Lingua siciliana

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Siciliano (Siculu, Sicilianu)
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Parlato in: Italia e comunità di emigranti
Regioni:Parlato in: Sicilia e altri 30 comuni
Periodo: {{{periodo}}}
Persone: ~10 milioni
Classifica: non nelle prime 100
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Lingue indoeuropee
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SIL {{{sil2}}}
Estratto in lingua
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo - Art.1
Tutti li òmini nàscinu lìbbiri e li stissi nti la dignitati e nti li diritti. Iddi sunnu addutati di raciuni e di cuscenzia e hannu a travagghiari nzèmmula cu lu spìritu di la fratirnitati.
Il Padre Nostro
Tutti li òmini nàscinu lìbbiri e li stissi nti la dignitati e nti li diritti. Iddi sunnu addutati di raciuni e di cuscenzia e hannu a travagghiari nzèmmula cu lu spìritu di la fratirnitati.
Traslitterazione
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Lingua - Elenco delle lingue - Linguistica
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Distribuzione geografica del Siciliano
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Il siciliano (nome nativo siculu o sicilianu) è una lingua parlata in Sicilia, appartenente alla famiglia delle lingue romanze e classificato nel Gruppo siciliano al pari del salentino e del calabrese centro-meridionale. Ethnologue e molti filologi[senza fonte] descrivono il siciliano come «abbastanza distinto dall'italiano tipico tanto da poter essere considerato un idioma separato».

Il siciliano è correntemente parlato da circa 5 milioni di persone in Sicilia, oltre che da un numero imprecisato di persone emigrate o discendenti da emigrati delle aree geografiche dove il siciliano è madrelingua, in particolare quelle trasferitesi nel corso dei secoli passati negli USA (dove addirittura si è formato il Siculish), in Canada, in Australia, in Argentina, in Belgio, in Germania e nella Francia meridionale.

La lingua siciliana si deve ritenere una Lingua Regionale o minoritaria ai sensi della "Carta Europea delle Lingue Regionali o minoritarie", che all'Art. 1 afferma che per "lingue regionali o minoritarie si intendono le lingue ... che non sono dialetti della lingua ufficiale dello stato". La "Carta Europea delle Lingue Regionali o minoritarie" è stata approvata il il 25 giugno 1992 ed è entrata in vigore il 1 marzo 1998. L'Italia ha firmato tale Carta il 27 giugno 2000 ma non l'ha ancora ratificata.

Indice

[modifica] Rapporto di Ethnologue sulla lingua siciliana

[modifica] Nomi alternativi

I nomi alternativi del siciliano sono: Calabro-Siciliano, Sicilianu, Siculo. Il termine "Calabro-Siciliano" si riferisce al fatto che una forma del siciliano, o un dialetto collegato con il siciliano, è parlata nella parte centrale e meridionale della Calabria. Sicilianu è il nome della lingua in siciliano. Il termine "Siculo" (o siculu) descrive uno dei più grandi gruppi etnici preistorici che occuparono la Sicilia prima dell'arrivo dei Greci nell'VIII secolo a.C. (si veda sotto). Può anche essere usato come aggettivo per qualificarsi o definire le origini di una persona; per esempio: Siculo-Americano (siculu-miricanu) o Siculo-Australiano.

[modifica] I dialetti del siciliano

Come molte lingue anche il siciliano ha i suoi propri dialetti e variazioni:

Siciliano proprio

Oltre al Calabrese bisogna anche aggiungere il cilentano meridionale che si parla principalmente nell'entroterra del Cilento meridionale (Roccagloriosa, Alfano, Rofrano) ed in alcune zone della Basilicata, dal momento che presenta lo stesso sistema pentavocalico della lingua siciliana.
Alcune fonti considerano affini al siciliano anche i dialetti di Cosenza, Crotone e Taranto, che sono di transizione tra il gruppo siciliano (o meridionale estremo) e quello napoletano (o meridionale).

Inoltre ha risentito notevolmente dell'influenza del siciliano il maltese, lingua semitica che è idioma ufficiale di Malta e dell'Unione Europea.

[modifica] Altre osservazioni

Il siciliano è descritto come "vigoroso", anche se la maggior parte dei siciliani è descritta come bilingue. Da notare una influenza forte del francese e dello spagnolo (sottolineata anche in seguito); in genere tale lingua può essere classificata meglio come "Romanzo Meridionale" piuttosto che "Italo-Occidentale".

[modifica] Storia

La ricchezza di influenze della lingua siciliana (greco, latino, arabo, francese, provenzale, tedesco, catalano, spagnolo e naturalmente dall'italiano) deriva dalla posizione geografica dell'isola, la maggiore del Mediterraneo, visitata durante i millenni da molte delle popolazioni mediterranee dai cui idiomi ha ereditato il vocabolario e le forme grammaticali.

[modifica] Parlate indigene della Sicilia

Prima della conquista greca e fenicia, la Sicilia è stata occupata dalle popolazioni autoctone: sicani, elimi e siculi (fra il secondo e il primo millennio a.C.).

L'élimo, lingua parlata dal popolo che occupava la Sicilia sud-occidentale, era probabilmente di ceppo indoeuropeo, più precisamente di tipo anatolico. Lo studio di questa lingua è relativamente recente e risale agli anni sessanta[2]. Non si sa quasi nulla del sicano, lingua del popolo della Sicilia centro-occidentale. Vengono considerate sicane tutte le iscrizioni non indoeuropee rinvenute nell'isola, ma si tratta solo di supposizioni[3]. Per quanto riguarda il siculo, idioma del popolo della Sicilia orientale, è quasi sicuramente una lingua italica, vicina al latino. Non si hanno neanche in questo caso certezze perché probabilmente i documenti conservati sono stati influenzati dalle successive migrazioni di romani. Altre supposizioni, riguardo l'origine del linguaggio dei siculi, vorrebbero quest'ultimo apparentato con il sanscrito.

[modifica] Fenici, greci e romani

Successivamente l'isola fu occupata da fenici (fra decimo ed VIII secolo a.C.) e greci (dall'VIII secolo a.C.). Élimi, sicani e siculi si ritirarono all'interno dell'isola, conservando lingua e tradizioni. Sulle coste occidentali, le colonie parlavano la lingua cartaginese, con la presenza delle città fenicie di Mozia, Lilibeo, Palermo e Solunto. Su quelle orientali, si diffuse invece il greco. Quest'ultima lingua per secoli fu quella della cultura dell'isola, anche dopo la conquista da parte dei romani nel III secolo a.C. In questo periodo, nella zona dello Stretto, si stanziò anche una popolazione italica, i Mamertini, che portarono con sé la propria lingua del ceppo Osco-Umbro affine al Sannita.

L'arrivo del latino intaccò fortemente l'identità linguistica siciliana. Il punico-cartaginese si estinse nel primo periodo dell'Impero romano, le parlate indigene andarono poco a poco scomparendo, il greco sopravvisse ma fu prevalentemente la lingua delle classi povere della città. I ceti urbani più ricchi e la popolazione delle campagne adottarono invece la lingua dei nuovi dominatori, che fu favorita anche dalla cristianizzazione.

[modifica] Influenze

[modifica] Influenza mediterranea e indoeuropea antica

Le influenze più antiche, visibili in siciliano ancora oggi, esibiscono sia gli elementi mediterranei preistorici che gli elementi indoeuropei preistorici ed occasionalmente un punto d'incrocio di entrambi. Si può dire con certezza che rimangono parole preindoeuropee in siciliano di un'origine mediterranea antica, ma non si può essere più precisi di così[senza fonte]. Si può talvolta ritenere che una certa parola abbia derivazione preistorica, ma non è sempre certo se i siciliani l'abbiano ereditata direttamente dalle popolazioni autoctone o se il termine sia arrivato per un'altra via.

Le parole con una derivazione mediterranea preistorica si riferiscono spesso alle piante della regione mediterranea o ad altre caratteristiche naturali.

  • alastra - generica di alcune specie di leguminose spinose
  • ammarrari - costruire un canale, un passaggio e simile; fermare, bloccare, ad esempio una corrente d'acqua
  • calancuni - onda alta e impetuosa di fiume o di torrente in piena
  • racioppu - raspollo, da tema mediterraneo rak
  • timpa - poggetto, balza (ma notate greco týmba, tumolo, latino tumba e tumulus, da cui anche catalano timba, dirupo).

Ci sono inoltre parole siciliane con un'origine indoeuropea antica che non sembrano derivare dai gruppi di lingue principali connesse normalmente con il siciliano, cioè si sospetta che siano passate al siciliano da una fonte indoeuropea molto antica. Il Siculo è una fonte possibile come fonte di tali parole, ma esiste inoltre la possibilità di un punto d'incrocio fra le parole mediterranee antiche e le forme indoeuropee introdotte. Alcuni esempi delle parole siciliane con un'origine indoeuropea antica:

  • dudda - mora; come indoeuropeo roudho, gallese rhudd, serbo rūd, lituano rauda significando il colore "rosa"; Romeno "dudă"
  • scrozzu - infermiccio, venuto su a stento, imbozzacchito; come lituano su-skurdes arrestato nella sua crescita.
  • sfunnacata - moltitudine, indoeuropeo und/Fund acqua

[modifica] Influenza greca

L'influenza greca rimane fortemente visibile. Per una parola di origine greca non è facile capire a partire da quale periodo greco i siciliani iniziarono ad usarla (se in occupazione pre-romana o in periodo bizantino) o, ancora, se la stessa parola non sia arrivata in Sicilia per vie diverse. Ad esempio, per quando i romani avevano occupato la Sicilia nel III secolo a.C., la lingua latina aveva già preso in prestito diverse parole dalla lingua greca.

Le seguenti parole siciliane sono di origine greca (sono inclusi alcuni esempi dove è poco chiara se la parola derivi direttamente dal greco o attraverso il latino):

  • appizzari - appendere/attaccare (da (eks)èpeson)
  • babbaluci - lumaca (da boubalàkion)
  • babbiari - scherzare (da babazo, da cui abbiamo: babbazzu e babbu - stupido; ma notate latino babulus e spagnolo babieca, da baba, e anche bobo, stupido, dal latino balbus, balbuziente)
  • bucali - boccale (da baukalion)
  • bùmmulu - piccola brocca per l'acqua (da bombule; ma latino bombyla)
  • càntaru - tazza (da kantharos)
  • cantunèra - angolo (da kanduni)
  • cartedda - grande cesta intessuta di canne o altro materiale legnoso (da kartallos; ma latino cratellum)
  • carusu - ragazzo (da kouros; ma latino carus - caro, sanscrito caruh - amabile)
  • casèntaru - lombrico (da gâs ènteron)
  • cirasa - ciliegia (da kerasos; ma latino cerasum, e spagnolo cereza)
  • ciciulìu - dolce pasquale di forma circolare (da kyclos)
  • cona - icona (da eikona; ma latino icona)
  • cacòcciuli - carciofi
  • crastu - montone (da kràstos)
  • cuddura - pane di forma circolare (da kollyra; ma latino collyra)
  • grasta o rasta - vaso per piantarvi fiori (da gastra; ma latino gastra)
  • liccu - ghiotto (da liknos).
  • naca - culla (da nake)
  • nicu - piccolo (da nicròs o micròs)
  • ntamari - sbalordire (da thambeo)
  • pistiari - mangiare (da esthìō)
  • piricòcu - albicocco (da praicòcchion)
  • pitrusinu - prezzemolo (da petroselinon)
  • timogna - cumulo di grano (da themoonia)
  • tuppiàri o tuppuliari - bussare (da typtō).

Il termine partuallu - arancia (da alcuni considerato derivante dal greco portokali) è invece di derivazione araba ("burtuqall").

[modifica] Influenza araba

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Lingua siculo-araba.

Nel 535, l'imperatore Giustiniano I di Bisanzio fece diventare la Sicilia una provincia dell'impero bizantino e, per la seconda volta nella storia siciliana, la lingua greca risuonava forte attraverso l'isola. Mentre il potere dell'impero di Bisanzio iniziava a diminuire, la Sicilia venne conquistata progressivamente dai Saraceni dell'Africa del nord, dalla metà del IX secolo alla metà del X secolo. Durante il periodo di governo degli emiri arabi la Sicilia poté godere di un periodo di continua prosperità economica e di una viva vita culturale e intellettuale. L'influenza araba si trova in circa 300 parole siciliane di notevole importanza, la maggior parte delle quali si riferiscono all'agricoltura e alle attività relative. Ciò è comprensibile perché i saraceni introdussero in Sicilia un sistema di irrigazione moderno e nuove specie di piante agricole, che rimangono tutt'oggi endemiche nell'isola.

Alcune parole di origine araba (incluse quelle dubbie):

  • bagghiu - cortile (da bahah).
  • balata - pietra o per estensione tomba (da balat, pietra)
  • burnia o brunìa - giarra (da burniya; ma latino hirnea)
  • capu-rrais - capo, capobanda (da raʾīs; capo)
  • cafìsu - misura per l'acqua (e, soprattutto, per l'olio) (da qafīz, in realtà misura per aridi)
  • carrubba - frutto del carrubo (da harrub)
  • cassata - una torta tipica siciliana, con ricotta (da qashata; ma latino caseata – qualcosa fatta di formaggio; spagnolo quesada o quesadilla)
  • dammusu - soffitto (dal verbo dammūs, "cavità, caverna")
  • favara - sorgente d'acqua (da fàra rigoglio e gorgoglio che emette l'acqua che sgorga dalla fonte)
  • jarrùsu - giovane effeminato (da arùsa, sposa)
  • gebbia - vasca di conservazione dell’acqua utilizzata per l’irrigazione (da già-bìa)
  • giuggiulena - seme di sesamo (da giulgiulan)
  • limbìccu - moccio (da al-ambiq)
  • maìdda - recipiente in legno usato per impastare la farina (da màida mensa)
  • mischinu - poverino, meschino (uso letterario, arcaico o regionale) (dall'arabo miskīn, cfr. spagn. mezquino, sardo mischinu)
  • saia - canale (da sāqiya, irrigatrice, cfr. spagn. acequia)
  • sciàbaca o sciabachèju - rete da pesca (da sabaka)
  • tabbutu - bara (da tābūt, cfr. spagn. ataud)
  • taliàri - guardare, osservare (da ṭalaʿa´; spagnolo atalaya, torre, altura, e atalayar, registrare il campo da una torre o altura, osservare, spiare, dall'arabo ispanico attaláya´)
  • tannùra - cucina in muratura (da tannur, forno)
  • tùminu - tomolo (misura agraria) (da tumn)
  • vaddara - ernia (da adara)
  • zabbara - agave (da sabbara)
  • zaffarana - zafferano (da zaʿfarān e questi dal persiano; spagnolo azafrán, dall'arabo ispanico azza´farán)
  • zagara - fiore dell'arancio (da zahr, fiore; spagnolo azahar, dall'arabo ispanico azzahár)
  • zaccànu - recinto per le bestie (da sakan)
  • zammù - anice (da zammut)
  • zibbibbu - tipo di uva a grossi chicchi (da zabīb, "uva passita") da cui deriva il vino
  • zìrru - recipiente (da zir)
  • zuccu - tronco dell'albero (da sūq; ma aragonese soccu e spagnolo zoquete, quest'ultimo forse dal celtico tsucca)

Numerosi sono anche i toponimi arabi:

  • Alcàntara deriva da al-qantar (il ponte, identico toponimo si registra in Spagna)
  • Calascibetta, Calatabiano, Calatafimi, Caltagirone, Caltanissetta, Caltavuturo, derivano da qalʿa (cittadella, fortificazione)
  • Marsala, Marzamemi da marsa (porto)
  • Mongibello, Gibellina, Gibilmanna, Gibilrossa da gebel (monte)
  • Racalmuto, Regalbuto, Ragalna, Regaleali da rahl (luogo di soggiorno, quartiere)

Nonché, forse, alcuni cognomi:

  • Fragalà - "gioia di Allah"
  • Vadalà, Badalà - "servo di Allah"
  • Zappalà - "forte in Allah"

[modifica] Sviluppo linguistico dal medioevo

Verso l'anno 1000 tutta l'Italia meridionale, compresa la Sicilia, era una miscela complessa di piccoli stati, di lingue, religioni e origini etniche. Tutta la Sicilia era dominata dai Saraceni, tranne la parte nord-orientale, che era principalmente greca e cristiana. L'estremo sud della penisola italiana faceva parte dell'Impero bizantino e vi si parlava principalmente il greco, anche se molte comunità godevano di una certa indipendenza da Constantinopoli. Il principato di Salerno era lombardo. I lombardi (o langobardi) inoltre avevano cominciato a trasformare alcuni dei territori bizantini ed erano riusciti a stabilire alcune città-stati indipendenti. Era in questo contesto che i normanni entravano nella storia dell'Italia meridionale in numero sempre crescente durante la prima metà del XI secolo.

[modifica] Influenza franco-normanna

Quando i due condottieri normanni più famosi dell'Italia meridionale, Ruggero I di Sicilia e suo fratello, Roberto il Guiscardo, iniziarono la conquista della Sicilia nel 1061, controllavano già l'estremo sud dell'Italia (la Puglia e la Calabria). A Ruggero sarebbero stati necessari altri 30 anni per completare la conquista della Sicilia (Roberto morì nel 1085). Durante questo periodo, la Sicilia si latinizzò e cristianizzò per la seconda volta. Un gran numero di parole normanne vennero assorbite dalla lingua siciliana, per esempio:

  • accattari - comprare (dal normanno acater, francese moderno acheter )
  • accia - sedano (da ache). Più probabilmente dal latino "accium"
  • ammintuari o muntuari - accennare, nominare (dal normanno mentevoir')
  • armuarru o armaru - armadio (da armoire)
  • appujari - appoggiare (da appuyer)
  • bucceri (vucceri) - macellaio (da bouchier)
  • buatta - latta, barattolo (da boîte)
  • custureri - sarto (da coustrier, francese moderno coutourier)
  • nzajari - provare (da essayer)
  • firranti - grigio (da ferrant)
  • fuoddi - pazzo (da fol)
  • giugnettu - luglio (da juignet)
  • ladiu o lariu - brutto (da laid)
  • largasìa - generosità (da largesse)
  • magasè - magazzino (da magasin)
  • mustàzzi - baffi (da moustache)
  • perciàri/pirciàri - bucare
  • puseri - pollice (da poucier)
  • racìna - uva (da raisin)
  • raggia - rabbia (da rage)
  • rua - via (da rue)
  • testa - testa (da teste)
  • travagghiari - lavorare (da travaller, francese moderno travailler, ma in spagnolo trabajar dal latino. tripaliāre, de tripalĭum)
  • trippari o truppiccari - inciampare (dal normanno triper; ma anche provenzale trepar)
  • tummari o attummuliari - cadere (da tomber)

I seguenti avvenimenti, durante o subito dopo la conquista normanna, sono stati determinanti nella formazione della lingua siciliana:

  • I normanni hanno portato con loro non soltanto i propri parenti francofoni (anche se è probabile che il loro numero fosse esiguo), ma anche i soldati di ventura dall'Italia meridionale, soprattutto di origine lombarda (con il loro idioma gallo-italico) ed altri italiani dalla Campania. Questi ultimi avrebbero importato in Sicilia il latino vulgare, una lingua non molto diversa da quelle parlate nell'Italia centrale.
  • La guerra di conquista, durata trent'anni, e la restaurazione della chiesa cristiana provocarono la cacciata dei Saraceni dalle zone centrali della Sicilia: molti di loro ripararono nell'Africa settentrionale.
  • Il ripopolamento, specialmente con cristiani dal continente europeo, fu promosso da Ruggero I. Le zone occidentali della Sicilia furono pertanto colonizzate da immigrati dell'Italia Meridionale. Le zone orientali-centrali della Sicilia furono ripopolate invece da coloni lombardi o liguri che importarono la propria lingua gallo-italica. Dopo la morte di Ruggero I e sotto la reggenza di Adelaide (lei stessa proveniente dall'Italia del nord) durante la minore età di suo figlio, Ruggero II, il processo di colonizzazione lombarda fu intensificato.

Questi i fattori principali che concorsero allo sviluppo della lingua siciliana come la conosciamo oggi. La variante campana del latino vulgare era simile al latino vulgare del centro-Italia (e quindi, implicitamente, abbastanza simile al latino vulgare della Toscana alla base dell'Italiano, lingua franca, unificatrice e, dal 1861, ufficiale in tutta l'Italia). Questo substrato linguistico campano fu contaminato da molte componenti linguistiche galliche presenti in Sicilia (normanna, francese e longobarda). La nuova lingua, evolvendosi, sostituì diverse parole arabe e greche, ma centinaia di queste parole sono rimaste nel vocabolario della nuova lingua romanzesca.

[modifica] Altre influenze galliche

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Dialetto gallo-italico di Sicilia.

L'influenza lombarda ci interessa particolarmente. Anche oggi, ritroviamo i cosiddetti dialetti galloitalici nelle zone dove l'immigrazione longobarda fu più consistente, vale a dire a San Fratello, Novara di Sicilia, Nicosia, Sperlinga, Valguarnera Caropepe, Aidone e Piazza Armerina. Il dialetto galloitalico non è sopravvissuto in altre colonie importanti lombarde, come Randazzo, Bronte e Paternò (anche se ha influenzato il vernacolo siciliano locale). L'influenza lombarda inoltre si ritrova nelle seguenti parole della lingua siciliana comuni a tutti i dialetti:

  • soggiru - suocero (da suoxer - latino socer)
  • cugnatu - cognato (da cognau - latino cognatum)
  • figghiozzu - figlioccio (da figlioz - latino filiolum)
  • orbu - cieco (da orb - latino orbum)
  • arricintari - risciacquare (da rexentar, notare insubre resentà)
  • unni - dove (da ond - latino unde)
  • i nomi dei giorni della settimana:
    • lunniri - lunedì (da lunes)
    • martiri – martedì (da martes)
    • mercuri - mercoledì (da mèrcor)
    • joviri - giovedì (da juovia)
    • venniri - venerdì (da vènner)

Un'altra influenza gallica, quella del provenzale antico, ha tre possibili cause.

  1. come detto precedentemente, il numero di normanni in Sicilia (provenienti dalla Normandia vera e propria) è difficile da definire, ma non fu mai superiore a 5.000 persone. A questi si aggiungono i soldati di ventura dall'Italia meridionale, ma è inoltre possibile che quest'ultimi siano nati in regioni ancora più lontane, come la Francia meridionale. Durante i primi anni dell'occupazione della parte nord-orientale della Sicilia, i Normanni costruirono una cittadella a San Fratello. Ancora oggi (ma sempre meno) a San Fratello si parla un dialetto siculo-gallico influenzato chiaramente del vecchio provençal, che porta a dedurre che un numero significativo di soldati chiamati a difendere la cittadella proveniva dalla Provenza. In realtà, ciò può spiegare il dialetto parlato soltanto a San Fratello, ma non spiega del tutto l'importazione di molte parole provenzali nella lingua siciliana. Su questo punto si possono formulare altre due ipotesi.
  2. alcune parole del provençal potrebbero essere entrate a far parte del Siciliano durante il regno della regina Margherita fra il 1166 e il 1171 quando suo figlio, Guglielmo II di Sicilia fu incoronato all'età di 12 anni. I consiglieri più vicini della regina provenivano dal sud della Francia e molte parole del provençal si sono aggiunte alla lingua durante questo periodo.
  3. la scuola siciliana poetica (discussa sotto) è stata influenzata fortemente della tradizione provenzale dei trovatori (troubadours). Questo elemento è una parte importante della cultura siciliana: per esempio, la tradizione delle marionette siciliane (l'òpira dî pupi) e la tradizione dei cantastorii . Non c'è dubbio che i trovatori provenzali erano attivi durante il regno di Federico II del Sacro Romano Impero e che alcune parole del provençal siano state assimilate nella lingua siciliana in questo modo. Alcuni esempi di parole siciliane derivate dal provençal:
    • addumari – accendere (da allumar; notare sardo logudorese allumare)
    • aggrifari – rapinare (da grifar)
    • banna - lato, posto (da banda)
    • burgisi – cittadini, proprietario (da borges)
    • lascu - sparso, sottile, raro (da lasc)
    • lavanca - precipizio (da lavanca)
    • paru - uguale (da paratge)

[modifica] Influenza delle lingue iberiche

L'influenza delle lingue iberiche (aragonese e catalano prima, castigliano poi) è, probabilmente, la più importante e la più evidente. Agisce su tutti gli aspetti linguistici, dal lessico (che è quello più facilmente influenzabile) alla grammatica e alla sintassi. Per esempio, sono peculiari del siciliano le terminazioni verbali dell'imperfetto (-ìa, come in dicìa, facìa) e del condizionale (-ìa, es.: dirìa, farìa). Riguardo a quest'ultimo, il siciliano ha ereditato dalle lingue iberiche l'uso di sostituire il condizionale dell'apòdosi nel periodo ipotetico, sia di secondo che di terzo tipo (nel castigliano solo in quello di terzo tipo), col congiuntivo passato o trapassato (es.: "Si me hubiera llamado, no hubiera ido" in castigliano; "Si m'avissiru chiamatu, nun cc'avissi jutu" in siciliano). Un'altra regola grammaticale di derivazione iberica è quella dell'uso nel complemento oggetto della preposizione "a" con nomi propri o comuni di persone (es.: "Esperamos a tu hermano" o "Llamamos al doctor" in castigliano; "Aspittamu a tò frati" o "Chiamamu ô dutturi" in siciliano). Queste costruzioni sintattiche molte volte vengono scambiate per delle inesattezze dovute all'ignoranza e al paragone con la lingua italiana.

Ancora dal castigliano, derivano numerose perifrastiche; un esempio è la costruzione "havi" + complemento di tempo + "ca" + verbo (es.: "Havi dui anni ca nun niscèmu nzèmmula" in siciliano; "Hace dos años que no salimos juntos" in castigliano); per non parlare della tipicissima costruzione del verbo "aviri" + "a" + infinito (es.: "Tengo que ir" in castigliano; "Haju a jiri" in siciliano) anche se il siciliano l'ha fatta "propria" cambiando la preposizione. Infine, sopravvivono degli autentici "relitti" linguistici, come l'esclamazione "Vàja!" che, anche se estranea alle strutture esistenti della lingua, viene utilizzata comunemente. L'influenza che la lingua castigliana ebbe sul siciliano nei secoli passati è probabilmente riscontrabile nella cosiddetta metafonesi di alcune parlate dell'isola:

Siciliano -> Castigliano (spagnolo) -> Italiano

tiempu -> tiempo -> tempo
vientu -> viento -> vento
(Dittongazione della e tonica breve latina)

così come della palatalizzazione e perdita dei gruppi latini pl-, cl-

chianu --> llano --> piano
chiavi --> llave --> chiave
chiamari --> llamar --> chiamare

[modifica] Prestiti dal catalano

È interessante notare come dal catalano il siciliano abbia ereditato il verbo "dunari" ("donar" appunto in catalano; "dare" in italiano) e come la sua coniugazione si sia 'fusa' con quella dell'analogo termine italiano (es.: "dugnu, duni, duna, etc...", presente indicativo; "dunava, dunavi, dunava,etc...", imperfetto indicativo; ma "detti, dunò, etc..." passato remoto). Inoltre, la formazione di alcune parole derivanti dal latino è praticamente identica tra i due idiomi, alcuni dialetti ripropongono la scrittura della "e" atona originaria come "a" (es.: "asempiu", "alittronica") e non è da escludere che il pronome relativo e congiunzione "ca" sia un prestito derivante dalla "que" catalana, in cui la "e" si pronuncia come vocale neutra (nel dialetto mallorquino tendente più alla vocale "a").

  • abbuccari - cadere, capovolgere, inclinare (da abocar, "capovolgere", "versare")
  • accabbari - concludere, finire (da acabar presente sia in catalano che in castigliano)
  • acciaffari - schiacciare (da aixafar)
  • accupari - soffocare (da acubar)
  • addunarisi - accorgersi (da adonar-se)
  • affruntàrisi - vergognarsi (da afrontar-se, "confrontarsi")
  • anciova - acciuga (da anxova)
  • arricugghìrisi - rientrare, ritirarsi (da recollir-se)
  • arriminari - mescolare (da remenar)
  • banna in forme composte come ddabbanna, ccabbanna - di là, di qua (da banda nel significato di "parte", sia in catalano che in provenzale)
  • capuliari - tritare (da capolar, presente sia in catalano che in castigliano)
  • cascia - cassa (da caixa)
  • fastuchi - pistacchi (da festuc)
  • muccaturi - fazzoletto (catalano: mocador; voce presente anche in spagnolo, ma molto meno usata)
  • nzirtari - indovinare (da encertar)
  • priàrisi - rallegrarsi (da prear-se)
  • sgarrari - sbagliare (da esguerrar)
  • stricari - strofinare (da estregar)

[modifica] Prestiti dal castigliano

  • accurdàrisi - accontentarsi, accordarsi (da acordar)
  • ajeri - ieri (da ayer)
  • arrivintari - ansimare (da reventar)
  • asciari - ritrovare (da hallar, in portoghese achar)
  • assira - ieri sera (da anoche)
  • attrassari - ritardare (da atrasar)
  • basca - malessere (da basca, "nausea")
  • capezza - testa dura (da cabeza)
  • criàta - serva (da criada)
  • cucchiara - cucchiaio (da cuchara)
  • currìa - cinghia (da correa)
  • curtigghiu - cortile (da cortijo) / pettegolezzo (da cotilleo)
  • dimmura - ritardo (da demora)
  • firraru - fabbro (da herrero)
  • ghicari o agghicari - arrivare (da llegar)
  • isari - alzare (da izar)
  • làstima - lamento, fastidio (da lástima)
  • liscìa - lisciva, ridarella (da lejía)
  • manta - coperta (da manta)
  • mpanata - impanata (piatto rustico ragusano e siracusano) (da empanada)
  • mpanatigghi - impanatelle (dolce tipico modicano) (da empanadillas)
  • nzajari - provare (da ensayar)
  • ntonzi - allora (da entonces)
  • scupetta - fucile (da escopeta)
  • paraccua - ombrello (da paraguas)
  • palumma - colomba (da paloma)
  • percia - gruccia (da percha)
  • pignata - pentola (da piñata)
  • punzeddu - pennello (da pincel)
  • sartania - padella (da sartén. Voce siracusana)
  • simana - settimana (da semana)
  • struppiarisi - farsi male, rompersi (da estropear, "guastare")
  • taccia - chiodo (da tacha)
  • vàia! o avàia - ma và! (da ¡vaya!)
  • zotta - frusta (da azote)
  • zita - fidanzata (probabilm. da cita, "appuntamento")

[modifica] Esempio della lingua scritta

[modifica] Lu Patri Nostru

Siciliano
(Sicilia)
Calabrese
(Calabria centro-meridionale)
Leccese
(Puglia meridionale)
Brindisino
(Puglia meridionale)
Patri nostru, ca siti nti lu celu, Patri nostru chi siti ntô celu Sire nesciu ca stai an cielu Tata nueštru, ca štai an cielu
Santificatu sia lu vostru nomu, Sia santificatu u nomi vostru Cu'bbessa santificatu lu nume tou Cu 'ssia santificatu lu nomi tua,
Vinissi prestu lu vostru regnu, 'Mu veni prestu u regnu vostru Cu'bbegna 'mprima lu regnu tou Cu 'vveni lu regnu tua
Sempri sia faciuta la vostra Divina Vuluntati Sia sempi fatta a Volontà Vostra Cu'bbessa sempre fatta la Vuluntate toa Cu 'vveni fatta sempri la vuluntà tua
Accuddì n celu accussì n terra. Comu ntô celu accusì ntâ terra Comu an cielu cussì an terra Comu an cielu cussì an terra
Dàtannillu a sta jurnata lu panuzzu cutiddianu Dàtindi oji u pani quotidianu Dànnilu osce lu pane quotidianu nesciu Tanni osci lu pani nueštru quotidianu
E pirdunàtini li nostri piccati E perdunatindi i nostri peccati E perdunanni li peccati nesci E pirdunini li peccati nueštri
Accussì comu nuatri li rimintemu ê nimici nostri   Accusì comu nui î rimentimu ê nemici nostri Cussì comu nui li rimentimu a li nemici nesci   Cussì comu nui li rimittimu alli nimici nueštri
E nun ni lassati cascari ntâ tintazzioni, E non ndi dassàti u cadimu ntâ tentazzioni   E nu' lassare cu cadimu 'n tentazzione E no ni lassà cu catimu an tintazzioni
ma scanzàtini dû mali. ma libberàndi dû mali. ma 'lléandenni te lu male. ma libbirini ti lu mali
Amen. Amen. Amen. Amen.

[modifica] Estratto di Antonio Veneziano

[modifica] Celia, Lib. 2

(~1575 - 1580)

Siciliano Italiano
Non è xhiamma ordinaria, no, la mia Non è fiamma ordinaria, non la mia
è xhiamma chi sul'iu tegnu e rizettu, è una fiamma che sol'io tengo e rassetto,
xhiamma pura e celesti, ch'ardi 'n mia; una fiamma pura e celeste che arde in me;  
per gran misteriu e cu stupendu effettu.   per gran mistero e con stupendo effetto.
Amuri, 'ntentu a fari idulatria, Amore, intento a fare idolatria,
s'ha novamenti sazerdoti elettu; si è nuovamente a sacerdote eletto;
tu, sculpita 'ntra st'alma, sì la dia; tu, scolpita dentro quest'anima, sei la dea;
sacrifiziu lu cori, ara stu pettu. il mio cuore è il sacrificio, il mio petto è l'altare.

[modifica] Estratto di Giovanni Meli

[modifica] Don Chisciotti e Sanciu Panza (Cantu quintu)

(~1790)

Siciliano Italiano
Stracanciatu di notti soli jiri; travestito di notte suole andare
S'ammuccia ntra purtuni e cantuneri; Si nasconde fra portoni e angoli di strade
cu vacabunni ci mustra piaciri; con i vagabondi gli fa piacere stare;
poi lu so sbiu sunnu li sumeri ; poi il suo svago sono i somari
li pruteggi e li pigghia a ben vuliri, ; li protegge e li prende a ben volere
li tratta pri parenti e amici veri; li tratta da parenti ed amici veri
siccomu ancura è n'amicu viraci poiché è ancora un amico verace
di li bizzari, capricciusi e audaci. di quelli bizzarri, capricciosi e audaci.

[modifica] Estratto di Eco della Sicilia - Francesco Paolo Frontini

[modifica] Ciuri, ciuri

Ciuri, Ciuri, ciuri di tuttu l'annu
Lu meli siti e lu pani cci abbagnu.

(~1883)

Siciliano Italiano
Ciuri di paparina! Fiore di paparina!
Moru di sonnu pri na signurina. Non dormo mai per una signorina.
Ciuri di camumidda! Fiore di camomilla!
Astanotti mi nzunnai d'amari a Pidda. Stanotte mi sognai d'amare Pilla.
Ciuri di chistu ciuri! Fiore di questo fiore!
Ti l'haju pirchì si lu primu amuri. Io l'ho con te perché sei'l primo amore.
Ciuriddu di granatu! Fioretto di granato!
Cu campa senza mugghieri è scunzulatu. Chi vive senza sposa è sconsolato.
Ciuriddu di patata! Fioretto di patata!
Quantu beni cci vogghiu a na criata. Voglio un gran bene a una servetta amata.
Ciuri di tuttu l'annu! Fiore di tutto l'anno!
Lu meli siti e lu pani cci abbagnu. Voi siete il miele dove'l pane io bagno.

[modifica] Estratto di Nino Martoglio

[modifica] Briscula 'n Cumpagni

(~1900)

Siciliano Italiano
—Càrricu, mancu? Cca cc'è 'n sei di spati!...   —Nemmeno un carico? Qui c'è un sei di spade!...
—E chi schifiu è, di sta manera? —Ma che schifo, in questo modo?
—Don Peppi Nnappa, d'accussì jucati? —Signor Peppe Nappa[4], ma giocate così?
—Misseri e sceccu ccu tutta 'a tistera, —Messere e asino con tutti i finimenti,
comu vi l'haju a diri, a vastunati, come ve lo devo dire, forse a bastonate,
ca mancu haju sali di salera! che non ho nemmeno il sale per la saliera!

[modifica] Stato attuale della lingua

Pur essendoci milioni di persone che lo parlano, buona parte dei quali madrelingua, e pur essendo stata elencata dall'UNESCO tra le lingue europee non a rischio di estinzione, né immediato né futuribile, il siciliano non viene insegnato nelle scuole, non viene utilizzato come lingua ufficiale nemmeno in Sicilia e viene utilizzato nella vita pubblica, però affiancato spesso dall'Italiano regionale di Sicilia, che può essere considerato una via di mezzo tra la lingua siciliana e quella italiana.

L'uso del siciliano è altresì molto diffuso sia come lingua familiare che come lingua conviviale tra persone in stretta relazione, e presenta una produzione letteraria piuttosto viva, soprattutto nel campo della poesia.

[modifica] Frasi Base

  • Se = Sì
  • No = No
  • Assabinidica, Assabbinirica, Sabbinirica, Ciau! = Ciao!, Salve!
  • Ni videmu = Ci vediamo!
  • Salutamu! = Arrivederci!
  • A biatu! = A presto!
  • Grazzî assai! = Tante grazie!
  • Bon jornu = Buongiorno!
  • Bona sira = Buonasera!
  • Bona nutti = Buonanotte!
  • Pì faùri = Per favore!
  • Pì piaciri = Per piacere!
  • Mi scusassi = Mi scusi
  • Accura! = Attenzione!
  • Sta' accura! = Fa' attenzione!
  • Sapìddu... = Chissà...
  • M'ha a scusari = Mi deve/devi scusare
  • Vulissi nu cafè = Vorrei un caffè
  • Vulissi nu cannolu câ ricotta = Vorrei un cannolo con la ricotta
  • Li bagni unni sunnu? = Dove sono i bagni?
  • D'unni s'ha a pigghiari pì jiri â stazzioni? = Per dove si deve prendere per arrivare alla stazione?
  • La frimmata di l'autubussu unn'è? = Dov'è la fermata degli autobus?
  • Risturanti ccà a firriari tunnu cci nn'è? = Ci sono ristoranti qui intorno?
  • Cci sunnu risturanti ammeri ccà? = Ci sono ristoranti qui vicino?
  • Lu malu tempu e lu bonu tempu nun addùranu tuttu lu tempu = Il cattivo ed il buon tempo non durano tutto il tempo
  • Scusassi, pì Cursu Sicilia d'unni è ca haju a pigghiari? = Scusi, per Corso Sicilia che direzione devo prendere?
  • P'asciari nu vucceri ca havi carni di cavaddu ammeri unn'haju a jiri? = Verso dove devo andare per trovare un macellaio che abbia carne di cavallo?
  • Mali nun fari, scantu nun aviri! = Male non fare, paura non avere!
  • Si na cammuria! = Sei uno scocciatore!

[modifica] Saluto di riverenza

  • Ssabinidica o Assabinidica = Ella mi benedica, da vossia (mi) benedica
    • si risponde con Santu (Santo) ,Binidittu (Benedetto), santu e riccu nzinu a Pasqua (Santo e ricco fino a Pasqua), Santu, riccu, e ccu bonu distinu (Santo, ricco e con buona fortuna), oppure con Binidittu Iddu (Dio)
      • Vossia s' abbinirica = "Vostra signoria sia benedetta"
        • Voscenza s' abbinirica = "Vostra scienza sia benedetta"

[modifica] Assonanza

  • forte l'assonanza con l'espressione usata dai Siciliani musulmani (Siqilli) all'epoca dell'Emirato di Sicilia "As-Salam alaikum

[modifica] Film girati in siciliano

[modifica] Bibliografia

  • 1873 - Francesco Zambrini, Giosuè Carducci, Il Propugnatore.
  • 1875 - Giusppe Pitrè, Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane".
  • 2007 - Pino Zaccaria, Il medioevo della mia infanzia. Uno spaccato di vita degli anni '50/'60.

[modifica] Dizionari

[modifica] Note

  1. ^ Giovan Battista Pellegrini, La Carta dei Dialetti d'Italia, Pisa: Pacini editore, 1977.
  2. ^ R. Ambrosini. Italica o anatolica la lingua dei graffiti di Segesta?. «Studi e saggi linguistici», VIII, 1968, pp 160-172.
  3. ^ U. Schmoll. Die vorgriechischen Sprachen Siziliens. Wiesbaden, 1958.
  4. ^ Peppe Nappa è una maschera della Commedia dell'arte, come Pulcinella o Arlecchino.

[modifica] Bibliografia

  • Pitrè, Giuseppe (1875) Grammatica Siciliana, Edizioni Clio.
  • Alberto Varvaro. Profilo di storia linguistica della Sicilia. Palermo, Flaccovio, 1979.
  • Hull, Dr Geoffrey (1989) Polyglot Italy: Languages, Dialects, Peoples, CIS Educational, Melbourne.
  • Camilleri, Salvatore (1998) Vocabolario Italiano Siciliano, Edizioni Greco, Catania.
  • Ruffino, Giovanni (2001) Sicilia, Editori Laterza, Bari.
  • Bonner, J K (2001) Introduction to Sicilian Grammar, Legas, New York.
  • Camilleri, Salvatore (2002) Grammatica Siciliana, Boemi Editore, Catania
  • Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani (1977-2002) Vocabolario Siciliano, 5 volumi a cura di Giorgio Piccitto, Catania-Palermo.
  • Cipolla, Prof. Gaetano, "U sicilianu è na lingua o un dialettu? / Is Sicilian a Language" in Arba Sicula Volume XXV, 2004 (bilinguali: siciliano e inglese).
  • Giarrizzo, Salvatore, Dizionario Etimologico Siciliano, Herbita Editrice, Palermo.

[modifica] Voci correlate

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