Antonino Calderone

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Antonino Calderone (Catania, 24 ottobre 193510 gennaio 2013) è stato un collaboratore di giustizia italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Dal 1962 è stato mafioso, appartenente alla famiglia di Catania, mentre continuava a svolgere la sua attività di imprenditore, principalmente come titolare di una stazione di servizio di carburanti, prima a Giarre e poi a Catania.

Materialmente non è responsabile di omicidi (anche se in qualche modo ha assistito a 7 omicidi come da lui stesso ammesso), cosa che lo rendeva malvisto agli occhi di alcuni membri delle cosche catanesi. Tuttavia il prestigio di cui godeva il fratello Giuseppe, detto Pippo (membro della commissione regionale di Cosa Nostra) gli consentì di essere di fatto un potente boss mafioso e di controllare gli affari catanesi fino al settembre 1978, quando Nitto Santapaola decise di far uccidere Pippo, che si era posto contro i Corleonesi. In seguito all'assassinio del fratello, Antonino fu di fatto estromesso dagli affari della famiglia catanese. Dovette a breve fuggire dall'Italia e andò in Francia dove per qualche anno mise in piedi una piccola attività di lavanderia. Fu arrestato proprio in Francia e nel 1986, nel carcere di Nizza, dopo alcuni mesi di galera, decise di collaborare con la Giustizia e di sottoporre quindi al programma di protezione se stesso e la sua famiglia. Fu tra i più importanti fornitori di informazioni sulla mafia catanese, in particolare sulle relazioni tra i quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa e Santapaola, accusando tra l'altro Tommaso Buscetta e Contorno.

Muore nella località segreta oltreoceano in cui risiedeva da anni sotto falsa identità il 10 gennaio 2013, all'età di 78 anni[1].

La collaborazione con Giovanni Falcone[modifica | modifica wikitesto]

Giovanni Falcone in persona si recò più volte in Francia per ascoltare le clamorose rivelazioni di Calderone che causarono circa 200 arresti, ed ai giornali Calderone, molto colpito dalla personalità e dignità del magistrato, dichiarò "Ho collaborato con Falcone perché è uomo d'onore."[2].

In seguito alle proprie rivelazioni, Calderone abbandonò nell'anonimato l'Italia per sfuggire alla vendetta di Cosa Nostra, ma non mancò di far arrivare un ultimo messaggio, particolarmente significativo, proprio a Falcone:

« Signor giudice, non ho avuto il tempo di dirle addio. Desidero farlo ora. Spero che continuerà la sua lotta contro la mafia con lo spirito di sempre. Ho cercato di darle il mio modesto contributo, senza riserve e senza menzogne. Una volta ancora sono costretto a emigrare e non credo di tornare mai più in Italia. Penso di avere il diritto di rifarmi una vita e in Italia non è possibile. Con la massima stima, Antonino Calderone.[2] »

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Mafia, morto Antonino Calderone fu tra i primi superboss pentiti Repubblica.it
  2. ^ a b Giovanni Falcone, Cose di Cosa Nostra, Milano, Rizzoli, 1991, p. 17.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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