Dialetti marchigiani

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1leftarrow.pngVoce principale: Marche.

Dialetto marchigiano (marchizàn, marchizèn, marchigiàn, marchigèn, marchigià, marchiggià, marchëscià)
Parlato in Italia
Regioni Marche
Persone ~850.000 [1]
Classifica Non nei primi 100
Filogenesi Indoeuropee
 Italiche
  Romanze
   Italo-centrali
    Dialetto marchigiano
Statuto ufficiale
Nazioni -
Regolato da nessuna regolazione ufficiale
Codici di classificazione
ISO 639-2 -

I dialetti marchigiani[2] sono quelli parlati nella regione italiana delle Marche, il cui territorio non è unitario dal punto di vista linguistico[3]. La regione si contraddistingue dunque per essere particolarmente frammentata sotto questo aspetto: per una straordinaria concomitanza di cause etniche, economiche e storico-culturali, sono infatti diverse le varietà linguistiche locali. Esse si possono ascrivere a ben tre sistemi linguistici principali (gallo-italico, mediano e meridionale)[4] oltre a zone miste di difficile classificazione[5].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La mancanza di unità linguistica affonda le sue origini nelle vicende di popolamento più antiche: infatti, prima della colonizzazione romana il suo territorio si presentava diviso tra il popolo gallico dei Celti, a nord del fiume Esino, e quello italico dei Piceni, che dominava tutte le Marche centro-meridionali fino a giungere ad occupare persino la parte centro-settentrionale dell'Abruzzo (fiume Saline).

La penetrazione del latino, come si vedrà, si svolse secondo itinerari diversi facenti capo ad ambenti diversi (passo di Scheggia, via Salaria, ecc.), e inoltre notevole fu la sproporzione fra gli estesi territori annessi e quelli alleati; due perni della latinità furono le colonie di Firmum e Cupra (le attuali Fermo e Ripatransone-Cupra Marittima), mentre di città alleate fino al tempo della guerra sociale non si ebbero che Ancona e Numana sul mare, mentre all'interno Camerino, Ascoli Piceno, Matelica e Urbino: in queste condizioni la mescolanza con la popolazione preesistente è stata largamente favorita. È da notare poi che le iscrizioni latine di Pesaro mostrano una chiara influenza umbra e non gallica.

Ulteriori evoluzioni linguistiche, in parallelo col resto della penisola, si ebbero nell'alto Medioevo, con la creazione della Pentapoli marittima di ambito bizantino, cui aderirono Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia e Ancona, mentre a sud si trovava il potente gastaldato longobardo di Fermo, che si estendeva fino al nord dell'Abruzzo.

Attorno al Mille, specie a partire dalle creazione della Marca di Ancona, il panorama linguistico delle Marche si presenta più omogeneo se confrontato con quello dei secoli successivi. Esistevano sì le due aree linguistiche (Nord e Sud), ma il loro confine non era invalicabile alla circolazione dei fenomeni linguistici; presentavano anzi un coefficiente sensibile di affinità, all'interno del quale la componente meridionale aveva una sua cospicua presenza. In pratica non si erano ancora introdotti i profondi motivi di diversificazione oggi constatabili.

Il fenomeno che interessava interamente il territorio regionale era la metafonesi, la quale durò fino al Trecento, quando la toscanizzazione (molto intensa per i rapporti commerciali e culturali), la fece regredire ed annullare nell'area centrale. Questa fase interruppe la primitiva continuità linguistica nel territorio marchigiano e da quel momento i due tronconi procedettero staccati, ognuno per proprio conto, producendo ulteriori suddivisioni rispettivamente nel proprio ambito.

Alla fine del Trecento l'influsso toscano lascia le sue conseguenze nei principali centri delle Marche, nelle scritture sia letterarie sia documentarie. Il suo modello viene comunque imposto in maniera diversa; mentre, per esempio, ad Urbino esso è legato al contesto politico e culturale e verrà meno con l'evolversi degli eventi, ad Ancona, dove è fondato su rapporti meramente economici e commerciali, il toscano riuscirà a deviare il corso evolutivo della parlata. Il toscaneggiamento è comunque maggiore negli ambienti aulici, mentre si perde in quelli popolareggianti.

Classificazione[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dialetto gallo-italico marchigiano, Dialetti italiani mediani e dialetti abruzzesi settentrionali.
Carta dei raggruppamenti linguistici dei dialetti italiani
Carta dei dialetti marchigiani

Come detto precedentemente, il composito insieme dei dialetti delle Marche appartiene a tre gruppi diversi:

Le tre aree dialettali in parte corrispondono alle vie di penetrazione del latino e sono tra loro così diversificate da rendere reciprocamente incomprensibili i dialetti parlati in aree lontane tra loro (ad esempio: Ascoli Piceno e Urbino).

Dialetto gallo-italico delle Marche[modifica | modifica wikitesto]

Il marchigiano settentrionale è anche chiamato da alcuni galloitalico-marchigiano, gallico-marchigiano[8] essendo di tipo gallo-italico o gallo-piceno[5]. Tale denominazione non è diffusa nelle classificazioni tradizionali, le quali lo riconducono direttamente alla lingua romagnola[9][10][11][12][5] con la quale condivide le principali caratteristiche. Pertanto, le differenze con gli altri dialetti della regione sono in diversi casi assai spiccate, e possono essere così brevemente sintetizzate:

  • palatizzazione di a in sillaba libera (chèsa per "casa", falignèm per "falegname", chèr per "caro", pèdre per "padre"), fenomeno anche perugino, che qui sfuma tra Fano e Senigallia;
  • la tonica i dinnanzi a nasale diventa é (vén per "vino", cucéna per "cucina");
  • la pronuncia aperta di e finale accentata (, trε, perchε fino circa a prima di Fano);
  • la diversa distribuzione delle vocali aperte e chiuse, specie nell'area più interna, come nella variante umbra altotiberina (béne, éra, sédia, ma ròtto, strètto);
  • la riduzione in ì del dittongo "iè" in sillaba libera (pìd per "piede", pìtra per "pietra");
  • le atone finali scompaiono del tutto come pure molte delle mediane ad eccezione della -a (dmèn per "domani", fémna per "femmina"), con conseguente drastica riduzione di sillabe in parole polisillabiche (stmèn per "settimane").

Sul piano consonantico tratti notevoli sono:

  • la semplificazione delle consonanti intense (cità, dona, ragaza), fenomeno che sconfina pure in territorio linguisticamente "mediano", come dimostrato dalla parlata di Ancona;
  • la lenizione delle sorde intervocaliche (avùd per "avuto", fadiga per "fatica", fóg per "fuoco"), che si spinge ancor più a sud nelle Marche centrali, essendo riscontrabile anche a Jesi e Osimo (magnado per "mangiato", dide per "dite").
  • la sonorizzazione di s intervocalica, anch'essa presente ad Ancona.

Dei tratti morfologico-sintattici si possono notare i plurali in -ai, -ei, -oi da singolari in "-al, -el, -ol", come anche in Veneto (cavài, cavéi, fagiói) e poi, nella subarea pesarese, i pronomi personali soggetto del tipo , per "io" "tu", e, in tutta l'area, la reduplicazione dell'intera serie pronominale con forme prive di accento (a Pesaro mε a parle "io parlo", tε t zi "tu sei", ló 'l bala "lui balla", lori i bala "loro ballano", el vènt el tira, ecc.).

Zona pesarese/fanese/urbinate[modifica | modifica wikitesto]

(Dialetto pesarese)

« Mentr’ acsé le parlèva
do’ ragazz malé pasèva
sai “bleu-geens” tutti sbrimblèdi
mezz scucid e mezz stracèdi
e ‘na maja strimilzita
cla cupriva metà vita. »

(IT)

« Mentre parlavano così
due ragazze passarono di lì
con i jeans tutti sbrindellati
mezzi scuciti e mezzi stracciati
e una maglia striminzita
che copriva mezza vita. »

(Agostino Ercolessi)
(Dialetto urbinate)

« pegg’ d’un chiod aruginitt,
prò in gambi, avevne dett:
te farem ‘na strada a gett
che, da vicin Calpin
tutta dritta porta a Urbin,
cinq minutt sa’ ‘na cinqcent
sensa fè tutt qi lament,
dietra ‘n camion pien de rena
ch ‘ se strascina a malapena,
da Borzaga a l’ex Consorzi,
e vo’ veda, forsi forsi
lla colpa è de nisciun?
O s’no è del Comun?
O di verdi consiglier?
O è d’l‘ Anas cantonier?
Sentit un po’, fattla fnitta
fat ‘na strada bella dritta.
“Tutti insieme radunati
accontentate gli urbinati?”
Chiapat insiem ‘na decision
el bon sens me da’ ragion
Via le curv del secol scors
Via qi doss da pront socors
dit’ insiem a n’ antre cent
la "bretella"; finalment! »

(IT)

« peggio di un chiodo arrugginito
però in cambio avevano detto:
ti faremo una superstrada
che, da vicino a Calpino
tutta diritta porta a Urbino
cinque minuti con una 500
senza fare quei lamenti
dietro un camion pieno di sabbia
che si arrampica a malapena
da Bivio Borzaga all'ex Consorzio
vuoi vedere adesso,
la colpa non è di nessuno?
oppure è del Comune
o dei consiglieri Verdi?
Oppure è dell' A.N.A.S.?
Ascoltate adesso, fatela finita
Realizzate una strada bella diritta
"Tutti insieme radunati
accontentate gli urbinati?"
Prendete una decisione tutti insieme
il buon senso mi da ragione
Via le curve del secolo scorso
Via quei dossi da pronto soccorso
dite insieme ad altri cento
la Bretella; finalmente! »

(Giorgio Speranzini nato Battazza)

Le differenze con il dialetto romagnolo si possono spiegare pensando che, prima dell'invasione dei Galli senoni, la zona di Pesaro era una delle più importanti della civiltà picena[13], e infatti è da notare come già in Romagna mancano caratteri vistosi come le c.d. "vocali turbate", ad es la ü. Nel litorale la zona dialettale pesarese/fanese/urbinate comprende tutte le località fra Gabicce Mare e Marotta e nell'interno abbraccia tutta la Provincia di Pesaro-Urbino tranne Pergola.

Presumibilmente qui dev'essere passato il primo itinerario della latinità "umbra", che, lungo la via Flaminia, è penetrata nel nord delle Marche attraverso il passo di Scheggia, incontrandosi e immergendosi nell'ambiente galloitalico, costeggiando il Metauro.[14]

Zona pergolese[modifica | modifica wikitesto]

« 'L pellegrin giva cantando,
Gesù Cristo, preddicando,
preddicando ad alta voce:
Gesù Cristo è morto 'n croce.
È morto da 'sta via
do' che giva Madre Maria.
«I' vo a trova 'l fio mia;
vo' l'avete visto 'n velle?» »
(Canto popolare religioso in dialetto pergolese)

Il dialetto parlato nel comune di Pergola rappresenta un'eccezione nell'ambito della provincia di Pesaro-Urbino. Esso è completamente differente da quello della maggior parte dei comuni limitrofi in quanto derivante dal dialetto eugubino (Pergola fu fondata da Gubbio nel 1234) a cui deve molti termini e modi di dire. Nelle Marche, gli unici comuni che adottano termini simili sono quelli di Serra Sant'Abbondio e Cantiano, entrambi sotto l'influenza della città umbra fra il XIII e il XIV secolo. Difficile si presenta la sua collocazione: in generale sarebbe da considerare un dialetto gallo-italico con influssi centrali, comunque minori, o viceversa.

Zona senigalliese[modifica | modifica wikitesto]

È limitata a Senigallia e a centri limitrofi, i cui dialetti non hanno collocazione precisa per via del meticciamento tra forme gallo-italiche e mediane: vi sono infatti influssi pesaresi-urbinati, anconetani, nonché dei dialetti di derivazione egubina della zona di Pergola, che si fanno ancor più marcati nelle aree limitrofe di Corinaldo, Ripe, Monterado, Castel Colonna, San Lorenzo in Campo, Castelleone di Suasa e in parte nella zona di Ostra. I dialetti gallici comunque prevalgono decisamente: infatti come in essi, anche nel senigalliese cadono tutte vocali finali tranne la -a, e tale fenomeno è riscontrabile fino a Montemarciano, al confine tra le aree anconetana e jesina. Qui giunge dalla bassa Romagna, dall'urbinate e dal pesarese la preposizione "sa", che significa "con" e che richiama addirittura il sanscrito (sam) e che si trova anche nelle lingue slave (s sa in serbo-croato, per cui può essere un prestito transadriatico relativamente recente e non un relitto arcaico, quantunque la parola esista anche nella lingua etrusca). La cadenza può richiamare sia quella anconetana, che, in misura minore, quella pesarese e vi sono tracce di influenze marinare specialmente venete, in forme dialettali prossime a scomparire, come dise per "dice".

Per capire la situazione dialettale della zona in esame, bisogna sottolineare che essa fu sottoposta nel corso dei secoli alternatamente all'influsso italico e a quello gallico. Inizialmente era terra picena, poi, dopo che i Galli senoni si insediarono nella parte del loro territorio piceno, situata a nord dell'Esino, vi attecchì il substrato celtico (come mostra lo stesso nome Sena gallica). In età augustea il vicino fiume Esino segnava il confine fra il Piceno e l'Ager Gallicus[14]. Nel Rinascimento Senigallia fece parte del Ducato di Urbino, poi della Delegazione apostolica di Urbino e Pesaro (che corrispondeva grossomodo all'odierna Provincia di Pesaro e Urbino) e infine, solo dopo l'Unità d'Italia, passò alla Provincia di Ancona.

Zona del Conero[modifica | modifica wikitesto]

« Brev' è la vita e l'unica lampa
ch'ilumina è sogn e la speranza
è la puisia ch' la memoria canta »
(Giuseppe Bartolucci, da Biagin cucal e altri versi)

Poco a sud di Ancona, nell'area centrale e meridionale del promontorio del Conero esiste un'isola linguistica: nelle frazioni anconitane del Poggio, di Massignano, di Montacuto, di Varano e di Passo Varano (a circa 10 chilometri dal capoluogo), nonché nel comune di Camerano e, parzialmente, Sirolo, Numana, si parla un dialetto particolare, di ceppo gallo-italico, diverso dall'anconitano e simile a quello parlato a nord dell'Esino, a circa trenta chilometri di distanza[15]. La caduta delle vocali atone, specie quelle finali, ne è un segno molto evidente (andàn per "andiamo", da qui il detto-scioglilingua cameranense Dì ndu ndan?? Non' ndan sul Guast (la enne ha il suono della enne di lingua) dove il Guast è il quartiere del Guasto, un toponimo tipico per indicare un luogo dove avvenne una battaglia in seguito alla quale fu definito Guast dal verbo guastare, rovinare. Altra caratteristica in comune con il senigalliese è la preposizione "sa", che significa "con".

Solo nel dopoguerra nei centri citati si è cominciata a sentire l'influenza del dialetto anconitano, di tipo centrale, che infatti mantiene salde le vocali finali, e che nelle generazioni più giovani ha quasi definitivamente rimpiazzato l'idioma originario, in alcune campagne estintosi fin dagli anni settanta del Novecento.

Ci sono varie ipotesi sul motivo di questa particolarità, tra cui la migrazione e lo stanziamento, in epoca pre-romana, di nuclei di Galli senoni. Pur avendo dimensioni limitate, è ricco di tradizione anche scritta, specie poetica[15].

Dialetti marchigiani centrali[modifica | modifica wikitesto]

Il marchigiano centrale (I) nel sistema dei dialetti mediani

Zona anconitana (o marchigiana centro-settentrionale)[modifica | modifica wikitesto]

La zona dialettale anconitana si estende nella provincia di Ancona, ma non si identifica con essa: si è già visto che nella zona di Senigallia e in quella del Cònero si parlano dialetti di tipo gallo-italico[16]. Questa zona dialettale si può dividere in quattro sub-aree che raggruppano vernacoli con alcuni tratti in comune ed altri diversificati rispetto a quelli del vernacolo del capoluogo:

Per spiegare l'eccezionale diversità linguistica della provincia di Ancona si sono tentate varie spiegazioni, e in particolare è stato sottolineato il fatto che in età romana la zona fosse servita da una diramazione della Flaminia: perciò quest'area è stata interessata da un secondo itinerario della latinità, che, staccatosi dal precedente, dovette passare attraverso il passo di Fossato e Fabriano. Inoltre sempre in essa correva il confine con l'Ager Gallicus, e da ciò deriverebbe in conclusione l'importanza del substrato umbro nella zona meridionale e di quello gallico a nord.[14].

Da alcuni linguisti i vernacoli della zona anconitana sono considerati di transizione tra il gruppo mediano e il gruppo gallo-italico, con elementi in comune con i Dialetti umbri e quelli toscani[18]: in ogni caso è solo avvicinandosi alla costa che si sentono le ultime influenze galloitaliche, che poi si dissolvono tra l'Esino e il Potenza, lasciando spazio ai primi tratti tipici delle parlate centromeridionali, riguardo ai quali l'area considerata si trova all'estremo confine settentrionale.

Dialetto anconitano[modifica | modifica wikitesto]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dialetto anconitano.
(Dialetto anconitano)

« Io guardo 'sta crucéta sbruzulosa
cun 'st'anima gentile; cià qualcosa
del caratere nostro anconità:
rozo de fòra, duro, un po' vilà
ma drento bono, un zuchero, 'n amore ...
ché nun conta la scorza, conta el còre »

(IT)

« Io guardo questa crocetta bitorzoluta
con quest'anima gentile; ha qualcosa
del carattere nostro anconetano:
rozzo di fuori, duro, un po' villano
ma dentro buono, uno zucchero, un amore...
perché non conta la scorza, conta il cuore. »

(Eugenio Gioacchini)

Il dialetto anconitano ha come centro di origine la sola Ancona, ma ben presto si è esteso alla limitrofa Falconara Marittima, mentre i dialetti degli altri centri vicini al capoluogo, come Camerata Picena, Agugliano, Polverigi, Offagna, Camerano, Sirolo e Numana, hanno subito un progressivo fenomeno di assimilazione all'anconetano di città solo nelle ultime generazioni di parlanti, specialmente a partire dagli anni '60 e '70 del '900. Il dialetto anconitano costituisce dunque un'isola linguistica, certo a causa della storia particolare del capoluogo marchigiano, segnato dalla colonizzazione greca e dalla presenza del porto, fonte di contatti, anche linguistici, con popolazioni anche lontane.

Questo dialetto e la sua famiglia costituiscono il ceppo più settentrionale dell'intero gruppo mediano italiano, e, non a torto, da un discreto numero di studiosi viene considerato addirittura una forma di transizione con il gruppo galloitalico, per via di numerosi elementi, quali la cadenza, considerata "settentrionale" da chi viene da sud, lo scempiamento delle consonanti geminate (ògi per "oggi"), e la sonorizzazione di s intervocalico, che terminano proprio nell'anconetano di città, nonché la lenizione delle sorde intervocaliche (digu per "dico"), che però si spinge pure nelle aree jesina e osimana. Gli influssi galloitalici su base mediana derivano da ragioni storiche, in quanto i secoli VI,VII e VIII videro formarsi l'alleanza, non solo militare ma anche politica, detta Pentapoli. Tale formazione riuniva le città di Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia e Ancona), e non poteva non caratterizzare anche linguisticamente questo tratto di costa adriatica: ancora oggi ciò, in aggiunta all'influenza della lingua veneta, accomuna in parte i territori ex Bizantini (area della Romània).

Vi sono comunque numerose consonanze toscane, come: l'integrità delle vocali toniche, pronunciate in maniera abbastanza simile all'italiano standard (salvo l'apertura dei suffissi in -mento e in -mente); il mantenimento delle atone, sia finali, con "-o" e "-u" confusi in un fonema unico -o (con la tendenza allo scurimento indistinto di tutte in -u, come ad es. cèlu per "cielo"), sia mediane (anche qui con la stessa tendenza, come ad es. dutore per "dottore"); e l'assenza di nessi consonanti disagevoli e di consonanti in fine di parola, ma al contrario, come in tutta l'Italia centrale, la tendenza ad aggiungere una -e finale (stòpe per "stop").

Gli altri dialetti dell'area anconitana[modifica | modifica wikitesto]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dialetto jesino e Dialetto osimano.

Nell'immediato entroterra di Ancona e Falconara la cadenza, il lessico e la morfologia fanno già sentire i primi influssi dei dialetti del centro/sud italiano. Procedendo verso sud-ovest infatti, in direzione Fabriano-Filottrano, la parlata ha sempre più caratteri in comune con i dialetti mediani tipici: tuttavia, mentre la degeminazione delle doppie si arresta quasi totalmente nei limiti comunali di Ancona (infatti già ad Osimo e Jesi le geminate esistono come nei dialetti mediani in genere), generalmente in tutta l'area - e addirittura fino all'estremo nord della provincia di Macerata (Recanati-Porto Recanati) - sono utilizzati e lia come pronomi personali, adè come avverbio di tempo, (questi due anche nelle zone limitrofe dell'Umbria), e si verifica il fenomeno della lenizione di "t" e "c" intervocalici.

Jesi, Osimo e area di transizione

Nel dialetto osimano (proprio della sub-area dei comuni di Osimo, Loreto, Castelfidardo e Porto Recanati), la diversità rispetto al dialetto del capoluogo è in gran parte dovuta, oltre alla maggiore vicinanza con l'area umbro-romanesca, anche all'amministrazione maceratese, che finì coll'Unità nazionale (1861), quando queste città (eccezion fatta per Porto Recanati) passarono sotto la provincia di Ancona. È infatti facile trovare nell'osimano fenomeni derivanti dal maceratese, ma che comunque sono in via di regresso, per l'influsso sempre più predominante dell'anconetano cittadino.

Il dialetto jesino si presenta abbastanza simile a quest'ultimo, salvo alcune peculiarità come la marcata tendenza alla sonorizzazione di "c" dopo "n" (biango per "bianco"), e una cadenza ancor più distante da quella di Ancona, in quanto l'influsso umbro si fa via via maggiore mano a mano che si procede verso l'interno.

In tale area si riscontra da un lato un fenomeno galloitalico quale la già citata lenizione di "t" e "c" (vennéde "vendete", bugo "buco"), e dall'altro uno tipicamente centro-meridionale, cioè l'alterazione delle consonanti dopo nasale e dopo laterale: ciò soprattutto nel passato era presente fin già nella campagna anconetana ("spandere" diventava "spanne"), mentre ad Osimo, se da un lato si mantengono -ld- (caldo), -mb- (gambétta) e -nv- (invido), -nd- dà invece -nn- ("quando" diventa "quanno"). A Jesi poi -nd- e -ld- convivono con -nn- e -ll-, e in più compare costantemente, come accennato, il passaggio di -nc- a -ng- ("vincere" diventa "vingere", "manco", "mango", ecc), che invece altrove pare essere regredito. A quest'ultimo fenomeno sono connessi anche il passaggio da -nt- a -nd-, e da -mp- a -mb- ("tanto tempo" diventa "tando tembo"), presenti soprattutto nelle ultime località dell'entroterra prossime al confine con la provincia di Macerata, come Filottrano.

Inoltre proprio il vernacolo di Filottrano, nonché quello di Recanati (MC) e presumibilmente quello di Montefano (MC), (ma anche lo stesso fabrianese in realtà), sono da considerare forme intermedie tra l'anconitano ed il maceratese-fermano-camerte: essi infatti da un lato presentano ancora alcune caratteristiche anconetane, come i pronomi di terza persona plurale e lia e la pronuncia aperta dei suffissi in -mento e in -mente, ma dall'altro fanno uso ad esempio della parte finale del latino *illum per l'articolo maschile singolare, che può perciò suonare come lu/ru/u a seconda dei luoghi.

Arcevia, Sassoferrato e Fabriano[modifica | modifica wikitesto]
(Dialetto fabrianese)

« È mesi che c'è secca su la tèra,
la née manca e 'n vène j'acquazzoni;
certo per corpa de l'effetto sèra
s'è 'rvorticate tutte le stagioni.
Regioni calle, spesso sottozero,
mentr'i paesi friddi sta' all'asciutto,
'n ce s'accapezza gnente per daéro,
cor rischio che t'affoga o 'bbruscia tutto. »

(IT)

« Sono mesi che c'è siccità sulla terra,
La neve manca e non vengono gli acquazzoni;
certo, per colpa dell'effetto serra
si sono rovesciate tutte le stagioni.
Regioni calde, spesso sottozero,
mentre i paesi freddi stanno all'asciutto,
non ci si raccapezza per niente davvero,
col rischio che (la pioggia) ti affoghi o (che il caldo) bruci tutto. »

(dalla poesia El tempo di Pietro Girolametti)

È possibile delineare un ipotetico triangolo Arcevia-Sassoferrato-Fabriano (comprendente anche centri quali Genga, Cerreto d'Esi, ecc.), le cui parlate sono da considerare di transizione non solo e non tanto tra la famiglia anconetana e quella maceratese, ma anche e soprattutto tra quella marchigiana e quella umbra strictu sensu. Infatti si tratta di località poste in aree montagnose, che per un verso hanno favorito l'isolamento dei centri abitati (fattore di particolarismo linguistico), e che per l'altro hanno invece rappresentato per secoli un punto obbligato di importanti vie di transito (fattore di inquinamento linguistico): il tutto ha comunque dato vita ad un'armoniosa composizione, entro un sistema coerente, degli apporti confluiti dalle più varie provenienze, sia cioè dei cosiddetti "superstrati" (Umbri, Galli, Romani, Longobardi), sia degli "astrati" (i tratti importati dalla Toscana, da Roma, dal resto delle Marche e, da ultimo, dall'italiano standard).

Il dialetto di Arcevia, a differenza di quello della vicina Pergola, non ha risentito di alcun influsso galloitalico, ma piuttosto costituisce l'estrema propaggine di un cuneo di penetrazione che dall'Umbria si dirige a nord, in quanto compaiono contemporaneamente tre importanti caratteristiche dei dialetti centro-meridionali:

a) la metafonia, di tipo definibile, seppur erroneamente e solo per ragioni di comodità, come "napoletano", in base a cui per azione di "-u" ed "-i" finali, "é" ed "ó" toniche si chiudono in "ì" ed "ù" (pilo "pelo", munno "mondo"), mentre "è" ed "ò" si dittongano in "iè" e "uò" (tièmpo "tempo", puòrco "porco"); essa si differenzia perciò dalla metafonesi presente nella famiglia maceratese-fermana-camerte, che è di tipo "ciociaresco-arpinate", cioè senza dittongamenti, mentre concorda sorprendentemente con quella dell'area ascolana: occorre però chiarire che questa metafonia "napoletana" non può esser certo potuta giungere qui provenendo da Ascoli, ma piuttosto dovrebbe esser penetrata dall'altro versante appenninico, per influsso laziale settentrionale, specie viterbese ed antico romanesco (infatti a Roma almeno fino al XVI secolo si diceva ancora viecchio, castiello, muorto, cuorpo);

b) il passaggio da -ND- a -NN- (quanno per "quando"), nonché da -MB- a -MM- (gamma per "gamba") e da -LD- a -LL- (callo per "caldo"): per questi tratti, caratteristici di un po' tutto il dominio centromeridionale italiano, l'area in esame si trova all'estremo confine settentrionale;

c) la conversione della -i finale dei plurali maschili in -e. Quest'ultimo fenomeno è circoscritto nelle Marche solo ad Arcevia e a Sassoferrato, ma forse nel passato doveva essere vitale pure a Fabriano, mentre risulta più diffuso in Umbria, specie in un'area che comprende Assisi, Perugia, Orvieto; tale tratto penetra poi fino al sud della provincia di Grosseto e al viterbese, al punto che un tempo era riscontrabile pure nel dialetto di Civitavecchia (Roma): per cui si avrà pélo al singolare ma pìje al plurale, io metto, ma tu mitte, io vojo, tu vuoe, io béo, tu bìe, ordene, urdene, monte, munte, iére, campe, quije "quelli", ecc.

Tuttavia, al contrario, il centro in esame e quelli circostanti si trovano all'estremo confine meridionale del fenomeno della lenizione di "-t-" e "-c-" intervocalici: infatti ad Arcevia si ha miga, bugo per "mica, buco", a Sassoferrato pegora, scortegà, cominciade, venede per "pecora, scorticare, cominciate, venite", e a Serra San Quirico frighì per "bambini". In realtà bisognerebbe aggiungere che in un'area comprendente Fabriano, e poi nel maceratese Cingoli, San Severino Marche e Camerino, esistono, o sono esistite, zone in cui la "-t-" dei participi passati in -ato, -uto ed -ito si è dileguata, e ciò dev'essere verosimilmente accaduto dopo che essa ha subito la lenizione, cioè il passaggio a -d-, la quale è divenuta poi spirante: per cui si ha magnào per "mangiato", capìo per "capito", ecc.

Infine le parlate di Serra San Quirico, di Cupramontana e presumibilmente di Staffolo si pongono in una situazione di ulteriore complessità, perché costituenti crocevia tra le tre famiglie dialettali fabrianese, jesina e maceratese; in particolare gli apporti di quest'ultima sono evidenti nel mantenimento della distinzione tra -o ed -u finali come nel latino, nonché nell'uso dell'articolo determinativo maschile costituito dalla parte terminale del latino *illud (lu/lo/u/o). È interessante evidenziare come Serra San Quirico rappresenti perciò il punto più settentrionale d'Italia che possiede tali due caratteristiche: ciò è dovuto probabilmente alla secolare dipendenza di tale centro dalla Diocesi di Camerino.

Caratteristiche varie[modifica | modifica wikitesto]

Una parentesi interessante la si può aprire a proposito della pronuncia del dittongo "ie", che nell'area galloitalica e nel maceratese pronunciato chiuso nella maggior parte delle parole (iéri, piéno, piéde, insiéme), mentre a Jesi, Osimo e nell'area recanatese esso è pressoché sempre aperto tranne forse in rarissimi casi (ièri, pièno, viène, dièci, piède, ferovière, insième). Gli anconetani invece, per influssi probabilmente sovrappostisi nel tempo, presentano entrambe le forme in base ai singoli vocaboli (iéri, piéno, viène, piéde, insième, tiène). Frequente nella seconda area, nonché in altri posti dell'Italia centrale con analogo fenomeno, l'ipercorrettismo, per cui coloro che hanno il dittongo "ie" aperto lo chiudono, sebbene in italiano corretto esso vada pronunciato per regola aperto.

Sempre sul piano vocalico è da segnalare, in difformità dall'italiano standard, la già accennata pronuncia aperta dei suffissi in "-mento" e "-mente", per cui si avrà ad es. momènto, praticamènte, ecc.: questo è un tratto caratteristico a ben vedere di molte aree della regione, perché è riscontrabile fin dall'altezza di Fano, si interrompe dopo Porto Recanati, ma ricompare procedendo da Pedaso verso sud.

Una delle differenze più eclatanti fra i dialetti marchigiani è l'uso dell'articolo determinativo maschile "il": ad Ancona, per influssi galloitalici, è sempre el, anche dove in italiano è "lo", salvo che come pronome, perciò si ha el mazo, el spegno ("lo ammazzo, lo spengo"), el stesso cà ("lo stesso cane"), ma va bè lu stessu ("va bene lo stesso"); invece nei comuni siti nell'area compresa tra i due capoluoghi Ancona e Macerata si può assistere a "sfumature" molto interessanti.

Ancona E' sguardo, el spago, el stucafisso (lo sguardo, lo spago, lo stoccafisso)
Osimo, Jesi, ecc. El gatto, lo rifugio, lo ramo, lo spago (il gatto, il rifugio, il ramo, lo spago)
Fabriano Er/el gatto, er/el cane, er/el tempo (il gatto, il cane, il tempo)
Recanati U gatto, u cà, u palló (il gatto, il cane, il pallone)
Filottrano Ir diaulu, u gattu, ru cà, ro zucchero (il diavolo, il gatto, il cane, lo zucchero)
Macerata Lu lupu, lu taulu, lo grà, lo vì (il lupo, il tavolo, il grano, il vino)

La forma ru, di origine molto arcaica, è ancora in parte riscontrabile, seppure in via di regresso, a Filottrano e in molti centri del nord-maceratese, come Cingoli, Treia, ecc., mentre risulta essere regredita a Recanati già dal XIX secolo. Il maschile "il" ad Arcevia si riduce spesso a 'l, ma come nell'osimano davanti a "r" diventa lo (lo ruoso "il rosmarino", lo rosario), a Fabriano si tende a passare in tutti a casi ad er, che convive con el (er cane/el cane). A Porto Recanati almeno attualmente vigono condizioni anconetane con el/la, a Recanati si usa oggi u/a, mentre si hanno lo/la a Potenza Picena e Civitanova Marche. Importante è anche la triplice distinzione dell'articolo in maschile, femminile e neutro: a Cingoli e Serra San Quirico si aveva, almeno fino alla metà del ventesimo secolo, e per il maschile, u per il neutro e a per il femminile, mentre ad Apiro le forme erano ro, ru, ra.

Zona maceratese-fermana-camerte (o marchigiana centro-meridionale o "piceno-arcaica")[modifica | modifica wikitesto]

(Dialetto maceratese-fermano-camerte)

« Ste Marche inzomma è probio desgraziate:
tanti paesi edè, tante parlate,
che una coll’altra ’n ci ha a che fa a noelle,
e tra tutte è ’na torre de Vavelle! »

(IT)

« Queste Marche insomma sono proprio disgraziate:
quanti sono i paesi, tanti i dialetti,
che non hanno nulla a che fare fra loro,
e tutti insieme sono una torre di Babele! »

(Felice Rampini[19])
(Dialetto maceratese-fermano-camerte)

« Li fa de cecio co' na dose justa,
de cascio, de ricotta, quilli gusta !
Sulo a pensacce pare de magnalli
e te fa satollà sinza proalli. »

(IT)

« Li fanno (i "calzoni") di ceci con una dose giusta,
di formaggio, di ricotta, quelli sono gustosi !
Solo a pensarci, sembra di mangiarli,
e ti fanno saziare senza assaggiarli »

(dalla poesia Montejorgio Cacionà di Giovanni Capecci)
(Dialetto maceratese-fermano-camerte)

« Parlà italiano, che t’àgghjo da dì!?
Me sa 'che cósa de convezionato.
'Na specie de vuttìja de lo vì,
ch'ógghj se vénne: quello misturato. »

(IT)

« Parlare italiano, che vuoi che ti dica!?
Mi sa di cosa artificiosa.
Come una bottiglia del vino venduto
al giorno d'oggi: quello adulterato. »

(dalla poesia Lu dialettu maceratese)

La zona dialettale maceratese-fermano-camerte è quella marchigiana centro-meridionale. Quest'area dialettale interessa l'intera provincia di Macerata e, pressoché integralmente, la nuova provincia di Fermo. Analogie con il maceratese si riscontrano anche nella zona dialettale anconitana (o marchigiana centro-settentrionale) tra Fabriano, Cerreto d'Esi e Cupramontana. In ogni caso il passaggio a questa terza sezione è segnato dall'apparire di una forma diversa dell'articolo maschile, lu e non più el.

Verso sud l'area del dialetto maceratese-fermano-camerte raggiunge il fiume Aso, a sud del quale – fatta eccezione per Pedaso, Campofilone (che appartengono alla nuova provincia di Fermo), e in parte per Montefiore dell'Aso, Carassai, la Valdaso di Montalto delle Marche, Comunanza e Montemonaco (facenti parte della attuale provincia di Ascoli Piceno), aree ancora attratte dal dialetto fermano – è già riscontrabile il fenomeno della riduzione in schwa (indicata con o ) di tutte le vocali finali diverse da -a.

Qui doveva essere passato il terzo itinerario della latinità, partendo da Foligno e raggiungendo Treia e Macerata stessa.

La zona di Camerino e paesi limitrofi, si caratterizza ulteriormente per un dialetto più strettamente connesso al latino. Il latino vi penetrò attraverso ulteriori diramazioni della Flaminia lungo le valli del Potenza e del Chienti:[14] qui si conserva dunque una parlata più arcaica, per ovvie ragioni legate all'isolamento.

Questi sono gli esiti vocalici e consonantici più caratteristici del dialetto maceratese e fermano:

  • Distinzione nella vocale atona finale maschile, cioè tra -o (<-o, -ō del latino) e -u (<ū latina) (omo < lat. HOMO, dittu < lat. DICTUM)[20], salvo che nelle località più settentrionali, come Porto Recanati, Recanati, Potenza Picena e Civitanova Marche, che hanno subito negli ultimi secoli un influsso dell'area centro-settentrionale, che ha portato alla totale indistinzione; bisogna poi precisare che mentre la prima località presenta, per l'influenza anconetana, l'ulteriore fase di "scurimento" di esse in u (celu, maru per "cielo, mare"), le altre fanno uso del fonema -o, in esatta corrispondenza con la lingua italiana (porto, gatto, ecc.); pertanto sulla costa il fenomeno della distinzione copre la sola provincia di Fermo, e più precisamente va da Porto Sant'Elpidio a Pedaso;
  • Metafonia "ciociaresco-arpinate": Le parole che terminano in -u, -o ed -i e sono accentate su o/e subiscono uno scurimento di quest'ultime, che passano a ó/é se sono acute oppure a u/i se sono gravi (cóttu < it. còtto, vurgu < it. bórgo, vitéllu < it. vitello, caprittu < it. caprétto, vidìmo < lat. VIDĒMUS, it. vediamo)[21]. Pare tuttavia che tanti secoli fa la metafonia, che ora si arresta lungo la linea Arcevia-Fabriano-Filottrano-Potenza Picena, fosse vitale anche in centri posti più a nord, come dimostrato da documenti dei secoli XIV XV di Recanati (terrino, quillo, quisto) e del secolo XVI di Ancona (quilli, furbitti, piumbo);
  • Vocali di inizio parola: subiscono l'aferesi se seguite da due o più vocali (mmazzà < ammazzare, špettà < aspettare);[20]
  • Mancato passaggio -aro > -aio (ara < lat. AREAM, it. aia);
  • Passaggio NG > GN (piàgne < piangere);
  • Assimilazioni progressive: ND > NN (quanno < lat. QUANDO, mannà < mandare); MB > MM (gamma < gamba); LD > LL, solo nel vocabolo caldo e suoi derivati (callàra < caldaia);
  • Le sonanti portano la nasale ad assimilarsi: (ullatru "un ladro", sarròccu "san Rocco", ummoméndu "un momento");
  • Sonorizzazione delle sorde dopo nasale: NP > NB (témbu), NT > ND (monde), NC > NG (biangu), NF > NV (cunvusció "confusione"); ed anche dopo l, che a sua volta si rotacizza davanti a consonante: (górba "volpe", òrda "volta", ardu "alto", tarvì "delfino", sordatu);
  • Nell'area maceratese l davanti a sorda dentale e prepalatale si rafforza in -dd- (n addra òrda "un'altra volta"), mentre in quella fermana cade (n atra òta, aza "alza", pucì "pulcino");
  • Palatizzazione G/GH > J ( < it. ant. gire < lat. IRE, jórnu < giorno, janna < ghianda);
  • La lenizione qui compare in forma totale in alcuni participi passati, come nel fabrianese (a Cingoli magnàu per "magnato", o a San Severino Marche gastigào per "castigato");
  • Apocope: Subiscono troncamento le parole piane che terminano in no, ni, ne, aro, ari, ore, ori (colazzió < colazione, < cane/cani, trattó < trattore); perciò anche la desinenza -aro (non passata a -aio) viene apocopata (cappellà < cappellaro, it. cappellaio). In particolare l'apocope è un fenomeno che deve aver avuto la sua origine proprio nell'area maceratese, dov'è tuttora presente nella forma più completa, e da lì si è diffuso, ma solo per i finali in no, ne e ni, tanto verso nord, tanto a sud, arrestandosi all'altezza dei fiumi Esino e addirittura oltrepassando il Tronto, dato che è ancora avvertibile nei centri teramani di Sant'Egidio alla Vibrata, Nereto, Martinsicuro e in misura minore Giulianova: ne sono una dimostrazione i dialetti di Ancona ed Ascoli Piceno, detti localmente ancunetà e asculà, e così vino suonerà el vì ad Ancona e lu vì ad Ascoli, mentre lo vì a Fermo ed a Macerata, cambiando solo l'articolo, che è neutro nel dialetto fermano e maceratese, anziché maschile come nel dialetto anconetano ed ascolano;
  • "Armonizzazione vocalica": le atone interne, resistendo alla caduta, nel corpo della parola, per effetto di i e u della sillaba seguente, ogni e passa a i e ogni i a u (firita, vittura, furmica, cummune);
  • Le occlusive sorde resistono molto più che in Toscana alla sonorizzazione: datu, patre, locu, rispetto al toscano dado, padre, luogo;
  • V intervocalica dilegua, come già in molte aree della provincia di Ancona, quali Osimo e Fabriano: (óu "uovo", ua "uva", caàllu "cavallo", piòe "piove");

Questi sono alcuni punti notevoli della grammatica del maceratese:

  • Articoli determinativi: Strettamente collegati al latino illum ed illam, suonano lu e la (lu cambu < il campo, lu sticchì < lo stecchino, ll'amicu < l'amico, la venedizzió < la benedizione). Esiste inoltre la distinzione tra il genere maschile e quello neutro, contraddistinto dall'articolo lo e riservato ai nomi collettivi e solitamente non numerabili (lo grà < il grano, lo cascio < il formaggio, lo vì < il vino) o agli infiniti dei verbi quando vengono usati come sostantivi (lo magnà < il mangiare, lo vénne < le cose vendute). Quindi, ad esempio, gróssu è aggettivo, mentre lo gròsso è sostantivo; lu véllu è la persona bella, lo vèllo è la bellezza, e così via.[20]
  • Articoli e pronomi dimostrativi: Sono costruiti su tre gradi di origine latina: (qui)llu/quillu (= quel/quello) dal latino ECCU+ILLUM, štu/quištu (= questo) da ECCU+ISTUM, ssu/quissu (= codesto) da ECCU+IPSUM[21].
  • Morfologia verbale: Si caratterizza per l'indistinzione fra terza persona singolare e terza persona plurale (lu vitéllu magna < il vitello mangia, li vitélli magna < i vitelli mangiano); il verbo essere è caratterizzato dalla voce di terza persona sing/plur adè (in alcune varianti edè) che deriva dal latino ADEST. Ecco il verbo èsse coniugato:
indic. pres. indic. imperf. condiz. pres. imperativo
io sò ero sarìo
tu sì eri sarìsci/sarìsti
issu è/adè era/adèra sarìa
nuà simo eraàmo sarrémo
vuà séte eraàte sarréste
issi è/adè era/adèra sarìa

Il dialetto detto genericamente maceratese-fermano-camerte ha alcuni caratteri in comune con i dialetti umbri e, nelle aree poste a sud del fiume Aso, anche con i dialetti marchigiani meridionali.

Il Marchigiano meridionale (Ia) nel sistema dei dialetti abruzzesi-marchigiani meridionali

Dialetti marchigiani meridionali[modifica | modifica wikitesto]

La zona dei dialetti dell'area compresa tra il corso centrale dell'Aso e il Tronto, coincidente con l'area residua della provincia di Ascoli Piceno dopo l'istituzione della provincia di Fermo, appartiene al gruppo dei dialetti abruzzesi, fa dunque parte dei dialetti italiani meridionali. In quest'area il latino seguì un diverso percorso, compiendo il suo quarto itinerario attraverso la via Salaria, incontrando quindi un substrato non umbro ma sabellico.[14]. Questi dialetti presentano infatti marcati caratteri fonetici di tipo meridionale, dall'indebolimento delle vocali atone ad eccezione della -a finale (pronunciate indistinte, per cui casë per "caso", ma casa per "casa"), alla metafonesi delle toniche, che si presenta in forme diverse secondo le zone.

La metafonesi è di tipo "napoletano" o "sannita": con -i e -u finali, "é" ed "ó" si chiudono in ì ed ù, perciò ad Ascoli si ha issë ("lui"), ma éssa ("lei"), mentre "è" ed "ò" si dittongano, esattamente come nel napoletano in ì ed ù si dittongano in ed (biéllë ma bèlla, buónë ma bòna). Non mancano i particolarismi locali: in diverse zone ed passano a ìë ed ùë (nzìëmë per "insieme", chiùëvë per "chiodo"), finendo a San Benedetto del Tronto per coincidere con l'esito di "é" ed "ó" sotto metafonesi, cioè ì ed ù, per cui si ha bìllë, tìmbë, fùchë, eccetera. Questi caratteri sconfinano nella confinante area abruzzese (Sant'Egidio alla Vibrata per la metafonesi ascolana, Martinsicuro per quella sambenedettese), ma successivamente nel resto dell'Abruzzo adriatico permane la metafonesi solo da -i finale, mentre quella da -u ricompare in Molise.

Imprevedibili sono i risultati dell'evoluzione spontanea delle vocali toniche non metafonizzate, cioè il cosiddetto fenomeno dei "frangimenti vocalici", innovazione fonetica che pare essersi originata nei dialetti del teramano, dove è ancora molto vitale, diffondendosi poi anche nei dialetti aso-truentini, dove però pare essersi mantenuta non oltre la metà del XX secolo. Oggi dunque tale caratteristica non è più evidente, anche se ha influito fortemente sul vocalismo dei dialetti costieri nonché di alcune parlate dell'interno, come il dialetto forcese e quello di alcune frazioni dell'Alta Valle del Tronto (come San Martino di Acquasanta e Trisungo). I frangimenti vocalici sono comuni nei dialetti meridionali della costa e subappennino adriatico, soprattutto abruzzesi adriatici, molisani e pugliesi. Tra i fenomeni in questione, meritano di essere ricordati:

  • per “à” che a Montalto delle Marche, Acquaviva Picena, Monteprandone passava ad "è" palatalizzato, come per "pane", scèpë per "sciapo": questo fenomeno richiama condizioni settentrionali senza avere con esse collegamento diretto, e che si riscontra pure nell'Abruzzo settentrionale (provincia di Teramo).
  • per “é chiusa”, che passava ad ai "a" Montalto (màila per "mela"), in òi a Force (sòitë per "sete"), in "ei" a Monteprandone (reitë per "rete"), e ad "a" a Campofilone (màle, pàre) e Grottammare;
  • per “ó chiusa”, che passava ad "ò" aperta a Porto San Giorgio (fiòre, cròce), ad "é" chiusa a Pedaso e Cupra Marittima (fiérë per "fiore", crécë per "croce"), e ad "à" a Grottammare (vàcë per “voce”, nàmë per “nome” pàrë per "pera", màntë per "monte");
  • per “è aperta”, che passava ad "à", ad esempio a Porto San Giorgio (pràgo per "prego", per "bene", tàmpo per "tempo"), e dal dittongo aperto a Grottammare si aveva il dittongo "éi" (téipedë per "tiepido"), che a Pedaso e Cupra volgeva in é chiusa solo dove quest'ultima funge da accento finale ( per "piede" per "tiene");
  • per “ò aperta”, che a Porto San Giorgio e San Benedetto si incamminava verso a, cui giungeva a Grottammare come per "ó" chiusa (bàve, càre, màrte per “bove, cuore, morte”), e all'originaria "à" non restava che passare ad "ò", così come a Cupra Marittima (nòsë per "naso", mòrë per "mare", piòntë per "pianta", per "là", quò per "qua"), per cui si potrebbe dire che in questi due centri il sistema vocalico si era attestato su basi "polemiche" rispetto alle aree vicine;
  • per “ì” ed “ù”, che nell'area di San Benedetto del Tronto (inclusiva di Grottammare) giungono tuttora a una vera e propria rotazione vocalica, passando a "é" ed "ó" (es. tréstë per “triste” < tristem; , per "vino" , caléjë per “caligine”, sòbbëtë per “subito” < subitum, lócë per "luce"), e a Grottammare “ù” passava ad “ou” (loucë, mourë per “muro”), mentre fino a pochi decenni fa "i" che a Grottammare dà "ei"(deicë per "dice"), e a San Bendetto "ai" (daicë per "dice"). A Force "ì", verosimilmente attraverso "é", passava a "ö" velarizzata (cunöllë per "coniglio", nönguë per "nevica" < ninguit).

Caratteri ben precisi contraddistinguono la zona di Ascoli Piceno, che travalica il Tronto e sconfina anche in Abruzzo:

  • la riduzione ad ë delle atone anche all'interno di parola, che altrove si scuriscono a u (sëmarë per "somaro", chëmëngiatë per "cominciato");
  • la resa di -gli- e -lli- in -gghj- (es. figghjë < filium, capigghjë "capelli");
  • il dileguo di g intervocalico, tipicamente abruzzese (lu àttë, la òbba);
  • la tendenza all'assimilazione totale dei nessi l e r+consonante, anch'essa abruzzese(vòddaper "volta", caccòsa per "qualcosa", doggë per "dolce", fàzzë per "falso", pëcché "perché");
  • qualche caso di epentesi vocalica (alliménë per "almeno", ólipa per "volpe", sùlëchë per "solco").

Caratteristico di un'area attorno ad Ascoli il passaggio di ë (finale o mediana) ad i dopo "l" (mèli per "miele", lindana per "lontana").

A livello morfologico si segnala innanzitutto, come già avviene nel maceratese, lo scambio degli ausiliari "essere" e "avere" nelle forme verbali composte (sò ddittë "ho detto", ma m'avié straccatë "m'ero stancato"). Ma ciò che più preme sottolineare è l'aberrazione di alcuni dialetti nordorientali di confine (soprattutto a Ripatransone e Cossignano), che hanno sviluppato una declinazione nel genere sovrapposta alla coniugazione verbale, caratteristica estranea a tutti gli altri dialetti romanzi: infatti nella flessione del verbo vi è l'interferenza delle desinenze della flessione nominale, impiegate per segnalare nella prima e nella seconda persona il sesso del parlante e dell'interlocutore ("io mangio" è i magnu per un uomo e i magne per una donna, "tu mangi" è tu magnu per un uomo e tu magne). Nella terza persona questo fenomeno riguarda sia il genere naturale sia grammaticale del soggetto ("cresce" è crésciu per un bambino o un albero, crésce per una bambina o per l'erba e créscë per il grano, che è neutro), e la desinenza del neutro è propria anche del verbo impersonale (piòvë, sògnë "piove", "bisogna").[22]

I confini di quest'area dialettale tendono a sfumare tanto a nord quanto a sud, presentando numerose aree di transizione con il dialetto fermano nell'area della val d'Aso e con il dialetto teramano a sud nella Val Vibrata.

Tratti dialettali comuni e lessico[modifica | modifica wikitesto]

Per le ragioni precedentemente esplicitate, sono pochi i tratti comuni alle varietà linguistiche diffuse nelle Marche. Uno di essi è l'uso del verbo alla terza persona singolare anche per quella plurale, fenomeno che si è ampiamente diffuso nell'italiano regionale (in quest'ultimo, ad esempio, loro va via), oppure le preposizioni nti, nte, ntro derivate da "*intus".

Anche nel campo lessicale la situazione appare complessa e composita. Nello studio di F. Parrino sono isolati termini interessanti e più caratteristici delle quattro zone:

  • a Pesaro carnacièr per "macellaio", bagé per "maiale";
  • ad Ancona impalchì per "appisolarsi", che ha connessioni nella Toscana orientale, stròfu per "cencio", piòtu per "lento";
  • nel Maceratese sarvai per "imbuto", smuginà per "rimestare" "scompigliare", conosciuto pure a Roma, pritu per "intero", màsciulu per "mansueto";
  • ad Ascoli furia per "molto", fracchia per "fango", rua per "via" (da "*ruga", che ha connessioni in dialetti di tutta Italia).

Sono anche da notare quei casi in cui la differenziazione tra dialetti settentrionali e meridionali porta a connessioni immediate con le regioni vicine: così il tipo fabbro dei primi, legato alle forme toscane e romagnole, si contrappone al tipo ferraro, che ha riscontro in Abruzzo. Tipiche voci centrali comuni pure a Umbria e Lazio sono nottola per "pipistrello", ragano per "ramarro" e lama per "frana" e "dirupo". Ma forse il caso lessicale più interessante è dato dalla sopravvivenza del latino *ningit nella forma ascolana néngue per "nevica", presente pure in Abruzzo.

Dati statistici[modifica | modifica wikitesto]

Dati statistici diffusi dall'Istituto nazionale di statistica nel 2006 hanno evidenziato la vitalità delle varietà linguistiche locali delle Marche. Nell'Italia Centrale la regione, insieme all'Umbria, si è infatti contraddistinta per il superamento, in percentuale, dell'utilizzo del dialetto in famiglia rispetto alla media nazionale. Ma è tuttavia alle Marche che spetta il primato: 56,1% contro il 48,5% della media italiana e il 52,6% di quella umbra. Inoltre, nonostante tra il 2000 e il 2006 fosse calato di quasi quattro punti percentuali il numero dei cittadini che si dichiaravano esclusivamente o quasi esclusivamente dialettofoni - dal 18,1% al 13,9%-, è rimasta invece invariata la percentuale di quelli interessati da diglossia[23][5] (bilinguismo in cui coesistono varietà di maggiore e minore prestigio che non si sovrappongono nelle loro funzioni), cioè "bilingui".

Rispetto ad una popolazione complessiva di 1,56 milioni di abitanti, i dialetti marchigiani hanno la seguente composizione.

I dialetti marchigiani settentrionali riguardano circa 440 000 marchigiani, ed esattamente tutta la provincia di Pesaro (380 mila), l’area di Senigallia (44,5), Montemarciano (10) e Ostra (6,6), per un totale del 28% circa dei residenti (441 000 su 1,56 milioni).

I dialetti marchigiani centrali riguardano il 58,6% dei residenti (915,5 000 su 1,56 milioni), così suddivisi:

  • area anconitana 412,9 000 pari al 26,6% (474 000 tutta la provincia di Ancona meno Senigallia, Montemarciano e Ostra);
  • area maceratese-fermano-camerte 496 000 pari al 31,9% (321 000 la provincia di Macerata e 175 000 la provincia di Fermo)

I dialetti marchigiani meridionali interessano 211 000 persone (tutta la nuova provincia di Ascoli Piceno).

Non si considerano alcune aree particolari, che però non incidono sensibilmente sulle percentuali, come ad es.:

Poesia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Poesia vernacolare anconitana.

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

Il film Li tre jorni de la Merla (2013) di Gabriele Felici è tutto in dialetto marchigiano, senza però specificazione della località precisa.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ fonte ISTAT 2006 http://www3.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20070420_00/testointegrale.pdf
  2. ^ Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci viene usato il termine "lingua" se riconosciute tali nelle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Per gli altri idiomi viene usato il termine "dialetto".
  3. ^ Giacomo Devoto e Gabriella Giacomelli, I dialetti delle regioni d'Italia, Sansoni Editore, Firenze, 1991, pag. 72
  4. ^ Giovan Battista Pellegrini, Carta dei Dialetti d'Italia, Pisa, Pacini editore 1977; Sanzio Balducci - I dialetti (in: La Provincia di Ancona - Storia di un territorio, a cura di Sergio Anselmi, foto di Luigi Alberto Pucci - Giuseppe Laterza & figli editori - Roma - Bari 1987 ISBN 88-420-2987-4, CL 20-2987-1
  5. ^ a b c d Francesco Avolio, Dialetti umbro-marchigiani, Treccani. URL consultato il 26 settembre 2014.
  6. ^ Giacomo Devoto e Gabriella Giacomelli, I dialetti delle regioni d'Italia, Sansoni Editore, Firenze, 1991, pag. 72
  7. ^ Pellegrini G., Carta dei dialetti d'Italia, CNR - Pacini ed., Pisa 1977.
  8. ^ AA. VV. Conoscere l'Italia vol. Marche (Pag. 64), Istituto Geografico De Agostini - Novara - 1982; Le Regioni d'Italia, Vol X Collezione diretta da Roberto Almagià, Pubblicazione sotto gli auspici del Comitato Nazionale per la celebrazione del centenario dell'Unità d'Italia, 1961
  9. ^ Bernardino Biondelli, Saggio sui dialetti gallo-italici. URL consultato il 25 settembre 2014.
  10. ^ Francesco D'Ovidio, Wilhelm Meyer-Lübke, Grammatica storica della lingua e dei dialetti italiani, Hoepli. URL consultato il 25 settembre 2014.
  11. ^ Giacomo Devoto e Gabriella Giacomelli, I dialetti delle regioni d'Italia, Sansoni Editore, Firenze, 1991, pag. 55 e pag. 75
  12. ^ Profilo linguistico dei dialetti italiani, Loporcaro Michele, Editori Laterza, Bari, 2009, pag. 105
  13. ^ Ulrico Agnati, Per la storia romana della provincia di Pesaro e Urbino L'Erma di Bretschneider
  14. ^ a b c d e AA.VV. Guide al Piceno. Maroni, 1994.
  15. ^ a b Giuseppe Bartolucci Miti e leggende del Conero anconitano Ente Parco del Conero, Sirolo, 1997
  16. ^ Sanzio Balducci - I dialetti (in: La Provincia di Ancona, Storia di un territorio, a cura di S. Alselmi, foto di L. A. Pucci Editore Giuseppe Laterza e figli Roma - Bari 1987 ISBN 88-420-2987-4
  17. ^ M. Morroni, Vocabolario del dialetto osimano, 2008
  18. ^ AA. VV., Le Marche, Touring Club Italiano, p. 62; AA. VV. Conoscere l'Italia vol. Marche, Istituto Geografico De Agostini - Novara - 1982; Le Regioni d'Italia, Vol X Collezione diretta da Roberto Almagià, Pubblicazione sotto gli auspici del Comitato Nazionale per la celebrazione del centenario dell'Unità d'Italia, 1961
  19. ^ Poeta dialettale montegiorgese. Nei versi citati descrive efficacemente l'eterogeneità dei dialetti marchigiani.
  20. ^ a b c Flavio Parrino. Il dialetto. In: La provincia di Macerata. Ambiente cultura società.
  21. ^ a b Michele Loporcaro. Profilo linguistico dei dialetti italiani, Laterza 2009
  22. ^ TCI, Marche, capitolo Popolazione.
  23. ^ La lingua italiana, i dialetti e le lingue straniere, Istituto Nazionale di Statistica. URL consultato il 26 settembre 2014.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

I tre raggruppamenti linguistici in cui sono suddivisi i dialetti marchigiani:

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Ancona e provincia[modifica | modifica wikitesto]

Macerata e provincia[modifica | modifica wikitesto]

Ascoli Piceno[modifica | modifica wikitesto]