Lingua dei segni italiana

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LIS
Parlato in Italia, Svizzera, San Marino, Tunisia, Libia, Kosovo, Albania
Regioni Sicilia
Persone ca. 170.000
Scrittura SignWriting
Tipo SOV
Filogenesi Lingue dei segni
Statuto ufficiale
Regolato da ENS, CNR-ISTC
Codici di classificazione
ISO 639-3 ise  (EN)
SIL ise  (EN)

La lingua dei segni Italiana[1], in acronimo LIS, è una lingua romanza visiva erede della famiglia della Langue des Signes Française (LSF).

Storia[modifica | modifica sorgente]

Un'inteprete traduce Moni Ovadia in LIS

Ricerche linguistiche sulla Lingua dei Segni Italiana si sono sviluppate da pochi decenni nonostante la lingua stessa sia esistita da secoli. Tutto ha inizio nel 1960 quando William C. Stokoe scrisse Sign Language Structure: An Outline of the Visual Communication System of the American Deaf[2].

Egli riconosce la natura linguistica della lingua dei segni, l'elemento sequenziale nell'organizzazione della lingua dei segni e la suddivide in unità minime. Da lì, vediamo esplodere ricerche sulla lingua visiva in ogni Paese del mondo. Ricerche linguistiche e scientifiche sulla Lingua dei Segni Italiana sorgono solo verso gli anni ottanta del XX secolo.

Linguistica[modifica | modifica sorgente]

Essa si differenzia dalla lingua italiana "sonora" in quanto puramente ed esclusivamente visiva, con una propria struttura fonologica, morfologica e sintattica ed è particolarmente usata dalla comunità italiana dei sordi e figli di genitori sordi[3].

Fonologia dei cheremi[modifica | modifica sorgente]

La lingua dei segni italiana ha cinque parametri:

  • Configurazione
  • Locazione
  • Movimento
  • Orientamento
  • Componenti non manuali (espressioni facciali)

Morfologia e sintassi[modifica | modifica sorgente]

La lingua dei segni italiana è una vera lingua dal punto di vista sociologico, in quanto espressione di una comunità: la comunità dei sordi italiani.

È anche una vera lingua con una sua struttura e sintassi: questa è spesso differente dall'italiano ma può avere incredibili similitudini con altre lingue orali. I verbi ad esempio non si coniugano in base al tempo, ma devono concordare sia con il soggetto (come in italiano) sia con l'oggetto dell'azione, come avviene in basco. Esistono forme pronominali numeriche per indicare "noi due, voi due" (come il duale del greco antico) e addirittura "noi cinque, voi quattro, loro tre". La concordanza di verbi, aggettivi e nomi non è basata sul genere (maschile e femminile come in italiano) ma sulla posizione nello spazio in cui il segno viene realizzato. Esistono diverse forme per il plurale "normale" e il plurale distributivo, distinzione sconosciute alle lingue europee, ma note in lingue oceaniche. Il tono della voce è sostituito dall'espressione del viso: c'è un'espressione per le domande dirette («Vieni?», «studi matematica?») una per domande complesse («quando vieni?», «cosa studi?», «Perché piangi?») una per gli imperativi («Vieni!», «Studia!») e altre per indicare le frasi relative («il libro che ho comprato, la ragazza con cui parlavi»).

Il segno di ogni lingua dei segni può essere scomposto in 4 componenti essenziali: movimento, orientamento, configurazione, luogo (ossia le quattro componenti manuali del segno) e componenti non manuali: espressione facciale, postura e componenti orali.

Di quest'ultimo elemento, le componenti orali, poiché rappresentate solo talvolta da labializzazione simile al parlato, si ritiene che non appartengano propriamente alla lingua dei segni se non per aspetti secondari laddove il segno sia identificabile e pienamente intelleggibile grazie alle altre componenti.

Si tratta dunque di un apporto delle lingue orali la cui influenza sulle lingue dei segni si manifesta a causa di una educazione oppressiva che non permise, e talvolta anche oggi non permette, l'uso naturale della lingua dei segni ai sordi con evidenti finalità di 'integrazione' (forzata e a senso unico): molti sordi ad esempio usano segnare il verbo in ultima posizione (es: bambino mamma lui-le-parla) quando comunicano in LIS, tuttavia nelle traduzioni televisive il verbo viene spesso messo in seconda posizione ad imitazione dell'italiano.

Un altro evidente sintomo della pervicace ricerca di 'integrazione' è la pseudo-lingua detta "Italiano Segnato", ovvero l'uso dei segni con struttura grammaticale della lingua italiana oppure, ancora, il ricorso all'alfabeto manuale (dattilologia) quando il segnante manchi, per sua ignoranza, di un segno o non sia ancora entrato a far parte della lingua nella LIS, il cherema corrisponde al fonema delle lingue parlate. Si può in questo caso parlare di coppie minime facendo riferimento a due segni che differiscono soltanto di una delle componenti essenziali. Alcune funzioni grammaticali vengono espletate dalle espressioni facciali come ad esempio la forma interrogativa. È possibile, tuttavia, con un solo segno che incorpora più elementi rappresentare intere frasi o loro parti consistenti e significative; esistono perciò segni particolari – come per esempio i cosiddetti classificatori – che svolgono più funzioni.

È importante non far confusione tra termini apparentemente equivalenti come "la lingua dei segni" e "il linguaggio dei segni". Questo perché il termine "linguaggio", almeno secondo il De Mauro Paravia, indica genericamente la capacità innata degli esseri umani di comunicare tra di loro in una (o più di una) lingua, indipendentemente dal fatto che si usi la voce o il corpo per veicolare tale lingua. Il termine "lingua" designa quindi un sottoinsieme ben specifico dei vari "linguaggi".

La Lingua dei Segni Italiana, a differenza della lingua italiana "auditiva" (o "parlata") basata sull'ordine SVO, è basata sull'ordine SOV, proprietà riscontrata anche nelle lingue parlate, ad esempio nel latino, basco e giapponese.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ ENS: Quando è nata la lingua dei segni?
  2. ^ Sign Language Structure
  3. ^ Children of Deaf Adults - CODA

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]