Morfologia (linguistica)

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La morfologia (dal greco, morphé "forma" e lògos "studio") è la parte della grammatica o della linguistica che ha per oggetto lo studio della struttura grammaticale delle parole e che ne stabilisce la classificazione e l'appartenenza a determinate categorie come il nome, il pronome, il verbo, l'aggettivo e le forme della flessione, come la coniugazione per i verbi e la declinazione per i nomi distinguendosi dalla fonologia, dalla sintassi e dal lessico. Inoltre indaga i meccanismi secondo i quali le unità portatrici di significati semplici si organizzano in significati più complessi: le parole.

Secondo la grammatica tradizionale, la morfologia studia la forma delle parole, come la flessione e la derivazione, mentre secondo la linguistica moderna essa studia la struttura della parola e descrive le varie forme che le parole assumono a seconda delle categorie di numero, di genere, di modo, di tempo, di persona.

Morfemi[modifica | modifica sorgente]

Un morfema è la minima unità grammaticale isolabile di significato proprio. È composto di fonemi ed è portatore di un significato proprio e preciso, anche se non autonomo rispetto agli altri morfemi.

Esempio: nella parola "vanga", costituita dai morfemi vang + a, il morfema "a" indica che si tratta di un sostantivo femminile singolare. Sostituendo "a" con "are" si avrà "vangare", e in questo caso il morfema indica che si tratta di un verbo. Per formare il plurale invece si userà il morfema "e" (vang(h) + e): in questo caso dunque il nuovo morfema non cambia la parte del discorso ma il numero.

I morfemi possono essere anche combinati fra loro (combinazione) in sequenze lineari per dare origine a termini complessi: si pensi alla parola italiana "riscrivevamo", composta dai morfemi "ri" + "scriv" + "ev" + "amo".

Una marca morfemica può avere più significati: es. la marca "a" valida sia per i sostantivi femminili singolari che per la III persona singolare dell´indicativo presente.

Altri concetti edificanti per la costruzione delle parole sono l'accordo e la reggenza.

La parola è dunque una sequenza di morfemi caratterizzata da diverse accezioni.

Comunemente si utilizzano le glosse interlineari per mostrare la struttura morfologica di una parola, una frase o un intero testo. Esempio di glossa in inglese di una frase in italiano.

ri-scriv-ev-amo la letter-a
itr-write-impf.past-3pl det.sg.f letter-sg.f
'We were writing the letter again.'

Tipi di morfemi[modifica | modifica sorgente]

I morfemi possono essere liberi o legati:

  • morfemi liberi: come per esempio ora (avverbio), sono morfemi che non si legano ad altri morfemi, ma costituiscono parola a sé;
  • morfemi legati: come per esempio port- e -a, sono morfemi che, per formare una parola, hanno bisogno di essere legati ad altri morfemi liberi (port- + -a = porta).

Un'ulteriore divisione, parallela a questa, è la divisione in lessicali e grammaticali.

  • Morfemi
    • Morfemi lessicali
    • Morfemi grammaticali
      • Morfemi derivazionali
      • Morfemi flessionali

Lessicali e grammaticali[modifica | modifica sorgente]

I primi sono una classe aperta e hanno significato lessicale ("vang-"). I secondi rivelano la funzione grammaticale della parola ("a", "are") e sono una classe chiusa. Le eventuali mutazioni sono lente e difficilmente percettibili. Sono morfemi grammaticali quelli flessivi, i prefissi, i suffissi e gli infissi.

In altre lingue, come per esempio in arabo, la morfologia non è concatenativa ma introflessiva: si utilizzano radici triconsonantiche all'interno delle quali vengono inserite le vocali: a vocali diverse corrispondono parole diverse (pettine morfemico).

Flessione[modifica | modifica sorgente]

Si chiama flessione l´insieme delle regole che determinano la funzione logica di una parola.

Le marche variabili che rendono conto di tale congruità sono morfemi grammaticali: in particolare si parla di morfemi flessivi o desinenze. La flessione dei verbi si chiama coniugazione, quella degli elementi nominali declinazione.

Un fenomeno tipico della flessione è l'apofonia.

Derivazione[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Derivazione (linguistica).

La derivazione è una modalità di formazione di parole nuove. Generalmente si suddivide in prefissazione, infissazione e suffissazione a seconda che il morfema derivazionale legato si aggiunga, rispettivamente, a sinistra, nel mezzo o a destra della parola. "ri-scrivere", "cant-icchi-are" e "atom-izzare" sono rispettivamente tre esempi. Secondo alcuni alla base della derivazione vi è il morfema, secondo altri la parola. In altri termini, una parola come "famoso" sarebbe costruita, secondo la prima ipotesi, come ("fam+oso"); sarebbe invece costruita come "fama+oso" all'interno della seconda ipotesi. Questa seconda ipotesi richiede ovviamente una successiva regola di cancellazione di vocale che porti a "famoso". La prima ipotesi invece è in difficoltà nel caso della prefissazione (nessuno ha mai sostenuto che "sfortunato" sarebbe costruito a partire da un morfema ("s+fortunat") e della composizione, dove "capostazione" -se costruito a partire da morfemi- dovrebbe avere come base di partenza "cap+stazion" con successiva inserzione delle vocali).

La prefissazione a) non cambia la categoria lessicale della base ("fortunato" è aggettivo e resta aggettivo se prefissato "sfortunato"), non cambia la posizione dell'accento. La suffissazione, al contrario, può cambiare la categoria lessicale della base ("atomo" è nome e diventa verbo in "atomizzare) e cambia la posizione dell'accento ("velóce -> veloceménte").

La suffissazione può realizzare diversi cambiamenti di categoria lessicale: a. Nome -> Verbo ("pace ->> pacificare"), Nome -> Aggettivo ("morte -> mortale"), Nome -> Nome ("giornale -> giornalaio"), Verbo -> Nome ("arreda(re) -> arredamento"), Verbo -> aggettivo ("ama(re) -> amabile",Aggettivo -> Nome ("bello -> bellezza"), Aggettivo -Verbo ("beato -> beatificare"), Aggettivo -> Avverbio ("dolce -> dolcemente").

La derivazione si distingue dalla flessione perché i morfemi flessivi non cambiano la categoria lessicale della base ("amo" resta verbo in tutte le sue forme flesse, "amavi, ameremo, amando..."). Flessione e derivazione sono inoltre diverse perché la prima 'aggiunge' o 'cambia' un significato grammaticale di una classe chiusa di possibilità (genere, numero, caso, tempo, modo, aspetto). Per esempio, se dal verbo "ama(re)" si forma "amerò" vengono aggiunte le seguenti informazioni: prima persona, numero singolare, tempo futuro. La derivazione forma parole "nuove" ("tabacco -> tabaccaio"), mentre la flessione forma "word forms", forme diverse della stessa parola ("tabacco -> tabacchi").

In derivazione, la testa è a destra. In "arreda+mento" la parola è un nome perché vi è il suffisso "-mento" che cambia verbi in nomi (cfr. "collocamento", indebitamento", ecc.). La parola prefissata "ri+scrivere" ha testa a destra: è un verbo perché "scrivere" è un verbo. Diverso il caso della flessione: in "cas+e" la testa categoriale è a sinistra.

Suffissazione e prefissazione (ma non flessione) possono cambiare la struttura argomentale della propria base. Il verbo "cantare" può avere un oggetto ("cantare una canzone"): se il verbo viene derivato in un aggettivo ("cantabile"), questo aggettivo non può più avere un oggetto (cf. *"cantabile una canzone"), ma può invece avere -per così dire- un 'soggetto' (cf. "una canzone cantabile"). Dunque nel passaggio da verbo a nome, la struttura argomentale è cambiata. Stessa cosa può accadere in prefissazione: il verbo "rubare" si può costruire con i seguenti "argomenti": Giorgio ruba monete alle vecchiette". Ma se si prefissa il verbo e si costruisce "derubare", allora non si può più dire *"Giorgio deruba monete alle vecchiette", ma "Giorgio deruba le vecchiette delle monetine": la struttura argomentale non è più esattamente la stessa. La prefissazione l'ha cambiata.

Composizione[modifica | modifica sorgente]

La composizione è un tipo di processo morfologico che opera sulle parole non con l'aggiunta di prefissi o di suffissi, ma formando parole nuove a partire da parole esistenti:

  • capo+treno = capotreno
  • bianco+nero = bianconero

In un composto un costituente è predominante sull'altro e si chiama testa del composto. In capotreno per esempio il costituente testa è il primo. Per individuare la testa di un composto, si usa il test È UN (M. Reece Allen 1978). Capotreno è un capo o un treno? Si tratta di un capo e dunque capo è la testa del composto. Il test di Allen si applica sia semanticamente (come appena visto) sia categorialmente: in cassaforte la testa è cassa in quanto 'cassa è un nome così come lo è tutto il composto. Vi sono composti che hanno una (o due) teste e sono detti endocentrici, mentre i composti che non hanno una testa sono detti esocentrici. Composti con una testa sono per es. cassaforte, angolo cottura; composti con due teste sono composti coordinati come studente lavoratore, attore regista, dolceamaro, mentre composti senza testa sono composti come alzabandiera, saliscendi, sottoscala, pellerossa. Se si applica il test È un a un nome composto come portalettere si verificherà che la testa categoriale deve anche essere testa semantica: porta è un verbo, lettere è un nome, tutto il composto portalettere è un nome, dunque sembra che lettere possa essere la testa del composto. Ma se si applica il test semantico si constaterà che portalettere NON È un lettere e dunque se ne conclude che né porta può essere la testa del composto (per ragioni di categoria lessicale) né lettere (per ragioni semantiche). I composti sono stati classificati in vari modi; la classificazione più recente (e accettata) è quella che identifica tre classi di composti: subordinati, coordinati e attributivi (questi ultimi saranno attributivi se la non testa è un aggettivo, come per es. viso pallido) o appositivi (se la non testa è un nome, come per es. discorso fiume) Cfr. Scalise & Bisetto (2009).

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • S. Scalise, Morfologia, Bologna, il Mulino, 1994.
  • S. Scalise, Generative Morphology, Dordrecht, Foris, 1983.
  • A. Akmajian, R. A. Demers, A. Farmer, R. M. Harnish, Linguistica, Bologna, il Mulino, 1996.
  • G. Ghidetti, Linguistica, Milano, Vallardi, 2001.
  • S. Scalise e A.Bisetto, La struttura delle parole, Bologna, il Mulino, 2008.
  • S. Scalise e A.Bisetto (2009), Classification of Compounds, in R.Lieber & P.Stekauer (eds.), Compounding, Oxford University Press.
  • A. Thornton(2005), Morfologia, Roma, Carocci.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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