Papello

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Il papello è comunemente noto come un foglio[1] contenente delle indicazioni[2].

Nel giornalismo italiano dei primi anni duemila, il termine fa però riferimento ai tentativi di accordo tra elementi di "Cosa nostra" e pubblici ufficiali dello Stato italiano agli inizi degli anni novanta.

Le vicende di quegli anni, relative agli attentati a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e alle successive bombe del '92 e '93 di Milano, Firenze e Roma, sono state più volte oggetto di indagini che hanno coinvolto diversi personaggi, tra cui Vito Ciancimino, Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Negli anni successivi alcuni pentiti di mafia hanno rilasciato dichiarazioni tali da mettere in dubbio la versione originaria dei fatti, testimoniando il coinvolgimento di pubblici ufficiali dello Stato in una trattativa con Cosa Nostra.

Nel 2009, in relazione a tale vicenda, sono stati ascoltati come testimoni anche i politici Nicola Mancino e Luciano Violante[3].

Secondo le dichiarazioni rilasciate da Massimo Ciancimino (figlio dell'ex-sindaco di Palermo Vito Ciancimino), la trattativa, avviata da Totò Riina e Bernardo Provenzano all'inizio degli anni novanta, sarebbe proseguita almeno fino al 2000, con l'aggiunta della partecipazione dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano[4].

A quanto emerge dai primi risultati dell'indagine avviata nel 2009 (nella quale è stato sentito come testimone anche l'ex-ministro Claudio Martelli) la trattativa avrebbe avuto inizialmente due fasi distinte, prima e dopo le stragi che hanno ucciso Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. In entrambi i casi, emerge un ruolo attivo svolto da Vito Ciancimino.

Indice

L'accordo tra Stato e mafia [modifica]

Nell'estate del 1992, subito dopo l'uccisione del giudice Giovanni Falcone, alcuni colonnelli dei Carabinieri, tra cui Mario Mori [5], colonnello dei ROS, esplicitamente indicato alla fine del foglio[6], avrebbero intentato una trattativa con i vertici di Cosa nostra per fermare l'ondata di attentati. Il documento è stato portato alla luce dal figlio di Vito Ciancimino, Massimo Ciancimino [7].

Il contenuto del "papello" [modifica]

La volontà di Cosa Nostra, allora comandata dallo stesso Riina, passò attraverso le mani di Vito Ciancimino con dodici richieste allo Stato:

  1. Revisione della sentenza del maxi-processo;
  2. Annullamento del decreto legge 41 bis;
  3. Revisione della legge Rognoni-La Torre (reato di associazione mafiosa);
  4. Riforma della legge sui pentiti;
  5. Riconoscimento dei benefici dissociati per i condannati per mafia (come per le Brigate Rosse);
  6. Arresti domiciliari dopo i 70 anni di età;
  7. Chiusura delle super-carceri;
  8. Carcerazione vicino alle case dei familiari;
  9. Nessuna censura sulla posta dei familiari;
  10. Misure di prevenzione e rapporto con i familiari;
  11. Arresto solo in flagranza[8] di reato;
  12. Defiscalizzazione della benzina in Sicilia (come per Aosta) [9][10].

Al primo elenco di richieste, prodotte direttamente da Cosa Nostra, ne venne allegato un altro, con modifiche alle richieste prodotte da Vito Ciancimino, come mostrato dal figlio dell'ex sindaco di Palermo, che ha consegnato ai giudici che si occupano del caso entrambi i manoscritti [11].

Critiche riguardo l'autenticità del documento [modifica]

Il 20 ottobre 2009 l'ex colonnello dei ROS, Mario Mori, attualmente sotto processo da parte del Tribunale di Palermo[12] insieme al colonnello Mauro Obinu (condannato in primo grado a oltre sette anni di reclusione in un procedimento separato per traffico di droga, assieme al generale Ganzer, succeduto a Mori alla guida del ROS[13]) per favoreggiamento alla mafia a causa della mancata cattura, nel 1995, di Bernardo Provenzano, ha dichiarato al tribunale di Palermo che non ci fu nessuna trattativa tra la mafia e lo Stato [14], e in una intervista successiva, Mori ha smentito di aver mai ricevuto dalle mani di Ciancimino, né di nessun altro, il Papello, preannunciando azioni legali in merito [15].

Anche il capitano "Ultimo", ha ritenuto non attendibili le dichiarazioni di Ciancimino sulla collaborazione tra Stato e mafia nella cattura di Riina [16], indicando nel figlio dell'ex sindaco di Palermo un servo di Totò Riina [17].

Voci correlate [modifica]

Note [modifica]

Bibliografia [modifica]