Dialetto tarantino

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1leftarrow.pngVoce principale: Dialetti della Puglia.

Tarantino (Tarandíne)
Parlato in Italia Italia
Regioni Puglia Puglia
Persone circa 300.000 persone
Filogenesi Lingue indoeuropee
 lingue italiche
  lingue romanze
   dialetti italiani meridionali
    Tarantino
Statuto ufficiale
Nazioni -
Regolato da non ufficialmente dal Dizionario della parlata tarantina
Estratto in lingua
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, art. 1
"Tutte le crestiáne nascene lìbbere, parapuatte 'ndegnetát'e iùsse. Tènene 'a rasciòne e 'a cuscénze, e ss'honne a ccumburtà l'une pe ll'òtre accùme a ffráte."
Taranto birra e sport.jpg
Pubblicità dialettale a Taranto

Il dialetto tarantino[1] ('u tarandíne) è un idioma parlato nella città di Taranto ed in alcuni paesi della parte occidentale dell'omonima provincia. Esso possiede la particolarità di essere un idioma comunale, ovvero, la sua variante più genuina è parlata esclusivamente entro i confini della città, in particolare nel centro storico, sebbene anche qui con le varie differenziazioni comunicative dovute ai cambi generazionali. Infatti, pur essendo Taranto confinante con altre province pugliesi, nella parlata tarantina non si riscontrano immediate similitudini con il dialetto salentino e con quello barese né nell'accento, né nella pronunzia, né nelle voci di questi ultimi.[2]

Estratti[modifica | modifica sorgente]

Il Padre Nostro

Táte nuéstre,
ca stéje jindr'a le cíjele,
cu ssije sandefecáte 'u nóme túve;
cu avéne 'u règne túve;
cu ssija fatte 'a vulundá' ttóve,
a ccume 'Ngíjele accussíne 'nDèrre.
Dànne ósce a nnúje 'u páne nuèstre e pp'ogne ggiúrne,
e llívene a nnúje le díebbete nuèstre
a ccúme nú' le leváme a lle debbetúre nuèstre,
e nnò ffá' ca n'abbandúne a' 'ndendazzióne,
ma lìbberene d'ô mále.
Amen.

L'Ave Maria

Avemmaríje, chiéna de gràzzie,
‘u Segnóre sté' cu ttéje,
tù sìnde 'a benedètte 'mbrà le fèmene
e bbenedètte jié' 'u frùtte
d'a vèndra tóje, Gesù.
Sànda Maríje, màtra de Dije,
ppríje pe' nnúje peccatúre,
móne e jind'a ll'ore d'a mòrta nòstre.
Amen.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia di Taranto.

Come tutte le lingue romanze, il dialetto tarantino è il risultato dell'evoluzione della lingua latina diffusa nell'area tarantina a partire dal III secolo a.C.. La specifica evoluzione del tarantino ha risentito dell'opera sia di sostrati precedenti la latinizzazione dell'area, sia di adstrati intervenuti nei secoli successivi.

Ad agire da sostrato fu soprattutto il greco parlato nella Taranto Magnogreca: fondata, secondo la tradizione, nel 706 a.C. come colonia spartana (Τάρας), la città emerse come uno dei principali centri politici e culturali della Magna Grecia. Secondo gli studiosi, il dialetto di Taranto si ricollega al gruppo occidentale dei dialetti greci antichi e si apparenta evidentemente al dorico, tranne che per un certo numero di forme predoriche.[3] Questi influssi sono ancora oggi notabili in parole di origine greca.[4]

Con la romanizzazione dell'Apulia il latino soppiantò gli idiomi di sostrato; nel tarantino sono presenti vocaboli di origine latino volgare non conservati in italiano[5], nonché la circonlocuzione verbale con il verbo scére + gerundio (dal latino ire iendo), e l'affievolimento delle -i- atone. Le alterne vicissitudini dovute alle dominazioni da parte dei romani, non riuscirono però a far attecchire del tutto la lingua latina.[2]

Successivamente, sulla varietà tarantina di latino volgare iniziarono ad agire le lingue di adstrato che si succedettero nell'area nel corso dei secoli. Durante il periodo bizantino e longobardo, l'idioma parlato a Taranto subì un processo di dittongazione, con l'esito delle /o/ in /ue/[6] e delle /e/ in /ie/[6] (esito condizionato dalla presenza nella sillaba finale di /i/ o /u/[7][8][9]).

Le dominazioni che seguirono arricchirono il vocabolario di nuovi vocaboli di origine longobarda,[10] araba, [11] francese[12] e infine spagnola.[13] Peraltro, forestierismi analoghi si riscontrano anche negli altri dialetti della Puglia. Le influenze arabe, unite a quelle francesi, hanno portato[senza fonte] a una massiccia desonorizzazione delle vocali, che si sono trasformate in /e/ semimute, dando luogo nella fonetica del dialetto tarantino a numerosi nessi consonantici.

Classificazione[modifica | modifica sorgente]

Negli ultimi due secoli, il dialetto tarantino è stato oggetto di continui studi, non solo per capirne la complessità fonetica e morfologica, ma soprattutto per riuscire a dargli una collocazione definiva in mezzo agli innumerevoli dialetti meridionali. Il dilemma è sempre stato se fosse stato più opportuno classificare il dialetto tarantino tra i dialetti pugliesi o tra quelli salentini.

Il primo a notare una notevole divergenza fonetica con gli altri dialetti del Salento fu Michele De Noto che, nel suo saggio Appunti di fonetica del dialetto di Taranto, getta le prime basi per lo studio del vocalismo e del consonantismo dialettale. Anche Rosa Anna Greco nel suo contributo Ricerca sul verbo nel dialetto tarentino, affronta apertamente la tematica dialettale tarantina, cercando di dimostrare l'appartenenza all'area linguistica pugliese. Greco nota come nel tarantino, oltre alla metafonia e al dittongamento condizionato, vi sia anche un turbamento delle vocali toniche in sillaba libera: 'nzòre (sposo), pròche (seppellisco), náte (nuoto) e la pronuncia indistinta delle vocali atone, cosa che manca nell'area brindisina e in quelle adiacenti.

Un paio di anni dopo, Giovan Battista Mancarella scrive Nuovi contributi per la storia della lingua a Taranto, dove appoggia la tesi di Greco. Tramite inchieste e sondaggi, egli elenca tutta una serie di particolarità tipiche delle parlate pugliesi:

  • le postnasali -NT-,-MP-, -NC-, -NS- hanno subito tutte la sonorizzazione;
  • le vocali e e o hanno suono stretto in sillaba libera e un suono allargato in sillaba chiusa.

Per la morfologia verbale, si vanno confermando alcune oscillazioni tipiche dell'area pugliese, come gli infiniti apocopati, le doppie desinenze per l'indicativo imperfetto ed il perfetto e le desinenze -àmme e -èmme.

Ma Mancarella offre anche un'ampia serie di particolarità che potrebbero far rientrare il tarantino tra i dialetti salentini:

  • la scomparsa delle doppie desinenze forti -abbe e -ibbe per il perfetto (ancora in uso nell'area barese e materana);
  • la presenza tipica del brindisino-orientano di dittongazioni metafologiche, come i verbi appartenente alla seconda classe in ó che danno sempre u, e quelli in é che si distinguono in due gruppi, uno che dà un i e l'altro che dà in ie.

Successivamente è Giancinto Peluso a voler risollevare la questione di appartenenza del diletto tarantino all'area pugliese. In Ajère e ôsce - Alle radici del dialetto tarantino, conferma le ricerche effettuate da Greco e da Mancarella con altri punti di contatto tra il tarantino e il pugliese:

  • la tendenza a turbare le vocali toniche in sillaba libera o in direzione palatale (máne, cápe) o in direzione velare (vóce, buóno), mentre i dialetti salentini hanno vocali toniche ben distinte (càpu, vòce);
  • la riduzione di tutte le atone finali ed interne, al contrario del sistema salentino che articolare sempre tutte le atone;
  • la sonorizzazione del postnasali, che in salentino rimangono intatte;
  • le desinenze dell'imperfetto -áve e -íve, che in salentino sono -aa e -ii, e le desinenze del perfetto in -éve e -íve, che in salentino sono -ai e -ii;
  • il sistema del possessivo tipico pugliese a due forme (maschile e plurale, e femminile) contro quello salentino ad una forma soltanto;
  • l'uso del congiuntivo nell'ipotetica irreale, mentre il salentino continua ad usare l'indicativo.

A sostenere invece la tesi secondo la quale in dialetto tarantino appartenga all'area salentino, sono soprattutto gli studiosi Heinrich Lausberg e Gerhard Rohlfs. Lausberg nota una concordanza tra il tarantino e il brindisino nell'esito fonetico che accomuna i continuatori e ed o stretti e aperti, confluiti sempre in suono aperto (cuèdde, strètte, po'nde), mentre Rohlfs mette in evidenza l'uso della congiunzione cu + presente indicativo per tradurre l'infinito ed il congiuntivo, costrutto tipico dei dialetti salentini. Nel Vocabolario dei dialetti salentini di Rohlfs si contano più di tredicimila voci latine, oltre ventiquattromila greche e circa trecentoquaranta tra spagnole, portoghesi, catalane, provenzali, celtiche, còrse, germaniche, inglesi, turche, albanesi, dalmate, serbe, rumene, ebraiche, bèrbere ed arabe.

Oltre ad alcune similitudini morfo-sintattiche con i dialetti salentini, il tarantino vanta anche numerosissimi vocaboli in comune col Salento, tanto da farlo includere da Rohlfs nel suo Vocabolario dei dialetti salentini. Tuttavia, le divergenze fonetiche con i dialetti salentini nonché il numero elevato di vocaboli e particolarità che sono originali tarantine, fanno vacillare questa tesi, mettendo in difficoltà gli studiosi.

Di sicuro il sostrato greco è ancora ben visibile, con numerosi derivati sia lessicali sia sintattici. Si prenda ad esempio la frase "ecco il taxi" e si confrontino le traduzioni in greco e tarantino:

  • να το ταξί [na to taxì];
  • nà 'u taxí.

Come si può ben vedere, le due frasi sono somiglianti (να το - nà 'u), e questo non è che solo uno dei tanti esempi di similitudine col greco. Un tipico costrutto ereditato è costituito da un particolare tipo di periodo ipotetico, dove la costruzione italiana "se avessi, ti darei" è resa in tarantino con la forma greca "ce avéve, te dáve". Altro grecismo puro è la perdita dell'infinito dopo i verbi che esprimono un desiderio o un ordine: vògghie cu vvóche (voglio andare, lett. voglio che vado), o un ordine: dìlle cu accàtte (digli di comprare). Anche in ambito fonetico i residui del solstrato greco sono ben visibili:

  • la sonorizzazione delle postnasali (come avviene nel greco moderno per i nessi ντ e μπ);
  • la tendenza ad accentuare i monosillabi e i bisillabi sull'ultima vocale;
  • l'esito nelle voci posteriori di -o- in -u-: sckamunére > gr. σκαμόνιον (skammónion).

Gli studiosi che si cimentano con lo studio del dialetto tarantino, non possono non tener conto di questi importantissimi dati, che escluderebbero a priori la possibile appartenenza ad un gruppo pugliese. Oggi il dibattito sulla classificazione di questo dialetto è ancora aperto, e studiosi e linguisti continuano a discutere sulla sua filogenesi.

Tradizioni dialettali[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Tradizioni dialettali di Taranto.

Fonologia[modifica | modifica sorgente]

Vocali[modifica | modifica sorgente]

Oltre alle tipiche cinque vocali dell'italiano a e i o u, il dialetto tarantino ne conta anche altre cinque: é ed ó sono vocali chiuse, la á che ha un suono particolarmente chiuso, quasi semimuto, ed í e ú chiamate "vocali dure", poiché vengono pronunciate con una notevole vibrazione delle corde vocali. Vi sono anche le vocali aperte à è ì ò ù [14] e le vocali lunghe â ê î ô û[14] che hanno valore doppio rispetto a quelle italiane. Esiste inoltre un'altra vocale, la e muta, la quale è silente in fine di parola e semimuta nel mezzo; quindi una parola come perebìsse andrà pronunciata come [p'r'biss]. I dittonghi sono pronunciati come in italiano, tranne che per ie che vale come una i lunga se si trova nel corpo di una parola, mentre se posta alla fine andrà pronunciata come una i molto veloce seguita da una e semimuta, e au che va pronunciata come in francese.

Consonanti[modifica | modifica sorgente]

Le consonanti sono le stesse dell'italiano, con sole cinque aggiunte: c se si trova in posizione postonica tende ad essere pronunciata come sc in sciocco, j pronunciata come la y della parola inglese yellow, il nesso sck dove sc è pronunciato come nella parola italiana scena, la k come la c di casa, il nesso ije pronunciato più o meno come ille nella parola francese bouteille, e la v in posizione intervocalica che non ha alcun suono (es: avuandáre, tuve, ecc.). Le consonanti doppie sono molto frequenti in principio di parola, ed hanno un suono più forte rispetto alle loro corrispettive singole.[14]

La dieresi[modifica | modifica sorgente]

A causa del grande numero di omofoni presenti nel dialetto tarantino, a volte si è costretti a distinguerli per mezzo di un accento o di una dieresi[14]; quest'ultima viene adoperata soprattutto per indicare lo iato fra due consonanti, ad esempio:

  • fiúre (fiori), fïure (figura);
  • pèsce (pesce), pésce (peggio), ecc.

Dissimilazione e assimilazione[modifica | modifica sorgente]

La dissimilazione è un fenomeno per il quale due suoni, trovandosi a stretto contatto, tendono a differenziarsi:

  • lat. cultellus - tar. curtíedde (coltello).

L'assimilazione si ha quando la consonante iniziale di una parola si muta nella consonante della seconda sillaba della parola stessa, in seguito ad un'anticipazione dell'articolazione fonetica di quest'ultima:

  • lat. juscellum - tar. sciuscijlle (tipo di minestra).

Geminazione[modifica | modifica sorgente]

Una particolarità che saltà subito all'occhio di chi per la prima volta si trova a leggere un testo in dialetto tarantino, è il fenomeno della geminazione, o più semplicemente raddoppiamento iniziale o sintattico. Esso è un fenomeno di fonosintassi, ossia, a causa della perdita della consonante finale di alcuni monosillabi (assimilazione fonosintattica), la consonante iniziale della parola che segue viene rafforzata.

I principali monosillabi che danno luogo alla geminazione sono:

  • a: a (preposizione);
  • e: e (congiunzione);
  • cu: con (sia come congiunzione, sia come preposizione);
  • addà: lì, là (avverbio);
  • aqquà: qui, qua (avverbio);
  • ogne: ogni (aggettivo indefinito);
  • cchiù: più (aggettivo e avverbio);
  • pe': per (preposizione);
  • : è (verbo essere);
  • : sei (verbo essere);
  • so': sono (verbo essere);
  • 'mbrà: tra, fra (preposizione);
  • tré': tre (numerale).

Il raddoppiamento iniziale è indispensabile nella lingua orale per capire il significato della frase:

  • hè fatte bbuéne (hai fatto bene);
  • è ffatte bbuéne (è fatto bene).

Come si vede dall'esempio, il rafforzamento della f si rivela fondamentale per il senso dell'affermazione. Ecco altri esempi:

  • 'a máne (la mano) - a mmáne (a mano);
  • de pètre (di pietra) - cu ppètre (con pietra);
  • 'a cáse (la casa) - a ccáse (a casa).

Grammatica[modifica | modifica sorgente]

La grammatica tarantina è alquanto diversa da quella dell'italiano standard. Essa presenta molti costrutti di carattere tipicamente greco[senza fonte] e latino, come del resto anche i dialetti pugliesi e salentini.

Morfologia[modifica | modifica sorgente]

Articoli e sostantivi[modifica | modifica sorgente]

Il dialetto tarantino ha due generi, maschile e femminile. Avendo la terminazione in -e muta, il genere delle parole è riconoscibile solamente tramite l'articolo, che in tarantino è 'u, 'a, le per il determinativo, e 'nu, 'na per l'indeterminativo.

Se il sostantivo che segue l'articolo comincia con una vocale, questo si apostrofa, a meno che esso non abbia una consonante iniziale precedentemente caduta:

  • l'acchiále (gli occhiali);
  • l'ome (l'uomo);
  • 'n'àrvule (un albero);
  • le uáje (i guai);
  • 'u uéve (il bue);
  • 'a uagnèdde (la ragazza).

Plurale e femminile[modifica | modifica sorgente]

La formazione del plurale è assai complessa. Per molti sostantivi ed aggettivi esso non esiste, ossia rimangono invariati:

  • 'u libbre (il libro) - le libbre (i libri);
  • l'àrvule (l'albero) - l'àrvule (gli alberi).

Alcuni aggiungono il suffisso -ere:

  • a cáse (la casa) - le càsere (le case);

Altri cambiano la vocale tematica:

  • 'a fogghie (la foglia) - le fuègghie (le foglie);
  • 'u chiangóne (il macigno) - le chiangúne (i macigni).

Altri ancora tutti e due:

  • 'u pertúse (il buco) - le pertòsere (i buchi);
  • 'u paìse (il paese) - le pajèsere (i paesi).

In ultimo vi sono i plurali irregolari:

  • l'anijdde (l'anello) - l'anèddere (gli anelli);
  • 'u figghie (il figlio) - le fíle (i figli),

o sostantivi con doppia formazione:

  • 'a mulèdde (la mela) - le mulìdde o le mulèddere (le mele).

La formazione del femminile segue le stesse regole. Alcuni sostantivi e aggettivi rimangono invariati:

  • bèdde (bello) - bèdde (bella).

Altri cambiano il dittongo in o:

  • luènghe (lungo) - longhe (lunga).

Pronomi[modifica | modifica sorgente]

I pronomi dimostrativi sono:

  • quiste (questo);
  • quèste (questa);
  • quidde, (quello);
  • quèdde (quella, quelle);
  • chiste (questi);
  • chidde (quelli).

Più usate nel parlato sono le forme abbreviate: 'stu, 'sta, 'ste.

I pronomi personali sono:

persona soggetto atono tonico riflessivo
1a singolare ije me méje me
2a singolare tune te téje te
3a singolare maschile jidde le jidde se
3a singolare femminile jèdde le jèdde se
1a plurale nuje ne nuje ne
2a plurale vuje ve vuje ve
3a plurale indistinto lóre le lóre se
impersonale se -- -- se

Se la forma dativa del pronome soggetto è seguita da un pronome oggetto, a differenza dell'italiano, la forma dativa si omette lasciando posto solo per il pronome oggetto:

  • 'u diche cchiù ttarde (lo dico più tardi).

Volendo si può specificare il soggetto mediante l'aggiunta di un pronone personale:

  • 'a jidde 'u diche cchiù ttarde (a lui lo dico più tardi).

Per la "forma di cortesia", il tarantino adopera la forma allocutiva che, come avveniva a Roma, dà del tu a tutti indistintamente. Se proprio si vuole esprime rispetto nei riguardi dell'interlocutore, si aggiunge l'aggettivo ussegnorije, lasciando però sempre il verbo alla seconda persona singolare:

  • d'addò avíne ussegnorije? (Lei da dove viene?).

Quando il pronome riflessivo della prima persona plurale è seguito da pronome oggetto (in italiano reso con ce) e si trova alla forma negativa, esso diviene no'nge in dialetto tarantino:

  • nu' no'nge ne sciáme (noi non ce ne andiamo).

I pronomi relativi sono:

  • ci, ce (chi);
  • ca (il quale, la quale, i quali, le quali, di cui, a cui).

Per esempio:

  • ci sì tu'? (chi sei?);
  • 'a cristiáne c'hagghie vìste ajére (la signora che ho visto ieri);
  • le libbre ca m'hé parláte (i libri di cui mi hai parlato).

Aggettivi[modifica | modifica sorgente]

Gli aggettivi possessivi sono:

persona maschile singolare femminile singolare plurale indistinto forma enclitica
1a singolare mije méje mije -me
2a singolare tuje, tuve toje, tove tuje, tuve -te
3a singolare suje, suve soje, sove suje, suve -se
1a plurale nuèstre nostre nuèstre -
2a plurale vuèstre vostre vuèstre -
3a plurale lòre lòre lòre -se

In dialetto tarantino l'aggettivo possessivo va sempre posto dopo il nome al quale si riferisce:

  • 'a màchene méje (la mia automobile).

Altra caratteristica di questo dialetto è anche la forma enclitica del possessivo tramite suffissi, che però è limitata solamente alle persone:

  • attàneme (mio padre);
  • màmete (tua madre);
  • sòrese (sua sorella),

e via di seguito.

Preposizioni[modifica | modifica sorgente]

Le preposizioni semplici sono:

  • de (di);
  • a (a);
  • da (da);
  • jndre ('nde) (in);
  • cu (con);
  • suse (su);
  • pe' (per);
  • 'mbrà (tra, fra).

Possono fare anche da preposizioni:

  • sotte (sotto);
  • abbàsce (sotto, giù).

Le preposizioni articolate sono:

  'u 'a le
de d'u d'â de le
a a'u (ô) a' a lle
da d'ô d'â da le
jndre jndr'ô jndr'â jndre le, jndr'a lle
cu c'u cu 'a cu lle
suse sus'ô sus'a suse le
pe' p'u p'a pe' lle

Ca e Cu

Ca (lat. quia) può avere valore di:

  • preposizione relativa: vòche a accàtte 'u prime ca jacchie (comprerò il primo che trovo);
  • congiunzione:
    1. nella proposizione dichiarativa: sacce ca jè 'nu bbuène uagnóne (so che è un bravo ragazzo);
    2. nelle proposizione consecutiva: téne numunne de lìbbre c'a cáse soje pare 'na bibbliotèche (ha tanti libri che la sua casa sembra una biblioteca);
  • introdurre il secondo termine di paragone: jéve cchiù 'a fodde ca 'u rèste (era più la folla che il resto).

Cu (lat. quod) può avere valore di:

  • preposizione: tagghiáre c'u curtíedde (tagliare col coltello);
  • congiunzione (con);
  • dopo i verbi che esprimo un desiderio o un ordine: vôle cu mmange (vuole mangiare);
  • per formare il congiuntivo presente: cu avéna aqquà (che venga qui);
  • nella forma avversativa: cu tutte ca (con tutto che);
  • nelle proposizioni finali: vuléve cu éve cchiù ìrte (avrei voluto essere più alto);
  • nelle proposizioni concessive: avàste cu ppáje (basta che paghi);
  • come presente perifrastico: sté cu avéne (sta per venire).

Il partitivo in tarantino non esiste, e per tradurlo vengono adoperate due forme:

  • 'nu pìcche (un poco);
  • dóje (due).

Per esempio:

  • pozze avè 'nu pìcche de marànge? (potrei avere delle arance?);
  • ajére hagghie accattáte do' mulèddere (ieri ho comprato due mele).

Verbi[modifica | modifica sorgente]

Il sistema verbale tarantino è molto complesso e differente da quello italiano. Esso si basa su costrutti di tipica origine latina e greca e conosce solo due coniugazioni, che sono: -áre ed -ére.

I verbi principali e le loro declinazioni all'indicativo presente sono:

  • Essere (non come ausiliare): so', sì(nde), (o éte), síme, síte, sò(nde);
  • Avere (anche in luogo di Dovere): hagghie, , ha, ame, avíte, honne;
  • Stare: stoche, sté(je), sté(je), stáme, státe, stonne;
  • Andare: voche, vé(je), vé(je), sciáme, sciáte, vonne;
  • Tenere (in senso di possesso): tènghe, tíne, téne, teníme, teníte, tènene;
  • Fare: fazze, fáce, fáce, facíme, facíte, fàcene.

Caratteristica tipica è l'uso frequente della prostesi della vocale -a-, che porta ad una doppia forma verbale[15]:

  • cògghiere e accògghiere (raccogliere);
  • 'ndruppecáre e attruppecáre (inciampare).

Vi è anche la presenza del suffisso incoattivo -èscere derivato dall'antico -ire[16]:

  • durmèscere (dormire);
  • sparèscere (sparire);
  • sckurèscere (imbrunire).

È molto diffusa l'alternanza vocalica tra i verbi della prima coniugazione, dovuto alla metafonia. Essi sono soggetti al dittongamento dell'ultima vocale tematica (-o- in -uè- ed -e- in -ie-). Per esempio:

  • sciucáre (giocare): ije scioche, tu' sciuèche, jidde scioche...;
  • annegghiáre (scomparire): ije annègghie, tu' anniegghie, jidde annègghie....

I verbi servili

  • scére (andare): Il principale verbo servile è usato molto spesso in frasi interrogative e negative.

Coniugazioni[modifica | modifica sorgente]

I verbi della seconda coniugazione, esitano la o in u:

  • còsere (cucire): ije cóse, tu' cúse, jidde cóse...;
  • canòscere (conoscere): ije canòsche, tu' canúsce, jidde canòsce....

Modo infinito[modifica | modifica sorgente]

L'infinito dei verbi è reso, specialmente nel parlato informale, mediante l'apocope delle forme così dette "da dizionario":

  • addumandà, addumannà (chiedere);
  • canoscè (conoscere).

Se l'infinito segue un verbo di desiderio o d'ordine, viene tradotto con la congiunzione cu seguita dal presente indicativo del verbo[17]

  • te vògghie cu dìche (voglio dirti);
  • dìlle cu avéne (digli di venire).

Modo indicativo[modifica | modifica sorgente]

Le desinenze per formare l'indicativo presente sono le seguenti:

  • prima coniugazione: -e, -e, -e, -áme, -áte, -ene;
  • seconda coniugazione: -e, -e, -e, -íme, -íte, -ene.

A differenza degli altri dialetti pugliesi, nel tarantino non compare la desinenza -che per le prime persone. Questa desinenza è usata però per i verbi monosillabici[18]:

  • voche (vado);
  • vèche (vedo);
  • stoche (sto).

Il presente continuato in tarantino si forma con l'indicativo presente del verbo stare + preposizione a + indicativo presente del verbo:

  • stoche a ffazze (sto facendo).

Fanno eccezione a questa regola la seconda e la terza persona singolare, le quali non richiedono l'uso della preposizione a:

  • sté studie (sta studiando);
  • sté mmange (sta mangiando).

Nell'imperfetto troviamo le seguenti desinenze[16]:

  • prima coniugazione: -áve, -áve, -áve, -àmme, -àveve (-àvve), -àvene;
  • seconda coniugazione: -éve, -íve, -éve, -èmme, -ivene (-ìvve), -èvene.

Per il tempo perfetto le desinenze sono[19]:

  • prima coniugazione: -éve, -àste, -óje, -àmme, -àste, -àrene;
  • seconda coniugazione: -íve, -ìste, -íje, -èmme, -ìste, -érene.

In dialetto tarantino non esiste una forma univerbale di futuro, che perciò viene spesso sostituito dal presente indicativo oppure viene espresso mediante la perifrasi futurale derivata dal latino habeo ab + infinito, caratteristica questa che è comune ad altre lingue, tra cui la lingua sarda:

  • hagghie a ccundà' (racconterò).

Questo costrutto è usato anche per esprime il senso di necessità:

  • Ce amm'a ffà? (cosa dobbiamo fare?).

Modo congiuntivo[modifica | modifica sorgente]

Il congiuntivo presente ha tutta una sua forma particolare, tipica poi dei dialetti salentini; si rende con la congiunzione cu seguita dal presente indicativo:

  • Dille cu avènene cu nnuje! (digli che vengano con noi!).

Al contrario, il congiuntivo imperfetto ha delle desinenze proprie:

  • prima coniugazione: -àsse, -àsse, -àsse, -àmme, -àste, -àssere;
  • seconda coniugazione: -ìsse, -ìsse, -èsse, -èmme, -ìste, -èssere.

Modo condizionale[modifica | modifica sorgente]

Altro tempo verbale inesistente è il condizionale, sostituito dall'imperfetto indicativo o dall'imperfetto del congiuntivo:

  • vuléve scè' ô cìneme (vorrei andare al cinema);
  • vulìsse venè' pur'ije (vorrei venire anche io).

Modo imperativo[modifica | modifica sorgente]

L'imperativo è formato semplicemente con l'aggiunta della desinenza -e per la seconda persona singolare, -àme o -íme per la prima persona plurale, e -àte o -íte per la seconda persona plurale:

  • tremíende! (guarda!),
  • sciàme! (andiamo!),
  • aveníte! (venite!).

La formazione dell'imperativo negativo è già più complicata; si ottiene mediante la circonlocuzione verbale con scére + gerundio (dal latino ire iendo)[20][21]:

  • 'nò scè' scènne a' scole créje! (non andare a scuola domani!).

Modo gerundio[modifica | modifica sorgente]

Il gerundio si ottiene aggiungendo la desinenza -ànne per i verbi del primo gruppo, e -ènne per i verbi del secondo:

  • 'nghianànne (salendo),
  • fuscènne (correndo).

A volte per tradurre il gerundio si fa ricorso ad una preposizione relativa:

  • hagghie vìste 'u film ca stè mangiáve (ho visto il film mangiando).

Modo participio[modifica | modifica sorgente]

Il participio passato è formato con l'aggiunta del suffisso -áte per i verbi appartenenti al primo gruppo, e del suffisso -úte per i verbi appartenenti al secondo. Tuttavia vi sono anche participi passati uscenti in -ste:

  • viste (visto),
  • puèste (posto),
  • rumàste (rimasto).

Essere[modifica | modifica sorgente]

persona Indicativo presente Imperfetto Perfetto Congiuntivo presente Congiuntivo imperfetto
Ije so' ére fuéve cu sije fòsse
Tune sì(nde) ìre fuìste cu sía fuèsse
Jidde, Jèdde jè, éte ére, jéve fu' cu sije fòsse
Nuje síme èreme fuèmme cu síme fòsseme
Vuje síte írene fuèsteve cu síte fuèsseve
Lóre sò(nde) èrene, jèvene fúrene cu síene fòssere

Avere[modifica | modifica sorgente]

persona Indicativo presente Imperfetto Perfetto Congiuntivo presente Congiuntivo imperfetto
Ije hagghie avéve avìbbe cu hagghie avìsse
Tune avíve avìste cu hagghie avìsse
Jidde, Jèdde ha(ve) avéve aví cu hagghie avèsse
Nuje ame avèveme avèmme cu avìme avìsseme
Vuje avíte avìveve avìsteve cu avíte avìsseve
Lóre honne avèvene avèrene cu honne avèssere

Esempi[modifica | modifica sorgente]

'U 'Mbiérne de Dande (Claudio De Cuia)[22]

'Mmienze ô camíne nuèstre de 'sta víte
ij' me scè 'cchiève jndr'a 'nu vòsch'uscúre
ca 'a drètta vije addáne havè' sparíte.

Ma ci l'à ddà cundáre le delúre
de 'stu vosche sarvagge e 'a strada stòrte
ca jndr'o penzière me crèsce 'a pavúre.

Ma è tand'amáre ch'è pêsce d'a morte;
ma pe' ccundáre 'u bbéne ca truvéve,
hagghia parlà' de quèdda mala sòrte.

Ije mo' nò ssacce accum'è ca m'acchiève,
tand'assunnáte stáve a qquèdda vanne
ca 'a vije veràce te scè' 'bbandunéve.

Doppe ch'havè' 'rreváte tremelànne
già 'ngocchie a lle fenéte de 'sta chiàne,
ch'angòre ô côre dè' mattáne e affanne,

vedíve 'u cièle tutte a mmane-a-mmane
ca s'ammandáve d'a luce d'u sole
ca 'nzignalèsce 'a strate a ogne crestiáne...

Inferno - Canto I (Dante Alighieri)

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant' è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.

Io non so ben ridir com' i' v'intrai,
tant' era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m'avea di paura il cor compunto,

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de' raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle...

'U 'càndeche de le crijatúre de San Frangísche (Enrico Vetrò)

Altísseme, 'Neputènde, Signóre bbuéne,
Túje so le làude, 'a glorie e ll'anóre e ogne bbenedizzióne.

A Tté súle, Altísseme, Te tòcchene,
e nnisciún'óme éte dègne de Te menduváre.

Lavudáte sije, Signóre mije, appríss'a ttutte le crijatúre Tóve,
spéče frátema mije mèstre sóle,
ca jé llúče d'u ggiúrne, e nn'allumenìsce a nnúje cu jidde.

E jìdd'é' bbèlle e allucèsce cu sblennóre granne,
de Téje, Altísseme, annùče 'u valóre.

Lavudáte sije, Signóre mije, pe' ssòrem'a lúne e lle stèdde:
'ngíele l'hé crijáte lucénde, sobraffíne e vvalènde, e bbèdde.

Lavudáte sije, Signóre mije, pe' ffráteme 'u víende,
e ppe' ll'àrie, le nùvele, 'u chiaríme e ogne ttìjembe,
ca cu chìdde a lle crijatúre Tóve le fáče refiatà.

Lavudáte sije, Signóre mije, pe' ssòreme l'acque,
ca jé ùtele asséje, terragnóle, prizziósa e cchiáre.

Lavudáte sije, Signóre mije, pe' ffráteme 'u fuéche,
ca cu jìdde allumenìsce 'a nòtte:
e jidd'è' bbèlle, allègre, pastecchíne e ffòrte.

Lavudáte sije, Signóre mije, p'a sóra nòstra màtra tèrre,
ca ne mandéne e nn'ènghie 'a vèndre,
e ccàcce numúnne de frùtte e ppúre fiúre d'ogne cculóre e ll'èrve.

Lavudáte sije, Signóre mije, pe' cchidde ca perdònene p'amóre Túve
E ssuppòrtene malatíje e ttrìbbule.

Vijáte a cchìdde ca l'honna ssuppurtà cu rrassignazzióne,
ca da Téje, Altísseme, honn'essere 'ngurunáte.

Lavudáte sije, Signóre mije, p'a sóra nostra morta d'u cuèrpe
ca da jèdde nisciún'ome ca refiáte po' scambáre:
uàje a cchìdde c'honna murè jind'a' le puccáte murtále;
vijáte a cchìdde ca jedde à dda truvà jind'a' Vulundà' Ttója Sandísseme,
ca a llóre 'a secònna mòrte no 'nge l'à ddà ffa' mále.

Lavudáte e bbenedecíte 'u Signóre mij' e dečíteLe gràzzie
E sservíteLe cu grànna devuzzióne.

Cantico delle creature (Francesco d'Assisi)

Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione.

Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mì Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumeni noi per lui.

Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si', mi Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si', mì Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si', mì Signore, per sor Aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si', mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si', mì Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Laudato si', mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore
et sostengono infirmitate et tribulatione.

Beati quelli ke 'l sosterranno in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato sì mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po' skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no 'l farrà male.

Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate..


Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci viene usato il termine "lingua" se riconosciute tali nelle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Per gli altri idiomi viene usato il termine "dialetto".
  2. ^ a b Domenico Ludovico De Vincentiis, Vocabolario del dialetto tarantino in corrispondenza della lingua italiana - Ristampa anastatica edizione di Taranto del 1872 (prefazione), Arnaldo Forni Editore, Sala Bolognese, 1977.
  3. ^ Pierre Wuilleumier, Taranto, Dalle Origini alla Conquista Romana. Traduzione dal francese di Giuseppe Ettorre (pp. 657-659), Mandese Editore, Taranto, 1987.
  4. ^ Ad esempio celóne (tartaruga) da χελώνη, cèndre (chiodo) da κέντρον, ceráse (ciliegia) da κεράσιον, mesále (tovaglia) da μεσάλον (mesálon), àpule (molle) da απαλός, tràscene (specie di pesce) da δράκαινα.[senza fonte]
  5. ^ Ad esempio dìleche (mingherlino) da delicus, descetáre (svegliare) da oscitare, gramáre (lamentarsi) da clamare, 'mbise (malvagio) da impensa, sdevacáre (svuotare) da devacare, aláre (sbadigliare) da halare.[senza fonte]
  6. ^ a b Walther von Wartburg, Die Entstehung der romanischen Völker, Tübingen, 1951.
  7. ^ AA.VV., L'Italia linguistica odierna e le invasioni barbariche in "Rendiconti Cl. di Sc. Mor. e st. della Regia Accademia d'Italia" (7.3 pp. 63-72 e ss.), 1941.
  8. ^ Benvenuto Aronne Terracini, Italia dialettale di ieri e di oggi, Torino, 1958.
  9. ^ Giuliano Bonfante, Latini e Germani in Italia (pp.50-51), Brescia, 1965.
  10. ^ Ad esempio sckife (imbarcazione) da skif, ualáne (bifolco) da gualane e chiaràzze (pianta di campo) da chiarazz.[senza fonte]
  11. ^ Ad esempio chiaúte (bara) da tabut e masckaráte (risata) da mascharat.[senza fonte]
  12. ^ Ad esempio fesciùdde (coprispalle) da fichu, accattáre (comprare) da achater, pote (tasca) da poche, 'ndráme (interiora) da entrailles.[senza fonte]
  13. ^ Ad esempio marànge (arancia) da naranja e suste (tedio) da susto.[senza fonte]
  14. ^ a b c d Claudio Di Cuia, Vocali e consonanti nel dialetto tarantino, Mandese, Taranto, 2003.
  15. ^ Rosa Anna Greco, Ricerche sul verbo nel dialetto tarantino, in "Rivista di Studi linguistici salentini" (vol. 6 pp. 71), Congedo Editore, Galatina, 1973.
  16. ^ a b Nicola Gigante, Dizionario della parlata tarantina. Storico critico etimologico, Mandese, Taranto, 2002.
  17. ^ Gerhard Rohlfs, La perdita dell'infinito nelle lingue balcaniche e dell'Italia meridionale (pp.733-744), Sofia, 1958.
  18. ^ Gerhard Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti (p. 261).
  19. ^ Giovan Battista Mancarella, Distinzioni e modifiche nel Salento (p. 48), Bari, 1981.
  20. ^ Margherita Monreale, Observaciones acerca del uso del verbo sin contenido semàntico, in "Annali" della Facoltà di Lingue e letterature straniere di Bari (pp. 27-90), 1966.
  21. ^ Margherita Monreale, Tomo v me voy, in "Vox Romanica" (pp. 13-55), Berna, 1966.
  22. ^ Claudio De Cuia, U Mbiérne de Dande, Editrice Tarentum, Taranto, 1976.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Rosa Anna Greco - Ricerca sul verbo nel dialetto tarentino (dalla rivista Studi Linguistici Salentini volume VI) - Congedo Editore - Galatina, 1973
  • Paolo De Stefano - Saggi e ritratti di cultura ionica - Scorpione Editrice - Taranto, 1985
  • Giancinto Peluso - Ajère e ôsce. Alle radici del dialetto tarantino - Edizioni Bnd - Bari, 1985
  • Nicola Gigante - Dizionario critico etimologico del dialetto tarantino - Piero Lacaita Editore - Manduria, 1986
  • Nicola Gigante - Dizionario della parlata tarantina. Storico critico etimologico - Mandese Editore - Taranto, 2002
  • Claudio De Cuia - Vocali e consonanti nel dialetto tarantino - Mandese Editore - Taranto, 2003
  • Campanini - Carboni - Il dizionario della lingua e della civiltà latina - Paravia - Torino, 2007
  • Gerhard Rohlfs - La perdita dell'infinito nelle lingue balcaniche e nell'Italia meridionale in Omagiu lui Jordan - Sofia, 1958
  • Cosimo Acquaviva - Taranto... Tarantina - Taranto, 1931
  • Domenico Ludovico De Vincentiis - Vocabolario del dialetto tarantino in corrispondenza della lingua italiana - Ristampa anastatica edizione di Taranto del 1872 - Arnaldo Forni Editore - Sala Bolognese, 1977.
  • Claudio de Cuia - Detti interdetti - Scorpione editrice, Taranto 2004

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