Dialetto salentino

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Dialetto salentino (salentinu)
Parlato in Italia Italia
Regioni Puglia Puglia
Persone circa un milione e mezzo
Classifica non nelle prime 100
Tipo subregionale
Filogenesi Lingue indoeuropee
 Italiche
  Romanze
   Siciliano
    Salentino
Estratto in lingua
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, art. 1
(a Lecce) "Tutti li cristiani te lu mundu nascenu libberi e lo stessi pe' dignità e diritti. Tutti tenenu cervieḍḍu e cuscenza e tocca 'sse comportanu comu frati l'uni cu l'auṭṛi."
Salentino.jpg

Il dialetto salentino[1] (dialettu salentinu) è il dialetto parlato nel Salento, territorio della Puglia meridionale. Appartiene alla famiglia delle lingue romanze ed è classificato nel gruppo meridionale estremo al pari del siciliano, del calabrese centro-meridionale e del cilentano meridionale.

L'area del dialetto salentino comprende l'intera provincia di Lecce, parte della provincia di Brindisi e la parte orientale della provincia di Taranto.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dialetti_italiani_meridionali_estremi#Territorio_e_storia.

Il dialetto salentino si presenta carico di influenze riconducibili alle dominazioni e ai popoli stabilitisi in questi territori che si sono susseguite nei secoli: messapi, greci, romani, bizantini, longobardi, normanni, albanesi, francesi, spagnoli, arabi.
Si tratta, ad ogni modo, di una parlata romanza, che in tutto il Medioevo fu contrapposta ai dialetti ellenofoni, diffusisi a seguito dello stanziamento di greci nella regione favorito dall'Impero Bizantino. Tali parlate diedero vita per secoli ad una sorta di area bilingue, di cui oggi abbiamo ancora testimonianza nell'area della Grecìa Salentina.
Il lessico salentino ha preso molti prestiti da altre lingue romanze (spagnolo e francese), risentendo solo marginalmente dell'influsso dei dialetti greci già citati. Parole e costrutti presenti nel salentino e chiaramente riferibili alla lingua greca, in alcuni casi, sono riconducibili direttamente al periodo della Magna Grecia, piuttosto che alla successiva dominazione bizantina. Significativa a tal proposito è la parola "melagrana", che in salentino suona sita, un termine che sembra legato più al greco antico “sida” che non al moderno “ρόδι" [rodi], a cui invece si avvicina il griko “rudi”.

Le prime tracce scritte del dialetto salentino, a noi pervenute, risalgono all'XI secolo: si tratta di 154 glosse, scritte con caratteri ebraici, contenute in un manoscritto conservato a Parma, la cui datazione si fa risalire intorno al 1072, proveniente da una accademia talmudica di Otranto[2]. Il salentino usato nelle glosse è ancora in bilico fra latino e volgare, con parecchi grecismi. Alcune di esse specificano nomi di piante, talora chiaramente identificabili (lenticla nigra, cucuzza longa, cucuzza rutunda, ecc.), talora no (tricurgu, scirococcu, ecc.). Altre glosse specificano le diverse operazioni che si possono fare nella coltivazione (pulìgane: "tagliano le sporgenze dell'albero"; sepàrane: "staccano le foglie secche"; assuptìgliane: "coprono di terra fine le radici che si sono scoperte")[3].
Il documento medievale più importante, proveniente da una zona a Nord di Brindisi, è senz’altro il volgarizzamento salentino del Libro di Sidrach, della metà del sec. XV. Il testo presenta qualche sviluppo proprio oggi del Salento centromeridionale, con compresenza di tratti settentrionali[4].

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Area in cui vengono parlati i dialetti meridionali estremi, tra cui il salentino

Il salentino ha con il calabrese e con il siciliano evidenti affinità (su tutte la mancata riduzione della vocale finale e), tant'è che insieme formano il gruppo dei dialetti italiani meridionali estremi; mentre si differenzia nettamente dal resto dei dialetti pugliesi.

La distinzione con il dialetto barese si ritrova soprattutto nella fonetica: il dialetto salentino conserva inalterati la gran parte dei fonemi latini, mentre il barese tende a realizzare il fonema /s/ come [z] e a sonorizzare la consonante finale nei gruppi latini /nt/, /ŋk/, /mp/ rispettivamente in [nd], [ŋg], [mb].
Una particolarità fonetica è la trasformazione del gruppo latino /ll/ in /ḍḍ/ o /dd/ (leccese “cavaḍḍu” o brindisino "cavaddu" per “cavallo”), mentre manca nel salentino, ma anche nei dialetti pugliesi di transizione, l'assimilazione di lat. volg. /ld/ in /ll/ ("caldo" diventa càutu a Lecce, càvete a Taranto e a Ostuni, ma calle a Martina Franca).
La trasformazione del gruppo latino /str/ in /sʧ/ (nostra viene reso con nos-cia), tipica solo della variante leccese, così come la presenza di alcuni suoni invertiti (ṭṛ - ) - presenti anche nella Calabria meridionale e in gran parte della Sicilia - fa sospettare la presenza di un substrato non indoeuropeo. Allo stesso modo si può spiegare la mancata assimilazione da Lecce in giù di /nd/ in /nn/ e /mb/ in /mm/, alterazioni consonantiche riferibile all'influenza umbro-sannitica e del resto comune a quasi tutti i dialetti della penisola, dalle Marche alla Sicilia (così nel salentino centro-meridionale "mandorla" viene reso con mèndula in luogo di mennula).

Da un punto di vista sintattico, al pari di tutti i dialetti italiani meridionali estremi, il salentino possiede due complementatori distinti "cu" e "ca" (dal latino quod/quid e quia) che traducono l'italiano che. Si utilizza cu per introdurre frasi ingiuntive, volitive o ottative (m'ha dittu cu bau: "mi ha detto che devo andare / mi ha detto di andare"); in questa costruzione è evidente l'influenza greca/bizantina (να + congiuntivo), tanto più che non esiste la corrispondente costruzione romanza col verbo all'infinito. Il complementatore ca viene utilizzato negli altri casi (m'ha dittu ca stàe buenu: "mi ha detto che sta bene"). L'esistenza di due complementatori è una caratteristica anche dei dialetti pugliesi di transizione, come il tarantino, mentre è assente negli altri dialetti meridionali.
Di influenza greca (ma anche latina) è anche la tendenza a inserire il verbo in finale di frase ("Ecco, è il dottore!" - Να, ο γιατρός είναι! [Na, o yatròs ine!] in greco moderno, Na, o messere ène! in griko, Na, lu tuttore ete! in salentino).

Altra caratteristica è la costruzione dei tempi progressivi utilizzando l'indicativo invece del gerundio (sta bae o sta vae: "sta andando"; sta scìa: "stava andando").
Come nel siciliano e nel calabrese non esiste il tempo futuro, sostituito dal verbo avere + infinito ("Tuo cugino verrà domani" in siciliano diventa To cucinu av'a bbèniri dumani, in calabrese Cuginatta av'a vvenìri dumana , in salentino Cucìnuta ha bbinìre/ha bbenìre crài).

Suoni non presenti in italiano[modifica | modifica wikitesto]

Grafema IPA Descrizione
/ɖ/ Occlusiva retroflessa sonora: si pronuncia come d mettendo però la lingua fra i denti e il palato. Nel salentino solitamente ha grado doppio (esempio: beḍḍa /bɛɖɖa/, bella) o medio (esempio: roca /ɖɽoχa/, droga)
sc /ʃ/ Fricativa postalveolare sorda di grado semplice (esempio: osce /ɔʃɛ/, oggi). La fricativa postalveolare sorda di grado doppia, ossia il suono sci / sce italiano, si scrive šc (esempio: 'ošce /ɔʃʃɛ/, vostre)
ṭr
ṭṛ
/ʈ/
/ʈɽ/
Occlusiva retroflessa sorda: si pronuncia come t mettendo però la lingua fra i denti e il palato. Esempio: ṭrenu /ʈɽɛnu/, treno.

Le varianti del salentino[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dialetto brindisino e Dialetto leccese.

Come la maggior parte dei dialetti italiani, anche il salentino non si presenta con caratteristiche standardizzate e univoche, ma al contrario capita sovente che ogni paese abbia sviluppato costrutti ed espressioni fonetiche particolari che differenziano il dialetto del luogo da quello dei comuni circonvicini. Tuttavia, pur nella grande varietà oggettivamente presente, si possono individuare due gruppi principali: i dialetti salentini a nord dell'istmo messapico[5], come il brindisino, e quelli a sud, come il leccese o il dialetto gallipolino.

Analizzando invece i fenomeni metafonetici, ossia l'influenza delle vocali finali latine atone -ī e -ŭ sulla vocale tonica precedente, si possono individuare tre zone distinte: il sistema del salentino settentrionale con cambiamenti metafonetici simili a quelli del sistema napoletano, il sistema del salentino centrale con trasformazioni metafonetiche solo parziali e il sistema del salentino meridionale (a sud della linea Gallipoli-Maglie-Otranto), che non presenta mutazioni metafonetiche. Il fenomeno della metafonia è un'innovazione esterna che ha avuto una diffusione graduale dal nord verso il sud del Salento ed è tuttora in continua espansione: in provincia di Lecce, i paesi a nord e a ovest del capoluogo (perfino Nardò) ammettono già molte delle mutazioni metafonetiche tipiche del salentino settentrionale.

Italiano Salentino settentrionale

con metafonia

Salentino meridionale

senza metafonia

Salentino centrale

metafonia parziale

posto puestu postu postu
porco puercu purcu (o porcu) puercu


Differenze territoriali[modifica | modifica wikitesto]

  • Nel salentino centro-meridionale, la o, indifferentemente tonica o atona, si chiude in u (ad esempio ora diventa “ura”, sole diventa "sule") mentre la e accentata viene chiusa in i (sita “seta”, site “sete”). Nel salentino più settentrionale, Mesagne, Oria, Erchie, Torre Santa Susanna nella provincia di Brindisi, e Manduria, Sava, Maruggio, Avetrana, Lizzano, Fragagnano, Torricella, Pulsano, Carosino, Grottaglie e San Giorgio Jonico nella provincia di Taranto, si chiude in i anche la e che si trova in finale di parola e in genere la e non accentuata (reggere diventa “résciri”, Benedetto "Binidittu“). Un'altra differenza nel dialetto delle due province è il gruppo "ll" che nella zona di Brindisi si trasforma in "dd" mentre a Lecce "ḍḍ".
  • Il salentino parlato in alcuni paesi dell'area bilingue della Grecìa Salentina, in particolar modo nell'area di Martano (Cutrofiano, Corigliano d'Otranto, Castrignano de' Greci, Soleto, Zollino e anche Aradeo) è caratterizzato dall'uso frequente del passato remoto anche per azioni appena compiute, a differenza degli altri paesi del Salento, dove, anche per influenza dell'italiano, si usa più spesso il passato prossimo. Tale particolarità, che avvicina sensibilmente il dialetto di questi paesi al siciliano e al dialetto calabrese meridionale, deriva dal greco che, come nell'inglese moderno, usa il passato remoto (perfetto) per le azioni compiute e concluse nel passato, anche recente, e che quindi non hanno conseguenze nel presente. Ad esempio, la frase "oggi è andato al mare" - che nel salentino di Lecce diventa osce ha sciùtu a mmare - viene reso in queste zone osci scìu a mmare, ossia “oggi andò al mare” (confronta il griko Sìmmeri pìrte sti ttàlassa e il greco moderno Σήμερα πήγε στη θάλασσα / sìmera piye sti thàlassa).
  • La variante del salentino parlata a Gallipoli, nonostante per posizione geografica dovrebbe collocarsi nella fascia del salentino meridionale, in realtà - complice la vocazione marinaresca e commerciale della città - la parlata locale è stata influenzata maggiormente dagli altri dialetti meridionali e presenta delle caratteristiche comuni sia al sistema del salentino settentrionale sia a quello centrale. Esempio: "Tutti l'ommini tu mundu nascene libberi e li stessi pe' dignitate e diritti. Tutti tenene capu e cuscenza e tocca 'sse comportene comu frati l'uni cu l'aḍḍi."

Autori in dialetto salentino[modifica | modifica wikitesto]

« Passa e spassa aggiu sciaccatu / cchiù de quiḍḍi ci anu ncaccia; / lu farcune stae nserratu, / e la beḍḍa nu se nfaccia.

(Passa e ripassa, mi sono stancato più di quelli che vanno a caccia: lo scuretto dell'uscio è chiuso e la bella non si affaccia»

(da La letteratura dialettale in Italia, v. II, Palermo 1984)
« Na ndore te purpette se sentìa / ca veramente a nterra te menaa!...

(Si sentiva un profumo di polpette / che ti buttava veramente a terra!...»

(da Canti de l'auṭra vita, in Poesie, a c. di A. CHIRIZZI, soc. an. Tipografia di Matino, s.d.)
« Ma cce serve ste cose cu bu dicu / se ogne amicu miu tantu u sospira / e pe destinu uesciu ogne nemicu / furfecare bu pote cu na lira?
(Ma a che serve che io vi dica queste cose / se ogni mio amico vi sospira / e per vostro destino ogni nemico / vi può forbiciare (criticare) con una lira?»
(da Sciati ..., in "Gesurmini", Le poesie del capitano Black, Congedo Editore, Lecce 1976)
« L'ottu marzu si pprisenta / cu li fiuri e mi ccimenta: / -“vosc'è fešta ti la tonna / e puè ‘ssiri cu la gonna. / Vani”, tici, “sienti mei / cu l'amichi a lu scialei / ma però no ti scurdari / cu pripari ti mangiari; / tani prima nna sciacquata / ca mi servi la cangiata / ca cce dici ca rrumagnu / iu ntra casa pi tampagnu?” / Ma tu viti štu magghiatu / ca nisciunu l'è mparatu / lu rispettu, senza ngannu, / sia pi vosc'e tuttu l'annu; / nci vulia nna pisàra, / o è megghiu nna masciara / cu li cangia li mitoddi / e li carca quattru mpoddi. / Ma la tegnu la spiranza / cu li veni la crianza, / cu nci penza bbuenu bbuenu / e ci nò, po' lu nvilenu. »
(l'ottu marzu)
« Mò sò ppicca li cose ca mi piascene ti Lupràne, ormaije, ije e edda, mu ddivintàte come nù maschele e nnà fèmmena ca si volene bbene ma ca si pòncine pì cuntinuà a scè nànze. Sarà ca ète pure colpa ti la vicchiaija… ma quànna vìte ‘ncièrti scapucchiùne ca si cretene li patrùne ti lu paìse, pièrdi lu siòne e ti ni scuèrde tutti cose, pure lu E537: ddò a nate »
« Nc'è ccose ca lu Sìndicu de Maje, / ci meju de iḍḍu è bbonu cu lle fazza? / Presempiu cu ssaluta chiazza chiazza, / presempiu cu sse mpenne le maraje

(Ci sono cose che il sindaco di Maglie, chi meglio di lui è capace di farle? Per esempio, salutar di piazza in piazza, per esempio, appendersi le medaglie»

(Lu sìndicu de Maje, CP, 59)
« Àggiu turnare, àggiu turnare a casa / m'àggiu sṭraccàtu de zzingarisciàre / cu stendu manu e bau ccugghièndu jèntu

(Ritornerò, ritornerò a casa, sono stanco di vagabondare, di stendere la mano e raccogliere vento»

(Spettame, 36)
« Quandu la luna mer'a Leveranu / surge russigna comu na brascèra [ ... ] / ndora lu mare e cunta a menza uce / storie de turchi enùti de l'uriente / ca quai scendìanu a branchi comu lupi.

(Quando la luna verso Leverano sorge rossastra come un gran braciere [ ... ], il mare odora e racconta sottovoce / storie di turchi venuti dall'oriente che qui scendevano a branchi come lupi»

(Notturno a Torre Lapillo, 79)
« Rìtanu jùtu / le razze desperate de le ulìe / ca lu faùgnu junduliscia e pàrenu / li nanni nesci, / li nanni de li nanni ca la carne / qua subbra se squartàra / beèndu l'acqua mara de li puzzi, / calmandu a stientu / la fame ntica.
Gridano aiuto / le braccia disperate degli ulivi / agitate dal favonio e sembrano / i nostri nonni / e i nonni dei nonni che la carne / si lacerarono qua sopra / bevendo l'acqua amara dei pozzi, / a stento calmando / la fame antica »
(La chesùra)
« Terra de stracchi silenzi / de suènni prufunni / ca nu còniuga verbi allu futuru.
(Terra di stanchi silenzi / di sonni profondi / che non coniuga verbi al futuro »
(Sta terra)
« Gira l'anglu e... surpresa! / Lu spittaculu cchiù granni: / la facciata ti la Chiesa / cunzacrata a SanCiuvanni... / nu ricamu ti scarpieddu / tatùatu nta lu tufu... / ricciuluni t'avucieddu / ncurdunati a nu tissutu...

Gira l'angolo e... sorpresa! Lo spettacolo più grande: la facciata della chiesa consacrata a San Giovanni... un ricamo di scalpello tatuato nel tufo... ricci a volo d'uccello ricamati nel tessuto»

(Luna Chiena)
« A cci mi bbevi cu rringrazzia Ddiu / ca acqua tesi, soli e bbona terra, / pi ffari mpassulà' li crappi gnori; / a Ddiu ca feci amaru lu sutori / ti setti, vinti, cientu fatiaturi, / comu amaru sont'iu alla bbuccata, / ma forti, sangu viu, soli, suštanza!

Chi mi beve, ringrazi Iddio che diede acqua, sole e terra fertile per far passire i grappoli neri; ringrazi Iddio che rese amaro il sudore di sette, venti, cento lavoratori, come amaro son io al palato, ma forte, sangue vivo, sole, sostanza »

("Mieru vecchiu" dedicata al vino di Lizzano)
« Ci ué sapi ci sinti e di 'ddo vieni, scarufa 'ntra la terra t'lu tialettu. 'Dda 'ssotta stannu l'ossi ti li Muerti tua ca so lu vangelu ti la vita.

Se vuoi sapere chi sei, e da dove vieni, scava nella terra del dialetto. Lì sotto ci sono le ossa dei tuoi avi che sono il vangelo della vita. »

Uso in cinematografia[modifica | modifica wikitesto]

Nella storia del cinema italiano, Sangue vivo (2000) di Edoardo Winspeare è uno dei film interamente parlati in dialetto e sottotitolati in lingua italiana a cui fa seguito i Galantuomini (2008) dello stesso Winspeare con dialoghi in Salentino tenuti anche dall'attore siciliano Giuseppe Fiorello. Più di recente si annovera anche Fine pena mai, un film del 2007 diretto da Davide Barletti e Lorenzo Conte. Gli altri sono La terra trema (1948) di Luchino Visconti, Totò che visse due volte (1998) di Daniele Ciprì, Franco Maresco, infine LaCapaGira (2001) di Alessandro Piva, parlato in dialetto barese, e infine qualche parlata si trova anche in "Mine vaganti" di Ferzan Ozpetek.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci viene usato il termine "lingua" se riconosciute tali nelle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Per gli altri idiomi viene usato il termine "dialetto".
  2. ^ L. Cuomo, Antichissime glosse salentine nel codice ebraico di Parma, De Rossi 138, «Medioevo Romanzo» IV (1977), pp. 185-271.
  3. ^ Luisa Ferretti Cuomo, Sintagmi e frasi ibride volgare-ebraico nelle glosse alachiche dei secoli XI-XII, pp. 321-334 in Lingua, Cultura E Intercultura: l'italiano e le altre lingue; atti del VIII convegno SILFI, Società internazionale di linguistica e filologia italiana (Copenaghen, 22-26 giugno 2004), a cura di Iørn Korzen, Copenhagen: Samfundslitteratur, 2005.
  4. ^ COLUCCIA R., La Puglia, in L'italiano nelle regioni: testi e documenti, a cura di F. BRUNI, UTET, Torino, 1994, pag. 699
  5. ^ L'istmo messapico è una strozzatura che corre nella piana messapica fra Porto Cesareo e l'antica Valesio, nei pressi di Torchiarolo

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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