Lingua romagnola

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Lingua romagnola
Parlato in Italia Italia
San Marino San Marino
Regioni Emilia-Romagna Emilia-Romagna (province di Rimini, Forlì Cesena, Ravenna, parte della provincia di Ferrara, in provincia di Bologna l'imolese)
Marche Marche (parte della provincia di Pesaro e Urbino)[1]
Toscana Toscana, nei comuni di Firenzuola, Marradi e Palazzuolo sul Senio[2]
San Marino San Marino
Persone 1.100.000[3]
Classifica Non nelle prime 100
Filogenesi Indoeuropee
 Italiche
  Romanze
   Italo-occidentali
    Occidentali
     Galloromanze
      Galloitaliche
       Emiliano-romagnolo
        Romagnolo
Statuto ufficiale
Regolato da nessuna regolazione ufficiale
Codici di classificazione
ISO 639-2 roa
ISO 639-3 rgn  (EN)
Estratto in lingua
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, art. 1
Tot j essèri umèn i nàs lébri e cumpagn in dignità e dirét. Lou i è dutid ad rasoun e ad cuscinza e i à da operè, ognun ti cunfrunt at ch'j ilt, sa sentimint ad fratelènza.
In questa cartina dell'area cispadana, la zona di diffusione del romagnolo è la parte settentrionale di quella colorata in rosa scuro, con la dicitura "IVf - Romagnolo".
Forlimpopoli, lapide scritta in romagnolo.

La lingua romagnola[4] è parlata in Romagna, nella Repubblica di San Marino[5], in parte della Provincia di Pesaro e Urbino[1] e nei comuni toscani (in modo promiscuo con il toscano) della Romagna toscana.

Appartiene agli idiomi del gruppo Gallo-italico ed è quindi affine alle lingue di gran parte dell'Italia settentrionale e, nel centro Italia, ai dialetti gallico-marchigiani parlati nella provincia marchigiana di Pesaro e Urbino e in parte di quella di Ancona (nel circondario di Senigallia e in quello del Cònero)[6], diminuendo però le somiglianze sempre di più con l'allontanarsi dai confini romagnoli.

È caratterizzato da un forte rilievo delle consonanti nelle parole e da una notevole moltiplicazione dei fonemi vocalici (rispetto all'italiano, che ne ha solo sette). Esistono comunque varie forme locali della lingua stessa. Ad esempio, il romagnolo di Ravenna è abbastanza differente da quello di Cesena ma anche da quello di Rimini.

Nella Romagna toscana si notano interessanti influenze toscane, dovute a motivi sia geografici sia storici.

Geografia del Romagnolo[modifica | modifica wikitesto]

Confine occidentale

Ad ovest della Romagna si parla il dialetto bolognese, appartenente alla lingua emiliana. Il confine con l'area bolognese è il torrente Sillaro, che scorre in Provincia di Bologna: ad ovest (Castel San Pietro Terme) si parla bolognese, ad est (Dozza) romagnolo.
Nella regione Emilia-Romagna, la lingua emiliana è parlata in tutto il territorio ad ovest del torrente Sillaro, fino a Piacenza.

Confine settentrionale

Il fiume Reno rappresenta il confine tra romagnolo e dialetto ferrarese.
Il romagnolo è parlato anche in alcuni paesi oltre il Reno, quali:

Confine meridionale

A sud, il romagnolo è parlato sino a tutta la provincia di Rimini, che comprende dal settembre 2009 l'intera Val Marecchia, inclusa l'Alta Valmarecchia, ex pesarese e marchigiana fino al 15 agosto 2009. Fuori dall'Emilia-Romagna, il romagnolo, anche se ormai non più tipico, è parlato a San Marino ("sammarinese").

Il romagnolo ha notevoli affinità con i dialetti gallo-italici delle Marche settentrionali[7] parlati nella media ed alta Valconca (appartenente alla regione storica del Montefeltro); affinità linguistiche sono più marcate con il dialetto pesarese-urbinate che nel resto della provincia di Pesaro e Urbino. Il dialetto di questa provincia ha in comune con il romagnolo la matrice gallica e bizantina, ma con una minore influenza di quest'ultima a favore invece della cosiddetta "cadenza celtica" derivante dalla popolazione dei Galli Senoni che qui furono a lungo stanziati.

Andando verso sud, i dialetti gallici marchigiani (quelli del circondario di Senigallia e del Cònero) sono sempre più lontani dal romagnolo e acquisiscono caratteristiche via via sempre più simili ai dialetti italiani mediani.

La Romagna toscana è un'area storicamente molto vasta che comprende territori sia al di qua che al di là del crinale appenninico. Dal punto di vista amministrativo, è oggi composta di soli tre comuni, siccome i rimanenti territori che la costituivano sono confluiti nella Provincia di Forlì:

  • Marradi (Valle del Lamone), dove si parla romagnolo (con inflessioni e vocaboli appartenenti al toscano);
  • Palazzuolo (Valle del Senio), dove si parla romagnolo (con inflessioni e vocaboli appartenenti al toscano);
  • Firenzuola (Valle del Santerno), dove si parla prevalentemente toscano. L'ultimo paese del comune di Firenzuola dove si parla il dialetto romagnolo, nella varietà chiamata localmente "balzerotto", è la frazione di San Pellegrino.

Origini[modifica | modifica wikitesto]

La lingua romagnola ha antiche origini neolatine; ad essa va geneticamente riconosciuta pari dignità con l'italiano. Il toscano e il romagnolo sono lingue contemporanee[8].

Nell'Alto Medioevo, l'evoluzione spontanea dei volgari regionali, dal latino, è proceduta attraverso rigorose regole fonetiche e morfologiche. Uno dei tratti che accomuna i volgari italiani è, per esempio, la scomparsa della flessione (declinazione) dei sostantivi. Il romagnolo non fa eccezione.

Ciò che distingue il romagnolo rispetto alle altre lingue dell'Italia settentrionale è un insieme di fattori storici, geografici e culturali:

  • il retaggio greco-bizantino dei secoli VI, VII e VIII,
  • la diversa esposizione agli influssi germanici (prima e dopo le invasioni barbariche),
  • le diverse caratteristiche del latino parlato al di qua e al di là dell'Appennino,
  • l'esistenza di un substrato celtico (secondo l'Ascoli), presente in tutte le parlate a nord degli Appennini (tranne il veneto) e il cui limite meridionale è costituito dal fiume Esino.

Ecco come Friedrich Schürr, un linguista austriaco che a lungo ha studiato il romagnolo, spiega quanto fu decisivo il periodo bizantino: la lingua romagnola acquisì i suoi caratteri distintivi fra il VI e l'VIII secolo, quando ciò che restava dell'Esarcato d'Italia si trovò isolato politicamente e culturalmente dal resto della Val Padana. Esso assunse la sua specificità rispetto ai volgari delle zone confinanti, che finirono invece sotto il dominio longobardo.

Per quanto riguarda gli influssi delle parlate germaniche, lo studioso Guido Laghi ha individuato due parole derivanti dalla lingua degli Ostrogoti che sono entrate nel romagnolo. Le radici di "bere smodatamente" e "russare", da cui trinchêr e runfêr sono infatti un lascito del popolo di Teodorico (la cui tomba si trova a Ravenna).

Sembra che sia venuto dal Nord, portatori i Longobardi o i Franchi (secc. VIII-IX), anche l'accento di intensità, cioè l'abitudine a caricare la vocale tonica al punto da sottrarre "aria" alle vocali precedenti e/o successive. In Romagna questo fenomeno ebbe conseguenze ben più profonde che presso i popoli confinanti. Nel romagnolo le atone cadono totalmente, con l'eccezione della 'a', che si conserva di norma in ogni posizione.

In questo modo, le parole che in latino sono trisillabe o quadrisillabe sono ridotte a monosillabi:

  • Il latino GENUCULU- diventa in romagnolo ZNÒC (ginocchio)
  • Il latino TEPIDU- diventa in romagnolo TEVVD (tiepido)
  • Il latino OCULU- diventa in romagnolo ÒC (occhio)
  • Il latino FRIGIDU- diventa in romagnolo FRÉDD (freddo)

Il fenomeno non ha eguali nelle lingue delle regioni confinanti, per cui si può dire che la “distruzione delle atone” è una caratteristica distintiva del romagnolo.

Altra caratteristica è la flessione interna, con vari gradi di apofonia, per la determinazione del genere e del numero nei nomi, della persona e del tempo nei verbi. Inoltre, certamente nel forlivese, le "e" e le "o" non venivano ripetute in una stessa parola, nemmeno nei cognomi: ad esempio, si può prendere il celebre cardinale Giuseppe Bofondi: a Forlì il suo nome di famiglia suonava invece Bafondi; e talvolta si trova anche scritto così. Tra il popolo, infatti, sono circolate abbastanza a lungo espressioni come: A-n so miga Bafondi! oppure U-s créd d'ësar Bafondi![9].

La letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Dal Cinquecento al Settecento[modifica | modifica wikitesto]

La prima attestazione di un'opera letteraria è il "sonetto romagnolo" di Bernardino Catti, di Ravenna, stampato nel 1502. È scritto in un italiano frammisto di romagnolo.
Appartiene invece alla metà del Cinquecento la Commedia Nuova... molto diletevole e ridiculosa di Piero Francesco da Faenza, pubblicata a Firenze. È un testo teatrale, ad imitazione dell'Orfeo di Poliziano. Il protagonista è il tipico villano, il cui comportamento rozzo contrasta con la raffinatezza degli altri protagonisti, nobili e acculturati. Allo stesso modo, la sua parlata, un dialetto faentino infarcito di volgarità, contrasta col linguaggio aulico degli altri personaggi.
Alla fine del XVI secolo appare il primo poema scritto in romagnolo: E Pvlon matt. Cantlena aroica (Il Paolone matto); un poema, almeno all'inizio, eroicomico sulla falsariga dell’Orlando Furioso, scritto da un anonimo autore nel dialetto di San Vittore di Cesena e attribuito al Fantaguzzi. Dei XII canti, in ottave toscane, che formavano il poema sono sopravvissuti solo i primi tre e buona parte del IV, per un totale di 231 ottave (1848 versi)[10].

Del 1626 è La finta schiauetta di Francesco Moderati, riminese. Il protagonista si chiama ancora "Paulone" e si esprime in riminese, benché la commedia sia ambientata a Roma. Nella seconda metà del XVII secolo appare la Batistonata, o frottola, composta (non molto dopo il 1636) dal ravennate Lodovico Gabbusio in tempo di carnevale.
Risalgono al 1710 tre sonetti scritti dal parroco di San Nicandro (presso Ravenna), Giandomenico Michilesi. In pieno Settecento troviamo le poesie del conte ravennate Ippolito Gamba Ghiselli (1724-1788) e i sonetti dell'abate ed agronomo riminese Giovanni Antonio Battarra (1714-1789).

Il primo poeta in lingua romagnola a godere di una certa notorietà fu don Pietro Santoni (Fusignano, 1736-1823), autore di canzoni composte alla fine del XVIII secolo, che ai suoi tempi circolavano manoscritte. Don Santoni fu, dal 1764 al 1766, maestro di Vincenzo Monti. I due rimasero amici anche quando Monti assurse alla notorietà. Esiste anche un sonetto in romagnolo del Monti[11]. Autore di quattro sonetti in dialetto ravennate è infine Jacopo Landoni (1772-1855), che si firmava «Pirett Tignazza, canonich d'la Piaza».

L'Ottocento e il Novecento[modifica | modifica wikitesto]

Prima metà del Novecento

Si ricordano,

  • nell'area ravennate: Olindo Guerrini (i suoi Sonetti romagnoli furono pubblicati postumi dal figlio) e Francesco Talanti (1870-1946), entrambi di Sant'Alberto; il lughese Lino Guerra (1891-1930) e il barbianese Nettore Neri;
  • nell'area forlivese: Aldo Spallicci, bertinorese, (autore di poesie e di molti testi di cante romagnole);
  • nell'area riminese: Giustiniano Villa (1842-1919), di San Clemente (noto ed affermato autore di zirudelle).
Seconda metà del Novecento

Il secondo Novecento vide la fioritura di numerosi poeti in lingua romagnola. Tra i molti autori di quel felice periodo, spiccarono i poeti di Santarcangelo e di Ravenna. L'area santarcangiolese produsse poeti di primissimo piano:

Accanto a Baldini e Guerra, è necessario ricordare anche Nino Pedretti (1927-1981), Giuliana Rocchi (1922-1996), Cino Pedrelli (1913-2012) e il neodialettale Gianni Fucci.

Nel secondo Novecento l'esponente di maggior rilievo dell'area ravennate è stato Tolmino Baldassari (1927-2010).

Anche il cantautore Claudio Chieffo ha composto, saltuariamente, in forlivese[12].

Raccolte di detti[modifica | modifica wikitesto]

Il forlivese Michele Placucci raccolse e pubblicò, nel 1818, il saggio Usi e pregiudizj dei contadini della Romagna, opera che è universalmente considerata il primo studio sul folklore in Italia. Naturalmente, come si evince dal titolo, è scritta in italiano; ma, nel corso del testo, Placucci riferisce i detti popolari in lingua romagnola. Si tratta quindi di un'ottima fonte per uno studio sull'evoluzione della lingua romagnola popolare.

Dizionari[modifica | modifica wikitesto]

La prima edizione del Vocabolario Romagnolo-Italiano di Antonio Morri (1840).

Nel 1840 il faentino Antonio Morri (1793-1868), anche per lo stimolo dovuto all'opera del Placucci[senza fonte], pubblicava il primo vocabolario Romagnolo-Italiano, frutto di dieci anni di lavoro. Il dizionario era destinato ai parlanti nativi romagnoli, la quasi totalità della popolazione, per far loro conoscere i vocaboli della lingua italiana al fine di scriverli correttamente.

Nel 1879 uscì, per i tipi della Galeati di Imola, il Vocabolario Romagnolo-Italiano di Antonio Mattioli (1813-1882). Conteneva soprattutto vocaboli del dialetto di Castel Bolognese e delle colline a sud del paese. L'opera era destinata agli studenti[13], al fine di aiutarli a trovare il corrispondente italiano delle parole in romagnolo.

Nel 1960 apparve il Vocabolario romagnolo-italiano del ravennate Libero Ercolani (1914-1997). Può essere definito il primo dizionario in senso moderno del romagnolo. Come dichiarava l'autore, nella Nota all'edizione del 1971, scopo dell'opera fu «la conservazione e la difesa del patrimonio culturale romagnolo, indissolubilmente legato a un dialetto che ancora conserva una tenace vitalità»[14]. Utilizzando come base il proprio dialetto, quello delle Ville Unite, la parte sud del comune di Ravenna, Ercolani registra numerosi vocaboli di altre aree (riminese, fusignanese, brisighellese...). Unico tra i lessicografi romagnoli, Ercolani aggiunge la spiegazione dell'origine dei vocaboli.

Nel 1982 uscì a Villa Verucchio il Dizionario romagnolo (ragionato), frutto dell'opera ventennale di Gianni Quondamatteo. Il dizionario è centrato sul dialetto riminese, ma registra anche termini provenienti da altre aree della Romagna. Caratteristica distintiva è il presentare solo vocaboli "autenticamente" dialettali, escludendo cioè i termini entrati nel romagnolo attraverso la lingua italiana.[15]

Diversa dalla serie di opere conosciute, anche per la mole, è Par nôn scurdës. Un vocabolarietto da leggere di Paolo Bonaguri (1995). L'opera, raccoglie oltre 2000 vocaboli; ogni lemma romagnolo ha il corrispondente in italiano, inoltre sono forniti degli esempi di utilizzo concreto di ciascun termine.[16]

L'ultimo dizionario della lingua romagnola è uscito nel 1996: è il Vocabolario romagnolo italiano di Adelmo Masotti, imperniato sui termini della pianura da Ravenna al Sillaro. Nel dizionario di Masotti sono presenti anche termini derivati dall'italiano nonché dalle lingue straniere moderne.

Versioni di opere celebri[modifica | modifica wikitesto]

  • Antonio Morri, E' Vangeli sgond S. Matì (prima edizione 1865);
  • Francesco Talanti, di Sant'Alberto di Ravenna, ha tradotto diversi canti della Divina commedia: Saggi di traduzione della Divina Commedia in dialetto romagnolo (1933);
  • Nevio Spadoni ha tradotto in dialetto il Pentateuco (i primi cinque libri della Bibbia, dalla Genesi al Deuteronomio): Fiat Lux! E' fat dla creazion (2011).

Premi letterari[modifica | modifica wikitesto]

Il più importante premio di poesia in lingua romagnola è «La Pignataza» (la pentolaccia). Fu istituito nel 1967 dal bertinorese Aldo Spallicci insieme ad alcuni amici di Castel Bolognese. Il premio ha cadenza triennale.

Il teatro[modifica | modifica wikitesto]

Il teatro in lingua romagnola fiorisce all'inizio del Novecento, ma le sue origini sono ben più antiche. Abbiamo già accennato alle cinquecentesche Commedia Nuova... molto diletevole e ridiculosa, di Piero Francesco da Faenza, ed E Pvlon matt. Cantlena aroica di anonimo di San Vittore di Cesena.
Nel periodo del carnevale, durante i trebbi (veglie) nelle case coloniche (cioè quando, durante l'inverno, una o più famiglie passavano le serate tutti insieme nell'unica stanza riscaldata), venivano spesso proposte anche scenette irriverenti che suscitavano riso e ilarità. Da qui nacque una tradizione che, dalla lingua orale, è passata alla parola scritta. Alla metà dell'Ottocento risalgono le scenette comiche redatte dal verucchiese Carlo Celli e la breve opera del riminese Ubaldo Valaperta La Franzchina dall'aj (1868), che descrive un quadro di vita popolare. Ai primi del Novecento il faentino Giuseppe Cantagalli ideò il personaggio di "Lovigi Gianfuzi", il "letterato" che, con un linguaggio farcito di improbabili termini forbiti, frammisti a esilaranti dialettismi, commenta i fatti della vita sociale.
Il primo autore importante del teatro in romagnolo fu Eugenio Guberti (1871-1944). Trasse ispirazione dalla vita quotidiana della sua città, Ravenna, per scrivere esilaranti commedie. Tra le più conosciute vi sono: E zenar (Il genero), I bragòn (I pantaloni), Casa Miccheri, E' Bulo. Il capolavoro di Guberti fu Al tatar (Le pettegole), scritta nel 1920 e portata in scena il 13 marzo 1921 dalla compagna della «Società Artistica Drammatica Musicale Ravennate» del teatro Rasi. La commedia, che rispecchiava la vita ravennate dell'epoca, riscosse subito un grande successo.

Proprio a seguito di questo successo, nel 1924 si consolidò la «Compagnia dialettale ravennate», che ebbe tra i fondatori Arturo Cellini, scrittore di poesie. Un altro dei fondatori della compagnia, Bruno Gondoni (1905-1976), fu autore di una ventina di opere, tutte rappresentate nei teatri della Romagna. A differenza degli altri autori, scrisse opere drammatiche, in cui portava in scena i drammi umani e sociali del tempo[17][18]. Nel 1929 ottenne grande successo la comicissima Maridèv, burdèl, maridèv! del ravennate Guido Umberto Maioli. Un altro rappresentante della commedia farsesca e ridanciana fu il ravennate Eligio Cottignoli. Le sue più fortunate pièce, Cla bèla famiulèna e Se ognon e' badess a ca' su, ottennero più volte il tutto esaurito.

Nello stesso periodo iniziarono a scrivere commedie due grandi personaggi, nonché amici nella vita, entrambi originari di San Zaccaria, frazione di Ravenna: Icilio Missiroli e Bruno Marescalchi. Quest'ultimo sarebbe diventato il maggiore rappresentante del teatro romagnolo del suo tempo. Nato nel 1905, farmacista, Marescalchi fu autore di celebri commedie, come La Burdëla incajeda, La mân d'ê mél, Gigiò e va int i fré e La ca' 'd Sidori. I personaggi che scaturirono dalla sua penna, come Arbalòn, Balzanè e Ovdur, rappresentano i caratteri tipici in cui si riconoscono ancora oggi i romagnoli. Furono 22 le commedie firmate da Marescalchi. Nelle antiche filodrammatiche, tutti i personaggi erano interpretati da attori uomini[19].

Dopo anni di alterna fortuna, la creatività di questi autori subì un arresto durante il regime fascista. Per motivi di antiregionalismo le lingue locali vennero abolite e, di conseguenza, anche le recite che portavano in scena la vita e le usanze della gente di un tempo non furono più gradite.

Dopo la caduta del fascismo, tutti gli autori ripresero la loro produzione. Uno dei primi fu Guido Umberto Maioli (si firmò con lo pseudonimo Euclide 'd Bargamen) con A i temp 'd Landon (Ai tempi di Landoni) dove drammatizza la morte di Anita Garibaldi, poi il già citato Bruno Gondoni che con La broja (L'erba palustre) mise in scena il dramma dei braccianti romagnoli nella bonifica dell'Agro Romano (1884 e segg.). Poco alla volta, rifiorirono anche le compagnie teatrali.

Oggi il teatro dialettale è tornato a divertire i romagnoli di tutte le generazioni. Le compagnie romagnole più rinomate e celebri sono:

  • la Filodrammatica Berton di Faenza, fondata nel 1883 dai Salesiani; oggi è diretta da Giuliano Bettoli;
  • la "Rumagnola C.D.T." di Bagnacavallo, fondata nel 1946 e diretta da Arturo Parmiani;
  • il "Gruppo d'Arte Drammatica (GAD) ENAL" di Lugo", fondato nel 1947;
  • la "Cumpagnì dla Zercia" di Forlì;
  • Il "Piccolo Teatro Città di Ravenna" - GAD Gino Caprara, fondata nel 1971 e oggi diretta da Roberto Battistini
  • "La Compagine" di San Lorenzo di Lugo (nata nel 1973, vincitrice nel 2010 di un premio nazionale FITA[20] per la commedia con musiche La not che Garibaldi e' vulè ins la lòna di Paolo Parmiani).

Nel 2010 un altro premio FITA, quello per la miglior attrice caratterista, è andato all'attrice in lingua romagnola Elisa Collina.

I più apprezzati e rappresentati autori di teatro dialettale romagnolo sono oggi: Ermanno Cola e Luigi Antonio Mazzoni di Faenza, Eligio Cottignoli e Delmo Fenati di Ravenna, Corrado Contoli e Paolo Parmiani di Lugo, Aldo Cappelli, Giovanni Spagnoli e Paolo Maltoni di Forlì, Guido Lucchini di Rimini e Stefano Palmucci della Repubblica di San Marino.

Le cante romagnole[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1894 uscì a Forlì il Saggio di canti popolari romagnoli, a cura di Benedetto Pergoli. Scopo dell'opera era raccogliere testi e musiche di cante e stornelli che, fino ad allora erano state tramandate solamente per via orale.
Ispirati dal Pergoli, agli inizi del XX secolo quattro giovani forlivesi, poco più che ventenni, formarono un sodalizio allo scopo di preservare e diffondere il patrimonio musicale popolare romagnolo. Erano: Aldo Spallicci (1886-1973), medico e poeta, Antonio Beltramelli, scrittore, e i musicisti Cesare Martuzzi (1885-1960) e Francesco Balilla Pratella. Il gruppo cercò anche di arricchire l'antico repertorio attraverso la creazione di nuove canzoni d'autore. Ne scaturì un'abbondante messe di "cante in coro", che furono pubblicate dapprima su Il Plaustro (1911-14), poi su La piê (dal 1920), la rivista ufficiale del sodalizio, fondata e diretta da Spallicci.
Nel 1909 apparve l'opera La 'Sina d'Vargõn (Rosellina dei Vergoni), prima composizione di Francesco Balilla Pratella. Il musicista lughese, nello scrivere la sua prima opera per il teatro, attinse pienamente alla tradizione popolare romagnola. Ricostruì sulla scena le usanze, i personaggi e le voci della Romagna tradizionale. L'autore scrisse personalmente il libretto in romagnolo.

I Canterini romagnoli di Massa Lombarda (foto del 1930). Al centro, Ettore Ricci.

Nel 1910 Cesare Martuzzi costituì a Forlì un complesso di coristi (inizialmente solo uomini) denominato «Canterini romagnoli». Da allora il termine è entrato nell'uso. Oggi in Romagna si chiamano "canterini romagnoli" tutte le formazioni che eseguono il repertorio della musica popolare tradizionale. Mario Lazzari fu tra i maggiori interpreti del genere nella prima metà del secolo. Una delle cante più note in assoluto del duo Martuzzi-Spallicci (il primo autore delle musiche, il secondo autore dei testi) è A Gramadora:

« Bèla burdèla fresca e campagnola
da i cavell e da j occ coma e' carbon
da la bocca piò rossa d'na zarsòla
te t'sì la mi passion. »
(A Gramadòra)

Nel primo dopoguerra, sulla scia della felice intuizione di Martuzzi e Spallicci, nacquero corali polifoniche in tutta la Romagna. Balilla Pratella fondò una sua società di canto popolare a Lugo, che chiamò «Camerate di canterini» (1922). Turibio Baruzzi di Fontanelice (1893-1944) fondò e diresse la Camerata di Imola (1927), Antonio Ricci (1896-1976) quella di Massa Lombarda (1929) e Domenico Babini (1901-1971) fondò nel 1935 la Camerata di Russi. Del primo furono celebri La sfujareja e La cânta d'la pulénta, su versi di Luigi Orsini; del secondo La cânta d'Ross, La sîra in campâgna e, soprattutto, E' mêl d'amor (Il mal d'amore). La Camerata più numerosa rimane invece quella fondata nel 1929 da Bruto Carioli (1902-1983), farmacista di San Pietro in Vincoli (frazione di Ravenna).

Francesco Balilla Pratella, nonostante fosse diventato uno dei maggiori esponenti della musica futurista, musicò molte composizioni in versi di Aldo Spallicci. Tra esse diventarono famose: A la carira (Lungo la strada di campagna), La fasulera[21], Al fugarén (Il fuoco del camino), Burdëli ch'va a la festa (Ragazze che vanno alla festa), ed altre.
Balilla Pratella approfondì negli anni successivi i suoi studi, fino a dare alle stampe, nel 1938, un'opera organica: Etnofonia di Romagna. Secondo l'autore, la storia del canto popolare romagnolo può essere suddivisa in tre fasi:

  1. Cante della vecchia Romagna: testi e musica in romagnolo (dalla nascita del verso sillabico rimato fino al XVII secolo). Sono le cante di derivazione arcaica, gregoriana o laudi francescane del XIII e XIV secolo che si sono tramandate oralmente;
  2. Cante popolari romagnole: l'italiano soppianta il romagnolo nei testi, mentre la musica rimane inalterata (dal XVII alla prima metà del XIX secolo). Appartengono a questo genere orazioni, filastrocche, ninne nanne e canti di argomento storico o legati a solennità religiose;
  3. Cante della nuova Romagna: coprono il periodo che va dalla fine del XIX secolo ad oggi. Si tratta di canzoni e cante che si collocano tra la musica colta (appaiono le firme di maestri come Balilla Pratella, Martuzzi e altri) e il folclore (i versi, in romagnolo, sono opera di poeti, tra cui lo stesso Aldo Spallicci)[22].

Si deve a Secondo Casadei l'invenzione della canzone romagnola ballabile: una su tutte, la popolare "Un bès in biciclèta", scritta nel 1935.

Fonologia e grafia[modifica | modifica wikitesto]

Vocali toniche[modifica | modifica wikitesto]

Introduzione[modifica | modifica wikitesto]

Metodo[modifica | modifica wikitesto]

Una trattazione specialistica richiederebbe la definizione di ogni fonema a partire dall'insieme delle sue realizzazioni possibili e dall'individuazione dei tratti articolatori distintivi. Qui però adotteremo una trattazione meno specialistica, individuando i fonemi per mezzo di alcune parole in cui compaiono. Parleremo, ad esempio, della “e” che si trova nella parola corrispondente a «fratello», che in quasi tutti i dialetti romagnoli è la stessa “e” che si trova nella parola corrispondente a «terra» eccetera.

Vocali lunghe e brevi[modifica | modifica wikitesto]

Una delle caratteristiche fondamentali della vocalismo tonico dei dialetti romagnoli è la presenza di vocali lunghe e brevi. Secondo certe scuole di fonetica le vocali lunghe si possono trascrivere usando il semplice crono, ad es. [a:], ma le vocali lunghe dei dialetti romagnoli sono spesso dei dittonghi, e quando non sono dei dittonghi hanno comunque la durata di un dittongo (tant'è che a volte due parlate di uno stesso dialetto possono differire proprio per la dittongazione o la monottongazione di una certa vocale, a parità di durata). Dunque è opportuno intendere le vocali lunghe come vocali che hanno comunque la durata di un dittongo, anche quando sono sostanzialmente dei monottonghi.[23]

Ad esempio nei dialetti della Romagna centrale si trova una vocale lunga, spesso dittongata, nella parola corrispondente a «fratello», mentre si trova una vocale breve in quella corrispondente al plurale «fratelli». A causa della diffusa dittongazione, è invalso l'uso di scrivere la vocale lunga del singolare con una dieresi, per cui si scrive fradël, mentre la vocale breve si scrive abitualmente con l'accento grave, sicché il plurale è fradèl.[24]

Per quel che riguarda la percezione dei parlanti, si consideri che le diverse durate delle vocali inducono delle alterazioni nella durata delle consonanti seguenti, quando ve ne sono. Infatti, per un fenomeno correlato a quello dell'isocronismo sillabico, la consonante che viene dopo una vocale tonica breve tende ad allungarsi. Ad esempio il plurale fradèl si pronuncia spesso [fradɛl:] (o [fradel:] o, più spesso, con una e che ha un'apertura intermedia fra [ɛ] e [e]). Alcuni romagnoli sono particolarmente sensibili alla quantità consonantica, per cui possono percepire l'opposizione fra la vocale lunga e quella breve come opposizione quantitativa fra le consonanti che seguono. Tale sensibilità induce alcuni a scrivere, intuitivamente, il singolare con una sola l e il plurale con due: fradel vs. fradell. Alla base di questa sensibilità ci sta comunque il tratto distintivo della quantità vocalica, ed è questo che bisogna fare riferimento per esprimere il vocalismo tonico dei dialetti romagnoli.

Vocalismo della pianura ravennate-forlivese[modifica | modifica wikitesto]

I dialetti della pianura ravennate-forlivese sono abbastanza uniformi, nel senso che si hanno per lo più gli stessi fonemi vocalici, distribuiti nelle stesse parole (ma non mancano eccezioni, come ad. es. la parlata del centro storico di Lugo). Questo non significa che la pronuncia di tali fonemi sia la stessa su tutto il territorio, ma le differenze nella pronuncia si pongono a livello fonetico, non fonologico.

Le "e" orali[modifica | modifica wikitesto]
Grafia[modifica | modifica wikitesto]

Le “e” orali (cioè, non nasali) di questi dialetti sono quattro.

La grafia adottata dai vari autori non è la stessa, per cui si può fare riferimento a ognuna di queste “e” elencando alcune parole nelle quali si trovano, e riportando la grafia degli autori principali. In particolare faremo riferimento al Vocabolario di Antonio Morri, a quello di Mattioli, a quello di Libero Ercolani, al Vocabolario comparato dei dialetti romagnoli (nel seguito VC), che si trova alla fine del secondo volume di Romagna civiltà di Gianni Quondamatteo e Giuseppe Bellosi, e al Vocabolario di Adelmo Masotti.

VC è un dizionarietto che riporta solo le parole di uso più comune, e non è noto come i due vocabolari maggiori. Tuttavia è un'opera importante, perché mette a punto, per i dialetti della pianura ravennate-forlivese, la grafia che oggi è maggiormente diffusa. Benché l'opera sia firmata da Quondamatteo e Bellosi, sappiamo che il primo conosceva più che altro i dialetti orientali (in particolare il riminese), per cui si può supporre che la grafia per i dialetti centro-occidentali sia stata messa a punto da Giuseppe Bellosi.

Ecco alcuni esempi per le quattro “e” (lo sfondo grigio è associato alle grafie più antiche):

Morri (1840) Mattioli (1879)[25] Ercolani (1960-71)[26] VC (1977) Masotti (1996)[27]

«sette»
«fratello»
«(qual)cosa»
«vecchio»
«terra»
«guerra»
«mezzo»
«pezzo»
«testa»
«pelle»
è
sètt
fradèll
quèll
vècc

gvèra

pèzz


è
sèt
fradèl
quèl
vèc
tèra
guèra
mèz
pèź
tèsta
pèl(a)
ë
sët
fradël
cvël, quël
vëcc
tëra
gvëra
mëẓ
pëz
tësta

ë
sët
fradël
quël

tëra


pëz
tësta

ë
sët
fradël
quël
vëcc
tëra
guëra
mëẓ
pëz
tësta
pël(a)

«stretto»
«quello»
«secco»
«freddo»
«mettere»
«peggio»
«diritto»
«mille»
«zitto»
«villa»
«pizzo»
é
strétt
quéll
sécch


pézz
drétt
méll
zétt
vélla

é
strét
quél
séch
fréd
métar
péz
drét
mél
zét
véla
péź
è/e
stret
cvèl, quèl
sec
fred
mètar
pèẓ
dret
mèl
zet
vèla

è/e

quel
sech
fred
mètar
peẓ

mel
zet


è
strèt
quèl
sèc
frèd
mètar
pèẓ
drèt
mèl
zèt
vèla
pèz

«andare»
«chiaro»
«naso»
«male»
«quale»
«pace»
«palo»
«nave»
ê
andê(r)
cêr
nês
mêl
quêl



ê
andê
cêr

mêl
quêl
pês[28]
pêl
nêv(a)
ê
andêr
cêr
nêṣ
mêl
cvêl, quêl



ê
andê
cêr
nêṣ
mêl
quêl



ê
andêr
cêr

mêl
quêl
pêş
pêl
nêv(a)

«mela»
«melo»
«miele»
«peso»
«mese»
«velo»
«vela»
«neve»
«metro»
«merlo»
«perdere»
«pelo»
ë
mëla
mël
mël
pës
mës
vël

nëv




ë
mëla[29]
mël
mël
pës
mës
vël
vëla
nëv
mëtar
mëral
përdar
pël
ē
mēla
mēl
mēl
pēṣ
mēṣ
vēl
vēla
nēv
mētar
mēral
pērdar

é


mél
péṣ

vél

név(a)
métar

pérdar

é
méla
mél
mél
péş
méş
vél
véla
név(a)
métar
méral
pérdar
pél

Si osservi che non tutte le parole si trovano in tutti i testi. Il Vocabolario del Morri è carente non tanto perché mancano i lemmi, ma perché sulle vocali toniche di alcuni lemmi non è riportato il diacritico. Quanto al Vocabolario comparato, s'è già detto che non ha la pretesa di essere un vocabolario completo.

I vari autori adottano la seguente grafia per scrivere le quattro “e” di questi dialetti:

  • la "e" di «fratello» è scritta è da Morri e Mattioli, mentre a partire da Ercolani è scritta ë;
  • la "e" di «secco» è scritta é da Morri e Mattioli, mentre Ercolani la scrive è, ma solo sulle parole che possono porre ambiguità (in particolare per la posizione dell'accento), altrimenti l'accento grave è l'accento “di default”; Quondamatteo e Bellosi si regolano come Ercolani, mentre Masotti scrive sempre l'accento;
  • la "e" di «male» è scritta ê da tutti gli autori;
  • la "e" di «mela» è quella su cui c'è maggiore discordanza grafica: Morri e Mattioli la scrivono ë, Ercolani la scrive ē, Quondamatteo e Bellosi la scrivono é, e lo stesso fa Masotti.

Come s'è detto, oggi si usa prevalentemente la grafia di VC, che si può considerare la grafia moderna per questi dialetti.

Peraltro la grafia delle "e" adottata da Bellosi è la stessa che si trova nella Grammatica del dialetto romagnolo di Ferdinando Pelliciardi. Ora, i Cenni grammaticali di Bellosi si trovano in un volume che risulta «Finito di stampare nel dicembre 1977», e anche la Grammatica di Pelliciardi riporta la stessa datazione: «Finito di stampare nel mese di dicembre 1977».

Particolarmente importante per l'unificazione della grafia è stato l'insediamento, all'inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, di un'apposita commissione, voluta dall'associazione «Amici dell'arte» di Cervia. Della commissione facevano parte, per l'area ravennate, Tolmino Baldassari, Libero Ercolani e Giuseppe Bellosi, assieme ad altri studiosi e autori di aree diverse. Le deliberazioni della commissione furono pubblicate nel 1986 nel libretto Regole fondamentali di grafia romagnola (in seguito RF)[30].

Alle norme proposte dalla commissione aderirono in seguito numerosi autori e anche le redazioni di alcune importanti riviste. In particolare la redazione de «la Ludla», dell'Istituto Friedrich Schürr, le ha recepite nel libretto Norme di grafia romagnola (in seguito NGR).

Nel seguito si farà riferimento ai quattro fonemi adottando la grafia moderna di VC, RF e NGR.

Pronuncia secondo la percezione dei parlanti[modifica | modifica wikitesto]
Secondo RF (1986)

La commissione che mise a punto le Regole fondamentali cercò di estendere una medesima grafia alle diverse parlate della pianura ravennate-forlivese, contemplando varie pronunce possibili per le quattro "e", che sono descritte nel modo seguente (p. 11):

  • ë : «vocale lunga estremamente aperta oppure dittongo discendente il cui primo elemento è una e estremamente aperta e il secondo è una a evanescente»;
  • ê : «dittongo discendente il cui primo elemento è una e chiusa e il secondo elemento è una a evanescente»;
  • é : «vocale lunga chiusa oppure un dittongo discendente éi»;
  • è/e : «vocale breve aperta o semiaperta».

Come si vede, in alcune aree tutte le "e" lunghe sono chiaramente dittongate, e percepite come tali dai parlanti. Chi esibisce questa pronuncia spesso percepisce la vocale breve non tanto in termini quantitativi, quanto piuttosto come l'unica "e" non dittongata (che come tale non richiede l'uso di diacritici particolari, per cui si usa genericamente l'accento grave, o la si lascia senza accento).

Le cose però non vanno dappertutto in questo modo, e ci sono zone in cui le vocali ë ed é non sono dittongate (o comunque non vengono percepite come tali).

La dittongazione della é è quella più variabile. Spesso il dittongo non arriva a chiudersi fino a [i], e per questo non sempre viene riconosciuto come tale. Ciò è vero in particolare nella parte più occidentale della pianura ravennate-forlivese.

Quanto a ê, se perde la dittongazione tende a confondersi con é, come vedremo meglio in seguito, per cui la possibilità di distinguere chiaramente quattro "e" presuppone solitamente la dittongazione di ê.

Vediamo ora in quali pronunce si sono riconosciuti i più noti autori di testi romagnoli.

Secondo NGR (1998)

La dittongazione delle "e" lunghe è particolarmente accentuata nell'area forlivese e in quella delle Ville Unite. La pronuncia prevalentemente diffusa nelle Ville Unite è descritta in NGR (p. 4) nel modo seguente:

  • ë : «si configura come un dittongo discendente in ea costituito da una e molto aperta e da una a evanescente»;
  • ê : «si presenta come un dittongo discendente in ea costituito da una e chiusa e da una a evanescente»
  • é : «si presenta come un dittongo discendente costituito da una e chiusa e da una i meno evanescente del solito, che anzi si rafforza alquanto in finale di parola».

Si osservi che gli autori di questo libretto percepiscono più distintamente la dittongazione di é quando questa si trova alla fine della parola. Tale percezione è piuttosto diffusa fra i parlanti della pianura ravennate-forlivese, come vedremo anche in seguito.

Secondo Bellosi (1977)

Anche Bellosi (originario di Maiano Nuovo di Fusignano) nei Cenni grammaticali su un dialetto romagnolo, dove descrive il dialetto di Fusignano, mostra di percepire nettamente la dittongazione di ë ed ê, che descrive in questo modo:

  • ë : «dittongo discendente col primo elemento di pronuncia estremamente aperta e il secondo elemento evanescente»;
  • ê : «dittongo discendente col primo elemento molto stretto e il secondo evanescente»

Quanto alla é, Bellosi prima la definisce «vocale chiusa (stretta, lunga [...])», ma poi aggiunge che questo e altri fonemi «vengono realizzati molto stretti, spesso con l'apparizione di elementi evanescenti di dittongo i [...], specialmente in fine di parola seguita da una pausa».

Secondo Ercolani (1960)

Anche Libero Ercolani (originario di Bastia di Ravenna, nella zona delle Ville Unite), aveva una chiara percezione della dittongazione di ë e ê, che descrive nel modo seguente:

  • ë : «suono dittongale ea con la "e" aperta»;
  • ê : «suono dittongale ea con la "e" chiusa».

Invece lo stesso Ercolani nella vocale che egli scriveva ē (e che oggi si scrive é) riconosce semplicemente un «suono lungo», dunque un monottongo.

Secondo Pelliciardi (1977)

Ferdinando Pelliciardi (originario di Bizzuno di Lugo), nella sua Grammatica del dialetto romagnolo, manifesta una percezione molto simile a quella di Ercolani, riconoscendo solamente la dittongazione di ë ed ê, che descrive in questo modo:

  • ë : «Suono apertissimo [...]. È simile al suono aperto[31], ma sfuma in una "a" evanescente»;
  • ê : «Suono semiaperto [...]. È molto simile a quello chiuso, ma si schiude in un suono di "a" disaccentata ed evanescente».

Invece la é viene descritta semplicemente come «Suono chiuso», dunque un monottongo.

Secondo Masotti (1996)

Adelmo Masotti (originario di Ravenna) nel suo Vocabolario manifesta la percezione della dittongazione solo per ê, che descrive appunto come «suono semiaperto terminante in a evanescente».

Invece le altre tre "e" sono tutte percepite come monottonghi, di diversa apertura:

  • é : «suono chiuso e un po' prolungato»;
  • è : «suono aperto»;
  • ë : «suono molto aperto».
Pronuncia secondo le analisi glottologiche[modifica | modifica wikitesto]

Il quadro precedente, che corrisponde alla percezione dei parlanti, trova sostanziale conferma nelle analisi glottologiche.

Secondo Schürr (1919)

Già F. Schürr, in Romagnolische Dialekstudien II, descriveva spesso le vocali che oggi si scrivono ë, ê come dittonghi aventi il secondo elemento "evanescente" per quasi tutta l'area ravennate-forlivese. Più precisamente:

  • la vocale che oggi si scrive ê viene trascritta eə per Imola (p. 15), Faenza (p. 16), Forlì (p. 16) e Ravenna p. 17);
  • quella che oggi si scrive ë viene trascritta:
    • äɒ[32] a Faenza e Forlì (p. 51);
    • ęə[33] a S. Lucia di Predappio[34], Coccolia e il contado ravennate (p. 51).

Schürr trovò la ë monottongata in diverse località. Infatti la scrive semplicemente ę|[35] a Imola, Lugo, Ravenna, Castiglione di Ravenna (pp. 50–51), mentre a Meldola trovò un'oscillazione fra il monottongo e il dittongo (p. 51).

Quanto a ê, la trovò quasi sempre dittongata, con la vistosa eccezione del centro di Lugo, dove tale vocale si riduceva già allora al monottongo [36], confondendosi con la vocale che oggi scriviamo é (si veda qui sotto).

Ben più variabile risultava, per Schürr, la dittongazione della vocale che oggi si scrive é. Egli spesso la "normalizza" come monottongo , in particolare a Imola, Lugo e Faenza (pp. 19–20). Quanto alla dittongazione, egli documenta stabilmente ei solo a S. Lucia di Predappio (p. 20). Per Forlì la forma "normalizzata" è ancora ei (p. 20), ma Schürr aggiunge che la pronuncia meno accurata[37] riduce questa vocale al monottongo , e lo stesso vale per Coccolia, Castiglione di Ravenna e il contado ravennate (pp. 20–21). A Ravenna la forma "normalizzata" è il monottongo (p. 21), ma Schürr segnala fra parentesi una certa tendenza alla dittongazione.[38]

Analisi moderne (2001-2014)

Dopo i celebri lavori di F. Schürr, fino alla fine del XX secolo non si sono prodotte analisi sistematiche e approfondite sulla fonetica dei dialetti della pianura ravennate-forlivese.

Un'intensa ripresa degli studi s'è avuta invece all'inizio di questo secolo, con la pubblicazione di vari e saggi e articoli, di cui tre particolarmente rilevanti:

  1. Nel 2001 Daniele Vitali ha raccolto alcune interviste nella zona di Faenza e Lugo e le ha sottoposte a Luciano Canepari, che ne ha tratto la fonosintesi che si trova nel suo Manuale di Fonetica (MFo) del 2003 (p. 272)[39].
  2. Lo stesso Vitali in seguito ha raccolto altre interviste, analizzandole con la consulenza fonetica di Luciano Canepari. Il frutto di quest'analisi è il saggio L'ortografia romagnola (in seguito OR), pubblicato da Vitali nel 2009 (versione online aggiornata a novembre 2013).
  3. Nel 2010 Vitali ha poi avviato una collaborazione con Davide Pioggia, incrementando notevolmente il numero delle interviste e i dialetti analizzati. Tale approfondimento ha portato alla pubblicazione, nel gennaio del 2014, del saggio Dialetti romagnoli (in seguito DR), ancora con la consulenza fonetica di Luciano Canepari.

I quattro fonemi di tipo "e", già noti alla lessicografia e alla letteratura della Romagna centrale fin dai tempi di Antonio Morri, vengono chiaramente individuati in OR da Daniele Vitali, che li trascrive /e, eə, ɛ, ɛə/ (in grafia moderna: é, ê, è, ë)[40].

Secondo Vitali la pronuncia di tali fonemi è la seguente[41]:

  • ë può essere un dittongo oppure una vocale "diritta" [ɛɛ];
  • ê è sempre un dittongo di centratura (il secondo elemento, centralizzato, è quello che i parlanti associano ad una "a", riconoscendo la coloritura della centralizzazione);
  • é è una vocale foneticamente lunga (nel senso che ha comunque la durata di un dittongo) che ha realizzazioni estremamente variabili nei suoi elementi: dalla semplice realizzazione "diritta" [ee] fino a un dittongo di chiusura, o altre varianti;
  • è è una vocale breve aperta o più spesso semiaperta.

L'approfondimento successivo, condotto dallo stesso Vitali in collaborazione con Pioggia, e con la consulenza fonetica di Canepari, ha mostrato ancora più chiaramente la notevole variabilità delle realizzazioni di questi fonemi in tutta la pianura ravennate-forlivese.

La maggior variabilità si ha per é:

  • Già Vitali in OR segnalava per é una realizzazione "diritta" [ee] a Ravenna e Lavezzola. In DR Vitali e Pioggia riportano tale realizzazione come possibilità, per Ravenna (pp. 24, 99), Forlì (p. 28), Forlimpopoli (p. 71), Faenza (pp. 121–122), Lugo (p. 125), Castiglione di Cervia (p. 164).
  • Piuttosto raro è trovare la é realizzata stabilmente con dittonghi estesi. Peraltro quando ciò accade si può avere come secondo elemento del dittongo una vocale un po' più aperta di [i] e, come s'è detto in precedenza, per questa ragione alcuni parlanti non riconoscono il dittongo. Se poi il secondo elemento arriva a chiudersi fino ad [i], il primo elemento tende ad aprirsi, per cui si trova spesso una vocale un poco più aperta di [e], o comunque un'oscillazione analoga a quella della vocale breve è. Questi dittonghi di chiusura erano già segnalati da Vitali in OR per San Zaccaria (p. 12), e in DR sono documentati anche a San Pietro in Vincoli (p. 102) e in alcuni parlanti di Forlì (p. 28). Vitali e Pioggia osservano che, quando la dittongazione è stabile, si potrebbe anche prendere in considerazione la possibilità di differenziare questi dialetti dagli altri, scrivendo èi anziché é (pp. 11, 102, 211), ma allo stesso tempo essi sottolineano l'importanza di disporre d'una grafia unitaria per la pianura ravennate-forlivese (p. 102).
  • Più complicato, ma non raro, è il caso in cui si hanno frequenti oscillazioni fra realizzazioni "diritte" [ee] e altre chiaramente dittongate, come Vitali e Pioggia documentano ad esempio a Castiglione di Cervia (p. 164).
  • Infine si trovano dialetti e/o parlate in cui la dittongazione è solo occasionale, come nel caso di Faenza (p. 121).
Le "o" orali[modifica | modifica wikitesto]

Anche le "o", come le "e", sono quattro, e in genere si ha una simmetria fra le vocali anteriori e quelle posteriori. Tale simmetria è espressa esplicitamente dalla grafia del Morri e di Quondamatteo-Bellosi. Invece Ercolani non mantiene graficamente la simmetria, per le ragioni che si vedranno descrivendo la pronuncia. Ecco alcuni esempi per ogni fonema:

Morri Ercolani VC

«otto»
«cotto»
«notte»
«botta»
«occhio»
«collo»
ò
òtt
còtt
nòtt
bòtta
òcc
còll
ò
òt
còt
nòta
bòta
òcc
còl
ö
öt
cöt
nöt(a)
böta
öc
cöl

«rotto»
«rosso»
«bótte»
«correre»
«tutto»
«subito»
ó
rótt
róss
bótta
córar
tótt
sóbit
ó
rót
rós
bóta
córar
tót
sóbit
ò/o

ros
bota
corar
tot
sobit

«suora»
«cuore»
«nuovo»
«scuola»

ô
sôra
côr
nôv
scôla
ö
söra
cör
növ
scöla
ô
sôra
côr
nôv


«fiore»
«sopra»
«voce»
«signore»
ö

söra
vös
sgnör
ô
fiôr
sôra
vôṣ(a)
sgnôr
ó
fjór
sóra
vóṣ
sgnór

La grafia di Ercolani può sembrare più in continuità con quella del Morri, ma si è già detto che la grafia del Morri è simmetrica (cioè scrive ò la vocale corrispondente a è, scrive ó quella corrispondente a é ecc.), mentre quella di Ercolani rompe tale simmetria. Dunque la continuità fra Morri e Ercolani è più che altro formale.

Le ragioni dell'asimmetria della grafia di Ercolani vanno cercate nella sua pronuncia (ragioni oggettive) e nella sua percezione (ragioni soggettive):

  • S'è già detto che in alcune parlate la ë non è dittongata, ma si riduce al monottongo [ɛɛ]. Questo è vero anche per vocale corrispondente, scritta ö in VC, che tende anche più di ë a monottongarsi in [ɔɔ], per cui ci sono alcune parlate in cui ë è dittongata e ö non lo è. Questo sembra essere il caso di Ercolani, che descrive la vocale di «otto» semplicemente come un «suono aperto». Si consideri comunque che la dittongazione di ë viene percepita da molti parlanti più chiaramente di quella di ö, per cui alcuni romagnoli dittongano ö senza esserne consapevoli. Tale asimmetria (oggettiva o soggettiva che sia) nella realizzazione del fonema anteriore e di quello posteriore induce appunto ad adottare una grafia asimmetrica, ma si può interpretare tale asimmetria come qualcosa che concerne la realizzazione dei due fonemi, e che pertanto resta a livello fonetico, non fonologico. In questo modo si può adottare una grafia unitaria per i dialetti della pianura ravennate-forlivese. Altrimenti si dovrà cambiare la grafia ogni qualvolta ci si imbatte in una parlata in cui una delle due vocali ë e ö, o entrambe, si monottongano.
  • Nel momento in cui Ercolani decide di scrivere ò la vocale di «otto», e di descriverla come «suono aperto», la "o" che si trova in «rotto» risulta definita, per opposizione, come una vocale più chiusa, da cui la sua decisione di scriverla ó. In realtà in molti dialetti tale vocale oscilla fra [o] e [ɔ], ed è la sua brevità a costituire il tratto distintivo principale, ma proprio tale brevità, unitamente alla variazione del timbro, la fanno percepire dai parlanti come più chiusa.
  • La "o" di «fiore» in molti dialetti presenta una dittongazione parallela alla "e" di «mela», tant'è che in RF è descritta in modo simmetrico: «vocale lunga chiusa oppure dittongo discendente óu». È pur vero, tuttavia, che in alcune parlate la dittongazione non è esattamente simmetrica, e per di più ci sono diversi parlanti che percepiscono più chiaramente la dittongazione della "o" di «fiore» che quella della "e" di «mela». Anche Ercolani percepiva tale asimmetria, tant'è che, come s'è detto, descrive la vocale che egli scrive ē come «suono lungo», mentre la "o" di «fiore» è descritta come «suono dittongale ou con la "o" chiusa». Ercolani scrive ô, compiendo una scelta che rompe definitivamente ogni simmetria nel suo sistema grafico, per le ragioni esposte al punto seguente.
  • Ercolani descrive la "o" di «cuore» come un «suono dittongale oa con la "o" chiusa». Avendo deciso di scrivere ê il «suono dittongale ea con la "e" chiusa», si si poteva aspettare che scrivesse ô la "o" di «cuore», associando all'accento circonflesso la presenza di una "a evanescente". Invece s'è visto che ha deciso di usare il circonflesso per il «suono dittongale ou con la "o" chiusa», cioè per la "o" di fiore, per cui ora ha bisogno di un diverso diacritico. Non avendo utilizzato la dieresi per la "o" di «otto», la usa per la "o" di «cuore».
Simmetria delle vocali anteriori e posteriori[modifica | modifica wikitesto]

La simmetria delle vocali anteriori e posteriori, espressa dalla grafia di Morri e in VC, si coglie chiaramente dalle descrizioni, ancorché intuitive, che ne vengono date in RF (pp. 11–12):

"e" di «fratello»
  • «vocale lunga estremamente aperta oppure
  • dittongo discendente il cui primo elemento è una e estremamente aperta e il secondo elemento è una a evanescente»
"o" di «otto»
  • «vocale lunga estremamente aperta oppure
  • dittongo discendente il cui primo elemento è una o estremamente aperta e il secondo elemento è una a evanescente»
"e" di «mela»
  • «vocale lunga chiusa oppure
  • dittongo discendente éi»
"o" di «fiore»
  • «vocale lunga chiusa oppure
  • dittongo discendente óu»
"e" di «male»
«dittongo discendente il cui primo elemento è una e chiusa e il secondo elemento è una a evanescente»
"o" di «cuore»
«dittongo discendente il cui primo elemento è una o chiusa e il secondo elemento è una a evanescente»
"e" di «secco»
«vocale breve aperta o semiaperta»
"o" di «rotto»
«vocale breve aperta o semiaperta»

Oltre alla simmetria, da queste descrizioni emerge che i tratti oppositivi fondamentali sono i seguenti:

  • le quarta si oppone per la sua brevità alle prime tre, che sono lunghe; essendo la brevità il tratto distintivo, il tuo timbro è poco rilevante;
  • le prime due possono anche monottongarsi, per cui il tratto fondamentale, oltre alla lunghezza, è rispettivamente l'apertura e la chiusura;
  • la terza è necessariamente dittongata, con un secondo elemento che i parlanti percepiscono come '"a", e che è effettivamente una vocale un po' più aperta e più centrata del primo elemento, dunque più vicina ad [a]; in sostanza questo è un dittongo di centratura e apertura.[42]

I tratti distintivi sono dunque i seguenti:

"e" di «fratello»

lunga, aperta

"o" di «otto»

lunga, aperta

"e" di «mela»

lunga, chiusa

"o" di «fiore»

lunga, chiusa

"e" di «male»

dittongo di centratura
e apertura

"o" di «cuore»

dittongo di centratura
e apertura

"e" di «secco»

breve

"o" di «rotto»

breve

Per rendere più facilmente riconoscibili i fonemi si possono poi aggiungere altri tratti secondari, come un movimento di centratura nelle vocali di «fratello» e «otto», e uno di chiusura in quelle di «mela» e «fiore». Ma questi sono appunto interpretabili come tratti secondari, che restano a livello fonetico, come diverse realizzazioni dei medesimi fonemi.

Quanto alla grafia di Ercolani, la sua asimmetria è dovuta a due ragioni:

  • per le prime due vocali, il dare un maggior peso a tratti che si possono interpretare come secondari, essendo una delle due realizzazioni possibili previste da RF; di conseguenza per Ercolani la dittongazione o la monottongazione (oggettiva o soggettiva che sia) diventa distintiva e richiede l'uso di diacritici diversi:
fradël
  •  
  • «suono dittongale ea con la "e" aperta»
òt
  • «suono aperto»
  •  
mēla
  • «suono lungo»
  •  
fiôr
  •  
  • «suono dittongale ou con la "o" chiusa»




  • in generale, una scarsa coerenza nell'abbinamento dei diacritici al tipo di dittongazione:
fradël
«suono dittongale ea con la "e" aperta»


fiôr
«suono dittongale ou con la "o" chiusa»
mêl
«suono dittongale ea con la "e" chiusa»
cör
«suono dittongale oa con la "o" chiusa»


Vocali nasali[modifica | modifica wikitesto]

Vocalismo del cesenate[modifica | modifica wikitesto]

Vocalismo del riminese[modifica | modifica wikitesto]

Vocali atone[modifica | modifica wikitesto]

Consonanti[modifica | modifica wikitesto]

Grammatica[modifica | modifica wikitesto]

I primi studi linguistici sulla lingua romagnola sono apparsi alla fine dell'Ottocento. Il primo studio in assoluto fu opera del filologo italiano della Dalmazia Adolfo Mussafia, docente all'Università di Vienna: Darstellung der romagnolischen Mundart[43], apparso nel 1871. Collega di Mussafia a Vienna fu un altro importante studioso delle lingue romanze, lo svizzero Wilhelm Meyer-Lübke. Egli assegnò la prima tesi di laurea sul romagnolo ad un suo allievo, l'austriaco Friedrich Schürr (1888-1980).[44] Tra il 1917 e il 1919 Schürr pubblicò tre fondamentali studi storico-linguistici che aprirono la strada alla ricerca storica sulla lingua romagnola. Il suo libro più importante in lingua italiana è La Voce della Romagna (1974), che ancora oggi è ritenuto un'opera irrinunciabile per chi voglia studiare il romagnolo.
Le altre opere principali sono:

  • Grammatica del dialetto romagnolo di Ferdinando Pelliciardi (1977);
  • Vocabolario comparato dei dialetti romagnoli, a cura di Giuseppe Bellosi e Gianni Quondamatteo (1977);
  • Grammatica romagnola di Adelmo Masotti (1999).

Alfabeto[modifica | modifica wikitesto]

L'alfabeto romagnolo si compone delle 21 lettere della lingua italiana con l'aggiunta della J. Nel romagnolo la j assume un ruolo fondamentale come i di iato. La pronuncia è scritta tra parentesi.

  • A (a)
  • B (bi)
  • C (ci)
  • D (di)
  • E (e)
  • F (ëffe)
  • G (gi)
  • H (àcca)
  • I (i)
  • J (i lônga)
  • L (ëlle)
  • M (èmme)
  • N (ènne)
  • O (o)
  • P (pi)
  • Q (qu o cu)
  • R (ërre)
  • S (ësse)
  • T (ti)
  • U (u)
  • V (vi o vu)
  • Z (zeta)

Articolo determinativo[modifica | modifica wikitesto]

Foneticamente è costituito da un unico suono, e. Nella scrittura assume le forma e', per distinguerlo dalla congiunzione e.[45]

Maschile Femminile Antevocalico
Singolare e' la l'
Plurale i al (m) j (f) àgli

Non c'è nessuna differenza tra la 'z' e la 's' impura rispetto alle altre consonanti. Esempi:

(in italiano) Singolare Plurale
lo scherzo - gli scherzi e' scherz i schirz
lo zoppo - gli zoppi e' zöp i zop

I sostantivi[modifica | modifica wikitesto]

Singolare: quelli maschili terminano per consonante; quelli femminili terminano di solito in 'a'.
Plurale maschile: per metafonesi la vocale tonica passa da un tono più aperto a uno più chiuso[46]. Questo accade con tre vocali su cinque: la 'a', la 'e' e la 'o' accentate.

  • Casi con la 'a' accentata
(in italiano) Singolare Plurale
cane can chèn
gatto gatt ghett
anno ann ènn
  • Casi con la 'e' accentata
(in italiano) Singolare Plurale
pezzo pèzz (aperta) pézz (chiusa)
prato prê prë
mese mes mis

Ma la 'é' chiusa rimane 'é' anche al plurale: (capelli) cavéll cavéll.

  • Casi con la 'o' accentata
(in italiano) Singolare Plurale
occhio òcc (aperta) ócc (chiusa)
nipote anvod anvud
orto ort urt
monte mont munt

Caso particolare: i nomi plurali collettivi (ossa, uova, ecc.). 'Osso'-'Ossa' si scrivono allo stesso modo sia al singolare che al plurale: 'oss'. E così 'uovo'-'uova'. Per distinguerli, si cambia l'accento dell'unica vocale:
un óss (chiuso); do òss (aperto);
un ov (ö); do ov (ô).

Come detto sopra, le 'i' e le 'u' sono invariabili:

  • (prete preti) prit prit
  • (mulo muli) e' mul, i mul

Plurale femminile:

  • Casi di parole terminanti in 'a': la 'a' finale cade:
(in italiano) Singolare Plurale
ape êva êvi
ala éla él
parte pèrt (aperta) pêrt (chiusa)
formica furmiga furmighi
  • Casi di sostantivi terminanti per consonante: la parola resta invariata. Esempi:
(in italiano) Singolare Plurale
croce la crós al crós
notte la nöt al nöt
siepe la siv al siv

Caso particolare: se la perdita della 'a' lascia un gruppo di consonanti che rende ostica la pronuncia, viene inserita nella parola una vocale compensatoria:
(arma armi) èrma erum
(serva serve) serva seruv.

Nei casi in cui la caduta della vocale finale potrebbe causare ambiguità tra maschile e femminile, nel plurale femminile la 'a' cambia in 'i':
(amica amiche) amiga amighi
(giovane giovani) zovna zovni

Gli aggettivi[modifica | modifica wikitesto]

MASCHILI
Seguono le stesse regole dei sostantivi, cioè di norma sono invariabili:
grande/i: Du grend j'occ
buono/i: I bon burdell
bianco/hi: Pidin biench
basso/i: Mitìl pió bëss.

FEMMINILI
Seguono le stesse regole dei sostantivi: di norma finiscono in ‘a’; al plurale terminano in ‘i’:
Tante beccate - Tenti becch
La bella terra - La bela tera
Le prime stelle - Al prèmi stell
Maria era buona - La Maria l’era bona.

Aggettivi comparativi[modifica | modifica wikitesto]

(1) REGOLARI

Comparativo Superlativo
(più) pió (m) e pió - (f) la pió
(meno) manc (m) e manc - (f) la manc

(2) IRREGOLARI

Comparativo Superlativo
(migliore) mej (m) e mej - (f) la mej
(peggiore) pez (m) e pèz - (f) la pèz

L'aggiunta di bël, posto davanti a un aggettivo senza e o che, ne fa una sorta di superlativo[47]:

  • Un bël curiós; Un bël imbezel, Un bel ficanês (curioso, imbecille, ficcanaso).

Tipiche del romagnolo sono alcune forme di superlativo assoluto costruite tramite l'affiancamento di due aggettivi, di cui uno rafforza l'altro:[45]

  • aggiunta di dur: gras dur 'esageratamente grasso'; imbariêgh dur 'ubriaco fradicio';
  • aggiunta di un sinonimo: bagnê mêrz 'bagnato fradicio', sudê mêrz 'sudato fradicio';
  • aggiunta di un'apposizione risultante dall'abbreviamento di un paragone: nud nêd 'completamente nudo'; strach môrt 'stanchissimo'; giazê môrt 'freddissimo'.

Il pronome[modifica | modifica wikitesto]

Nel romagnolo, come in tutte le lingue regionali del settentrione d'Italia, la forma àtona del pronome personale è obbligatoria nella coniugazione verbale:[48]

  • (“mangio!”) a mâgn!

Il pronome personale atono è indispensabile anche nei verbi impersonali:

  • (“piove”) e' piôv.
Forme toniche Forme àtone
me a
te t
lo (maschile) e', u, l' (m.)
li (femminile) la l' (f.)
a
a
ló (maschile) i (m.)
ló (femminile) al (f.)
Pronomi e aggettivi indefiniti

Le forme per 'nessuno' sono numerose: nison, anson, ancion, incion.
Di norma incion è sempre rafforzato dalla negazione “n” ('non'):

  • U n' j è incion (non c'è nessuno)[49].

Esiste anche una parola per esprimere il significato dell'espressione “da nessuna parte”, “in nessun luogo”: invell.

Gli avverbi[modifica | modifica wikitesto]

(1) Quelli che derivano dagli aggettivi possono essere:

Regolari Irregolari
-ment (finalment, sicurament) ben, mèj, mel, pèz

(2) Affermativi

(Italiano) Romagnolo
anche neca, nech, énca, anca
pure

(3) Negativi

(Italiano) Romagnolo
non ne, ‘n’, nu
neanche gnanc, gnénca, gnànca

(4) di Quantità

(Italiano) Romagnolo
troppo tropp
poco poch, pó
meno manc, ménc
tanto tant, tént
solo sol, snò
quasi (s)quesi, guasi
perfino infenna, perfèin

L’avverbio ‘tant’ ha una curiosità: se è insieme ad un aggettivo femminile si scrive ‘tanta’, e se l'aggettivo è al maschile si scrive anch'esso al maschile ‘tant’.

(5) di Luogo

(Italiano) Romagnolo
dove? indov?, duv?, indo’? induvòn?
lì, là alè là, ilè, ilà (Rimini)
qui aquè, iquè (Forlì, Rimini)
dappertutto (in)dipartott
in nessun posto invell, unvell — dal latino ubi velles
all'inizio in te prinzipi
innanzi dadnenz
dietro drî, dria
indietro in drî, in dria
su
giù
intorno datoran, datorna, datorne
dentro (in)dentar, dentra
fuori fura, fòra
dirimpetto, di fronte impett, a dirimpett
lontano luntän, luntèn, dalong

(6) di Tempo

(Italiano) Romagnolo
quando? quänd?
allora alóra
adesso adess
poi pû, pò
dopo dopp
spesso spess
sempre sempar, sèmpre
prima premma, prèima
oggi incù, incùa, oz', og'
ieri jir
domani admän, admén
ormai urmai, urmei
fuori fura, forra, fòra
dirimpetto, di fronte impett
lontano luntän, luntèn

(7) di Modo

(Italiano) Romagnolo
come coma, cma, cum, cumè, com
così acsè, icsè, icè (Forlì), isè (Rimini)

Le congiunzioni[modifica | modifica wikitesto]

Congiuntive Disgiuntive Avversative Illative
e o mo, ma donca
parò

‘Mo’ è usato anche come particella rafforzativa nell’Imperativo:
“Stasì mo atenta” (State attenta).

È usato anche in domande polemiche che implichino perplessità:

“Cuss èl mo st’urcì?” (Che cos’è quest’orecchino? – P. es. detto da un genitore al figlio maschio)

Preposizioni semplici[modifica | modifica wikitesto]

(1) di Luogo

Italiano Romagnolo
a a
da da, d’int
in int
sopra sôra
sotto sotta, sòta
fra stra, tramez
accanto a, lungo drì
dietro drì da
fuori fura di, fòra di
di fronte a dnenz a
dentro dent’r a
lungo longh (a)
verso vers (a), ma
su in so

(2) di Tempo

Italiano Romagnolo
dopo dop
prima di prema di
fino a infèn a

(3) di Modo

Italiano Romagnolo
per par, p’r
come cumpagna, l’istess d’
invece di invezi d’

Preposizioni articolate[modifica | modifica wikitesto]

Sing. M Sing. F Antevoc. Plur. M Antevoc. Plur. F Antevoc.
d’ de dla dl’ di dj dal dagli
a a e’ a la a l’, all’ a i aj al agli
int int e int la intl’ int i intj int al int agli
da da e’ da la dall’ da i daj dal dagli
par par’e’ par la par l’ pr’i par j’ pr’al pr’agli
in so in se, ins’ in sla in sl’ in si in sj in sal in sagli
cun cun e’ cun la cun l’ cun i cun j’ cun al cun agli

I verbi[modifica | modifica wikitesto]

In romagnolo le coniugazioni verbali sono quattro:[50]

Modo I Coniug. (ÊR) II Coniug. (ÉR) III Coniug. (AR) IV Coniug. (ÌR)
Infinito Presente passê gudé nèssar finì
Gerundio Presente passend gudènd nassend fnend
Participio Passato passé -da gudù né(d) fnì –da

Regole:
1. Per l'Infinito, nella I, II e IV coniugazione la r finale si conserva solo se la parola seguente inizia per vocale (es. purtêr indrì, ma purtê veja)[51].
2. Per l’Indicativo presente

pess (senza desinenza finale: il verbo è alla radice)
pessat (‘t’ finale per distinguere dalle altre persone)
passa
passèn (-en)
passiv (-iv)
passa (la terza persona plurale è la stessa della terza persona singolare. Ciò vale per tutti i tempi verbali)

3. Per l'Imperfetto indicativo, le desinenze della prima coniugazione (a purtéva) sono in -ev- per analogia con le altre coniugazioni. La forma della prima persona (a purtéva) risulta identica alla terza singolare (e' purtéva) che, per analogia, è ripetuta nella terza plurale (i purtéva).
4. La morfologia del Congiuntivo presente è più semplice rispetto all'italiano. In tutte le quattro coniugazioni, le tre persone singolari terminano sempre in -a.
5. Lo stesso vale per il Gerundio: tutte le forme hanno la desinenza in -ènd della prima coniugazione.
6. Per il Participio passato esistono numerose forme contratte:

  • scort (parlato);
  • scäp (andato via in fretta)
  • smengh (dimenticato). Quest’ultima forma aggiunge una ‘a’ al femminile singolare e ‘edi’ al femm. plurale.

Prima coniugazione regolare[modifica | modifica wikitesto]

Coniugazione del verbo "vut-êr" secondo Masotti (provincia di Ravenna) [52]

Pron. tonico Presente Imperfetto Futuro
me a vôt a vut-éva a vut-aró
te t'vôt t'vut-ìvtia t'vut-aré
ló (m.) e' vôt-a e' vut-éva e' vut-arà
lì (f.) la vôt-a la vut-éva la vut-arà
a vut-én a vut-èmia a vut-arén
a vut-ì a vut-ìvia a vut-arì
lô (m.) i vôt-a i vut-éva i vut-arà
lô (f.) al vôt-a al vut-éva al vut-arà

Coniugazione del verbo "magn-è" secondo Piccini (Rimini)[53]

Pron. tonico Presente Imperfetto Futuro
a magn a magn-èva
t' magn t' magn-èvte
ló (m.) è magn-a è magn-èva
léa (f.) la magn-a la magn-èva
nun a magn-ém a magn-èmie
vuièlt a magn-è a magn-èvie
lór (m.) i magn-a i magn-èva
lóri (f.) al magn-a al magn-èva

Coniugazione del verbo "pagh-é" secondo Spadoni e Lo Magro (Riccione)[54]

Pron. tonico Presente Imperfetto Futuro
a pègh a pagh-éva a pagh-arò
t' pègh t' pagh-évte t' pagh-arè
ló (m.) e' pèg-a e' pagh-éva e' pagh-arà
lìa (f.) la pèg-a la pagh-éva la pagh-arà
nóun a pag-àm a pag-àmie a pag-arém
vuélt (m.) / vuélte (f.) a pagh-é a pagh-évie a pagh-arì
lór (m.) i pèg-a i pagh-éva i pagh-arà
lóre (f.) al pèg-a al pagh-éva al pagh-arà

Il verbo "essere"[modifica | modifica wikitesto]

Caratteristiche comuni

In romagnolo, nella 1a persona singolare avviene la perdita della nasalizzazione rispetto al latino SUM.

Variazioni

Coniugazione del verbo "ësar" secondo la Guerrini (dialetto del comprensorio imolese confinante a nord con la zona di Ferrara, ad ovest con quella di Bologna, ad est con quella di Faenza e a sud con la Toscana)

Pron. tonico Presente Imperfetto Futuro
me a só a sera a srò
te t'se t'sìri t'saré
ló (m.) l'è l'éra e srà
le (f.) l'è l'éra la srà
a sé a segna a sré
vuitar a si a sìri a srì
luitar (m.) j'è j'éra i srà
luietri (f.) agl'j'è agl'j'era al sarà

Coniugazione del verbo "ësar" secondo Masotti (provincia di Ravenna) [52]

Pron. tonico Presente Imperfetto Futuro
me a só a séra a s(a)rò
te t'si t'sìrtia t's(a)ré
ló (m.) l'è l'éra e' srà
lì (f.) l'è l'éra la srà
a sén a sèrmia a s(a)rén
a si a sìrvia a s(a)rì
lô (m.) j'è j'éra i srà
lô (f.) agl'j'è agl'j'era al srà

Coniugazione del verbo "èsar" secondo Pelliciardi (campagna di Lugo)[55]

Pron. tonico Presente Imperfetto Futuro
a sò a sera a srò
t cì t sìria t sré
lò (m.) l'è l'éra e srà
lì (f.) l'è l'éra la srà
a sẽn a simia a srẽn
a sì a sìvia a srì
ló (m.) j'è j'éra i srà
ló (f.) agli è agli éra al srà

Coniugazione del verbo "ës(a)r / ës'" secondo Giuseppe Bellosi (Fusignano)[56][57]

Pron. tonico Presente Imperfetto Futuro
me a sò a séva / séra a srò
te t' si (pron. tci) t' siv(t)i(a) t' sré
lò (m.) l' è l' éra e srà
lì (f.) l' è l' éra la srà
a sẽ a simi(a) a srẽ
a si a sivi(a) a sri
ló (m.) j è j'éra i srà
ló (f.) agl'è agl'éra al srà

Coniugazione del verbo "èss" secondo Quondamatteo (Rimini)[58]

Pron. tonico Presente Imperfetto Futuro
a so a sèra
te t'cè t'certe
ló (m.) l'è l'èra
nun a sèm a sèrmie
vujèlt (m.) a si a sèrvie
lór (m.) j è i j èra

Coniugazione del verbo "es" secondo Spadoni e Lo Magro (Riccione)[54]

Pron. tonico Presente Imperfetto Futuro
a so a séra a sarò
t' zi t' zérie t' zarè
ló (m.) l'è l'éra e' sarà
lìa (f.) la è la éra la sarà
nóun a sém a sérmie a sarém
vuélt (m.) / vuélte (f.) a si a sérvie a sarì
lór (m.) i è i éra i sarà
lóre (f.) àgli è àgli éra al sarà

Il verbo "avere"[modifica | modifica wikitesto]

Grafia della pianura occidentale (Faenza-Forlì):[59]

Romagnolo Italiano
a jò ho
t'é hai
l'à ha
a javem (javen) abbiamo
a javì avete
j à hanno

Al fine di evitare lo iato, il romagnolo inserisce una semivocale di passaggio, la j.
Da notare j à (terza persona plurale). In questo caso la j rappresenta il pronome personale i. Nella terza persona plurale la j non va mai unita al verbo, perché assumerebbe un altro significato.
Esempi:

  1. Me a jò fat un righêl (Io ho fatto un regalo)
  2. Me a j ò fat un righêl (Io gli-le ho fatto un regalo)

Il "perfetto forlivese"[modifica | modifica wikitesto]

Nei tempi verbali del romagnolo c'è anche il perfetto (passato remoto), che ha una particolarità specialmente nel forlivese: quando la parola che segue inizia con una vocale, aggiunge una 'p' alla desinenza, probabilmente per motivi eufonici:

Andèp a ca' (andò a casa)

U i fop un insansè (fu uno stupido)

Sintassi[modifica | modifica wikitesto]

Il romagnolo mostra alcune differenze con l'italiano. Esaminiamo le più note.

  • Verbi. La più evidente è nella costruzione del tipo: A jò arvanzè un quël da fê ("Mi è rimasta una cosa da fare"), o anche A n' ò armast un bajöch (Non mi è rimasto un soldo"), in cui il verbo è usato in modo transitivo. Alcuni scrittori romagnoli hanno trasposto quest'uso nelle loro opere scritte. Ad esempio Alfredo Oriani (1852-1909). Nelle edizioni delle opere di Oriani successive alla prima guerra mondiale, però, l'uso transitivo è stato corretto con quello intransitivo.
  • La congiunzione 'ma' è diffusa in tutto il territorio italiano, tranne in Romagna e nel bolognese, dove la congiunzione avversativa è mo. Esempi: Mo 's' a dit? ("Ma che cosa dici?"); U-n toca a me, mo a te! ("Non spetta a me, ma a te!").
  • La Preposizione d ("di"), davanti a vocale è scritta per convenzione con l'apostrofo (D'istê, "D'estate"). Davanti a consonante assume la forma ad (Ad nöt, "Di notte"). La preposizione in davanti all'articolo assume la forma int: int la ca ("nella casa"); Int è zil ("Nel cielo"). Questa forma trova un parallelo nella preposizione ins 'su, sopra (a contatto)': Ins la têvla ("Sulla tavola"). La preposizione dri vale 'vicino': dri (a) ca ("vicino a casa"). Le due preposizioni unite dri da valgono 'dietro': dri da ca ("dietro casa").[60]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Non tutti sono d'accordo con l'inserimento dei dialetti marchigiani settentrionali all'interno del romagnolo; si veda ad esempio: AA. VV. Conoscere l'Italia vol. Marche (Pag. 64), Istituto Geografico De Agostini - Novara - 1982; Le Regioni d'Italia, Vol X Collezione diretta da Roberto Almagià, Pubblicazione sotto gli auspici del Comitato Nazionale per la celebrazione del centenario dell'Unità d'Italia, 1961; Flavio Parrino, capitolo sui dialetti nella Guida d'Italia - volume Marche del Touring Club Italiano. In tutta la provincia di Pesaro-Urbino, nella parte settentrionale di quella di Ancona (zona di Senigallia) e nell'area del Cònero si parlano indubbiamente dialetto gallo-italici. In effetti negli studi citati i dialetti gallici parlati nelle Marche vengono definiti "gallico-marchigiani" o "gallo-piceni" e si rimarcano le somiglianze con il romagnolo (come esso, appartengono tutti al gruppo gallo-italico), ma anche alcune differenze che esistono tra i primi e il secondo.
  2. ^ I tre comuni rimasero in Provincia di Firenze dopo il ritorno del Circondario di Rocca San Casciano alla Provincia di Forlì (1923).
  3. ^ Romagnol, ethnologue.com
  4. ^ Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci viene usato il termine "lingua" se riconosciute tali nelle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Per gli altri idiomi viene usato il termine "dialetto".
  5. ^ (EN) Studio sulla posizione del dialetto sammarinese nel gruppo linguistico romagnolo
  6. ^ AA. VV. Conoscere l'Italia vol. Marche (Pag. 64), Istituto Geografico De Agostini - Novara - 1982; Le Regioni d'Italia, Vol X Collezione diretta da Roberto Almagià, Pubblicazione sotto gli auspici del Comitato Nazionale per la celebrazione del centenario dell'Unità d'Italia, 1961; Flavio Parrino, capitolo sui dialetti nella Guida d'Italia - volume Marche del Touring Club Italiano
  7. ^ Vedi: AA. VV. Conoscere l'Italia vol. Marche (Pag. 64), Istituto Geografico De Agostini - Novara - 1982; Le Regioni d'Italia, Vol X Collezione diretta da Roberto Almagià, Pubblicazione sotto gli auspici del Comitato Nazionale per la celebrazione del centenario dell'Unità d'Italia, 1961; Flavio Parrino, capitolo sui dialetti nella Guida d'Italia - volume Marche del Touring Club Italiano
  8. ^ Gli italianisti sono concordi nel sostenere che la fortuna del toscano, che da lingua regionale è diventata, dopo lunghe vicissitudini, la lingua nazionale, non fu determinata da valori linguistici, ma da fattori culturali e storico-politici.
  9. ^ La Ludla
  10. ^ Quanto restava dell'opera circolò a lungo come manoscritto. Una copia settecentesca fu acquistata, insieme ad altre carte, dalla Biblioteca Malatestiana di Cesena nel 1872. E Pvlon matt venne pubblicato per la prima volta nel 1887 da Giuseppe Gaspare Bagli presso l'editore Zanichelli di Bologna.
  11. ^ Ne dà notizia Santi Muratori; il componimento oggi è conservato presso gli Istituti Culturali e Artistici di Forlì.
  12. ^ Si veda, ad esempio, la canzone Dona amurosa.
  13. ^ Con l'unità d'Italia era entrato in vigore l'obbligo scolastico fino alla quinta elementare.
  14. ^ «La pagina del Romagnolo» in Le Alfonsine, n. 14 del 31 luglio 2013, p. 7.
  15. ^ «La pagina del Romagnolo» in Le Alfonsine, n. 15 del 31 agosto 2013, p. 7.
  16. ^ Bas-ciân, Il vocabolarietto forlivese di Paolo Bonaguri (PDF) in La Ludla, Dicembre 2009. URL consultato il 10 gennaio 2013.
  17. ^ Il capolavoro di Gondoni fu La Broja, del 1956.
  18. ^ Sulla produzione gondoniana si veda Il sorriso e la parola: un teatro che cambia di Paolo Parmiani. Ravenna, Longo, 1986, p. 71.
  19. ^ Secondo la morale dell'epoca, la promiscuità tra maschi e femmine era ritenuta sconveniente.
  20. ^ Federazione Italiana Teatro Amatori.
  21. ^ Era usanza che i giovani corteggiatori lasciassero, sulla soglia di casa dell'amata, dei fagioli e del granoturco in segno d'amore. Stavano ad indicare che la ragazza non aveva ancora trovato marito nonostante avesse girato e ballato parecchio, fino a farsi venire i "piedi rossi". Per tradizione, si faceva nella prima domenica di Quaresima.
  22. ^ Attilia Tartagni, «Il Sanremo della Romagna», La Voce di Romagna, 10 marzo 2010.
  23. ^ In realtà pronunciando una vocale che ha la durata di un dittongo è difficile che si possa mantenere il timbro perfettamente uniforme, per cui un orecchio molto sensibile è in grado di cogliere quasi sempre un certo "movimento". Ma si tratta di dettagli che in genere non sono percepiti dai parlanti, e che si possono tranquillamente trascurare, scrivendo monottonghi come vocali che hanno una durata doppia di quelle brevi, ad es. [aa].
  24. ^ L'accento grave per certi versi viene inteso come accento "di default", per cui quando non ci sono dubbi sulla posizione dell'accento si può anche non indicare, e in questo caso basterebbe scrivere fradel.
  25. ^ Mattioli segnala la "z" sorda con l'accento grave, che abbiamo sostituito con quello acuto
  26. ^ Ercolani mette una crocetta sotto la "s" e la "z" sorda e una codina sotto quella sonora. Qui abbiamo modificato la sua grafia, limitandoci a scrivere un puntino sotto la sonora, come fanno Quondamatteo e Bellosi.
  27. ^ Anche Masotti mette una codina sotto la "z" sonora, che abbiamo sostituito con un puntino.
  28. ^ Oppure pêź
  29. ^ Nel lemma c'è ê, ma si tratta certamente d'un refuso, perché in tutti gli esempi c'è ë
  30. ^ D. Vitali, L'ortografia romagnola, p. 9-10
  31. ^ Per Pelliciardi il «suono aperto» è quello che si scrive è
  32. ^ Schürr scrive ä il fono corrispondente approssimativamente all'IPA [æ]
  33. ^ ę corrisponde all'IPA [ε]
  34. ^ All'epoca Dovia, divenuta poi Predappio Nuova e quindi Predappio tout court
  35. ^ Per ragioni tipografiche Schürr usava la barra verticale, anziché la linea orizzontale sovrapposta, per indicare una vocale lunga
  36. ^ Corrispondente all'IPA [e]
  37. ^ Precisamente egli scrive «bei schnelleren Tempo oder Tonlosigkeit»
  38. ^ Precisamente egli scrive «mit einer gewissen Neigung gegen i hin»
  39. ^ D. Vitali, L'ortografia romagnola, p. 12 (versione online)
  40. ^ D. Vitali, L'ortografia romagnola, pp. 6-7 (vers. online)
  41. ^ D. Vitali, L'ortografia romagnola, p.5 (vers. online)
  42. ^ Daniele Vitali, L'ortografia romagnola, p. 12
  43. ^ "Descrizione del dialetto romagnolo".
  44. ^ «La Ludla» 2010, n. 5, Friedrich Schürr a trent'anni dalla scomparsa. URL consultato il 27 aprile 2013.
  45. ^ a b Gilberto Casadio, «Appunti di grammatica storica del dialetto romagnolo», n. XXIX in La Ludla, maggio 2009, p. 10.
  46. ^ Gilberto Casadio, «Appunti di grammatica storica del dialetto romagnolo», n. XXVI in La Ludla, gennaio 2009, p. 10.
  47. ^ Gilberto Casadio, «Appunti di grammatica storica del dialetto romagnolo», n. XXIX in La Ludla, marzo-aprile 2009, p. 11.
  48. ^ Gilberto Casadio, «Appunti di grammatica storica del dialetto romagnolo», n. XXX in La Ludla, giugno 2009, p. 10.
  49. ^ Gilberto Casadio, «Appunti di grammatica storica del dialetto romagnolo», n. XXXIII in La Ludla, ottobre 2009, p. 10.
  50. ^ Gilberto Casadio, «Appunti di grammatica storica del dialetto romagnolo», n. XXXIV in La Ludla, novembre 2009, p. 10.
  51. ^ Gilberto Casadio, op. cit.
  52. ^ a b Adelmo Masotti, Grammatica romagnola, Ravenna, Edizioni del Girasole, 1999
  53. ^ Amos Piccini, "Fa da per té", Rimini, Tipolito Giusti, 2002
  54. ^ a b Teresio Spadoni, Giuseppe Lo Magro, "Per cmanzè a zchèr ...e a scriv", Riccione, Famija Arciunesa, 2003
  55. ^ Ferdinando Pelliciardi, Grammatica del dialetto romagnolo, Ravenna, Longo Editore, 1977
  56. ^ Giuseppe Bellosi, Gianni Quondamatteo, Le parlate dell'Emilia e della Romagna, Firenze, Edizioni del Riccio, 1979
  57. ^ Gianni Quondamatteo, Giuseppe Bellosi, Romagna civiltà, Imola, Grafiche Galeati, 1977
  58. ^ Gianni Quondamatteo, Dizionario romagnolo (ragionato), Villa Verucchio, Tipolito "La Pieve", 1983
  59. ^ Gilberto Casadio, «Appunti di grammatica storica del dialetto romagnolo», in 'La Ludla, 2010.
  60. ^ Gilberto Casadio, «Appunti di grammatica storica del dialetto romagnolo» XLII-XLIII, in La Ludla, 2010.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Nota: i testi che risultano rilevanti per più sezioni sono ripetuti, ma la ricorrenza principale è più ricca di informazioni

Lessico, modi di dire, etimologia[modifica | modifica wikitesto]

  • Antonio Morri, Vocabolario romagnolo-italiano, Faenza, dai tipi di Pietro Conti all'Apollo, 1840 (versione digitalizzata) (scheda in «la Ludla», Maggio 2009, pp. 4-5)
  • Giovanni Tozzoli, Piccolo Dizionario domestico Imolese-Italiano, Imola, Ignazio Galeati e figlio, 1857 (versione digitalizzata) (scheda in «la Ludla», Luglio-Agosto 2009, p. 6)
  • Antonio Morri, Manuale domestico-tecnologico di voci, modi, proverbi, riboboli, idiotismi della Romagna e loro corrispondente italiano segnatamente ad uso delle scuole elementari tecniche ginnasiali, Persiceto, Tipografia Giambatistelli e Brugnoli, 1863. (scheda in «la Ludla», Giugno 2009, p. 3)
  • Antonio Mattioli (1813-1882), Vocabolario Romagnolo-Italiano, Imola, Galeati, 1879 (scheda in «la Ludla», Ottobre 2009, p. 4)
  • Libero Ercolani, Vocabolario romagnolo-italiano, Ravenna, Monte di Ravenna, 1960 (scheda in «la Ludla», Novembre 2009, p. 6)
  • G. Bellosi, G. Quondamatteo, "Termini del gergo furbesco dei muratori e dei falegnami di campagna", in: Romagna civiltà, Vol. II, Imola, Galeati, 1977
  • G. Bellosi, G. Quondamatteo, "Dizionario delle piante", in: Romagna civiltà, Vol. II, Imola, Galeati, 1977
  • G. Bellosi, G. Quondamatteo, "Dizionario degli uccelli", in: Romagna civiltà, Vol. II, Imola, Galeati, 1977
  • G. Bellosi, G. Quondamatteo, "Principali pesci, molluschi e crostacei dell'Adriatico romagnolo", in: Romagna civiltà, Vol. II, Imola, Galeati, 1977
  • G. Bellosi, G. Quondamatteo, "Vocabolario marinaresco", in: Romagna civiltà, Vol. II, Imola, Galeati, 1977
  • G. Bellosi, G. Quondamatteo, "Vocabolario comparato dei dialetti romagnoli", in: Romagna civiltà, Vol. II, Imola, Galeati, 1977
  • Gianni Quondamatteo, Dizionario romagnolo (ragionato), Villa Verucchio, Tipolito "La Pieve", 1982-83 (2 voll.). (scheda in «la Ludla», Gennaio-Febbraio 2010, pp. 4-5)
  • Paolo Bonaguri, Par nôn scurdës. Un vocabolarietto da leggere (Forlì 1995) (scheda in «la Ludla», Dicembre 2009, p. 4)
  • Adelmo Masotti, Vocabolario romagnolo italiano, Bologna, Zanichelli, 1996. (scheda in «la Ludla», Marzo 2010, p. 3)
  • Silvio Lombardi, E' nöst dialet : repertorio di frasi idiomatiche romagnole (Imola, 2004)
  • Giorgio Lazzari, Dizionario ornitologico romagnolo. E' vucabuleri d'j usel, illustrazioni di Nerio Poli, Cesena, Società editrice Il Ponte vecchio, 2005. (scheda in «la Ludla», Giugno 2006, pp. 10-11)
  • Addis Sante Meleti, Dialetto in controluce, Cesena, Società Editrice «Il Ponte Vecchio», 2007
  • Gilberto Casadio, Vocabolario etimologico romagnolo, Imola, La Mandragora, 2008
  • Maria Valeria Miniati, Italiano di Romagna. Storia di usi e di parole (Bologna, 2010)
  • Davide Pioggia, "Indice delle voci", in: D. Pioggia, Fonologia del santarcangiolese, Verucchio, Pazzini, 2012
  • Enrico Berti, Le parole del corpo umano. Viaggio nei termini dialettali della medicina popolare di Romagna, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2013

Toponomastica[modifica | modifica wikitesto]

  • Libero Ercolani, Vocabolario romagnolo-italiano, Ravenna, Monte di Ravenna, 1960
  • Antonio Polloni, Toponomastica romagnola, Firenze, Olschki, 1966
  • Remin t’i prim de Novzeint, a cura di G. Quondamatteo et al. (toponomastica dialettale della città di Rimini)
  • D. Pioggia, "I luoghi di Rimini nella toponomastica popolare", in: G. Grossi Pulzoni, Dọ int una völta, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2010
  • IBC, Indagini sulla toponomastica

Grammatica[modifica | modifica wikitesto]

dialetti della pianura ravennate-forlivese[modifica | modifica wikitesto]

  • Ferdinando Pelliciardi, Grammatica del dialetto romagnolo. La lengva dla mi tera, Ravenna, Longo, 1977.
  • Giuseppe Bellosi, "Cenni grammaticali su un dialetto romagnolo (Fusignano)", in: G. Quondamatteo, G. Bellosi, Romagna civiltà, Vol. II, Imola, Galeati, 1977
  • Adelmo Masotti, Grammatica romagnola, Ravenna, Edizioni del Girasole, 1999.
  • Franco Ponseggi, Lèžar e scrivar in Rumagnôl, , Youcanprint, 2014

altri dialetti[modifica | modifica wikitesto]

  • Amos Piccini, A vuria zcär in dialèt, Rimini, Giusti, 1996 (riminese)
  • Teresio Spadoni, Giuseppe Lo Magro, "Per cmanzè a zchèr... e a scriv", Riccione, Famija Arciunesa, 2003 (riccionese)

Grafia[modifica | modifica wikitesto]

dialetti della pianura ravennate-forlivese[modifica | modifica wikitesto]

  • Antonio Morri, Vocabolario romagnolo-italiano, Faenza, dai tipi di Pietro Conti all'Apollo, 1840
  • Antonio Morri, Il vangelo di S. Matteo, Londra, 1865
  • Antonio Mattioli (1813-1882), Vocabolario Romagnolo-Italiano, Imola, Galeati, 1879
  • Libero Ercolani, Vocabolario romagnolo-italiano, Ravenna, Monte di Ravenna, 1960
  • Ferdinando Pelliciardi, Grammatica del dialetto romagnolo. La lengva dla mi tera, Ravenna, Longo, 1977.
  • G. Bellosi, "Cenni grammaticali su un dialetto romagnolo (Fusignano)", in: G. Quondamatteo, G. Bellosi, Romagna civiltà, Vol. II, Imola, Galeati, 1977
  • G. Bellosi, G. Quondamatteo, "Vocabolario comparato dei dialetti romagnoli", in: Romagna civiltà, Vol. II, Imola, Galeati, 1977
  • Tolmino Baldassari, Proposta per una grafia letteraria della lingua romagnola, Ravenna, Longo, 1979
  • Regole fondamentali di grafia romagnola, Ravenna, Edizioni del Girasole, 1986
  • Paolo Bonaguri, Par nôn scurdës. Un vocabolarietto da leggere (Forlì 1995)
  • Adelmo Masotti, Vocabolario romagnolo italiano, Bologna, Zanichelli, 1996.
  • Norme di grafia romagnola seguite dalla redazione de "la Ludla", Santo Stefano di Ravenna, la Ludla, 1998 testo online
  • Gianfranco Camerani, "I 'Sonetti romagnoli' di Olindo Guerrini e il problema degli accenti", in «la Ludla», novembre 2006, pp. 2-3
  • Daniele Vitali, L'ortografia romagnola, Cesena, Società Editrice "Il Ponte Vecchio", 2009
  • Franco Ponseggi, Lèžar e scrivar in Rumagnôl, , Youcanprint 2014

altri dialetti[modifica | modifica wikitesto]

  • D. Pioggia, Fonologia del santarcangiolese, Verucchio, Pazzini, 2012
  • D. Pioggia, "Analisi del vocalismo cesenate negli appunti di Cino Pedrelli", in «la Ludla», n. febbraio 2013, pp. 6-7

Studi glottologici[modifica | modifica wikitesto]

  • Adolfo Mussafia, Darstellung der romagnolischen Mundart, in «Sitzungsberichte der Wiener Akademie der Wissenschaften». Philosophisch-historische klasse, LXVII (1871), pp. 653–722.
  • Friedrich Schürr, «II Plaustro», 31 dicembre 1911 (Anno 1, n. 6), Forlì.
  • Friedrich Schürr, Romagnolische Mundarten (Sitz.d.kais.Ak.d.W., Vienna, 1917).
  • Friedrich Schürr, Romagnolische Dialektstudien, Lautlehre (1918); Lebende Mundarten (1919).
  • Douglas B. Gregor, Romagnol. Language and Literature (1971).
  • Friedrich Schürr, La voce della Romagna, Ravenna, Edizioni del Girasole, 1974
  • Giuseppe Bellosi, Gianni Quondamatteo, Le parlate dell'Emilia e della Romagna (Firenze, 1979)
  • Andrea Foschi, Il dialetto di Cervia nella poesia di T. Baldassari, relatore Alfredo Stussi, Pisa, Università degli studi, 1985. (Tesi di laurea)
  • Luciano Canepari, Manuale di fonetica (MFo), München, Lincom, 2003 (§§ 16.33-34 alle pp. 272-73)
  • Alexander Michelotti, The Position of the Sammarinese Dialects in the Romagnol Linguistic Group, Tesi di dottorato, Saarbrücken, VMD Verlag, 2009
  • Daniele Vitali, L'ortografia romagnola, Cesena, Società Editrice "Il Ponte Vecchio", 2009
  • Daniele Vitali, Davide Pioggia, "Il dialetto di Rimini. Analisi fonologica e proposta ortografica", in: G. Grossi Pulzoni, Do int una völta, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2010 (testo online)
  • Enrico Berti, Fonetica storica di un dialetto romagnolo, Stampato in proprio, 2010.
  • Davide Pioggia, "I suoni e le lettere dei dialetti romagnoli", in «la Ludla», nn. 4/2011, 5/2011, 6/2011, 7/2011, 8/2011 9/2012
  • Davide Pioggia, "Il dialetto di Careste: una descrizione comparativa", in: T. Facciani, Caramëli ad mênta, Cesena, Stilgraf, 2011 (testo online)
  • Davide Pioggia, Fonologia del santarcangiolese, Verucchio, Pazzini, 2012
  • Daniele Vitali, Luciano Canepari, "Santarcangelo di Romagna e i ‘dialetti dei dittonghi'", in: D. Pioggia, Fonologia del santarcangiolese, Verucchio, Pazzini, 2012, testo online
  • Davide Pioggia, "Analisi del vocalismo cesenate negli appunti di Cino Pedrelli", in «la Ludla», n. 2/2013
  • Davide Pioggia, "Note linguistiche sul dialetto di Tonino Guerra", in: Tonino Guerra. Poesia e letteratura, vol. I, «Il parlar franco», 11/12, Verucchio, Pazzini, 2013
  • Rino Molari, a cura di Giuseppe Bellosi e Davide Pioggia, I dialetti di Santarcangelo e della vallata della Marecchia, Imola, La mandragora - Santarcangelo di Romagna, MET, 2013 (pubblicazione postuma della tesi di laurea del 1937)
  • Davide Pioggia, "Nota linguistica", in: R. Molari, I dialetti di Santarcangelo e della vallata della Marecchia
  • Paul Scheuermeier, a cura di Mario Turci, La Romagna dei contadini. 1923-1931, Imola, La Mandragora, 2013
  • Davide Pioggia, "Mutamenti nella trascrizione di Scheuermeier delle consonanti 's' e 'z'", in: P. Scheuermeier, La Romagna dei contadini. 1923-1931, Imola, La Mandragora, 2013
  • Daniele Vitali, Davide Pioggia, consulenza fonetica di Luciano Canepari, Dialetti romagnoli : pronuncia, ortografia, origine storica, cenni di morfosintassi e lessico confronti coi dialetti circostanti, Verucchio, Pazzini, 2014

Letteratura ed edizioni critiche[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe Gaspare Bagli, Saggio di novelle e fiabe in dialetto romagnolo (Bologna, 1887)
  • Giuseppe Gaspare Bagli, Contributo agli studi di bibliografia storica romagnola (Bologna, 1897)
  • Friedrich Schürr, La voce della Romagna, Ravenna, Edizioni del Girasole, 1974
  • Giuseppe Bellosi, Gianni Quondamatteo, Cento anni di poesia dialettale romagnola (Imola, 1976)
  • Giuseppe Bellosi, Gianni Quondamatteo, "La letteratura dialettale", in: Romagna civiltà, Vol. I, Imola, Galeati, 1977
  • Pvlon matt, a cura di Ferdinando Pelliciardi, Lugo, Walberti, 1997
  • Giuseppe Bellosi, Tera bianca, sment negra. Dialetti, folklore e letteratura dialettale in Romagna (Ravenna, 1995)
  • Giuseppe Bellosi, Bibliografia della narrativa popolare romagnola (Imola, 1998)

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]