Pizzo (mafia)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il pizzo, nel gergo della criminalità mafiosa italiana, è una forma di estorsione praticata da Cosa nostra che consiste nel pretendere il versamento di una percentuale o di una parte dell'incasso, dei guadagni o di una quota fissa dei proventi, da parte di esercenti di attività commerciali ed imprenditoriali, in cambio di una supposta "protezione" (termine generale identificativo di tale tipo di estorsione) dell'attività.

Il termine viene utilizzato correntemente nel gergo di Cosa nostra, ma il medesimo concetto viene reso in contesti più generici con il termine protezione.

Etimologia del termine[modifica | modifica wikitesto]

L'utilizzo del termine nel senso criminale di tangente estorta, nasce nell'ultima metà del XIX secolo ed è probabilmente un'espressione giornalistica, riportata nelle cronache del tempo.

In particolare, la parola pizzo viene direttamente dal siciliano “u pizzu” in riferimento al becco degli uccelli. Un antico detto siciliano recitava “vagnari un pizzu”, far bagnare il becco, cioè dare un bicchiere di vino a persona da cui si fosse ricevuto un favore in segno di ringraziamento. Da questa espressione gentile è venuto poi l’uso – ben più sgraziato – di far bagnare il becco, in senso metaforico, cioè il “pizzo”, ai mafiosi, ai danni di commercianti, artigiani e professionisti e tutti gli esercenti di attività economica..

Modalità[modifica | modifica wikitesto]

I soggetti presi di mira costretti al pagamento attraverso intimidazione e minaccia di danni fisici, economici ed anche morali, che vengono effettivamente cagionati in caso di mancato o ritardato pagamento, e che possono, in alcuni casi, arrivare fino all'uccisione dell'imprenditore o di uno dei suoi familiari.

Il fenomeno è ampiamente diffuso, e si calcola che colpisca circa 160.000 imprese con un movimento di più di 10 miliardi di euro. A Palermo l'80% delle attività commerciali o imprenditoriali paga il pizzo.[1] Secondo dati della Fondazione Rocco Chinnici, in Sicilia il pizzo ha un giro d'affari che supera il miliardo di euro, pari cioè a 1,3 punti percentuali del PIL regionale.[2]

Tuttavia a partire dagli anni 2000 si è rafforzato un movimento di lotta al racket, che spesso hanno dato luogo a numerose iniziative, anche di consumo critico. Basti ricordare la nascita del movimento Comitato Addiopizzo, che si batte contro questo fenomeno, oppure le altre associazioni come Federazione Antiracket Italiana, facente parte della rete di Civicrazia, e soprattutto Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Documento della Commissione parlamentare antimafia - sportello scuola e università
  2. ^ Un punto del Pil siciliano perso nel business del pizzo - Repubblica.it » Ricerca

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • A. La Spina (a cura di), I costi dell'illegalità. Mafia ed estorsioni in Sicilia, Il Mulino, Bologna, 2008
  • Antonino Miceli, Io, il fu Nino Miceli. Storia di una ribellione al pizzo la storia, Edizioni Biografiche, Milano, 2007
  • T. Grasso, A. Varano, U'Pizzu. L'Italia del racket e dell'usura, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2002
  • T. Grasso, Ladri di vita. Storie di strozzini e disperati, Baldini e Castoldi, Milano, 1996
  • S. Costantino, A viso aperto: la resistenza antimafiosa di Capo d'Orlando, La Zisa, Palermo, 1993
  • F. Conticello, L'isola che c'è. La Sicilia che si ribella al pizzo, Round Robin editrice, 2008
  • Gabriella De Fina, No al pizzo. Imprenditori siciliani in trincea, Thor editrice, 2008
  • Andrea Vecchio, Ricette di Legalità, Noventacento Edizioni, 2009

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]