Dialetto lucchese

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Il Dialetto Lucchese è un dialetto toscano ed è la parlata popolare tipica della provincia di Lucca[1].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Toponomastica[modifica | modifica wikitesto]

In alcuni toponimi della lucchesia soprattutto nord occidentale si trovano[2]:

  • Tracce etrusche. Le tracce sono giustificate dai ritrovamenti archeologici e si ritrovano in toponimi come Biècina, Bientina e Càscina e da un insolito accento di base latina e di antica formazione come Marlia (da Villa Marilia), Còcciglia (da Villa Coccilia). L’impronta etrusca sarebbe costituita dall’accento sulla prima sillaba, diverso da quello latino e documentato da toponimi come Terèglio.
  • Tracce liguri. Le sole tracce ipotizzabili sono costituite da alcuni suffissi che fanno riferimento all’area anticamente ligure. Degli esempi sono –ucco, –occo, -acco rintracciabili soprattutto nei cognomi (ad esempio Fanucchi) e il suffisso, tipicamente ligure, –asco/a che ricorre, seppur con qualche dubbio, nel solo toponimo di Fornovolasco.


I nomi di luogo più antichi, delle zone strategiche della provincia, sono nomi personali romani privi di suffisso oppure ricordano antiche collocazioni di accampamenti, soprattutto invernali, come per esempio (in) hibernis poi mutato in Verni. Questo perché i Romani si sono insediati in principio nei punti strategici del territorio, per poi allargarsi alle zone collinari raggiungibili tramite tracciati facili e rapidi. Al successivo periodo imperiale appartengono i toponimi che terminano in –ano/a, come Minucciano.

Autonomia[3][modifica | modifica wikitesto]

Il dialetto lucchese si delinea come dialetto autonomo con un insieme di caratteristiche specifiche che lo oppongono ai due tipi toscani più importanti tra quelli che lo circondano, il pisano ed il fiorentino, rappresentato dalla sua variante pistoiese. L'affinità, affermata soprattutto nel Medio Evo, tra il dialetto lucchese e quello pisano rispecchia soprattutto un tipo di lingua scritta, usata con finalità amministrative e letterarie.

L’autonomia del dialetto lucchese, legata alla storia e alla toponomastica che la rappresenta, inizia ad apparire in età preromanza ed ha le sue basi in tratti fonetici che distinguono il dialetto lucchese da quello pisano. Notevole è la diffusione del suffisso latino –ulu (romanzo –olo) che agli inizi dell’epoca romanza veniva aggiunto a molte parole senza conferire a queste un particolare significato, diversamente dal significato diminutivo e affettivo che aveva in latino. Esempi di questo fenomeno sono evidenti considerando la toponomastica, dove si parla di capannole invece di capanne, di piaggiole invece di piagge, di casole in luogo di case. All’interno di questo suffisso si verifica inoltre il passaggio di l a r attestato in documenti notarili lucchesi dei secoli IX-X. Questo fenomeno ricorre anche in altre parti di parole latine che avevano l intervocalico come in Cerasomma da Cella Summa. Coppie tipiche di nomi di luoghi che si distinguono nel dialetto lucchese rispetto al pisano per il passaggio di l a r sono Colognola/ra, Capannoli/ri. Tale innovazione è da collocarsi intorno al IX-X secolo.

Il passaggio da l latino ad r non avviene nella parole di origine germanica e ciò è riscontrabile in toponimi come Tàccoli, Bràncoli, Vàccoli, Antràccoli, Altopascio e Collodi. La motivazione più verosimile per cui tale passaggio non avviene nei toponimi germanici è perché l'introduzione di vocaboli germanici risale a un periodo più tardo rispetto a quello romano, quando il fenomeno della trasformazione di l in r si era ormai consumato.

Sempre per parole di origine germanica, un' altra caratteristica del lucchese rispetto al pisano è costituita dal passaggio di ld in ll evidente nel cognome tipico Bertolli da Bertoldi. Tale passaggio è da attribuirsi all’età longobarda e la motivazione di questo cambiamento va ricercata nella pronuncia longobarda del d che, pronunciato come una spirante interdentale sonora (simile al th dell’inglese in the, there), si assimilava con suoni precedenti come n e l ed era diverso dal d latino che rimaneva invariato dopo l.

Eventi successivi, come soprattutto il tracciato di importanti vie di comunicazione, agirono su altre evoluzioni fonetiche che non troviamo in altri dialetti toscani.[4]


  • Scempiamento di –rr, successivo all’età longobarda dato che colpisce una parola di origine germanica come guerra, e non ancora tipico al tempo di Dante dato che egli, nel De Vulgari Eloquentia (I, XIII, 2), caratterizza il lucchese con una parola con –rr come grassarra;
  • Cancellazione della vocale finale di parola dopo nasale (bimbin, arébbin), attribuibile a tempi non antichi perché non si riscontra nei testi classici medievali né in quelli notarili, ed ancora in uso.

Altri tratti non toscani, derivati da contatti con il Nord, sono:

  • Altri scempiamenti come matone;
  • Assenza di rafforzamento fonosintattico, quindi si ha davero, da casa, a Roma, con la consonante iniziale non rafforzata dopo preposizioni come a, da ecc..;
  • Rafforzamento della consonante iniziale di un sostantivo o di un aggettivo, dopo l’articolo i : i bbimbi, i ssoldi…;
  • Alcune sonorizzazioni come pògo, gòsta, gròsta, fadiga…;
  • Determinazione con -o/a di alcuni aggettivi uscenti in -e come quale reso con qualo e quala (pl, rispettivamente in quali e quale).


Di impronta senese è la trasformazione di e in a di fronte ad r in parole sdrucciole come gangari, biscaro.

Di origine locale sono desinenze e forme verbali come:

  • Il passaggio della desinenza verbale dialettale –ino a -in (partin, erin, sapevin…) ed anche i condizionali con vocale tonica chiusa, come sarébbi, arébbin, potrébbin, …;
  • Formazione delle persone plurali dell’imperfetto con le desinenze -imo, -ite, -ino, come: avévimo, avévite, avévino, èrimo, èrite, èrino, andàvimo, andàvite, andàvino, …;
  • Forme del passato remoto come dispiacette, moritte, vidde, viense….


Di origine pisana- fiorentina sono le forme abbreviate di infinito, come vangà “vangare”.

Semplici arcaismi sono le mano, le mela, le pera.

Aree geografiche[modifica | modifica wikitesto]

Il tipo dialettale lucchese ricopre la zona che dalla Val di Nievole si estende fino al mare e dalla Garfagnana giunge sino ai Monti Pisani[5]. Le zone sono:


  • Garfagnana. Situata all’estremo Nord della provincia. Da un punto di vista linguistico essa è da dividere in tre parti:
  1. Alta Garfagnana, l’area a Nord Ovest della provincia che comprende Vagli di Sotto, Giuncugnano, Piazza al Serchio e Minucciano. Nella parlata si riscontrano caratteristiche lunigianesi e vi sono influenze del dialetto emiliano.
  2. Media Garfagnana, l’area di San Romano, Villa Collemandina, Castiglione, Camporgiano, Careggine, Pieve Fosciana e Castelnuovo.
  3. Bassa Garfagnana, area che comprende la zone di Fosciandora, Molazzana, Vergemoli e Gallicano.


Si riscontrano differenze fonetiche rispetto al lucchese, in particolare: la forte sonorizzazione della /k/ e /tʃ/ che mutano rispettivamente nell'occlusiva /g/ o nell'affricata /dʒ/ (pógo, la giggia golli spinagi, bagio, page, fornage…). Si ha una tendenza alla chiusura delle vocali che porta alla sostituzione della /e/ con /i/ ( binidica, binzina, dimattina…) e della /u/ con la /o/ (cundimento, cunchin, cumpito…). Altrettanto tipico di queste zone è il troncamento delle terminazioni in –ino. In comune con altre zone è lo scempiamento della –rr- (guèra, tèra, corènte..). Soprattutto nella zona di Gorfigliano e Vagli di Sopra e di Sotto si riscontra la modifica di molte parole terminanti in – a e –o che mutano in –e, cambiando talvolta anche il genere (in cime, le cerchie, drente per dentro).


  • Mediavalle e Val di Lima. Si tratta di tutto il corso del fiume Serchio che va da Gallicano a Borgo a Mozzano, comprese le valli laterali come Barga[6], Coreglia Antelminelli, Bagni di Lucca. Tra le caratteristiche principali abbiamo lo scempiamento della –rr- (guèra, tèra, corènte...), il mutamento di /k/ in /g/, pronuncia stretta dei dittonghi [ie], [io] e [uo] (viéni, diéci…), l’uso del participio tronco (ho trovo, mi son càmbio..), la modifica in –ono delle desinenze in –ene (canzono per canzone), la sonorizzazione dell' occlusiva /g/ ed affricata /dʒ/ ed infine la chiusura in –e di alcune desinenze verbali come la 2^ dell’imperfetto (erite, andavite…). Soprattutto per alcune valli mediane, in particolare Pescaglia, si verifica l’epitesi di –e dopo vocale accentata (sùe, giùe, làe..).
  • Colli a Nord della città. Definiti anche “tramontana di Lucca. Si tratta dei territori situati lateralmente al Serchio, ad ovest si trova l’area del Morianese e a destra l’Altopiano delle Pizzorne con tutti i paesi sparsi sulle pendici, come la Brancoleria. Nel Morianese sono comuni vaggo per vado, l’imperativo in –e (stèndeli, pòrteli...), casi di sincope dopo –n (vien, andian), la scomparsa della /k/ intervocalica ( la ‘asa...).
  • Piana orientale (Val di Nievole)[7]. Area che risente dell’influsso pistoiese, comprende le zone all’estremo Sud Est della provincia come le frazioni di Altopascio, Montecarlo, Marginone, Spianate. Linguisticamente si riscontrano caratteri mediani tra Pisa e Pistoia. Si verifica spesso in queste zone un rotacismo inverso (colpo, caltello, gualdare.. corpo, cartello, guardare).
  • Area a Sud della città (Monti Pisani). Zona delimitata a Sud dai Monti Pisani che la separano da Pisa, mentre a Nord è il canale Ozzeri che la separa dalla piana lucchese. Come caratteristiche linguistiche in comune con il pisano si ha la pronuncia della doppia /tts/ come doppia /ss/ (ragasso, bellessa..). Nel Compitese, per esempio, si ha l’eliminazione della /k/ intervocalica (la ‘orte, la corte) e il passaggio in molte parole dalla [o] alla [u] ( curtella, cumune…).
  • Versilia. Zona che comprende tutta la costa che va da Forte dei Marmi a Viareggio ed è separata dal resto della provincia dalle Alpi Apuane e a Nord dalle colline di Montemagno e Chiatri. Questa zona può essere divisa in quattro sezioni:
  1. le zone collinari a Nord (Seravezza, Stazzema, Pietrasanta e Camaiore) che risentono di una fonetica garfagnina, caratterizzata dalla sonorizzazione della [c];
  2. le zone costiere a Nord (Forte dei Marmi e Marina di Pietrasanta) che risentono dell’influsso garfagnino misto al massese;
  3. le zone costiere a Sud (Lido di Camaiore e Viareggio) che possiedono molti vocaboli relativi al mare e alle attività marinaresche;
  4. la zona più a Sud, che arriva fino a Migliarino, dove domina il pisano.


Tipico di queste zone è l’uso dell’articolo davanti ai nomi propri (la Maria, la Lucia, il Giovanni..) e davanti a babbo e mamma dove escludono, a differenza della piana, il pronome possessivo (il babbo, la mamma). Si ha una pronuncia aperta della desinenza –o della prima persona al futuro semplice e della terza al passato remoto in prima coniugazione (andrò, vedrò, starò, andò, portò..). Non si verifica, diversamente dalla piana, il troncamento delle terminazioni in –ono e –ino, ma vengono pronunciate interamente le parole. Altra differenza con la piana è la pronuncia (coincidente con l'italiano standard) sia nei casi in cui il lucchese tende ad aprire (óra ,allóra, néve) sia nei verbi monosillabici dove il lucchese tende a chiudere (dò, sò, stò..).


  • Colline versiliesi. Riguarda tutta la zona collinare che separa la piana lucchese dal mare; i rilievi che vanno dal Quiesa a Camaiore (Bozzano, Massarosa, Stiava, Montramito, Montignano, Bargecchia, Corsanico). In queste zone si ha la modifica del gruppo –sti in –schi ( aschio, beschia …), la pronuncia molto stretta della [e] e della [o] specie nei dittonghi (iéri, fiéra, viéni, figlioli…), un cambio di genere (da femminile a maschile) per alcune parole (argino, verdo, cimo…) ed una tendenza all’arrotondamento della vocali (dattaro, cimicia, fegurassi, fenire…).
  • Piana di Lucca. Si tratta di tutto il territorio pianeggiante che cinge la città da Nord- Ovest ad Est e che comprende S.Alessio, Mutigliano, Monte San Quirico, San Cassiano e San Pietro a Vico, tutta la piana fino a Porcari (Lammari, Segromigno). Idelfonso Nieri descriveva così questa zona : "[…] ma il vero tipo è il parlare tra Lammari, Capannori, Tassignano e Porcari, che è il più agro guasto, scamozzato, alterato e il più lontano insomma dalla forma riconosciuta legittima toscana. […]".
  • Città di Lucca. L’area all’interno delle Mura, a cui vanno aggiunti tutti i paesi del suburbio che ormai formano un corpo unico con la città: S. Marco, Arancio, S. Filippo, S. Concordio e S. Anna. La città e gli immediati dintorni mostrano una parlata più fine e meno rustica (più vicina all'italiano standard) rispetto a quella della piana, originata dalla migliore condizione sociale.

Pronuncia[modifica | modifica wikitesto]

Il dialetto lucchese, oltre ai casi in cui concorda con la parlata fiorentina, raddoppia in alcuni casi la consonante iniziale della parola che segue[8]. Si ha raddoppiamento:

  • Dopo l’articolo maschile plurale - i (I bbimbi, i ccani…) ;
  • Dopo le preposizioni articolate ai, coi, dai, dei, sui, intere o tronche: (ai bbagni e a’bbagni, dai pparenti e da’pparenti, sui ttetti e su’ ttetti…);
  • Dopo bei e quei, interi o tronchi (Bei ppaesi e be’ ppaesi, quei fiorellini e que’ffiorellini..);
  • Dopo gli imperativi da’, fa’, sta’ (sta' bbuono o sta' bbóno, fa' cconto; tuttavia: da’ retta, per il fenomeno dello scempiamento di -rr);
  • Dopo i sostantivi accentati (città bbellissime, caffè ccaldo…);


La parlata lucchese non raddoppia mai:

  • Dopo il pronome chi (chi va, chi sente…);
  • Dopo la preposizione da (va da sé, vengo da casa…);
  • Dopo la 1^ e la 3^ persona singolare del futuro (sarò pronto…);
  • Dopo la 3^ persona singolare del passato remoto (cercò lui, sentì dire…);
  • Dopo le forme verbali ho, ha, fu, so, sa ( ho fatto, ha detto…).


Il dialetto lucchese presenta notevoli differenze nella pronuncia della –e e della –o rispetto al fiorentino.

Contrariamente al fiorentino, il lucchese presenta una –é (stretta) in parole come: Agnése, galéra, léi, péggio, préte, témpia, ésco, ésci, ébbi, ébbero, léggo, léggi …; si pronuncia una –è (larga) in parole come: arcobalèno, cèrchio, chièrico, dèsto, fèrmo (aggettivo), fèrmo, fèrmi, fèrma, fèrmiamo, fèrmate, fèrmano, intèro, nètto, scèlta… . La –o si pronuncia stretta nella desinenza della 1ª persona del futuro indicativo e, diversamente dal fiorentino, in alcune parole come cóppa, óggi, stómaco, dó, hó… .


Si pronuncia sempre stretta la –é nelle desinenze:

  • ei, ebbero, ebbe del condizionale presente dei verbi ameréi, amerébbe, amerébbero invece di amerèi, amerèbbe, amerèbbero;
  • etti, ette, ettero del passato remoto della 2ª coniugazione, in verbi come temétti, temétte, teméttero invece di temètti, temèttero.


La /z/ viene utilizzata per termini come Livornese, Pratese, Lammarese [non ovunque], mentre Lucchese viene pronunciato con la /s/.

La pronuncia più caratteristica è quella che prevede la sostituzione della /r/ per /l/ quando questa è seguita da un’altra consonante come in arza per alza, cardo per caldo... .

Fonetica[modifica | modifica wikitesto]

Accento[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Accento.

L’accentazione nel vernacolo può cambiare da zona a zona, ed è necessario ricorrere all’uso dell’accento grafico se vogliamo indicare dove e come avviene il rafforzamento. Alcuni casi:

  • con il troncamento dell’infinito i verbi della 1ª,2^ e 4^ coniugazione latina da sdruccioli diventano ossitoni (parlà, andà, comprà…, godé, cadé…, dormì,capì,venì…);
  • pronuncia chiusa dei verbi alla 3^persona del passato remoto (restó, andó, parló…);
  • si ha l’arretramento dell’accento nei participi passati contratti; per cui la desinenza in –ato diventa –o (tròvo per trovato, tòrno per tornato…);
  • l’elevato numero di parole sdrucciole causate dall’aggiunta di suffissi caratteristici quali –olo o –oro per il rotacismo (corìgnolo, formìcola…).

Intonazione[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Intonazione.

Il lucchese intona le frasi interrogative come se fossero affermative: il suono vernacolare si abbassa all’inizio della frase o dopo poche parole, per rimanere piano fino all’ultima o penultima sillaba che viene quasi sussurrata.

La (non) pronuncia della [i], della [u] e della [a][9][modifica | modifica wikitesto]

Tutte le vocali, quando si trovano accanto, subiscono aferesi, sincope o elisione, ma per queste tre si ha una maggiore frequenza:

  • si ha la cancellazione della [i] quando è articolo e si trova prima di consonante fricativa (contraccambio [i] ffavori..);
  • si ha aferesi quando la [i], oltre ad essere iniziale, si trova prima delle consonanti [l], [n], [m] (la ‘osa è [i]mprobabile, che [i]gnorante ‘he sei).

Per quanto riguarda la [u]:

  • l'aferesi avviene praticamente sempre, nell’articolo indeterminativo un ([u]n’altra volta, senza [u]soldo) e nell’avverbio non, un in lucchese (ma [u]n potevo mìa…).

Relativamente alla [a]:

  • aferesi della [a]: evidente con la preposizione (andà [a] ppiedi…).


Questi tre fonemi hanno però una peculiarità, sono pronunciati distintamente quando si trovano ad inizio parola, dopo una lettera accentata o dopo una pausa (vedi, un si pole; senti, un t'andrebbe mìa..).

Casi di apocope o troncamento[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi apocope.

Il troncamento (da non confondere con l’elisione nella quale la vocale mancante è sostituita dall’apostrofo) si riscontra costantemente nel vernacolo. Si riscontra:

  • in tutti i verbi all’infinito (mangià, cantà, fumà, vedé, capì..); in tutte le parole al singolare maschile terminanti in –n seguita da vocale (bellin (o), birbon(e), can(e)); nell’articolo indeterminativo uno che non fa eccezione al caso precedente e in lucchese è solo un , tanto da preferire la prostesi della [i] quando la parola successiva inizia con [s] impura (un[o] isbaglio..); nei pronomi personali lui e lei (lù e lé) nelle forme di rispetto Lei e Voi, fenomeno però in disuso (Le’ ne vole ancora?) e nei pronomi possessivi mio tuo e suo (il mi’ nonno, il tu’ cane..); nei casi di parentela, divenuti vocaboli lucchesi a tutti gli effetti (mì pà[dre], mì mà[dre]).

Scempiamento[modifica | modifica wikitesto]

(Riduzione di una consonante doppia o lunga ad una breve o scempia). Altra caratteristica vernacolare di notevole importanza è lo scempiamento delle consonanti doppie che si verifica in modo assoluto per quanto riguarda la [r] (te[r]ra, gue[r]ra, vo[r]rei, occo[r]re), ma può capitare anche per altre consonanti (ma[t]tone, ma[c]china, da[v]vero…).

Monottongazione[modifica | modifica wikitesto]

(La trasformazione di un dittongo in vocale semplice). Nel dittongo uo /w/, si realizza sempre la monottongazione ([u]ovo, [u]omo, v[u]ole, p[u]òi, n[u]òve). Si tratta probabilmente di un’antica eredità: la dittongazione è dovuta al fiorentino medievale che, per il prestigio di Dante, è diventato poi lo standard italiano;il mantenimento lucchese potrebbe quindi derivare dalla conservazione della pronuncia originaria latina.

Prostesi[modifica | modifica wikitesto]

(Aggiunta di un fonema all’inizio di una parola). Le prostesi sono di solito legate ad una maggiore facilità di dizione e pertanto si trovano spesso anche dopo l’elisione di precedente vocale.

  • La protesi di r- , prefisso con con funzione intensiva, in particolare prima di parole inizianti per [a] (raffidà, rinsonnolito…); la protesi di g- davanti a parole inizianti per r- (gragnolo…); l’aggiunta di a- davanti a molti lemmi inizianti per [r] (areggimi, aradio…).

Epentesi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Epentesi.

Anche nel vernacolo lucchese si riscontrano alcuni casi di epentesi, abbiamo (anderanno, goderà, oramai), frequente nelle seconde persone plurali di molti verbi (fossite, avessito, andassito…).

La geminazione consonantica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi geminazione consonantica.

Il raddoppio consonantico non è raro nel vernacolo, ma mentre in italiano ha valore fonologico distintivo, nel lessico dialettale va a modificare le parole solo sotto l’aspetto fonetico (subbito, pappà, leggà…).

Assimilazione[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assimilazione.
  • Assimilazione di [r] nella successiva consonante iniziale di particella pronominale (prende[r]ni, fa[r]lle, da[r]nni…);
  • Assimilazione della vocale che si trova dopo le consonanti [l], [n], [r] e prima della consonante (un vol[e] venì, son[o] (i)stato…);
  • Assimilazione di [n] dell’articolo e dell’avverbio un (non) con la successiva consonante quando si tratta di [n], [m], [l] (io unne so nulla, u’nne vò sapé…).

Casi di sostituzione di vocali[modifica | modifica wikitesto]

  • Nella coniugazione di molti verbi, soprattutto all’indicativo presente (parlino, diceno..), anche all’imperfetto (parlavimo…) e al participio (brucente, lustrente, sentuto..);
  • Nel mantenimento della desinenza [a], residuo del neutro latino, in alcuni vocaboli (la mana, la sacca…); che mutano anche nel plurale (le mane, l’ovi..). Tale fatto diventa evidente soprattutto nel plurale dei sostantivi relativi agli arti (i labbri, le mano, i ginocchi, i diti…).


Nel vernacolo ci sono anche piccole modifiche o sostituzioni che, quando interessano un verbo, si riflettono su tutta la coniugazione. I più ricorrenti sono:

  • mutazione di [a] (andeva, diciennove…); mutazione di [e] (nissuna, ditto..); mutazione di [i] (doventà, fenito…), mutazione di [o] (prefondi, fussin, presciutto, orilogio…); mutazione del gruppo avo, evo ecc. quando in -au (taula, diauleria..); mutazione del gruppo schi in -sti (stioppo, stiena, stiaffo, stiantà…).

Morfologia[modifica | modifica wikitesto]

Articolo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Articolo.

L’articolo, nel dialetto lucchese, ha da sempre generato non poca confusione con il relativo sostantivo tale da far modificare il vocabolo in un nuovo lemma. Termini come radio, lapis, mano cambiano l’articolo o la vocale finale, divenendo femminili (l’apis, l’aradio…). Si hanno spesso casi in cui l’articolo [i] viene eliso (fatti ‘ddebiti conti…). L’articolo gli è poco usato, si preferisce la forma li (li specchi, l’omini…). L’articolo indeterminativo uno è usato molto raramente, ad esso si preferisce un (un isposo, un’ispecchio…). Si possono avere:

  • il invece di lo e un invece di uno davanti ai nomi che iniziano per [z] ( ti piace il zucchero?);
  • li per gli davanti ad [s] impura ( son partiti li sposi?);
  • l’ per gli dinnanzi a vocale ( ho compro un libro dove son descritti tutti l’animali.).


Nomi come zio e zia sono sempre preceduti dall’articolo (me l’ha dato la zia…). Con nomi come marito e moglie, figlio e figlia, fratello e sorella, cognato e cognata, zio e zia, suocero e suocera, genero e nuora, cugino e cugina, preceduti dal possessivo, si riscontra l’uso dell’articolo (il mi’ marito, la tu’ figliola, il vostro cugino…).

Pronome[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pronome.

Nel dialetto lucchese si hanno diverse modifiche[10]:

  • tu è sostituito dal te (vieni anco te..);
  • lui e lei si usano in forma contratta lu’ e le’ (è stato lu’, viene anco le’…).


Ci sono poi alcune forme composte che servono a specificare ulteriormente quando il pronome è soggetto:

  • lorolì, per loro, quando si trovano vicini;
  • lorolà quando si trovano lontani;
  • lullì, lellì, luqquà, luqquì per lui o lei a seconda della posizione in cui si trovano;
  • noialtri e voialtri, rispettivamente per noi e voi.

Da sottolineare è:

  • l’uso delle particelle ni e ci in sostituzione di tutte le particelle della terza persona, limitatamente per il complemento indiretto (ni parlo: ci parlo…);
  • l’uso del pronome personale gli (vengono usati più frequentemente gli indeclinabili ni e ne) in funzione polivalente, sia per il femminile le (alla moglie ni preparava il caffè tutte le mattine e ne lo portava a letto), sia per il neutro esso (n’ha tìro la ‘oda ar cane a lù ni s’è girato ‘ontro) ed anche nelle forme plurali (alle figliole ni si portava il caffè).
  • Anche il complemento gli, specie in funzione pronominale, vede spesso la modifica in ni, ne e li (deve andanni a prende, fanni vedé chi sei…).


I pronomi relativi Il quale, la quale, i quali, le quali in lucchese non vengono usati, e vengono solitamente dal che, che svolge la funzione sia di soggetto che di complemento.

Tra i pronomi personali le due forme dominanti sono il Voi e il Tu, il Lei viene utilizzato solo in città e nella pianura circostante. In molte zone, come la Versilia, la Garfagnana e nelle zone collinari a Settentrione, il Voi viene utilizzato anche per le persone della famiglia, tra marito e moglie, tra genitori e figli ed è particolarmente riservato alle persone anziane. Il Lei invece è riservato alle persone più ricche e facoltose, e deriva dal modo dei contadini delle zone collinari di apostrofare i loro signori con “Lei Signoria”.


Per quanto riguarda i pronomi possessivi, miei, tuoi, suoi, perdono la –e e la –o e diventano mìi, tùi e sùi.

Per i pronomi interrogativi abbiamo una caratteristica peculiare del dialetto lucchese, ovvero il fatto che il pronome quale cambia genere con il nome, abbiamo quindi quale, quala, qualo.

Aggettivo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Aggettivo.

Negli aggettivi possessivi abbiamo il troncamento che avviene nelle prime tre persone (il mì cane, il tu’ nonno..) e altrui e proprio non vengono utilizzati. Con i nomi di parentela, soprattutto Padre e Madre, sono sempre preceduti dall’aggettivo possessivo (Mi’ padre, su’ madre), invece le forme più affettuose “Pappà e Mamma” non ricevono mai né l’articolo né il possessivo. Per gli aggettivi dimostrativi oltre alla modifica di qu (vesto, vello…), abbiamo un uso inesistente di codesto,medesimo, cotale, siffatto. Tipica è la contrazione di aggettivi composti da un unico lemma (vestovì “questo qui”). Fra gli aggettivi interrogativi Quale cambia di genere (quala camicia mi metto?). Nel vernacolo si hanno anche degli aggettivi numerali che non hanno una quantità determinata ma indicano una quantità maggiore di quanto esprimono letteralmente (portimi du’ castagne, ti do ‘n par di labbrate)[11].

Il comparativo. Più pleonastico davanti a meglio, peggio, superiore ed inferiore (la più peggio disgrazia per un uomo è quella di non poté lavorà).

Il superlativo. Nel superlativo relativo il più preposto al sostantivo, anziché all’aggettivo (La più donna chiacchierona ch’abbia mai conosciuto sei tu!).

I nomi[modifica | modifica wikitesto]

Specialmente nelle campagne si ha l’usanza di dare un nomignolo ad ognuno, tanto che può accadere che l’appellativo acquisito può far dimenticare il vero nome. Questi nomignoli derivano da qualità del corpo, da caratteristiche caratteriali oppure possono essere legati alla parentela, a passioni e propensioni. Alcuni esempi: Diàule, Pìtora, Cìcciora, Balloccìoro.

Ci sono poi una serie di nomi che si formano con suffissi noti e determinati dalle circostanze o dalla propensione di chi parla. Per esempio la maggior parte dei verbi formano dei nomi in –ino ed in –one che rappresentano l’abitudine o il difetto di ripetere spesso l’azione espressa dal verbo come Perdone, colui che facilmente perde, Sbornione, Bestemmione, Rompìno, Tuzzichino… . Con il suffisso –aro si hanno molti termini che significano inclinazione verso una certa cosa e desiderio di essa come: Minestraro, colui ghiotto di minestra, Polpettàro, Susinàro. Ci sono poi nomi alterati con diminuitivi, in particolare suffissi come –ìcchioro, -izzoro, -ìgnoro,-ùglioro, -ìcchio, -ìglioro, -èlloro, -àccioro e altri, che sottolineano l’affetto di chi parla di amore o di compassione o di disprezzo. Si hanno parole alterate che non si possono classificare sotto norme precise, come: grassèloro, pallòccoro, pretignoro, ulivàgnolo, fratìcchio, buzzicchioro e molte altre ancora[12].

I verbi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi verbi.

Per i verbi si riscontrano i seguenti fenomeni:

  • Indicativo presente della 2ª e 3ª coniugazione , 3^ persona plurale con desinenza –eno invece di – ono (tèmeno, sentèno, partèno…);
  • Imperfetto di tutte le coniugazioni, 1^ e 2^ persona plurale con desinenze –ávamo, -ávate per -avámo, -aváte (cantávamo, leggévamo, cantávate, leggévate invece di cantavámo, cantáte, leggevámo, leggeváte…);
  • Passato remoto della 1ª coniugazione, 3^ persona plurale con desinenza –arno per –arono ( andarno invece di andarono);
  • Passato remoto,la 1^ persona plurale conserva la vocale in –i o mutandola in –e, con –imo ed –emo (accésimo e accésemo per accendemmo..);
  • Alla 3^ persona plurale si ha la desinenza -eno per –ero ( accéseno, ébbeno, féceno invece di accesero, èbbero, fecero..), altra desinenza molto diffusa è –ino (accesino, ebbino…). Desinenze comuni sono anche per la 1ª e la 2ª persona singolare e plurale del passato remoto -étti, -étte, -éttimo (éttino), -éttino (étteno) per la 2ª coniugazione e per la 3ª -itti, -itte, -ittimo, -ittino (leggétti, leggétte, leggéttimo, leggéttino, leggétteno e fuggitti, fuggitte, fuggittimo, fuggittino, fuggitteno);
  • Imperativo presente della 2ª e 3ª coniugazione alla 2ª persona plurale si ha la desinenza in –e invece che in –i (légge, mètte, sènti invece di lèggi, mètti, sénti), alla 3ª persona plurale –ébbeno per –èbbero (amerébbeno per amerèbbero), più volgare è la forma in –ébbino (amerébbino..);
  • Congiuntivo presente della 2ª e 3ª coniugazione, 1^,2^ e 3^ persona singolare hanno la desinenza in –i invece di –a (ch’io abbi, tu abbi, colui abbi, ch’io venghi, tu venghi, colui venghi invece ch’io abbia, tu abbia, colui abbia…), la 2^persona plurale ha la desinenza in –ino invece di –ano (abbino, bévino, sèntino, vènghino invece di abbiano, bevano, sentano, vengano..);
  • Congiuntivo imperfetto alla 1ª,2^ e 3^ persona plurale, con i verbi della 1ª coniugazione , si hanno le desinenze –assemo,-assete, -asseno (amassemo, amassete, amasseno invece di amassimo, amaste, amassero),per la 2ª coniugazione abbiamo le desinenze –éssemo, -éssete, -ésseno (leggéssemo, leggéssete, leggéseno invece di leggessimo, leggeste, leggessero) e per la 3ª coniugazione le desinenze sono –issemo, -issete, -isseno (finissemo, finissete, finissemo invece finissimo, finiste, finissero);
  • Participio presente della 1^coniugazione si ha la desinenza –ènte invece di –ante in alcuni verbi come brucènte ( invece di bruciante), lustrènte ( per lustrante), luccichènte (per luccicante) tirènte (per tirante).

Altre forme irregolari:

  • Andare, il cui passato remoto è andièdi o andetti, andiéde o andétte, andéttemo, andéste, andétteno, andarno invece di andai, andò, andammo, andaste, andarono. L’imperativo diventa agnamo, gnamo, vadino, frequente è l’uso di vaggo per vado, vagghi e vagghino per vada e vadano.
  • Benedire, all’indicativo presente benedisco, benedisci, benedisce, benedicono per benedico, benedici, benedice, benediciamo. Per il passato remoto si ha benedii, benedisti, benedì, benedimmo, benediste, benedirono per benedissi, benedicésti, benedisse, benedicémmo, benedicéste, benedisséro.
  • Cogliere, all’indicativo presente còglio, còglieno per colgo, colgono. Al congiuntivo cògli, còglino per còlga, còlgano.
  • Dare, al passato remoto diventa dasti, daste per désti, déste, all’imperfetto congiuntivo si ha dessi, dasse, dassemo, dassete ,dassero per déssi, désse, déssimo, déste, déssero.
  • Essere, all’indicativo presente sièi per sei e sète per siete. All’imperfetto èramo, èrate per eravamo, eravate. Passato remoto, furno e funno per furono ed infine per l’imperfetto congiuntivo si ha fossemo, fossete, fosseno per fossimo, foste, fossero.
  • Fare, al congiuntivo presente diventa ch’io facci, tu facci, colui facci, coloro faccino invece di faccia, faccia, faccia, facciano.
  • Potere, all’indicativo presente diventa puòle per può.
  • Sentire, al participio passato diventa sentuto per sentito.
  • Stare, al passato remoto si ha stiédi, stiéde, sté, stiédemo, stiédeno, per stetti, stette, stemmo, stettero. Abbiamo stasti, staste per stesti, steste. All’imperfetto congiuntivo troviamo stassi, stasse, stassemo, stassete, stasseno per stessi, stesse, stessimo, steste, stessero.
  • Vivere, al futuro diventa viverò,viverai, viverà, viverémo, viveréte, viveranno per vivrò, vivrai, vivrà, vivremo, vivrete, vivranno.
  • Volere, al passato remoto diventa vòlsi, vòlse, vòlsemo, vòlsero, volseno per volli, volle, volemmo, vollero.


Ci poi sono alcune caratteristiche ricorrenti:

  • l’infinito dei verbi è sempre tronco e l’accento cade sull’ultima vocale (parlà, mangià,capì..); il participio passato viene contratto per cui la desinenza –ato diventa –o con arretramento dell’accento (tòcc[at]o, màngi[at]o, pòt[at]o…);
  • Si ha il passaggio dalla –m in –n nelle forme tronche uscenti in –amo (sian, mangian, cantian…).

Avverbi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Avverbi.

Con gli avverbi sono spesso usati dei suffissi, con valore diminuitivi o vezzeggiativo (incomincia a èsse tardino, fa ammodino).

Preposizioni[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Preposizioni.

A Lucca si usano alcune preposizioni articolate formate a loro volta da una preposizione semplice ed una articolata: in sul, in sulla, in della e spesso vengono contratte graficamente in un’ unica preposizione articolata (mettelo insul tavolo o mettelo ‘nsul tavolo…). Si ha poi l’uso della preposizione -a in luogo in -in (vanno a giro per el paese, al mare ci vado a primavera…)[13]. Altri casi:

  • A su, a giù per in su ed in giù. (mi tocca andà tutto il giorni a su e a giù);
  • Di qui a su, di qui a giù, di lì a su, di lì a giù per di qui in su, di qui in giù, di lì in su, di lì in giù;
  • Qui così e lì così per i semplici qui e lì;
  • Là di qui, là di lì invece di per queste parti, per quelle parti;
  • Di qui là (omessa la preposizione a) invece di per di qui in là;
  • Di qui lì (omessa la preposizione a) per di qui a lì;
  • Per a qua e per a là invece di per qua, per là;
  • Troppo, nell’uso lucchese si accorda in genere e numero con il soggetto a cui si riferisce invece di lasciarlo invariabile (La su’mamma è troppa buona);
  • Fisso, quando è unito al verbo guardare si accorda con l’oggetto guardato (Perché guardi fisse quelle montagne?).

Interiezioni[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Interiezioni.

Il vernacolo lucchese annovera molti termini con valore di interiezione. (fischia!, Borda!, Himmena!, Verga!, Bada!, Io lai…) , i più frequenti eo e o con pronuncia chiusa (O, ma ci sei stato? – Eo, che avevo a ffà?).

Espressioni[14][modifica | modifica wikitesto]

Parole tipiche[15][modifica | modifica wikitesto]

  • Abbaccare: allargare le gambe per fare un passo.
  • Boccaccio: bolla che viene sulle labbra quando si ha la febbre.
  • Lezzora: ragnatela.
  • Lograre: logorare. Lograrsi, consumarsi internamente per un pensiero che non ci dà pace.
  • Incignare: rinnovare, si usa soprattutto per i vestiti, cioè mettersi per la prima volta qualche indumento.
  • Lammiare: piangere o lamentarsi a lungo.
  • Nifito: incollerito, nervoso.
  • Pattumièra: cassetta della spazzatura.
  • Pitiggini: lentiggini. Pitigginoso, lentigginoso.
  • Pitoro: pulcino.
  • Sciabigotto: balordo, sciocco.
  • Trebesto: fracasso, usato anche per descrivere bambini rumorosi e vivaci.
  • Babao: voce per far paura ai bambini.
  • Ciortellora: lucertola.
  • Erbuccio: prezzemolo.
  • Fiataccina: angustia ed affanno di respiro che nasce da una grande fatica.
  • Cantera: cassetto che fa parte del canterale, mobile, solitamente in legno, dotato di cassetti dove di solito vengono riposti gli abiti o altri oggetti che vogliono essere custoditi.

Parole con significato diverso dall'attuale[modifica | modifica wikitesto]

  • Accomodare: cucinare una vivanda già cotta, rifare, solitamente, con il pomodoro.
  • Contendere: sgridare.
  • Imbottito: pesante coperta riempita di cotone.
  • Lunetta: mezzaluna, strumento per cucinare.
  • Mortellino: bosso (Buxus sempervirens) . Pianta sempreverde.
  • Stradare: proseguire senza interruzione e affrettare il passo.

Francesismi[modifica | modifica wikitesto]

  • Bigiù (dal francese bijou): cosa graziosa, squisita, eccellente. Anche per esprimere piacere, godimento, soddisfazione ma sempre come predicato del verbo essere. “Come si stava bene in barca con quel mare piatto. Era proprio un bigiù!”.
  • Brillocco (dal francese breloque): medaglione. “La sposa aveva un bel brillocco, pendenti e bracciali d’oro!”.
  • Comò (dal francese commode): cassettone per riporre abiti o altri oggetti.
  • Sortù ( dal francese sortout): oliera.
  • Puppurrì (dal francese pot pourri): mescolanza do oggetti, guazzabuglio.
  • Scicche (dal francese chic): elegante.
  • Sciaminéa (dal francese cheminée): cappa del camino.

Modi di dire[16][modifica | modifica wikitesto]

  • A biscaro sciolto!- Senza riflettere su ciò che si fa; modo dello sprovveduto, dell’impreparato.
  • A ‘bbuo!- Si usa nelle espressioni “il treno stava per partire e lu’ è ar(r)ivo a ‘bbuo”, come per dire che è arrivato appena in tempo.
  • A gambe all’aria.- Ruzzolone, modo plateale di cadere. Detto anche “A vortolon”.
  • A occhio e croce.- Di valutazione sommaria e approssimativa , che si fa con un’occhiata.
  • Costa(re) più del Serchio a’ LLucchesi!- Costare un’enormità quanto può essere costato il fiume Serchio ai lucchesi visto le sue frequenti esondazioni.
  • Da(re) da be’ cor gitto.- Soddisfare una sete immensa. Il “gitto”, recipiente di legno o metallo, con il manico lungo, veniva utilizzato per svuotare le fogne.
  • Da(re) ne’ ciottori!- Uscire di senno. I ciottori sono i vasellami, che potevano essere rotti in preda all’ira.
  • È l’ora di ieri a quest’ora!- modo sgarbato di rispondere alla domanda “che ore sono?” posta più volte, nello spazio di poco tempo.
  • E meglio un morto in casa che un pisan all’uscio!- Sconsiderata espressione che trae certamente origine dai tempi antichi per la nota rivalità fra la repubblica di Pisa e quella di Lucca.
  • Resta(re) con un soccolo e una ciabatta!- Vivere in estrema miseria.
  • Pitta m’ingolli!- Rafforzativo di quello che si sta affermando. L’origine della parola è incerta, “picta” è voce longobarda che significa “morte”.
  • L’arco è di fio!- Indica una situazione precaria che potrebbe capovolgersi improvvisamente.
  • In tre giorni nasce un bamboro e va ritto!- Espressione riguardo alla relatività del tempo. Anche tre giorni possono rappresentare un tempo lungo, durante il quale può accadere di tutto.
  • A sciacquabudella.- A stomaco vuoto. Un liquido ingerito a stomaco vuoto , aveva solo la funzione di “sciacquare” e non poteva essere apprezzato.
  • A seconda di come tira il vento.- Si dice di una persona che non ha opinioni proprie, perché non le ha o perché non le vuole avere per tornaconto personale. Quindi né sempre pronta a darti ragione quando gli sei di fronte e a darti torto quando gli hai voltato le spalle e si trova a raccogliere opinioni di altre persone. Tace davanti a due persone che sullo stesso argomento esprimono considerazioni diverse, opposte.
  • Anco il mi’ nonno se avesse uto le rote sarebbe stato un baroccio.- In risposta a chi faceva uso del senno del poi o si rammaricava per qualcosa che avrebbe potuto cambiare la vita se accaduta e che per fatalità non si realizza.
  • Che cianci?- Masticare con rumore, ma anche parlare tra i denti, mangiando le parole.
  • Ave(re) ‘l culo come un’ordinotte!- Essere fortunato. L’ordinotte era l’ultimo rintocco della campana che la sera rendeva intenso. La fortuna si leggeva nel vasto sedere della persona. Essere rotondo, ben pasciuto diventano qualità peculiari delle persone fortunate. Espressione analoga: “hai un culo che se lo metti fori di finestra, ti ci fanno il nido le rondini!”
  • Avere le fisime.- Essere ossessionati da un pensiero insistente, spesso illogico ed irreale.
  • Ave(re) più corna d’un corbello di chiocciore!- Essere traditi dal proprio compagno/a.
  • C’è bell’e ito!- Non ci va mica, sarebbe pazzo a farlo.
  • Casca(re) le braccia!- Provare una profonda delusione, per un fatto assolutamente inaspettato che ci coglie impreparati.
  • Cencio dice male di straccio.- Meravigliarsi degli altri quando non sarebbe il caso perché si hanno i medesimi difetti.

Difficoltà[modifica | modifica wikitesto]

Nella trattazione di un dialetto si presentano innumerevoli difficoltà basate sul confronto con la lingua letteraria. Qualsiasi dialetto presenta una enorme fecondità terminologica con molteplici sfumature di significato, laddove una lingua letteraria presenta invece una sola parola generale e stereotipata. Un singolo fenomeno, all’interno di un dialetto, può avere molti nomi che variano nelle diverse zone. Un esempio può essere l’atto di portare una persona in collo, con le due gambe che pendono sul petto del portatore, ponendosi lateralmente al collo di quest’ultimo. A Ponte a Moriano tale azione viene espressa con il termine di a biricucci, a San Vito: a biricùcciori, a Capannori: a bariucciori, a Montecatini: a brugino, a Ghivizzano: a cavalciotti, a Gallicano: a spraccagambe, a Castelnuovo: a cavalcin, ad Antraccoli: a carimiccio, in città: a birichicci, a Moriano: a caribicci, a Villa Basilica: a baricca.

Autori[modifica | modifica wikitesto]

Ricordiamo alcuni autori che usano il dialetto lucchese come lingua per le proprie opere.

Gino Custer De Nobili[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Gino Custer De Nobili.

(Lucca, 22 febbraio 1881 - Milano 29 aprile 1969). Si tratta di uno dei maggiori autori in dialetto lucchese. “Le poesie di Geppe” vengono pubblicate nel 1906 presso la tipografia Alberto Marchi di Lucca e sono presentate, per la prima volta, al Caffè Caselli , ritrovo della Lucca artistica e letteraria. Nel 1928 a Milano viene stampata la seconda edizione delle poesie, alle quali l’autore aggiunge altri componimenti.

Cesare Viviani[modifica | modifica wikitesto]

(Monte San Quirico, Lucca, 4 febbraio 1937 - Lucca, 2 febbraio 1993). In giovane età si cimenta in lavori di recitazione . Nel 1976 partecipa al Concorso Regionale di Poesia Dialettale “Gino Custer de Nobili”, a Coreglia Antelminelli, classificandosi primo. “Roba della mi’ tera” è il suo primo libro di poesie vernacole.

Idelfonso Nieri[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Idelfonso Nieri.

(Ponte a Moriano, Lucca, 20 maggio 1853 - Lucca 2 febbraio 1920). Insegnante nelle scuole medie ad Ascoli Piceno, Castelnuovo Garfagnana e Lucca. Letterato e filologo, è una delle prime personalità ad interessarsi allo studio del dialetto di Lucca. Con intenti filologici e folcloristici, raccoglie storie, usanze, proverbi e locuzioni del contado lucchese. Nel 1901 compila il "Vocabolario lucchese", per questa opera l'autore prende come termine di confronto l’idioma fiorentino e tutti i termini che da essi differiscono. Compie indagini in tutta la provincia, soprattutto nelle zone di San Gemignano e nel Morianese, come Sesto di Moriano, Saltocchio e Brancoli, basandosi anche su opere simili a lui precedenti (“Vocabolario Lucchese” di Salvatore Bianchini[17]). Nel 1906 scrive "Cento racconti popolari lucchesi", nel 1915 "Superstizioni e pregiudizi popolari lucchesi" ed infine nel 1917 "Vita infantile e puerile lucchese".

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il dialetto lucchese è da ricercarsi soprattutto lungo il corso medio del Serchio, nelle valli e nei centri che si trovano sulle colline che fronteggiano le Pizzorne e l'Appenino.
  2. ^ Riccardo Ambrosini, Lucca e il suo territorio, Maria Pacini Fazzi, Lucca, 2006 cit. pp.255-257.
  3. ^ Riccardo Ambrosini, Lucca e il suo territorio, Maria Pacini Fazzi, Lucca, 2006 cit. pp.257-261.
  4. ^ Riccardo Ambrosini, Lucca e il suo territorio, Maria Pacini Fazzi, Lucca, 2006 cit. pp. 260-261
  5. ^ Nella zona del dialetto lucchese sono da escludere la Lunigiana a Nord-Ovest e la piana di Pisa a Sud.
  6. ^ La parlata barghigiana ha una posizione autonoma maggiormente tendente al dialetto fiorentino legata probabilmente all'occupazione medicea.
  7. ^ Nella zona della Val di Nievole, amministrativamente dipendente da Pistoia, le tracce di dialetto lucchese sono scarse.
  8. ^ Giovanni Giannini e Idelfonso Nieri, Lucchesismi, Raffaello Giusti Editore, Lucca, 1917
  9. ^ Giovanni Giangrandi, Vernacolario lucchese, Lucca, 2013
  10. ^ Giovanni Giannini e Idelfonso Nieri, Lucchesismi, Raffaello Giusti Editore, Lucca, 1917 cit. Pronomi
  11. ^ Idelfonso Nieri, Vocabolario lucchese, Lucca, 1901 cit. Introduzione
  12. ^ Idelfonso Nieri, Vocabolario lucchese, Lucca, 1901 cit. Introduzione
  13. ^ Giovanni Giannini e Idelfonso Nieri, Lucchesismi, Raffello Giusti Editore, Lucca, 1917 cit. Preposizioni
  14. ^ Giovanni Giannini e Idelfonso Nieri, Lucchesismi, Raffello Giusti Editore, Lucca, 1917
  15. ^ Data la ricchezza di espressioni idiomatiche e vocaboli presenti nella provincia di Lucca si riportano solo quelli relativi alla città e alla piana di Lucca (Comune di Lucca, Capannori e Porcari).
  16. ^ Gian Piero Della Nina, Espressioni e modi di dire, Titania Edizioni, 1993
  17. ^ Precedente all'opera del Bianchini è l'opera di Cesare Lucchesini "Termini lucchesi" del 1820. L'opera del Bianchini "Vocabolario lucchese, voci usate nel dialetto lucchese che non si trovano registrate nel vocabolario italiano", è del 1824.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Della Nina, Gian Piero. 1993. Espressioni e modi di dire. Edizione Titania.
  • Ambrosini, Riccardo. 2006. Lucca e il suo territorio. Lucca, Maria Pacini Fazzi Editore.
  • Bianchini, Salvatore . 1986. Vocabolario Lucchese, voci usate nel dialetto lucchese, che non si trovano nei vocabolari italiani. Lucca, Maria Pacini Fazzi Editore.
  • Giangrandi, Giovanni. 2013. Vernacolario Lucchese. Lucca.
  • Viviani, Cesare. 1977. Robba della mi’ tera. Lucca, Maria Pacini Fazzi Editore.
  • Nieri, Idelfonso. 1901. Vocabolario Lucchese. Lucca.
  • Giannini, Giovanni e Nieri, Idelfonso. 1917. Lucchesismi. Lucca, Raffaello Giusti Editore.
  • Custer De Nobili, Gino. 2006. Le poesie di Geppe. Lucca, Maria Pacini Fazzi Editore.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]