Lingua franca

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Una lingua franca è una lingua che viene usata come strumento di comunicazione internazionale, o comunque fra persone di differente lingua madre e per le quali è straniera. In quanto tale, la lingua franca svolge una mera funzione di utilità: nel momento in cui non risulta più necessaria, viene abbandonata e sostituita.

I primi studi[modifica | modifica wikitesto]

I primi studi sulla lingua franca furono effettuati da Hugo Schuchardt, un linguista tedesco di fama internazionale. Il suo lavoro “Die Lingua Franca”, pubblicato nel 1909, analizzava testimonianze riguardanti una lingua cosiddetta “di emergenza” e “di mediazione”, in quanto il suo unico scopo era quello di far comunicare parlanti di lingue differenti. Queste testimonianze si riferivano ad una lingua romanza utilizzata nelle città portuali del Nord Africa, e dunque a fini commerciali. Per sua natura, non poteva che essere acquisita per lo più per via orale, ed essere caratterizzata da una grammatica semplice, lessico eterogeneo e vocabolario piuttosto ridotto. Non coprendo tutti i vocaboli esistenti, poteva difficilmente essere considerata una vera e propria lingua: non a caso, questa definizione di lingua franca di Schuchardt si lega meglio a ciò che - dalla metà del 1900 - chiamiamo pidgin. A maggior ragione, è risaputo che la lingua franca mediterranea sia considerata essa stessa un pidgin (il termine stesso, in cinese, sta per business).

Tuttavia, la lingua franca mediterranea è solo uno dei primi esempi di utilizzo di fonte di comunicazione tra parlanti: oggi come oggi, per esempio, la lingua franca per eccellenza è l’inglese, che è sia L1 che LF.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Storicamente, il ricorso ad una lingua franca è di antiche origini, presumendosi che possa essere insorto per soddisfare esigenze di natura commerciale. In seguito, all'utilizzo mercantile si sono affiancati quelli diplomatici e culturali. La lingua franca supplisce infatti alle costanti esigenze di riferimento a convenzioni linguistiche, anche (e talvolta soprattutto) terminologiche, che possano divenire comuni al di là delle provenienze.

L'uso di una lingua franca consente inoltre agli operatori interessati di poter evitare il ricorso alla mediazione dei traduttori ed allestire una comunicazione diretta.

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Sull'etimologia della locuzione (che malgrado l'apparenza è della lingua latina), si ritiene probabile l'ipotesi che derivi da un modo di dire diffuso presso la diplomazia africana, desunto dal generalizzato riferimento alla lingua francese. C'è da aggiungere che l'aggettivo franco veniva impiegato dal mondo greco-bizantino e arabo-islamico per designare i vari popoli dell'Europa Occidentale con cui entrarono in contatto durante il Medioevo (in particolare dopo la IV crociata). Dopo il 1204 appunto, quando l'espansionismo veneziano prendeva piede nel Mediterraneo orientale (e non solo) a scapito di Costantinopoli, vari popoli entrarono in contatto tra di loro; di conseguenza, l'inevitabile plurilinguismo poneva le basi per il nascere di un nuovo mezzo di comunicazione, usato in primo luogo proprio dagli invasori franchi.

Lingue[modifica | modifica wikitesto]

In epoche passate, furono lingue franche, almeno per l'Europa occidentale ed alcune zone rivierasche del Mar Mediterraneo, il greco antico (per i commerci e le scienze), il latino (diffusosi con l'espansione dell'Impero romano), il ligure, di cui si sa che anche i mercanti stranieri facevano uso, un dialetto derivato soprattutto dal veneziano e parlato nel Medioevo in tutti i porti del Medio Oriente e il francese (a partire dal XVI secolo). Nell'Europa centro-orientale il tedesco costituì a lungo un'importante lingua franca (tanto da mantenervi tuttora il ruolo di seconda lingua straniera più studiata) così come il russo era insegnato come materia obbligatoria in tutte le scuole del blocco orientale durante gli anni del comunismo. In aree del Medio Oriente, l'aramaico fu lingua franca dell'Impero assiro, di quello persiano e delle aree circostanti.

Attualmente, per i commerci e per alcune scienze l'inglese è di fatto la lingua franca prevalente nella maggior parte del mondo, così come l'arabo sta assumendo un ruolo analogo presso i paesi a maggioranza religiosa islamica. Segue il francese, che continua a essere utilizzato in alcuni ambiti culturali e in seno ad alcune organizzazioni internazionali e che costituisce la lingua franca delle comunicazioni interetniche in vaste zone del continente africano e nell'insieme dei paesi francofoni in cui esso non costituisca la lingua madre predominante degli abitanti. Un'altra lingua franca a carattere sovrannazionale è il russo, che viene utilizzato nelle comunicazioni tra tutti gli stati formatisi dalla scissione dell'Unione Sovietica.

Lingua franca nel passato: i motivi della diffusione[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso della storia, è stato possibile analizzare molti esempi di lingua franca. Ciò ha reso possibile identificare quali sono stati i contesti che ne hanno favorito la nascita: le conquiste militari (e dunque gli insediamenti forzati), il commercio internazionale e le missioni religiose, nonché motivi diplomatici e culturali.

Il persiano[modifica | modifica wikitesto]

La lingua persiana è un esempio importante sia di lingua franca divenuta tale grazie alle conquiste, sia di come una lingua madre condivisa tra stati multinazionali non garantisca il suo essere una lingua franca, o quantomeno non nell’immediato. Difatti, quando i persiani crearono e dominarono il proprio impero, non era certo la loro lingua a fungere da lingua franca, anzi lo divenne molto tempo dopo.

Prima ancora della fondazione di questo impero, nel corso del 600 a.C., tutta la popolazione indo-iraniana parlava la lingua elamica; la società elamica era alfabetizzata e possedeva un proprio sistema di scrittura.

L’Elam, ovvero la parte di terra iraniana agli sbocchi di Tigri ed Eufrate, fu soggetto all’avvento dell’invasione persiana durante il primo millennio a.C. Gli elamiti offrivano servizi di scrittura ai persiani, il che dette inizio alla tradizione di trascrizione del persiano utilizzando una lingua diversa. In questo contesto, ovviamente non fu l’elamitico ad evolversi in una lingua franca, in quanto i persiani si limitarono a sfruttare le capacità degli elamiti “bilingue” senza sforzarsi di impararne il linguaggio.

L’impero siriano stava allargandosi sempre di più: alla fine del 522 a.C. aveva inglobato anche quello assiro-babilonese, l’Anatolia e la parte est dell’Iran. Mentre nelle zone meno civilizzate (precedentemente governate da assiri e babilonesi) era più facile che il persiano si diffondesse da zero, è importante notare quanto questo fosse invece arduo nei territori più benestanti, dove era già diffusissimo l’aramaico. Questa lingua era usata come lingua franca per comunicazioni interlinguistiche e commerciali. Il motivo principale per cui l’aramaico assunse un ruolo importante come lingua di pubblica utilità nell’impero persiano era questo: era possibile dettare messaggi nella lingua del mittente e scriverli in lingua ed alfabeto aramaici; la lettura sarebbe stata eseguita dall’araldo locale al destinatario nella lingua maggiormente compresa da quest’ultimo. Questo processo viene detto paraš in persiano. E' possibile quindi affermare che l’aramaico è stata un’interlingua: una codifica compresa e conosciuta da tutti gli araldi e scribi - e nessun altro - dell'Impero.

Ecco quindi uno dei motivi per cui il persiano non diventò immediatamente una lingua franca nonostante la sua potenza militare: la mancanza di una propria tradizione scritta lo rendeva inadatto all’amministrazione e coordinazione del territorio; quindi, pur essendo parlato dai conquistatori di un impero tanto vasto, rimase momentaneamente lingua d’élite.

La diffusione del persiano conobbe una breve interruzione a causa della conquista dell'Impero da parte di Alessandro Magno nel 332 a.C., anche se l’effettivo periodo di dominazione della lingua greca su quella persiana si verificò solo a partire dal suo diretto successore e si protrasse per pochi secoli. L’influenza della lingua greca nelle attività di governo iraniane è rimasta molto superficiale. Dopo il distacco dell’Iran dall’impero greco compiuto dai Parti, l’uso della lingua greca continuò solo nelle incisioni reali e soprattutto sulle monete (usanza ancor più longeva), per poi svanire del tutto.

Durante questo periodo lungo qualche decina di secoli, fu proprio l’aramaico a subìre un forte declino come lingua franca, mentre il persiano - che nel frattempo aveva conosciuto un’evoluzione in pahlavi - aumentò proporzionalmente la sua diffusione.

Con l’avvento dell’uccisione dell’ultimo sovrano sasanide Yazdegerd III nel 651 d.C., l’impero collassò sotto l’invasione araba. Essa rappresentò una vera e propria apertura ad un nuovo mondo, sebbene la rivoluzione linguistica non si scatenò subito. Lo scopo degli invasori era quella di promuovere la lingua araba come nuovo mezzo di comunicazione “ufficiale”, nonché ovviamente come lingua di fede: ma questo processo si trascinò per generazioni, principalmente per due motivi. Per prima cosa, l’arabo non era mai stato altro che la lingua di una società tribale. L’ordine del Califfo di utilizzare l’arabo come lingua ufficiale arrivò nel 697 d.C., ma solo nel 742 d.C. tale regola venne effettivamente applicata. Inoltre, le prime generazioni di parlanti arabi non avevano provato ad imporre attivamente la propria lingua, neanche per motivi di fede, in quanto avevano paura di un calo nelle entrate derivanti dalle tasse, da cui i credenti musulmani erano esenti. Ciononostante, l’arabo divenne un mezzo di comunicazione scritta ufficiale, religiosa e intellettuale di alto livello, fino al 750 d.C.

Gli effetti sul persiano, che continuò a mantenere comunque salde le sue radici, furono incredibilmente positivi. Prima di tutto, non c’era stata alcun tipo di resistenza politica al dominio arabo, e ovviamente l’élite religiosa svolgeva i suoi compiti in lingua araba. Questo causò un vero e proprio rinnovamento della lingua persiana (conosciuta poi come nuovo persiano), che si arricchì di termini arabi, mentre i nativi iraniani arricchivano il proprio vocabolario con termini di cui non avevano avuto bisogno fino ad allora, necessitando solo del lessico lavorativo. Ciononostante, nel lungo periodo l’arabo perse sempre più terreno - eccetto nell’utilizzo come lingua forbita e di scienza, in cui il persiano mancava proprio di vocaboli - a favore della lingua nativa, a dimostrazione del fatto che una lingua franca perde forza nel momento in cui non serve più al suo scopo.

Ma se finora il persiano era servito più da L1 che da LF, la situazione cambiò radicalmente dal 1000 d.C. in poi, con le rivolte degli schiavi turchi nei territori di dominio iraniano. Difatti, sebbene il popolo turco riuscì a passare da schiavo a sovrano, non operò con l’intento di rivoluzionare la lingua del territorio iraniano. Così come l’utilità dell’aramaico era stata accettata millenni prima dalla sovranità persiana, adesso la lingua persiana veniva accettata e portata avanti dai turchi. Inoltre, essi erano ben propensi ad abbracciare la fede islamica (i suoi leader erano già stati convertiti), e questa resa religiosa fu cruciale per l’accettazione del persiano, sebbene l’uso del turco parlato venne comunque portato avanti da tribù come i Ghaznavids. Più avanti, il (ormai nuovo) persiano e la sua cultura vennero globalmente accettati come standard di civilizzazione, e dunque la lingua madre dei turchi fu reimpiegata come base scritta per la letteratura.

Il greco[modifica | modifica wikitesto]

E’ necessario fare una premessa sulla definizione di “lingua franca commerciale”. Possiamo identificare due casi in cui una lingua può diffondersi grazie al commercio: nel primo, si parla di diffusione dovuta alla migrazione ed infiltrazione dei parlanti nativi in un territorio ospitante, in cui la loro lingua rimane utile al solo fine commerciale; nel secondo, invece, il processo prosegue con l’assorbimento della lingua ed il desiderio da parte degli ospitanti di riutilizzarla anche per comunicare con terzi. Il greco è una lingua franca che, avendo conosciuto due differenti sviluppi in aree diverse, può essere identificato in entrambe le categorie.

I colonizzatori greci fecero il loro ingresso sulle sponde occidentali del Mediterraneo nell’850 a.C., e si distinsero in quanto il loro scopo era sia di sistemarsi creando delle piccole città indipendenti ed autonome, sia ovviamente di commerciare coi mercanti locali. Alcune delle città fondate dai greci - tra cui ricordiamo Siracusa, Taranto, Napoli, Nizza, Marsiglia - sarebbero diventate tra le più influenti del Mediterraneo, nonché ferme sostenitrici della Magna Grecia. Dunque, già in questo periodo, i greci rappresentavano i leader dell’innovazione culturale in Occidente. Due esempi importanti di popoli influenzati dalla cultura greca sono stati gli etruschi e i cartaginesi. I primi, governatori di gran parte del nord-occidente italiano, avevano basato la propria civiltà urbana sul modello greco; i secondi - o perlomeno i più abbienti - venivano direttamente educati in greco. Quando l’esercito romano sconfigge Cartagine nel 202 a.C., si impadronisce dei domìni greci e di tutta la costa orientale del Mediterraneo: grazie all’immigrazione di greci acculturati in cerca di lavoro, la lingua greca assume un ruolo importante nell’educazione dei ceti sociali più nobili, così tanto da diventare una seconda lingua madre per i romani di alto lignaggio.

Il greco era riuscito a diventare una lingua franca per tutta l’area ovest del Mediterraneo non solo perché chiave di una vasta commercializzazione, ma anche per motivi di prestigio culturale, letterario, scientifico e di intrattenimento.

Guardando ad est, invece, la situazione era differente. Le colonie intorno al Mar Nero vennero fondate tutte nei pressi della città di Mileto, in cui il greco parlato era simile alla parlata comune (“koine dialektos”, diffusa ad Atene, sarebbe diventata lo standard universale dal terzo secolo a.C.). Proprio in questa area, attorno al Mar Nero, la diffusione del greco non portò alla creazione alcuna di comunità di parlanti greci in zona; rimase semplicemente una lingua parlata da commercianti e viaggiatori abitué, influenzando ben poco la linguistica locale.

Il latino[modifica | modifica wikitesto]

Il latino ha ottenuto lo status di lingua franca nel momento in cui è riuscito a diffondersi come lingua del cristianesimo, cioè tra il II ed il IV secolo d.C. Qualche centinaio di anni prima, nel 200 a.C., era conosciuto come la lingua dei soldati romani, degli esattori delle tasse, e dei commercianti della costa occidentale del Mediterraneo; ma quattrocento anni dopo si era evoluto da LF a lingua madre della maggior parte delle province dell’ovest Europa.

Una lingua, prima di diventare ufficiale di una religione, deve attraversare alcune fasi. Prima di tutto, ha bisogno di essere la lingua in cui vengono trascritti e diffusi i testi, poi deve diventare lingua ufficiale dell’amministrazione clericale, ed infine essere adottata nella liturgia. Questo non poteva certo accadere nell’immediato: i primi seguaci di Cristo ed i primi diffusori del culto nell’impero romano parlavano rispettivamente l’aramaico ed il greco. Ma dovendo essere divulgato tra le persone più povere e disagiate, la soluzione era usare il loro vernacolo, e dunque il latino. Si dovette attendere quasi quattro secoli prima che il latino venisse reso ufficialmente la lingua della Chiesa Romana durante il papato di Damaso I (366-384).

La liturgia in latino veniva imposta in qualunque Paese fosse evangelizzato, sebbene per ovvi motivi i parlanti locali non avessero la purché minima conoscenza della lingua; anche se in un primo momento era stato concesso di leggere le scritture in latino ma spiegarle nella lingua locale, questa usanza fu ben presto soppressa: la grande dignità ed eleganza del latino veniva considerata al pari di nessun’altra lingua. Così, il latino divenne anche la lingua dell’educazione e dell’amministrazione in tutto l’ovest Europa. Questo non comportò certo che le persone lasciassero la propria L1, ma il latino aveva acquisito una certa formalità che venne mantenuta grazie ai rapporti stretti con tutti i regni evangelizzati, anche quando questi si trasformarono in Paesi indipendenti e tennero le proprie L1 come di Stato.

Ovviamente, il latino è stata solo una delle lingue scelte a scopo di proselitismo: per citare un esempio famoso, il Protestantesimo è stato portato dai missionari inglesi in tutto il mondo per centinaia di anni; nonostante ciò, la lingua non ha mai stretto un rapporto inscindibile dalla religione, che invece è rimasta legata ai vernacoli locali. Questo perché, a differenza della Chiesa Cattolica, la religione protestante non ha mai avuto un unico leader (non era necessario, in quanto si incoraggiava l’interpretazione autonoma delle sacre scritture), né è mai stata capace di unire le sue numerosissime chiese, createsi dalla scissione iniziale con Roma.

L'italiano[modifica | modifica wikitesto]

La lingua italiana è considerata essere la base su cui si è sviluppata la lingua franca mediterranea, ovvero la prima LF ufficiale, usata dal XVIII secolo in poi lungo le sponde del Mediterraneo da mercanti pisani, veneziani, genovesi diretti verso il Nord Africa.

L’espansione dei rapporti politico-commerciali favorì la diffusione di alcune tra le lingue più importanti, tra cui il francese, l’arabo ed il greco, nonché i dialetti italiani delle repubbliche marinare. Questi incontri hanno generato mescolanze linguistiche (pidgin) utilizzate dagli alloglotti meno altolocati della società, ma anche passaggi di lessemi dal greco e arabo alle lingue romanze, che sono comunque riconducibili ad un periodo precedente all’esistenza della lingua franca.

Le testimonianze che ci sono rimaste - molto ripetitive, evidentemente a causa delle conversazioni monotematiche - sono quasi sempre attribuite a parlanti non europei, ma turchi o arabi: questo lascia intuire che in verità si tratti di parodie linguistiche perpetrate da alloglotti.

Alcuni dei tratti linguistici che ricorrono sono:

  • uso generalizzato dell’infinito come tempo verbale;
  • uso dei pronomi personali tonici “mi”, “ti”;
  • l’impiego della preposizione “per” a introdurre diversi complementi (incluso l’oggetto diretto);
  • la frequente omissione della copula e degli articoli;
  • la tendenza all’uso di termini generici;
  • la presenza di alcuni lessemi con accezioni particolari (fantasia «orgoglio, disprezzo, capriccio», forar «fuggire, andare», conchar «fare, sistemare, regolare», ecc.).

Tutte le testimonianze convergono inoltre nel riprodurre un “effetto parlato”, attraverso espedienti quali le ripetizioni enfatiche, la paratassi polisindetica, i periodi ellittici o segmentati, la giustapposizione di frasi collegate dal “che” polivalente, ecc.[1]

La diffusione dell’italiano proseguì fino al Settecento come lingua della corrispondenza diplomatica tra occidentali di diverse nazioni, nonché come forma di contatto diplomatico tra la Sublime Porta e l’Europa.

Lo studio dei documenti ha rivelato che le varietà dialettali italiane hanno circolato per diversi motivi, tutti legati al commercio: i prigionieri, gli inviati a liberarli, gli equipaggi delle navi mercantili, i redattori e traduttori degli atti (si presume che i mercanti sefarditi livornesi abbiano svolto il ruolo di intermediazione). Questo spiega perché l’italiano sia diventato una lingua target per molti alloglotti, i quali avevano comunque necessità molto basilari della conoscenza linguistica italiana.

Lingua franca nel presente[modifica | modifica wikitesto]

Il concetto e l’idea di lingua franca hanno subìto un notevole cambiamento nel tempo. Se l’originale lingua franca del VI secolo era definibile come strumento di comunicazione commerciale, nonché un pidgin a base italiana con cui greci e turchi potevano comunicare con i mercanti italiani e francesi, ai giorni d’oggi la lingua franca si è evoluta come mezzo che mette in contatto non solo aree di imperi, ma il mondo intero; se il latino poteva essere considerato una lingua franca perché univa idealmente tutti i cattolici che partecipavano alle funzioni religiose, oggi consideriamo la lingua franca utile per aggirare le differenze linguistiche nella vita quotidiana.

La lingua franca dei giorni d’oggi è sicuramente l’inglese, definibile come “the lingua franca of international scientific publications / of the global marketplace / of world communication / of an increasingly interdependent and globalized world / of business and politics from Berlin to Bangkok”[2].

Sembra quindi che chi non conosce l’inglese sia destinato a restare “fuori dal mondo” e dalle sue interazioni. Così come i romani consideravano nessun’altra lingua al pari del latino in termini di eleganza ed importanza, i nativi inglesi considerano superfluo imparare una lingua diversa dalla propria.

Secondo il linguista Nicholas Ostler, in effetti, trattare la lingua inglese al pari di tutte le altre non sarebbe corretto: nel mercato delle traduzioni, quelle dall’inglese (come lingua sorgente) rappresentano il 60-70% del globale, a dimostrazione del fatto che la letteratura inglese viene reputata interessante anche fuori dai confini britannici ed americani; ma questo sentimento non è corrisposto, visto che le traduzioni da altre lingue all’inglese stanno invece diminuendo sempre di più. Inoltre, è certamente vero che entrare nel mondo del mercato internazionale senza conoscere l’inglese è impossibile.

Eppure, sebbene l’inglese sia considerata l’attuale lingua franca a livello mondiale, c’è chi l’ha accolta volentieri e chi l’ha invece respinta senza troppe cerimonie.

L'inglese nelle ex-colonie[modifica | modifica wikitesto]

Se consideriamo l’inglese come lingua di commercio e colonizzazione della Gran Bretagna, è possibile trovare diversi esempi che mostrano come questo mezzo non sia visto di buon occhio. Questi Paesi sono distribuiti tutt’intorno all’Oceano Indiano: Malaysia ad est, Sri Lanka al centro e Tanzania ad ovest. Essendo state colonie inglesi, e dunque avendo subìto un largo uso dell’inglese, questi Paesi hanno finito per rigettarlo e promuovere le proprie L1.

In Malaysia, il gruppo malay di maggioranza ha dovuto dibattere con le comunità cinesi ed indiane (perdipiù tamil): mentre queste ultime avrebbero più volentieri adottato l’inglese come lingua di Stato al raggiungimento dell’indipendenza nel 1957, i malay hanno invece voluto rafforzare la propria identità adottando la lingua malay come principale. Non a caso, una tipica frase malay recita “Bahasa jiwa bangsa”, ovvero “il linguaggio è l’anima della nazione”. Il nazionalismo e la volontà di ripartire da zero dopo anni di colonialismo sono stati i veri motivi che hanno portato l’inglese ad essere progressivamente sostituito nei diversi settori dello Stato. Così, più avanti, il malay è diventato anche la lingua dell’istruzione, e l’inglese lo aveva affiancato, per mantenere una lingua che fosse in comune con le comunità cinesi e tamil all’interno del Paese. Ma la paura che questo potesse provocare un impoverimento del potere in ambito scientifico internazionale e culturale della lingua, ha portato a ristabilire il malay anche come lingua di istruzione delle scienze.

Lo Sri Lanka mostra una situazione ancora differente: dopo aver preso la radicale decisione di escludere totalmente l’inglese dagli affari di Stato in favore della lingua locale (singalese) nel 1956, gli indiani tamil della Ceylon inglese furono avvantaggiati dalla migliore educazione ricevuta, e vennero dunque assunti nei servizi civili delle colonie, che funzionavano in inglese. Questa cosa non è stata più vista di buon occhio dopo pochi anni dalla maggioranza singalese, perché la ferita del colonialismo inglese era ancora troppo aperta per far sì che l’uso della lingua risultasse neutrale. Il tutto è sfociato in una guerra civile dal 1973 al 2009, che non si è interrotta neanche nel 1987 quando il tamil viene riconosciuto ufficiale al pari del singalese. L’esempio dello Sri Lanka mostra che adottare una lingua estera come medium di comunicazione tra gruppi interni ad uno Stato ed in conflitto tra di loro non è detto che funzioni, soprattutto quando tale lingua estera viene associata in modo particolare ad uno di questi.

In Tanzania la lingua franca principalmente diffusa era lo swahili, rinforzato anche dall'impegno dei missionari europei nelle scuole, e portato avanti fino alla conquista degli inglesi nel 1918. Nel periodo dal 1961 al 1964, con l’ottenimento dell’indipendenza, lo swahili - o meglio, il WaSwahili - è stato prepotentemente reintegrato al posto dell’inglese, mettendo d’accordo tutte le piccole comunità del Paese (nessuna delle quali è più o meno potente delle altre).

In sostanza, l’inglese fatica a mantenere un contatto con queste ex colonie, in quanto la volontà di un’identità propria spinge al rafforzamento delle lingue madri a suo discapito.

Situazione differente si trova invece nei Paesi più piccoli e vicini ai tre precedenti: Brunei, India, Zambia, Malawi, Uganda e Kenya. Questi hanno visto nell’inglese l’opportunità sia di avere accesso al più ampio mercato mondiale, sia di avere un mezzo di comunicazione comune per le tante comunità diverse che li abitano.

L'inglese fuori dalle ex-colonie[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene si possa pensare che la lingua inglese non abbia motivo di esistere in Paesi che non hanno mai avuto alcun contatto con nativi inglesi, alcuni esempi possono dimostrare il contrario.

Singapore ha una popolazione composta dal 77% di cinesi, il 14% di parlanti malay e il restante 11% di tamil. In questa città-Stato, l’inglese è sempre stato riconosciuto al pari delle tre lingue presenti. L’esempio di Singapore è tipico nel suo genere: l’accettazione dell’inglese deriva dal compromesso trovato in una lingua che fosse straniera per tutti. L’inglese è stato introdotto nel sistema scolastico in modo graduale, e sebbene i primi risultati fossero abbastanza scarsi (si trattava di imparare una lingua totalmente nuova), adesso l’inglese è utilizzato addirittura in famiglia, a discapito del cinese.

In Mongolia, il grande passo è stato fatto nel 2004, quando il primo ministro ha deciso che l’inglese sarebbe stato la prima lingua straniera insegnata nelle scuole.

Nelle Filippine, l’inglese è stato prima di tutto erede del colonialismo degli Yankee, che presero il controllo delle colonie spagnole alla fine dell’800. Dopo cento anni di lotte, il Paese è finito nelle mani degli Stati Uniti, che hanno puntato sulla propria lingua per migliorare il sistema scolastico locale. Migliaia di docenti sono stati mandati ad insegnare un po' di tutto, dalla matematica all’igiene, per migliorare le condizioni di vita dei filippini. Per quanto riguarda la lingua d'insegnamento, l’inglese era stato la scelta più naturale, in quanto risultavano esserci sia pochi parlanti spagnoli, sia poca letteratura nei dialetti filippini. L’indipendenza promessa molto tempo prima arrivò solo nel 1941 con Roosevelt, ed il tagalog (che è un dialetto di Manila, nonché la lingua franca della zona sud dell’isola Luzon) venne scelto tra tante lingue indigene per essere reso lingua nazionale. Così, mentre il tagalog si diffondeva nelle scuole accanto all’inglese, quest’ultimo diventava sempre più una lingua di élite. Dopo l’occupazione giapponese nella II Guerra Mondiale, che durò dal 1942 al 1945 ed in cui andarono distrutte anche molte librerie contenenti testi in inglese, l’America concesse l’indipendenza alle Filippine, e la ricostruzione del sistema scolastico previde finalmente il bilinguismo, in cui però il tagalog aveva più importanza rispetto all’inglese. Come risultato, il linguaggio diffuso grazie a scuola ed università si è poi trasformato in un mix di tagalog ed inglese, il taglish.

L'inglese in Europa[modifica | modifica wikitesto]

In Europa sono presenti circa 60 lingue parlate, di cui 23 sono riconosciute come “lingue ufficiali”, ovvero che ricoprono uno status ufficiale in un determinato Paese.

In teoria, è possibile sfruttare una qualunque di queste 23 lingue per comunicare con le autorità dell’Unione Europea. In pratica, le lingue franche effettivamente utilizzate sono ben poche. Inizialmente erano solo il francese ed il tedesco, ma dal 1973 - mentre i Paesi entravano man mano a far parte dell’UE ed il numero di lingue ufficiali aumentava - venne introdotto anche l’inglese.

Eppure, il tedesco rimane la lingua nativa del 18% della popolazione europea, così come il francese ha il 12% e l’inglese il 13%. Ma se andiamo a confrontare i dati relativi a coloro che le apprendono come lingue franche, vediamo che il tedesco ed il francese si attestano al 14% in confronto al 38% dell’inglese.[3]

Sorge spontaneo domandarsi come l’inglese sia riuscito a surclassare tedesco e francese, considerati i numeri.

Storicamente, l’inglese non ha avuto precedenti come lingua franca in Europa. Nell’area centro-occidentale dell’Europa c’era stato il latino, seguito dal più moderno francese grazie alla famosa rivoluzione del 1789, ed infine seguito dall’inglese a partire dai primi del 1919, quando col Trattato di Versailles la Gran Bretagna e gli USA giocarono un ruolo chiave come potenze vincitrici in Europa.

Uno dei primi ed importanti cambiamenti linguistici fu quello applicato in Germania nel 1937, quando si decise di insegnare l’inglese come prima lingua straniera, al posto del francese. La situazione cambiò ulteriormente alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando tutti i Paesi nordici che avevano come lingua straniera il tedesco lo sostituirono con l’inglese per ovvie ragioni. La disfatta tedesca di sicuro non giovò alla propria lingua, che venne prontamente abbandonata e sostituita con altre (tipicamente proprio con l’inglese). Invece, Gran Bretagna ed America si garantirono un occhio di riguardo prima di tutto in quanto vittoriosi, il che comportò un incremento dell’utilizzo del loro linguaggio a discapito di altri.

Il prestigio globale dei suoi parlanti; la posizione dominante di UK e USA come potenze politiche ed economiche, nonché nelle tecnologie di produzione e comunicazione; il desiderio dei commercianti esteri di approfittare ed inserirsi nel dorato mercato anglo-americano: tutto ciò ha reso l’inglese la lingua franca su cui scommettere globalmente in Europa dal 1950 in poi.

Lingua franca nel futuro[modifica | modifica wikitesto]

L’analisi delle lingue franche nel passato e quella del presente, secondo Nicholas Ostler, può darci dei suggerimenti - o quantomeno un’idea - di cosa possiamo aspettarci per il futuro.

Il motivo principale per cui l’inglese potrebbe andare incontro ad un declino linguistico come LF è la concorrenza delle altre lingue, anche se analizzandone la storia si evince che - almeno nel breve e medio termine - non è previsto che ciò accada.

Più interessante è capire il futuro della lingua franca in quanto tale, ovvero se grazie alle nuove condizioni create dall’innovazione tecnologica nel campo della linguistica, la necessità di una lingua comune possa essere soddisfatta da qualcosa di diverso da una LF.

Potenziali lingue franche[modifica | modifica wikitesto]

Analizzando gli avvenimenti del passato riguardo la LF, è evidente che la diffusione del latino su tutta la costa occidentale del Mediterraneo fu intralciata dal prestigio culturale greco, contro cui il le forze militari romane si rivelarono impotenti. Ciononostante, il greco venne sbaragliato dopo l'VIII secolo dalla combinazione di potenze arabe, turche e persiane nella sua diffusione asiatica. Il latino, nel frattempo, fu comunque capace di mantenere il primato come lingua della Chiesa, dello Stato e dell’istruzione per altri 1500 anni, dopodiché venne sbaragliata da nuove lingue europee grazie alle rivoluzioni (francese ed inglese) ed ai cambiamenti radicali in atto in tutta Europa.

Nella zona orientale, invece, il prestigio religioso che rendeva l’arabo così fondamentale non bastò a mantenerla come LF, anzi: i turchi - che già disponevano di una propria lingua - accettarono di portare avanti la fama della lingua persiana. Anche questa subì una perdita di potere quando, un millennio più tardi, l’invasione cristiana europea (quindi proveniente da fuori) portò anche nuove lingue, come l’inglese ed il russo.

Che i cambiamenti vengano da dentro (caso del latino) o da fuori (caso del persiano), è evidente che la storia di una LF non dipende mai solo da se stessa, ma dalla competizione che deve affrontare.

I dati raccolti da Ostler e rappresentati in tabella hanno lo scopo di rendere possibile l’analisi delle lingue più parlate del mondo sia in veste di L1 che di LF, e determinare se hanno il potenziale per detronizzare l’inglese. Sono ordinate in progressione crescente sul rapporto tra il numero di parlanti LF ed il numero totale di parlanti nel mondo, ovvero in base a quanto risultano influenti a livello mondiale come lingue franche.

Le 25 lingue più parlate nel mondo, ordinate in base al rapporto tra parlanti LF e parlanti totali.[4]
ORDINE LINGUA PARLANTI MADRELINGUA

(IN MILIONI)

PARLANTI LINGUA FRANCA

(IN MILIONI)

PROPORZIONE

(PARLANTI LF / TOTALE PARLANTI)

TOTALE PARLANTI

(IN MILIONI)

1 Swahili 1 39 98% 40
2 Malay 55 147 73% 202
3 Inglese 331 812 71% 1143
4 Persiano 36 73 67% 109
5 Urdu 61 93 60% 154
6 Russo 144 110 43% 254
7 Francese 68 50 42% 118
8 Arabo 206 140 40% 346
9 Hindi 182 120 40% 302
10 Hausa 25 15 38% 40
11 Italiano 43 23 35% 66
12 Turco 51 20 28% 71
13 Bengali 181 69 28% 250
14 Tedesco 90 28 24% 118
15 Cinese mandarino 873 178 17% 1051
16 Spagnolo 329 60 15% 389
17 Tamil 66 8 11% 74
18 Portoghese 178 15 8% 193
19 Telegu 70 5 7% 75
20 Giapponese 125 1 1% 126
21 Giavanese 85 0 0% 85
22 Shanghainese 77 0 0% 77
23 Vietnamita 69 0 0% 69
24 Coreano 66 0 0% 66
25 Cantonese 56 0 0% 56

Le lingue dalla 20 alla 25 rappresentano un gruppo di linguaggi locali, ovvero parlati solamente (ad eccezione del giapponese) nei propri Paesi.

Le lingue dalla 10 alla 18 rappresentano un gruppo variegato, le cui origini storiche sono diverse fra loro. Analizzandone alcune, è osservabile che turco (12), spagnolo (16) e portoghese (18) sono state diffuse inizialmente attraverso la violenza imperiale, ma attualmente devono il loro status agli insediamenti piuttosto che alle conquiste. Hausa (10), bengali (13), tamil (17) e telegu (19) devono anch’essi il loro uso come LF agli insediamenti: lo stabilimento e la creazione di nuove famiglie ha aumentato il numero di parlanti, e questa percezione ha rinforzato e diffuso l’uso della lingua. Il mandarino (15) ed il tedesco (14) si sono entrambi diffusi invece grazie agli insediamenti di contadini ed agricoltori in cerca di lavoro. L’italiano (11) è stato la lingua più studiata nel 16° secolo subito dopo latino e francese, grazie innanzitutto al suo prestigio culturale dovuto alle Tre Corone, e poi diventando la lingua dell’opera e della musica classica. Si è diffuso come L1 anche nel sud della Svizzera, nelle città-Stato del Vaticano e di San Marino. Il portoghese (18) è presente come LF soprattutto in Brasile, dove ha raggiunto il picco della diffusione quando la scoperta di oro e metalli preziosi ha causato l’arricchimento della popolazione e l’apertura di nuovi mercati all’estero.

Le lingue dalla 4 alla 9 sono tutte LF che devono il proprio status a conquiste militari e costruzioni di imperi.

Le prime due lingue, swahili (1) e malay (2), hanno origini ancora sconosciute, ma storicamente si sono diffuse grazie al commercio. L’inglese (3) è alto in classifica, ma non predominante in confronto alle due precedenti. In compenso, il suo numero totale di parlanti è il più alto: questo perché effettivamente è stato diffuso con ogni mezzo possibile, sebbene la sua età sia relativamente giovane se confrontata a quella di lingue antiche come il cinese.

In ogni caso, rimane difficile pensare che l’inglese possa essere sostituito come LF, ed esistono motivazioni ben precise a sostegno di questa affermazione.

L’impressione che si ha analizzando la diffusione delle lingue nel mondo - eccetto l’inglese - è che esse siano presenti in aree “regionali”, risultando quindi più funzionali su scala continentale che globale. Il malay, per esempio, ha un numero di parlanti totale piuttosto alto, ma rimane concentrato in un’area geograficamente compatta (arcipelago del sud-est Asia).

Uno dei fattori che storicamente ha funzionato come mezzo divulgativo della lingua è la migrazione massiva da un Paese all’altro, o per la formazione di insediamenti coloniali, o per motivi commerciali, o per la presenza di guerre da cui fuggire. Nei tempi in cui gli imperi venivano fondati sulla guerra e sulla colonizzazione attiva, si mirava a spostarsi permanentemente nelle aree conquistate (per esempio come fecero gli spagnoli in America Latina, ed i portoghesi in Brasile). Eppure, dalla prima metà del 20° secolo si è verificato un flusso di migrazioni inverse: coloro che si erano precedentemente spostati per cercare condizioni di vita migliori, invece di rimanere, hanno deciso di tornare al proprio Paese di origine. Ovviamente questo non aiuta la diffusione della lingua, che anzi perde ogni contatto nel Paese estero.

Esistono anche casi più disperati, ovvero spostamenti di massa dai Paesi del terzo mondo verso l’Europa e il Nord America dovuti a condizioni di vita disagiate e guerre civili. Con la speranza di riuscire a costruirsi un futuro migliore, milioni di persone si sono spostate, creando delle comunità di parlanti di lingue straniere all’interno dei Paesi ospitanti. Alcuni tra gli esempi più famosi sono le comunità di parlanti arabi in Francia ed Olanda, i turchi in Germania, il persiano in Russia e Germania. Sebbene questo fattore possa influire positivamente nello sviluppo di una lingua come LF nel Paese ospitante, ciò non accade per diverse ragioni. Dato che queste lingue vengono usate come L1 all’interno delle comunità, esse vengono socialmente considerate al pari di forme dialettali e dunque di nessuna utilità economico-culturale per il resto della società.

Infine, è assai poco probabile che possano nuovamente verificarsi eventi come creazione di imperi; piuttosto, uno scenario possibile è che si tenti di instaurare rapporti e collegamenti commerciali con le aree africane, in cui la civilizzazione è ancora mancante in gran parte del territorio e c’è apertura allo sviluppo. Certamente questo sarebbe impossibile in continenti come l’Europa o l’Australia o il Nord America, tecnologicamente avanzati, politicamente stabili e capaci di autodifendersi.

Per quanto riguarda la tendenza a considerare il cinese come la lingua che spodesterà l’inglese, è sufficiente riportare che, sebbene il mercato cinese sia sì in espansione mondiale, esistono davvero pochissime realtà in cui il cinese viene studiato come L2 in Paesi non asiatici, soprattutto per la difficoltà di apprendimento. Invece, le lingue studiate in Cina sono il cantonese e l’inglese, e non si prevede che questa situazione sia destinata a cambiare in tempi brevi.

Quest’analisi porta alla conclusione che - perlomeno nel medio termine - non esistono lingue in grado di sostituire l’inglese nel suo ruolo di LF globale.

La tecnologia nel futuro della LF[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso degli anni, l’evoluzione delle tecnologie informatiche ha fornito soluzioni ai problemi di comunicazione tra mittenti e destinatari parlanti lingue diverse.

La codifica Unicode rende possibile dal 1991 la scrittura di moltissimi tipi di caratteri, sia di alfabeti diversi, sia simboli matematici, chimici, cartografici, ecc. E’ divenuto uno standard per la scrittura di testi multilinguistici, ed è tuttora in continua evoluzione.

Se fino a non molti anni fa le traduzioni da una lingua all’altra potevano essere effettuate solo consultando dizionari, o al massimo specializzandosi frequentando scuole per interpreti, l’introduzione della MT (“traduzione automatica”, dall’inglese “machine translation”) ha fornito un primo strumento informatizzato più veloce ma meno preciso. Anche oggi, sebbene questi tool siano in continuo perfezionamento e forniscano la possibilità di fare traduzioni da (quasi) qualunque lingua a (quasi) qualunque lingua, possono difficilmente sostituire le traduzioni eseguite da persone vere. Il problema sta nel fatto che la MT viene approcciata da un punto di vista monolinguistico, ovvero si tenta di tradurre qualunque linguaggio straniero nella lingua desiderata. Anche la lingua franca è basata su questo, ed è una pratica ed efficace soluzione. Invece, la MT ha fallito nel raggiungere un risultato reputabile consistente ed affidabile, qualcosa di cui l’utilizzatore può essere soddisfatto. Per motivare questo insuccesso, Ostler riporta la propria esperienza col progetto EUROTRA del 1991, avente lo scopo di produrre un sistema MT multilinguistico per le comunicazioni tra i delegati dell'Unione Europea (al tempo le lingue ufficiali erano solo 9). Tutti loro erano d’accordo sul fatto che il progetto non avesse portato a risultati soddisfacenti, ma nel documento finale di valutazione i delegati con documento in francese potevano leggere che il lavoro era risultato “insuffisant”, mentre quelli col documento tradotto in inglese “inadequate”. Questo è un esempio importante di quanto la traduzione riesca ad essere insidiosa anche per gli esseri umani bilingue, in quanto i due termini - sebbene il traduttore non abbia sbagliato - hanno semantiche ben diverse e strettamente collegate al modo di essere tipico dei parlanti delle due lingue; per cui, l’interpretazione della traduzione può essere diversa a seconda di chi legge.

Ovviamente, col passare del tempo, l’evoluzione tecnologica del linguaggio porta a spostare sempre più in là i limiti che un tempo sarebbero sembrati invalicabili. Infatti, una volta capito che una traduzione eseguita sul modello MT non porta a risultati soddisfacenti, ci si è concentrati sulla possibilità di “insegnare” ad un traduttore automatico sulla base di esperienze, fornitegli in input. Questi procedimenti di automatic processing vengono eseguiti sui corpora (ma anche su discorsi registrati, ed in tal caso è necessario un tool di speech recognition), ovvero un largo quantitativo di testo che vengono forniti in modo da essere trattabili in un’analisi digitale. Da questi files è quindi possibile trarre indici, glossari, sinonimi e contrari, che possono fare da base per veri e propri dizionari. E’ anche possibile derivare modelli statistici del linguaggio, nonché modelli di equivalenza tra linguaggi.

Il risultato nel lungo termine, secondo Ostler, è proprio quello che ci si aspetta: la distruzione delle barriere linguistiche fra lingue senza la distruzione delle lingue stesse. Nonostante questa generazione stia continuando a studiare l’inglese per non essere escluso dalla cultura e dal lavoro, la prospettiva di una mutuale accessibilità tra diverse L1 sta diventando reale: nel dicembre 2014 è stata rilasciata da Microsoft la prima versione di Skype Translator, un tool di traduzione simultanea che permette di comunicare in real time con interlocutori stranieri parlando la propria lingua.

« But a lingua-franca, even the most universal, is a burden. It is only to be borne if necessary for some greater good. If not, then at the first opportunity it will be laid down. One day English too, the last lingua-franca to be of service to a multilingual world, will be laid down. Thereafter everyone will speak and write in whatever language they choose, and the world will understand. »
(Nicholas Ostler, "The last lingua franca: the rise and fall of world languages")

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Laura Minervini, Italiano come lingua franca in http://www.treccani.it.
  2. ^ Ostler, pag. 3-4
  3. ^ Ostler, pag. 24 Basato su dati di Eurobarometer.
  4. ^ Ostler, pag. 227 Dati raccolti da ricerche dell'autore e da Ethnologue (Lewis 2009).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (EN) Nicholas Ostler, The last lingua franca: the rise and fall of world languages, Walker Publishing Company Inc., 2010.

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