incominciò a scrivere i racconti che verranno pubblicati postumi, dapprima nella raccolta "Notte di festa" e in seguito nel volume de "I racconti" e fra il 27 novembre del 1936 e il 16 aprile del 1939 completò la stesura del suo primo romanzo breve tratto dall'esperienza del confino intitolato "Il carcere" (il primo titolo era stato "Memorie di due stagioni") che verrà pubblicato dieci anni dopo. Dal 3 giugno al 16 agosto scrisse Paesi tuoi che verrà pubblicato nel 1941 e sarà la prima opera di narrativa dello scrittore data alle stampe.

Si andava intanto intensificando, dopo il ritorno dal confino di Leone Ginzburg da Pizzoli, negli Abruzzi, l'attività del gruppo clandestino di "Giustizia e Libertà" e quella dei comunisti con a capo Ludovico Geymonat. Pavese, che era chiaramente antifascista, venne coinvolto e, al di qua di una precisa e dichiarata definizione politica, iniziò ad assistere con crescente interesse alle frequenti discussioni che avvenivano a casa degli amici. Conobbe in questo periodo Giaime Pintor che collaborava ad alcune riviste letterarie ed era inserito alla Einaudi come traduttore dal tedesco e come consulente e nacque tra loro una salda amicizia.

Il periodo della guerra[modifica | modifica sorgente]

Nel 1940 l'Italia era intanto entrata in guerra e Pavese era coinvolto in una nuova avventura sentimentale con una giovane universitaria che era stata sua allieva al liceo D'Azeglio e che gli era stata presentata da Norberto Bobbio. La ragazza, giovane e ricca di interessi culturali, si chiamava Fernanda Pivano e colpì lo scrittore a tal punto che il 26 luglio le propose il matrimonio; malgrado il rifiuto della giovane, l'amicizia continuò.

Alla Pivano Pavese dedicò alcune poesie, tra le quali Mattino, Estate e Notturno, che inserì nella nuova edizione di Lavorare stanca. Lajolo scrive che "Per cinque anni Fernanda fu la sua confidente, ed è in lei che Pavese tornò a sperare per avere una casa ed un amore. Ma anche quella esperienza – così diversa – si concluse per lui con un fallimento. Sul frontespizio di Feria d'agosto sono segnate due date: 26 luglio 1940, 10 luglio 1945, che ricordano le due domande di matrimonio fatte a Fernanda, con le due croci che rappresentano il significato delle risposte"[11].

In quell'anno Pavese scrisse La bella estate (il primo titolo sarà "La tenda"), che verrà pubblicato nel 1949 nel volume dal titolo omonimo che comprende anche i romanzi brevi Il diavolo sulle colline e Tra donne sole; tra il 1940 e il 1941 scrisse La spiaggia, che vedrà una prima pubblicazione nel 1942 su "Lettere d'oggi" di Giambattista Vicari.

Nel 1941, con la pubblicazione di Paesi tuoi, e quindi l'esordio narrativo di Pavese, la critica sembrò accorgersi finalmente dell'autore. Intanto, nel 1942, Pavese venne regolarmente assunto dalla Einaudi con mansioni di impiegato di prima categoria e con il doppio dello stipendio sulla base del contratto nazionale collettivo di lavoro dell'industria. Nel 1943 Pavese venne trasferito per motivi editoriali a Roma dove gli giunse la cartolina di precetto ma, a causa della forma d'asma di origine nervosa di cui soffriva, dopo sei mesi di convalescenza all'Ospedale militare di Rivoli venne dispensato dalla leva militare e ritornò a Torino che nel frattempo aveva subito numerosi bombardamenti e che trovò deserta dai numerosi amici, mentre sulle montagne si stavano organizzando le prime formazioni partigiane.

Nel 1943, dopo l'8 settembre, Torino venne occupata dai tedeschi e anche la casa editrice venne occupata da un commissario della Repubblica sociale italiana. Pavese, a differenza di molti suoi amici che si preparavano alla lotta clandestina, si rifugiò a Serralunga di Crea, un piccolo paese del Monferrato, dove la sorella Maria era sfollata. A dicembre, per sfuggire ad una retata da parte dei repubblicani e dei tedeschi, chiese ospitalità presso il Collegio Convitto dei padri Somaschi di Casale Monferrato dove, per sdebitarsi, dava ripetizioni agli allievi. Leggeva e scriveva apparentemente sereno. Il 1º marzo, mentre si trovava ancora a Serralunga, gli giunse la notizia della tragica morte di Leone Ginzburg avvenuta sotto le torture nel carcere di Regina Coeli. Il 3 marzo scriverà: "L'ho saputo il 1º marzo. Esistono gli altri per noi? Vorrei che non fosse vero per non star male. Vivo come in una nebbia, pensandoci sempre ma vagamente. Finisce che si prende l'abitudine a questo stato, in cui si rimanda sempre il dolore vero a domani, e così si dimentica e non si è sofferto"[12].

Gli anni del dopoguerra (1945-1950)[modifica | modifica sorgente]

L'iscrizione al Partito comunista e l'attività a "L'Unità"[modifica | modifica sorgente]

Ritornato a Torino dopo la liberazione, venne subito a sapere che tanti amici erano morti: Giaime Pintor era stato dilaniato da una mina sul fronte dell'avanzata americana; Luigi Capriolo era stato impiccato a Torino dai fascisti e Gaspare Pajetta, un suo ex allievo di soli diciotto anni, era morto combattendo nella Val d'Ossola. Dapprima, colpito indubbiamente da un certo rimorso, che ben espresse in seguito nei versi del poemetto La terra e la morte e in tante pagine dei suoi romanzi, egli cercò di isolarsi dagli amici rimasti ma poco dopo decise di iscriversi al Partito comunista iniziando a collaborare al quotidiano l'Unità; ne darà notizia da Roma, dove era stato inviato alla fine di luglio per riorganizzare la filiale romana della Einaudi, il 10 novembre all'amico Massimo Mila: "Io ho finalmente regolato la mia posizione iscrivendomi al PCI".

Come scrive l'amico Lajolo[13], "La sua iscrizione al partito comunista oltre ad un fatto di coscienza corrispose certamente anche all'esigenza che sentiva di rendersi degno in quel modo dell'eroismo di Gaspare e degli altri suoi amici che erano caduti. Come un cercare di tacitare i rimorsi e soprattutto di impegnarsi almeno ora in un lavoro che ne riscattasse la precedente assenza e lo ponesse quotidianamente a contatto con la gente... Tentava con quel legame anche disciplinare, di rompere l'isolamento, di collegarsi, di camminare assieme agli altri. Era l'ultima risorsa alla quale si aggrappava per imparare il mestiere di vivere".

Nei mesi trascorsi presso la redazione de L'Unità conobbe Italo Calvino, che lo seguì alla Einaudi e ne divenne da quel momento uno dei più stimati collaboratori e Silvio Micheli che era giunto a Torino nel giugno del 1945 per parlare con Pavese della pubblicazione del proprio romanzo Pane duro.

Alla sede romana della Einaudi[modifica | modifica sorgente]

Verso la fine del 1945, Pavese lasciò Torino per Roma dove ebbe l'incarico di potenziare la sede cittadina dell'Einaudi. Il periodo romano, che durò fino alla seconda metà del 1946, fu considerato dallo scrittore come un tempo d'esilio perché staccarsi dall'ambiente torinese, dagli amici e soprattutto dalla nuova attività politica, lo fece ricadere nella malinconia.

Nella segreteria della sede romana lavorava una giovane donna, Bianca Garufi, e per lei Pavese provò una nuova passione, più impegnativa dell'idillio con la Pivano, che egli visse intensamente e che lo fece soffrire.

Scriverà nel suo diario, il 1º gennaio del 1946, come consuntivo dell'anno trascorso: "Anche questa è finita. Le colline, Torino, Roma. Bruciato quattro donne, stampato un libro, scritte poesie belle, scoperta una nuova forma che sintetizza molti filoni (il dialogo di Circe). Sei felice? Sì, sei felice. Hai la forza, hai il genio, hai da fare. Sei solo. Hai due volte sfiorato il suicidio quest'anno. Tutti ti ammirano, ti complimentano, ti ballano intorno. Ebbene? Non hai mai combattuto, ricordalo. Non combatterai mai. Conti qualcosa per qualcuno?"[14].

Nel febbraio del 1946, in collaborazione con Bianca Garufi, a capitoli alterni, iniziò a scrivere un romanzo che rimarrà incompiuto e che sarà pubblicato postumo nel 1959 con il titolo, scelto dall'editore, di Fuoco grande.

A Torino: la "Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici"[modifica | modifica sorgente]

Ritornato a Torino si mise a lavorare su quei temi delineatisi nella mente quando era a Serralunga. Incominciò a comporre i Dialoghi con Leucò e nell'autunno, mentre stava terminando l'opera, scrisse i primi capitoli de Il compagno con il quale volle testimoniare l'impegno per una precisa scelta politica.

Targa sulla casa di abitazione di Cesare Pavese in Via Lamarmora a Torino

Terminati i Dialoghi, in attesa della pubblicazione del libro che avvenne a fine novembre nella collana "Saggi", tradusse Capitano Smith di Robert Henriques.

Il 1947 fu un anno intenso per l'attività editoriale e Pavese si interessò particolarmente della "Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici" da lui ideata con la collaborazione di Ernesto De Martino, una collana che fece conoscere al mondo culturale italiano le opere di autori come Lévy-Bruhl, Malinowski, Propp, Frobenius, Jung, e che avrebbero dato avvio a nuove teorie antropologiche. Oltre a ciò, Pavese inaugurò anche la nuova collana di narrativa dei "Coralli" che era nata in quello stesso anno in sostituzione dei "Narratori contemporanei".

La febbrile attività narrativa[modifica | modifica sorgente]

Tra il settembre del 1947 e il febbraio del 1948, contemporaneamente a Il compagno, scrisse La casa in collina che uscì l'anno successivo insieme a Il carcere nel volume Prima che il gallo canti il cui titolo, ripreso dalla risposta di Cristo a Pietro, si riferisce, con tono palesemente autobiografico ai suoi tradimenti politici. Seguirà, tra il giugno e l'ottobre del 1948 Il diavolo sulle colline.

Nell'estate del 1948 gli era stato intanto assegnato per Il compagno il Premio Salento ma Pavese aveva scritto all'amico Carlo Muscetta di dimissionarlo da qualsiasi premio letterario, presente o futuro.

Alla fine dell'anno uscì Prima che il gallo canti che venne subito elogiato dai critici Emilio Cecchi e Giuseppe De Robertis. Dal 27 marzo al 26 maggio del 1949 scrisse Tra donne sole e, al termine del romanzo, andò a trascorrere una settimana a Santo Stefano Belbo e, in compagnia dell'amico Pinolo Scaglione, a suo agio tra quelle campagne, iniziò ad elaborare quella che sarebbe diventata La luna e i falò, l'ultima sua opera pubblicata in vita.

Il 24 novembre 1949 venne pubblicato il trittico La bella estate che comprendeva i già citati tre romanzi brevi composti in periodi diversi: l'eponimo del 1940, Il diavolo sulle colline del 1948 e Tra donne sole del 1949.

Sempre nel 1949, scritto nel giro di pochi mesi e pubblicato nella primavera del 1950, scrisse La luna e i falò che sarà l'opera di narrativa conclusiva della sua carriera letteraria.

A Roma: amore, l'ultimo[modifica | modifica sorgente]

Dopo essere stato per un brevissimo tempo a Milano, fece un viaggio a Roma dove si trattenne dal 30 dicembre del 1949 al 6 gennaio del 1950, ma rimase deluso: il 1º gennaio scriveva sul suo diario[15]:

« Roma è un crocchio di giovanotti che attendono per farsi lustrare le scarpe. Passeggiata mattutina. Bel sole. Ma dove sono le impressioni del '45-'46? Ritrovato a fatica gli spunti, ma niente di nuovo. Roma tace. Né le pietre né le piante dicono più gran che. Quell'inverno stupendo; sotto il sereno frizzante, le bacche di Leucò. Solita storia. Anche il dolore, il suicidio, facevano vita, stupore, tensione. In fondo ai grandi periodi hai sempre sentito tentazioni suicide. Ti eri abbandonato. Ti eri spogliato dell'armatura. Eri ragazzo. L'idea del suicidio era una protesta di vita. Che morte non voler più morire. »

In questo stato d'animo conobbe in casa di amici Constance Dowling, giunta a Roma con la sorella Doris che aveva recitato in Riso amaro con Vittorio Gassman e Raf Vallone e, colpito dalla sua bellezza, se ne innamorò.

Ritornando a Torino, cominciò a pensare che, ancora una volta, si era lasciato sfuggire l'occasione, e quando Constance si recò a Torino per un periodo di riposo, i due si rividero e la donna lo convinse ad andare con lei a Cervinia dove Pavese si illuse di nuovo. Constance infatti aveva una relazione con l'attore Andrea Checchi e ripartì presto per l'America per tentare fortuna a Hollywood, lasciando lo scrittore amareggiato e infelice. A Constance, come per un addio dedicò il romanzo La luna e i falò: «For C. - Ripeness is all».

Il Premio Strega[modifica | modifica sorgente]

Nella primavera-estate del 1950 uscì la rivista Cultura e realtà; Pavese, che faceva parte della redazione, aprì il primo numero della rivista con un suo articolo sul mito, nel quale affermava la sua fede poetica di carattere vichiano, la quale non venne apprezzata dagli ambienti degli intellettuali comunisti.

Cesare venne attaccato e, sempre più amareggiato, annotò nel suo diario il 15 febbraio[16] "Pavese non è un buon compagno... Discorsi d'intrighi dappertutto. Losche mene, che sarebbero poi i discorsi di quelli che ti stanno più a cuore", e ancora il 20 maggio[17]: "Mi sono impegnato nella responsabilità politica che mi schiaccia".

Pavese era terribilmente depresso e neppure riuscì a risollevarlo il Premio Strega che ricevette nel giugno del 1950 per La bella estate; in quella occasione fu accompagnato da Doris Dowling, sorella dell'amata Constance.

La morte[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Verrà la morte e avrà i tuoi occhi e Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950.
Cesare Pavese

Nell'estate 1950 trascorse alcuni giorni a Bocca di Magra, vicino a Sarzana, in Liguria, meta estiva di molti intellettuali, dove conobbe un'allora diciottenne Romilda Bollati, sorella dell'editore Giulio Bollati, appartenente alla nobile famiglia dei Bollati di Saint-Pierre (e futura moglie prima dell'imprenditore Attilio Turati poi del ministro Antonio Bisaglia[18]). I due ebbero una breve storia d'amore, come testimoniano i manoscritti dello scrittore, che la chiamava con lo pseudonimo di "Pierina".

Tuttavia, nemmeno questo nuovo sentimento riuscì a dissipare la sua depressione; in una lettera dell'agosto 1950, scriveva:

« Posso dirti, amore, che non mi sono mai svegliato con una donna mia al fianco, che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio, e che ignoro lo sguardo di riconoscenza che una donna rivolge a un uomo? E ricordarti che, per via del lavoro che ho fatto, ho avuto i nervi sempre tesi, e la fantasia pronta e precisa, e il gusto delle confidenze altrui? E che sono al mondo da quarantadue anni? Non si può bruciare la candela dalle due parti – nel mio caso l'ho bruciata da una parte sola e la cenere sono i libri che ho scritto.

Tutto questo te lo dico non per impietosirti – so che cosa vale la pietà, in questi casi – ma per chiarezza, perché tu non creda che quando avevo il broncio lo facessi per sport o per rendermi interessante. Sono ormai di là dalla politica. L'amore è come la grazia di dio – l'astuzia non serve. Quanto a me, ti voglio bene, Pierina, ti voglio un falò di bene. Chiamiamolo l'ultimo guizzo della candela. Non so se ci vedremo ancora. Io lo vorrei – in fondo non voglio che questo – ma mi chiedo sovente che cosa ti consiglierei se fossi tuo fratello. Purtroppo non lo sono. Amore. [19] »

Il 17 agosto aveva scritto sul diario, pubblicato nel 1952 con il titolo Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950: «Questo il consuntivo dell'anno non finito, che non finirò» e il 18 agosto aveva chiuso il diario scrivendo: «Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più».[20]

Tormentato dalla recente delusione amorosa con Constance Dowling, alla quale dedicò i versi di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, aggiunta al disagio esistenziale, lo indussero al suicidio, il 27 agosto del 1950, in una camera dell'albergo Roma di Piazza Carlo Felice a Torino, che aveva occupato il giorno prima. Venne trovato disteso sul letto dopo aver ingerito più di dieci bustine di sonnifero.

Sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò che si trovava sul tavolino aveva scritto: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi».[21] All'interno del libro era inserito un foglietto con tre frasi vergate da lui: una citazione dal libro, «L'uomo mortale, Leucò, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia», una dal proprio diario, «Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti», e «Ho cercato me stesso». Qualche giorno dopo si svolsero i funerali civili, senza commemorazioni religiose poiché suicida e ateo.[22]

Opera e poetica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Opere e poetica (Cesare Pavese).

Importante fu l'opera di Pavese scrittore di romanzi, poesie e racconti, ma anche quella di traduttore e critico: oltre all'Antologia americana curata da Elio Vittorini, essa comprende la traduzione di classici della letteratura da Moby Dick di Melville, nel 1932, ad opere di Dos Passos, Faulkner, Defoe, Joyce e Dickens.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi La letteratura americana e altri saggi.

Nel 1951 uscì postumo, edito da Einaudi e con la prefazione di Italo Calvino il volume La letteratura americana e altri saggi con tutti i saggi e gli articoli che Pavese scrisse tra il 1930 e il 1950.

La sua attività di critico in particolare contribuì a creare, verso la metà degli anni trenta, il sorgere di un certo "mito dell'America". Lavorando nell'editoria (per la Einaudi) Pavese propose alla cultura italiana scritti su temi differenti, e prima d'allora raramente affrontati, come l'idealismo ed il marxismo, inclusi quelli religiosi, etnologici e psicologici.

Opere[modifica | modifica sorgente]

L'elenco è in ordine cronologico in base alla data di pubblicazione delle rispettive prime edizioni. Poiché molti testi furono pubblicati anni dopo essere stati composti, dove opportuno sono segnalate le date di composizione, per le quali si rimanda alla cronologia in C. Pavese, Racconti, 1960, Torino, Einaudi, 1960, pp. 517-22.

Romanzi, racconti[modifica | modifica sorgente]

  • Paesi tuoi, (romanzo), Einaudi, Torino 1941.
  • Prima che il gallo canti, Einaudi, Torino 1948. Il volume comprende 2 romanzi: Il carcere, scritto nel 1938-1939, e La casa in collina.
  • La spiaggia, (romanzo) nella rivista "Lettere d'oggi", n. 7, Roma 1941; poi in volume, Lettere d'oggi, Roma 1941; nuova edizione postuma, Einaudi, Torino 1956.
  • Feria d'agosto, (racconti), Einaudi, Torino 1946.
  • Dialoghi con Leucò, (racconti - conversazioni a due tra personaggi mitologici), Einaudi, Torino 1947.
  • Il compagno, romanzo, Einaudi, Torino 1947.
  • La bella estate, Einaudi, Torino 1949, Il vol. comprende 3 romanzi: il romanzo eponimo, scritto nel 1940, Il diavolo sulle colline e Tra donne sole.
  • La luna e i falò, romanzo, Einaudi, Torino 1950.
  • Notte di festa (racconti), raccolta postuma, Einaudi, Torino 1953.
  • Il diavolo sulle colline - Gioventù crudele (due soggetti cinematografici), in "Cinema nuovo", settembre-ottobre 1959.
  • Fuoco grande (scritto a capitoli alterni in collaborazione con Bianca Garufi), romanzo incompiuto e postumo, Einaudi, Torino 1959.
  • Racconti (frammenti di racconti e racconti inediti, in aggiunta a quelli di Notte di festa e di Feria d'agosto), raccolta postuma, Einaudi, Torino 1960.
  • Ciau Masino, Einaudi, Torino 1968 (ed. fuori commercio, nello stesso anno in Racconti, Einaudi, Torino 1968, Opere, vol. XIII, tomo I)
  • Tutti i romanzi, a cura di Marziano Guglielminetti, Einaudi, Torino 2000 (collana "Biblioteca della Pléiade").
  • Tutti i racconti, a cura di Mariarosa Masoero, introduzione di Marziano Guglielminetti, Einaudi, Torino 2006 (collana "Biblioteca della Pléiade"). Questa ed. comprende oltre a tutti i racconti già riuniti in Racconti anche il ciclo Ciau Masino e altri testi, già inseriti a partire dall'ed. del 1968 dell'opera omnia.
  • Il serpente e la colomba: scritti e soggetti cinematografici,a cura di Mariarosa Masoero, introduzione di Lorenzo Ventavoli, Einaudi, Torino 2009.

Poesie[modifica | modifica sorgente]

  • Lavorare stanca, (poesie), Solaria, Firenze 1936; ed. ampliata con le poesie dal 1936 al 1940, Einaudi, Torino 1943.
  • La terra e la morte (9 poesie) nella rivista "Le tre Venezie", n. 4-5-6, Padova 1947; nuova edizione postuma, in Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi, Torino 1951; compreso anche in Poesie edite e inedite, a cura di Italo Calvino, Einaudi, Torino 1962.
  • Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, (10 poesie), pubblicate postume insieme a La terra e la morte, nel volume dal titolo omonimo, Einaudi, Torino 1951; comprese anche nel volume Poesie edite e inedite, Einaudi, Torino 1962.
  • Poesie del disamore e altre poesie disperse, (comprende oltre a Poesie del disamore e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, le poesie escluse da Lavorare stanca, poesie del 1931‑1940 e due poesie del 1946), Einaudi, collana "Nuovi Coralli", Torino, 1962.
  • Poesie edite e inedite, (tutte le poesie di Lavorare stanca, La terra e la morte, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, più 29 poesie inedite); pubblicato postumo, Einaudi, Torino 1962.
  • Otto poesie inedite e quattro lettere a un'amica (1928-1929), Scheiwiller, Milano 1964; postumo.
  • Poesie giovanili, a cura di Attilio Dughera e Mariarosa Masoero, Einaudi, Torino 1989 (edizione fuori commercio).
  • Dodici giorni al mare, a cura di Mariarosa Masoero, Galata edizioni, Genova 2008.

Saggi, lettere, diari[modifica | modifica sorgente]

Traduzioni[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Pietro Pancrazi, in Scrittori d'oggi, serie IV, Bari, Laterza, 1946; poi in Ragguagli di Parnaso, vol. III, Milano-Napoli, Ricciardi, 1967.
  • Italo Calvino, Pavese in tre libri, in "Agorà", agosto 1946; poi in Saggi, I Meridiani Mondadori, 1995, tomo I, pp. 1199-1208.
  • Antonio Santori, Quei loro incontri... I dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, Ancona, 1990.
  • Antonio Santori, Pavese e il romanzo tra realtà e mito, Laterza, Milano, 1990.*Natalino Sapegno, in Compendio di storia della letteratura italiana, Firenze, La Nuova Italia, 1947.
  • Gene Pampaloni, L'ultimo libro di Cesare Pavese, in "Belfagor", n. 5, 1950.
  • Carlo Bo, in Inchiesta sul neorealismo, Torino, ERI, 1951.
  • Giuliano Manacorda, Pavese poeta, saggista e narratore, in "Società", n. 2, 1952.
  • Carlo Muscetta, Per una storia di Pavese e dei suoi racconti, in "Società", n. 4, 1952.
  • Leone Piccioni, in Sui contemporanei, Milano, Fabbri, 1953.
  • Emilio Cecchi, in Di giorno in giorno, Milano, Garzanti, 1954.
  • Enrico Falqui, in Novecento letterario, serie IV, Firenze, Vallecchi, 1954.
  • Adriano Seroni, Introduzione a Pavese, in "Paragone", n. 52, 1954.
  • Leslie Fiedler, Introducing Cesare Pavese, in "Kenyon Reviwew", n. 4, 1954.
  • A. Seroni, Introduzione a Pavese, in "Paragone", n. 52, 1954.
  • Lienhard Bergel, L'estetica di Cesare Pavese, in "Lo spettatore italiano", n. 10, 1955.
  • A. Pellegrini, Mito e poesia nell'opera di Pavese, in "Lingua nostra", n. 2, 1956.
  • F. Riva, Note su la lingua di Cesare Pavese, in "Belfagor", n. 5, 1955.
  • U. Mariani, Cesare Pavese e la "maturità artistica", in "Studi Urbinati", n. 1-2, 1956.
  • M. L. Premuda, I "Dialoghi con Leucò" e il realismo simbolico di Pavese, in "Annali della Scuola Superiore di Pisa" n. 3-4, 1957.
  • Nemi D'Agostino, Pavese e l'America, in "Studi americani", n. 4.
  • Dominique Fernandez, in Le roman italien et la crise de la conscience moderne, Paris, Grasset, 1958 (trad. it. Il romanzo italiano e la crisi della coscienza moderna, Milano, Lerici, 1960).
  • Giorgio Barberi Squarotti, Appunti sulla tecnica poetica di Pavese, in "Questioni", n. 1-2, 1959; poi in Astrazione e realtà, Milano, Rusconi e Paolazzi, 1960.
  • Vito Amoruso, Cecchi, Vittorini e Pavese e la letteratura americana, in "Studi americani", n. 6, 1960.
  • I. Calvino, Pavese: essere e fare, in "L'Europa letteraria", n. 5-6, 1960; poi in Saggi, I Meridiani Mondadori, 1995, tomo I, pp. 76-82.
  • Giansiro Ferrata, Pavese e il "vizio assurdo", in "L'Europa letteraria", n. 5-6, 1960.
  • E. N. Girardi, Il mito di Pavese e altri saggi, Milano, Vita e Pensiero, 1960.
  • Davide Lajolo, Il vizio assurdo, Milano, Il Saggiatore, 1960.
  • F. Mollia, Cesare Pavese. Saggio su tutte le opere, Padova, Rebellato, 1960.
  • Carlo Salinari, in La questione del realismo, Firenze, Parenti, 1960; poi in "Preludio e fine del realismo in Italia", Napoli, Morano, 1967.
  • Luciano Anceschi, in Introduzione a Lirica del Novecento, Firenze, Vallecchi, 1961.
  • O. Borello, Pavese e il mito "estetico" dei ritorni in "Letterature moderne", n. 1, 1961.
  • J. Hosle, Cesare Pavese, Berlin, De Guyter, 1961.
  • Lorenzo Mondo, Cesare Pavese, Milano, Mursia, 1961.
  • R. Puletti, La maturità impossibile, Padova, Rebellato, 1961.
  • G. Trevisani, Cesare Pavese, in "Terzo Programma", n. 3, 1962.
  • Giuseppe De Robertis, in Altro Novecento, Firenze, Le Monnier, 1962.
  • Geno Pampaloni, Cesare Pavese, in "Terzo Programma", n. 3, 1962.
  • G. Grana, Cesare Pavese, in AA. VV., I contemporanei, vol. II, Marzorati, Milano, 1963.
  • Alberto Moravia, in L'uomo come fine e altri saggi, Bompiani, Milano, 1964.
  • G. Venturi, La prima poetica pavesiana: Lavorare stanca, in "La Rassegna della letteratura italiana", n. 1, 1964.
  • G. Venturi, Noterella pavesiana, in "La Rassegna della letteratura italiana", n. 1, 1964.
  • AA. VV., Terra rossa terra nera, Asti, Presenza Astigiana, 1964.
  • "Sigma", n. 3-4 contiene i seguenti contributi: L. Mondo, Fra Gozzano e Whitman: Le origini di Pavese; M. Guglielminetti, Racconto e canto nella metrica di Pavese; M. Forti, Sulla poesia di Pavese; C. Grassi, Osservazioni su lingua e dialetto nell'opera di Pavese; C. Gorlier, Tre riscontri nel mestiere di tradurre; G. L. Beccaria, Il lessico, ovvero la "questione della lingua" in Cesare Pavese; F. Jesi, Cesare Pavese, Il mito e la scienza del mito; E. Corsini, Orfeo senza Euridice: i "Dialoghi con Leucò" e il classicismo di Pavese; S. Pautasso, Il laboratorio di Pavese; G. Bàrberi Squarotti, Pavese o la fuga dalla metafora; R. Paris, Delphes sur les collines; J. Hosle, I miti dell'infanzia.
  • Alberto Asor Rosa, in Scrittori e popolo, Roma, Samonà e Savelli, 1965.
  • P. De Tommaso, Ritratto di Cesare Pavese, in "La Rassegna della letteratura italiana", n. 3, 1965; poi in Narratori italiani contemporanei, Roma, Edizioni dell'Ateneo, 1965.
  • F. Longobardi, Ancora Pavese, in "Belfagor", n. 6, 1965.
  • Giovanni Pozzi, in La poesia italiana del Novecento da Gozzano agli ermetici, Torino, Einaudi, 1965.
  • Roberto Sanesi, Appunti sulla poesia di Pavese, in "Nuova Presenza", n. 18, 1965.
  • M. Tondo, Itinerario di Cesare Pavese, Padova, Liviana, 1965.
  • G. Cesarano, Riflessioni su Pavese, in "Paragone", n. 194, 1966.
  • M. David, in La psicoanalisi nella cultura italiana, Torino, Boringhieri, 1966.
  • F. Felcini, Problemi critici dell'arte di Pavese, in "Studium", n. 8-9, 1966.
  • A. M. Mutterle, Appunti sulla lingua di Pavese lirico, in AA. VV., Ricerche sulla lingua poetica contemporanea, Padova, Liviana, 1966.
  • V. Campanella e G. Macucci, La poesia del mito nell'opera di Pavese, in "Il Ponte", n. 1, 1967.
  • Guido Guglielmi, in Letteratura come sistema e come funzione, Torino, Einaudi, 1967.
  • Armanda Guiducci, Il mito Pavese, Firenze, Vallecchi, 1967.
  • C. Varese, in Occasioni e valori della letteratura contemporanea, Bologna, Cappelli, 1967.
  • G. Venturi, Cesare Pavese in "Belfagor", n. 4, 1967.
  • F. Angelini Frajese, Dei ed eroi di Cesare Pavese, in "Problemi", n. 11-12, 1968.
  • Giorgio Bàrberi Squarotti, in La narrativa italiana del dopoguerra, Bologna, Cappelli, 1968.
  • G. P. Biasin, The Smile of the Gods. A Thematic Study of Cesare Pavese's Works, Ithaca-New York, Cornell Un. Press, 1968.
  • P. Fontana, Il noviziato di Pavese e altri saggi, Milano, Vita e Pensiero, 1968.
  • Furio Jesi, in Letteratura e mito, Torino, Einaudi, 1968.
  • A. M. Mutterle, Lo scacco di Pavese, in "Comunità", n. 153, 1968.
  • G. Venturi, Pavese, La Nuova Italia, Firenze, 1969
  • Elio Gioanola, Cesare Pavese. La poetica dell'essere, Marzorati, Milano, 1971.
  • Armanda Guiducci, Invito alla lettura di Cesare Pavese, Mursia, Milano, 1972
  • Marziano Guglielminetti-G. Zaccaria, Cesare Pavese, Le Monnier, Firenze, 1976
  • D. Thompson, Cesare Pavese, Cambridge, 1982
  • Giuseppe Grasso, Note esegetiche a Cesare Pavese, in Giornale Italiano di Filologia, N. S. XIV [XXXV], 1-2, 15 novembre 1983, Cadmo Editore.
  • M. Rusi, Il tempo-dolore. Per una fenomenologia della percezione temporale in Cesare Pavese, Aldo Francisci Editore, Abano Terme, 1985.
  • T. Wlassics, Pavese falso e vero. Vita, poetica, narrativa, Centro studi piemontesi, Torino, 1985.
  • M. Rusi, Le malvagie analisi. Sulla memoria leopardiana di Cesare Pavese, Longo, Ravenna, 1988.
  • Biografia per immagini: la vita, i libri, le carte, i luoghi, a cura di Franco Vaccaneo, Gribaudo, Torino, 1989.
  • G. Isotti Rosowski, Pavese lettore di Freud. Interpretazione di un tragitto, Sellerio, Palermo, 1989.
  • Franco Lanza, Esperienza letteraria e umana di Cesare Pavese, Mucchi Editore, Modena, 1990, ISBN 88-7000-162-8
  • M. N. Muniz Muniz, Introduzione a Pavese, Laterza, Bari, 1992.
  • Franco Pappalardo La Rosa, Cesare Pavese e il mito dell'adolescenza, Edizioni dell'Orso, Alessandria, 1996
  • Tina Pizzardo, Senza pensarci due volte, Bologna, Il Mulino, 1996 ISBN 88-15-05615-7
  • Vincenzo Arnone, Pavese. Tra l'assurdo e l'assoluto, Edizioni Messaggero, Padova, 1998.
  • Francesco De Napoli, Del mito, del simbolo e d'altro. Cesare Pavese e il suo tempo, Garigliano, Cassino 2000.
  • Jean-Charles Vegliante, « Rythme du vers, rythme de la prose dans quelques pages de Pavese »: Chroniques italiennes, 2001, n°4, p. 103-125.
  • Roberto Gigliucci, Cesare Pavese, Mondadori, Milano, 2001.
  • Elio Gioanola, Cesare Pavese. La realtà, l'altrove, il silenzio, Jaca Book, Milano, 2003.
  • Fabrizio Bandini, Solitudine e malattia in Cesare Pavese, Midgard Editrice, Perugia, 2004.
  • Lorenzo Mondo, Quell'antico ragazzo. Vita di Cesare Pavese, Rizzoli, Milano, 2006.
  • Luisella Mesiano, Il ritratto oscurato di Pavese allegro. Lettura e documenti di un'inedita condizione espressiva, Officina Libraria, Milano, 2009.
  • Donato Sperduto, Maestri futili? Gabriele D'Annunzio, Carlo Levi, Cesare Pavese, Emanuele Severino, Aracne, Roma, 2009.
  • Alberto Cevolini, Pavese mistico, in Belfagor, a. 64, n. 5, 2009.
  • Jacqueline Spaccini, Aveva il viso di pietra scolpita. Cinque saggi sull'opera di Cesare Pavese, Aracne, Roma, 2010 (Premio Speciale Cesare Pavese 2010).
  • Ritorno a Pavese, a cura di Roberto Mosena, EdiLet, Roma, 2010.
  • Gabriella Remigi, Cesare Pavese e la letteratura americana. Una splendida monotonia, Firenze, Olschki, 2012.
  • Donato Sperduto, Armonie lontane, Aracne, Roma, 2013.
  • Beatrice Mencarini, L'inconsolabile. Pavese, il mito e la memoria, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2013.
  • Franco Fucci, Le polizie di Mussolini, la repressione dell'antifascismo nel Ventennio, Milano, Mursia, 1985.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ V. Arnone, Pavese. Tra l'assurdo e l'assoluto, 1998, pp. 11-13.
  2. ^ A. Guiducci, Il mito Pavese, 1967, p. 15.
  3. ^ L'episodio è citato da Francesco De Gregori nella canzone Alice: ...e Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina.
  4. ^ Lettere, 1924-1944, a cura di Lorenzo Mondo, Einaudi, Torino 1966
  5. ^ op. cit., p. 35
  6. ^ Lettera ad Antonio Chiumatto, 12 gennaio 1939, op. cit., p. 171
  7. ^ R. Gigliucci, Cesare Pavese, Bruno Mondadori, Milano 2001, p. 10.
  8. ^ Da "Incontro" in Cesare Pavese, Poesie edite e inedite, Einaudi, Torino 1962, p. 29.
  9. ^ Fucci, Le polizie di Mussolini, op. cit., p. 177
  10. ^ Lettera ad Augusto Monti, 11 settembre, pubbl. in Davide Lajolo, Il "vizio assurdo", Il Saggiatore, Milano 1967.
  11. ^ Davide Lajolo, Il vizio assurdo, Il Saggiatore, Milano 1967, p. 259
  12. ^ Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi, Torino 1952, p. 276 (3 marzo 1944).
  13. ^ Davide Lajolo, op. cit., p. 303.
  14. ^ Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi, Torino 2000, p. 306.
  15. ^ op. cit., p. 384.
  16. ^ op. cit., p. 389.
  17. ^ op. cit., p. 394.
  18. ^ Romilda Bollati, la Pierina di Pavese
  19. ^ Cesare Pavese, Vita attraverso le lettere (a cura di Lorenzo Mondo). Pagine 254-255; Giulio Einaudi editore, 1973.
  20. ^ C. Pavese, Il mestiere di vivere, p. 400.
  21. ^ Quasi la stessa frase scritta da Vladimir Vladimirovič Majakovskij suicida 20 anni prima: «E, per favore, niente pettegolezzi...»
  22. ^ Paloni, Piermassimo, Il giornalismo di Cesare Pavese, Landoni, 1977, p. 11.

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