Dialetto romanesco
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| Dialetto Romanesco (parlà romano) † | |
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| Parlato in: | Italia |
| Regioni:Parlato in: | Lazio |
| Persone: | ~3.000.000 |
| Classifica: | Non nei primi 100 |
| Filogenesi: |
Indoeuropee |
| Suddivisioni: | {{{sub1}}} |
| Statuto ufficiale | |
| Nazioni: | - |
| Regolato da: | nessuna regolazione ufficiale |
| Codici di classificazione | |
| Lingua - Elenco delle lingue - Linguistica | |
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Ciò che oggi s'intende con dialetto romanesco (o romano) è un codice linguistico molto simile all'italiano, tanto da essere considerato spesso più una "parlata" (un accento) che un dialetto vero e proprio. Esso appartiene al gruppo dei dialetti mediani, ma conserva ancora tratti tipicamente toscani (a cominciare dal raddoppiamento fonosintattico), diffusi in città durante il Rinascimento dalle allora cospicue (e ricchissime) nationi toscane di stanza a Roma e dalla Corte papale. La sua grammatica perciò si discosta meno da quella italiana, fondata com'è appunto sul toscano, e un italofono può capire agevolmente la più gran parte di un discorso in romanesco. Specialmente nei parlanti appartenenti agli strati più popolari della cittadinanza il romanesco presenta una ricchezza di espressioni e modi di dire decisamente notevole, in continuo sviluppo. La distanza che attualmente separa la varietà di romanesco dell'uso da quella consacrata nella letteratura dialettale classica (quella del Belli) va sempre più approfondendosi.
[modifica] Cenni storici
Nel corso del Rinascimento il romanesco ha subito un pervasivo processo di toscanizzazione. Come testimoniano numerosi testi altomedievali [1], il volgare che si parlava a Roma nel Medioevo era assai più vicino agli altri dialetti laziali o al napoletano che al fiorentino. Presentava infatti:
- la metafonesi delle vocali mediobasse (rom. ant. puopolo, castiello);
- la conservazione di jod (rom. ant. iace, it. giace; iónze, it. giunse);
- il betacismo (rom. ant. vraccia, it. braccia; rom. ant. Iacovo, it. Giacomo);
- la vocalizzazione di -l preconsonantico[2] (rom. ant. aitro, it. altro);
- l'articolo determinativo masch. solo in forma forte[3] (rom. ant. lo ponte, it. il ponte);
- il passato remoto in -ào ed -éo (rom. ant. annao it. andò; rom. ant. fao it. fece; rom. ant. pennéo it. pendé);
- il futuro in -àio (rom. ant. farràio, it. farò), ancora in uso in vari dialetti laziali [4].
In parte questo dialetto si è mantenuto fino al secolo scorso nella parlata del ghetto di Roma, che rimase immune da influenze esterne e quindi più fedele al tipo linguistico originario. Sulla progressiva toscanizzazione del romanesco nel corso del Rinascimento sono fondamentali gli studi di Gerhard Ernst [5].
[modifica] Il romanesco e l'italiano: varianti e diffusione sul territorio
Il romanesco attuale è un idioma che ha origini sensibilmente differenti dal resto degli idiomi laziali: non ha infatti seguito come loro la regolare trafila di sviluppo a partire dalla locale parlata latina volgare. Peraltro nel Lazio si riscontra a livello fonologico una significativa persistenza di tratti riconducibili a substrati linguistici pre-romani e in particolare l'assimilazione progressiva -ND- > -NN-, che è di origine paleo-umbra e si è estesa alle aree dialettali del meridione a partire dall'Italia mediana. A differenza del sistema dei dialetti laziali (affini al gruppo umbro-marchigiano) il romanesco affonda le proprie radici nel toscano parlato a Roma a partire dal Quattrocento. Riguardo all'importanza e ruolo della colonia fiorentina di Roma nel Rinascimento sono fondamentali gli studi di A. Esch[6]. Il toscano influenzò potentemente il romanesco grazie al prestigio dei suoi parlanti (già il diarista romano primo-quattrocentesco Antonio dello Schiavo affermava "quod ipsi domini Romani non essent domini Urbis, nec dominus noster Papa", ma i grandi finanzieri della Natione fiorentina di stanza in città) a scapito del prestigio fino allora indiscusso (a livello parlato) della originale parlata di tipo laziale. Gli sviluppi successivi del romanesco dimostrano che la toscanizzazione avvenne a partire dai ceti alti dei nobiles viri romani per poi, solo a partire dalla seconda metà del Cinquecento, pervadere, con minor efficacia, gli strati più poveri della struttura sociale romana, ancora successivamente legati a tratti tipicamente non-toscani, come l'assimilazione progressiva -LD- > -LL- in callo, -ND- > -NN-, -MB- > -MM-, assenti nella parlata romana "civile", cosiddetta per distinguerla dal plebeo romanesco.
Per queste ragioni il romanesco odierno è molto più affine all'italiano degli altri dialetti del Lazio, che invece sono autoctoni: in generale una frase in romanesco è sempre comprensibile ad un parlante italiano, diversamente da quanto accade per i dialetti laziali che richiedono una certa pratica e attenzione (se non addirittura, in certi casi, lo studio) per essere capiti dai non-dialettofoni.
Confinato all'area della città di Roma fino alla fine dello Stato pontificio (se si escludono ipotizzate comunità in importanti città limitrofe, come Civitavecchia), quando la città divenne capitale del nuovo stato nazionale, le successive ondate di immigrazione e il conseguente incremento crescente della popolazione residente cominciarono ad alterare profondamente il patrimonio linguistico che possiamo desumere dal Belli.
Nel Novecento, con la crescita della città capitale e degli spostamenti da e verso di essa, alcuni usi propri del lessico e dell'accento romani cominciarono a diffondersi nelle aree contermini della provincia romana che comprendeva a quei tempi il territorio pontino, fino a raggiungere nel secondo dopoguerra (anni settanta) aree e città delle province limitrofe di Frosinone, Rieti e Viterbo, grazie anche a fenomeni crescenti di pendolarismo lavorativo.
Questa espansione in ampiezza delle caratteristiche più essenziali del linguaggio romano, corrispondente anche al modificarsi della struttura urbanistica della città, sempre più proiettata fuori dalle mura, è stata accompagnata - inevitabilmente - da un pari impoverimento delle risorse lessicali e idiomatiche che costituivano l'identità del dialetto, che per molti dei nuovi "romani" era una lingua nuova, imparata dopo lo stabilimento in città.
La diffusione di programmi televisivi e cinematografici ha contribuito a cambiare il vecchio linguaggio della Roma rionale in un qualcosa di leggermente diverso tanto che si può tranquillamente dire che le opere scritte in dialetto da autori come Giggi Zanazzo conservino uno stile diverso.
Nell'area della bassa campagna romana e dell'agro pontino (oggi zone di Latina ed Aprilia), negli anni trenta bonificate e colonizzate con l'immigrazione di consistenti gruppi di pionieri provenienti dall'italia settentrionale (comunità veneto-pontine), storicamente e culturalmente poco portate alla conoscenza ed all'uso della lingua italiana ma soprattutto sottoposte ad una particolare struttura sociale di "nuova" costituzione, il dialetto romanesco fu all'inizio percepito come idioma "superiore", in quanto era la lingua della (pur piccola) classe impiegatizia e dirigenziale, l'unica sostanzialemente alfabetizzata, quindi percepita lingua del comando oltre che decisamente più simile all'italiano rispetto sia alle parlate proprie (Veneto, Emiliano ed addirittura Friulano) sia alle parlate locali (dialetti Lepini ed Albani). A partire dagli anni cinquanta questo "neodialetto" prese quindi il sopravvento - in una forma abbastanza cristallizzata - sulle parlate originarie nei grandi centri urbani, per poi estendersi progressivamente a tutti i centri della pianura che gravitano su Latina, spesso affiancato all'uso della propria lingua d'origine relegato all'ambito familare, in una sorta di condizione di parziale plurilinguismo.
È per ciò che il dialetto romanesco di Latina e dell'area pontina è sensibilmente diverso dal resto delle parlate diffusesi nel Lazio, risultando molto più vicino al Romanesco originario degli anni '30 rispetto alle altre parlate che invece risentono di più del romanesco moderno, sebbene molti degli abitanti di Latina derivino da veneti e romagnoli stabilitisi in città dopo la bonifica dell'agro.
Secondo alcuni per certi aspetti il dialetto romanesco di Latina, per quanto meno "stretto" (ossia molto più vicino all'italiano), è più vicino a quello di Trilussa, di quanto non risultino vicine oggi le parlate romanesche diffuse nella città stessa di Roma.
[modifica] Fonetica contrastiva coll'italiano
Il romanesco appartiene al gruppo dei dialetti centrali, ma spesso se ne differenzia per i forti influssi del toscano e dell'italiano corrente.
Il vocabolario del dialetto di Roma è quasi sovrapponibile a quello italiano; le parole differiscono però a causa di alcuni cambiamenti fonetici, i principali sono i seguenti:
- il rotacismo, ovvero il passaggio di /l/ a /r/ quando essa è seguita da consonante (es: lat. volg. *DŬLCE(M) > rom. dorce [dorʧe] ), fenomeno presente anche su suolo toscano: a Livorno e a Pisa, ma anche nel fiorentino più tradizionale e stretto;
- la realizzazione di /s/ preceduta da consonante come [ts], anche in fonosintassi (es: perzona [perˈʦoːna]; sole [[[Alfabeto fonetico internazionale|ˈsoːle]]] ma "er sole" [erˈʦoːle]), fenomeno anche toscano, umbro e marchigiano centrale;
- l'assimilazione progressiva all'interno di diversi gruppi consonantici (un fenomeno tipicamente centro-meridionale):
/nd/ passa a /nn/ (es: lat. volg. *QUANDO > rom. quanno); /ld/ passa a /ll/ (es: lat. volg. *CAL(I)DU(M) > rom. callo); /mb/ passa a /mm/ (es: lat. volg. *PLŬMBU(M) > rom. piommo);
- l’indebolimento della doppia “r” (es: azzuro [adˈʣu:ro], verebbe [veˈrebbe]; riassunto nel noto detto: "Tera, chitara e guèra, co' ddu' ere, sinnò è erore"...) [o, anche, "Tera, fero e guera se scriveno co' ddu ere, perché sinnò è erore"], che è un fenomeno recente, assente già nel romanesco ottocentesco;
- mancato dittongamento di lat. volg. *̌ Ŏ in [wɔ] com'è tipico del toscano e dell'italiano (es: lat. volg. *BŎNU(M) > rom. bòno [ˈbːɔːno], it. buono; lat. volg. CŎRE(M) > rom. còre [ˈkɔːre] = it. cuore);
- la caduta delle vocali all'inizio di parola quando seguite da consonante nasale (m, n, gn) (es: ‘nnicà = indicare ; ‘n = un / in ; "'mparà" = imparare, "‘gni" = ogni);
- la palatalizzazione di /ʎ/ (it. “gli”) in [jː] “jj” (di regola nell'Ottocento) con scempiamento in “j” (com'è d'uso generale oggi) o sua totale scomparsa dopo [i] (es: lat. volg. *ALJU(M) > rom. ajjo aglio; lat. volg. *FAMILJA > famijja, famija o famïa = famiglia; lat. volg. *FILJU(M) > rom. fijjo,fio = figlio, ma anche mïone = it. milione; bïardo = it. biliardo; ojo = it. olio));
- la vocalizzazione totale della “l” negli articoli determinativi, nelle preposizioni articolate, e nelle parole in cui è preceduta e seguita da “i” (es: lat. volg. *(IL)LU(M), *(IL)LA, *(IL)LE > rom. ‘o ‘a ‘e = it. lo la le; rom. ant. de lo, de la, a la, a lo > rom. dô dâ â ao = it. dello, della, alla, allo; rom. gnaafà = non gliela fa; Si tratta di un fenomeno recente, forse ereditato dal giudeo-romanesco, su cui si sono impiantati apporti meridionali. Il nome tecnico è "lex Porena";
- la riduzione della “v” intervocalica, che diventa una lettera quasi muta e che veniva a pronunciarsi /β/ od a scomparire totalmente (es: “uva” si pronunciava una volta [’u:a]. La 2a e 3a persona plurale del verbo avé (avere) “avemo, avete” diventano “amo, ate”), come nel toscano;
- il cambio del gruppo "ng" [nʤ] in "gn" [ɲɲ] (es: "piàgne" = piangere)
- il raddoppiamento fonosintattico (cioè delle consonanti all'inizio di parola quando sono precedute da parole tronche o monosillabi forti, esattamente come in toscano e in italiano, ma anche dopo parole che in latino terminavano in consonante muta o in -n, -r) (es: E' ppe' tte);
- raddoppiamento sistematico di “b” [b] e della "g" [ʤ] in tutte le posizioni tranne dopo consonante (es. lat. volg. *LIBERU(M) > rom. libbero, lat. volg. *REGINA > rom. "reggina", anche in fonosintassi, come in A bburino!). Tale fenomeno è molto diffuso nell'Italia centro-meridionale;
- l'utilizzo della particella atona “-ne” come rafforzativo di affermazioni e negazioni (es: sìne = sì, sicuramente; nòne = no, per nulla!), anche toscano, umbro, marchigiano centrale e abruzzese;
- la spirantizzazione dell'affricata post-alveolare sorda [ʧ] in [ʃ], quando questa si trova in posizione intervocalica (es: lat. volg. *COCINA = rom. "cuscina" [kuʃiːna], lat. volg. *DECE(M) = rom. "diesci" [[[Alfabeto fonetico internazionale|djɛːʃi]]}]). Questo suono risulta più breve rispetto al medesimo nesso "sc" originato dalla palatalizzazione del gruppo lat. volg. *SC-, il quale invece è sempre lungo, come in italiano). Il Belli introdusse anche un'opposizione ortografica per distingure i due suoni, poiché al primo assegnò il digramma sc, mentre per il secondo ideò il trigramma "ssc" (es: si noti l'opposizione tra rom. "pessce" /peʃʃe/ (it. pesce) < lat. volg. *PISCE(M) e rom. "pesce" /peʃe/ (it. pece) < lat. volg. *PECE(M)). Oggi si sta affermando come marca distintiva, specie tra i più giovani, la tendenza a generalizzare il suono scempio anche dopo pausa (es: sciao, laddove il Belli pronunciava ciao)
- l'assimilazione del gruppo "ni" [nj] davanti a vocale, anche in posizione iniziale, con la conseguente palatalizzazione in "gn" [ɲɲ] (es: lat. volg. *NE ENTE > rom. "gnente" = it. niente).
[modifica] Accentuazioni grafiche
Graficamente l'accento tonico romanesco di chiusura e apertura delle vocali viene riportato secondo gli accenti grafici italiani (quindi "è" si leggerà come "cioè" mentre "é" si pronuncia come in "perché").
Adattando le apocopi (di cui il romanesco abbonda) rispetto allo standard italiano si permette la lettura del romanesco anche a chi non sia madrelingua. Nel romanesco è prassi privare l’infinitivo delle ultime due lettere ("-re") attraverso un troncamento, che nelle coniugazioni ove si rappresenti graficamente con un apostrofo, foneticamente suona come un accento grave (come capita con l'italiano "po'"). Però il romanesco non ha solo 3 coniugazioni come l’italiano: "béve" e "piace'" in italiano appartengono alla seconda, mentre nel romanesco seguono coniugazioni e regole diverse.
L’accento circonflesso "^" che si può trovare sopra le vocali "e", "a", "i" ed "o" ne allunga il suono e quindi "ê", "â", "î" e "ô" suoneranno come "ee", "aa", "ii" ed "oo". In genere si utilizzano negli articoli, per assorbire la "l". Spesso invece dell'articolo italiano "i" si scrive "î": questo si spiega perché l'originale articolo romanesco sarebbe "li". Per il resto "dê" è in italiano "delle", "dâ" è "della", ma anche "dalla"; poi "jâ" sta per "gliela", "sô" per "se lo", "ciô" per "ce lo", "cô" ("câ") per "con lo" ("con la"), "quô" per "quello", "nâ" per "non la", "tê" per "te le", "tô" per "te lo", "nô" per "nello", ecc.
Da notare che le parole "po'" e "pò" sono omofone, ma sono tra loro diverse: la prima è scritta ed ha lo stesso significato che si ha in italiano; "pò" invece è il romanesco per "può".
Il verbo "sta" (terza persona singolare di stare) è diverso da "'sta", che significa "questa.
L'abbondante uso di accenti (soprattutto di quello circonflesso) e di apostrofi non sempre è riscontrabile nelle Fonti (soprattutto dei Maestri Belli e Trilussa), e quindi più che criticabile e migliorabile. Spesso alcuni testi riportano i verbi troncati scritti con l'accento grafico grave sull'ultima vocale; alcune fonti riportano l'articolo determinativo scritto con un apostrofo prima della vocale ('a) piuttosto che con quello circonflesso (â). Seguendo l’esempio del Maestro Gioachino Belli, tra i primi a trascrivere la parlata Romana, in questo contesto si è preferito concentrarsi sul suono (che è lungo), mentre per i verbi si predilige la genesi della parola (visto che il risultato "sonoro" è lo stesso).
[modifica] Grammatica
| Per approfondire, vedi la voce Grammatica del romanesco. |
Essendo uno dei dialetti d’Italia che meno si discostano dall’Italiano standard, la grammatica del romano non è molto differente da quella dell’italiano. Esistono comunque a volte delle differenze importanti, per le quali si rimanda allo specifico articolo.
[modifica] Letteratura in dialetto romanesco
Il dialetto tradizionale di Roma ha una sua importanza sia letteraria che "culturale"
| Per approfondire, vedi la voce Letteratura in dialetto romanesco. |
[modifica] Il romanesco del popolo
[modifica] Il vernacolo romanesco
Una tra le principali caratteristiche dell’espressione classica vernacolare del dialetto romano è la quasi totale mancanza di inibizioni linguistiche, presentandosi quindi estremamente ricca di termini e frasi particolarmente colorite, usate liberamente e senza ricorrere ad alcun tentativo di soppressione o sostituzione con sinonimi o concetti equivalenti. L’autocensura che induce alla soppressione o all’edulcoramento di espressioni comunemente ritenute “volgari” o “sconce” è totalmente sconosciuta nel contesto del dialetto romanesco. Se infatti, nell’uso della lingua non dialettale, il ricorso al turpiloquio è generalmente causato da particolari situazioni e viene usato come valvola di scarico di uno stato di aggressività temporaneo, nel dialetto romanesco la parolaccia è parte integrante del normale dizionario, ed esiste quindi sempre e comunque.
[modifica] Le parolacce
Questa ricchezza di vocaboli e frasi scurrili e (solo apparentemente) offensivi, deriva verosimilmente da una tradizione linguistica della Roma papalina, in cui il popolano rozzo e incolto (ma nobili e clero non parlavano molto diversamente; vedi, in proposito, l’aneddoto raccontato da Giggi Zanazzo in “Tradizioni popolari”, a proposito del papa parolacciaro Benedetto XIV Lambertini) usava esprimersi con un linguaggio spontaneo e colorito che, trascurando la ricerca di sinonimi e alternative concettuali, manifesta quella praticità espressiva di utilizzo verbale che è caratteristica principale del bagaglio culturale popolare.
Tale spontaneità è quindi priva di inibizioni ed affida la ricchezza dell’espressione non tanto alla scelta del vocabolo quanto piuttosto alla sonorità, al significato convenzionale e, spesso, al contesto. In questo senso nel dialetto romanesco la parolaccia, la sconcezza o la bestemmia (il “moccolo”) nella maggior parte dei casi prescinde assolutamente dal suo significato letterale o comunque offensivo e – caratteristica frequente tra gli appartenenti al medesimo gruppo linguistico-dialettale – assume un senso simbolico comunemente accettato e riconosciuto. Così è del tutto normale che una madre richiami il figlio con un “vviè cqua, a fijo de ‘na mignotta!” senza sentirsi minimamente coinvolta in prima persona ma affidando all’insulto (e autoinsulto) il significato di un semplice rafforzativo del richiamo.[7] In modo analogo, incontrando una persona la si può salutare con un “Ahò, come stai? Possin’ammazzatte!” in cui l’apparente incoerenza tra l’informarsi del suo stato di salute e contemporaneamente l’augurare una morte violenta è da entrambi gli interlocutori riconosciuta come una normale espressione di cordialità. Simile come concetto, ma ben diverso nell’uso e nel significato, è il “va’ mmorì ammazzato!” (spesso accompagnato da un significativo gesto con il braccio) che viene solitamente utilizzato a suggello conclusivo e dimostrativo della forte disapprovazione di un atteggiamento o di un discorso altrui.
Sullo stesso tema una coloratissima espressione coniata dal Belli storpiando l’originale frase latina: “requie schiatt’in pace!” che, lungi dall’augurare a qualcuno di "schiattare", usa un po’ di cattiveria per mandarlo semplicemente a quel paese. Non diverso è il tono ed il significato di “possi campà quanto ‘na scureggia!”.
La diversa sonorità con cui viene pronunciato un vocabolo, unita all’uso del medesimo in un contesto piuttosto che in un altro (e, magari, ad una adeguata mimica facciale o gestuale), può in qualche modo supplire ad una certa limitatezza linguistica, fornendo allo stesso vocabolo significati del tutto opposti; così, ad esempio, chi ha un’idea geniale è un “gran paraculo” (complimento), ma il furbo imbroglione è ugualmente un “gran paraculo” (dispregiativo).
[modifica] La "metafisica" de li mortacci tua
Altrettanto dicasi [8] per una "classica" parolaccia romana: li mortacci tua che assume contrastanti significati a seconda del tono, delle sembianze facciali e corporali che ne accompagnano l'espressione: può infatti significare, se accompagnata da un viso che manifesta meraviglia, sentimenti positivi di ammirazione, sorpresa e compiacimento per un evento fortunato o straordinario («Li mortacci tua, ma quanto hai vinto?»); oppure, con un viso ilare, gioia ed affetto per un incontro inaspettato e gradito («Li mortacci tua, ma 'ndo se' stato finora?»); oppure ancora comunicare sentimenti sia negativi che neutri: con un viso dall'aspetto contrariato o sconsolato , con un tono della voce alterato o sommesso , può rivelare, nello stesso tempo, rabbia o desolazione («Li mortacci tua, ma c'hai fatto?»).
Si può spesso sentire esclamare un generico Li mortacci! o anche solo mortacci!, all'occorrenza di un qualcosa di improvviso e repentino (es: un oggetto che cade dalle mani e subito si rompe, un rumore forte inaspettato). Questo a prova del fatto che quest'espressione è ormai entrata nella gamma delle esclamazioni, e non è avvertibile il significato letterale (l'offesa ai defunti).
In tutti questi casi la parolaccia diviene ininfluente, non è offensiva ma è un rafforzativo, l'equivalente di un punto esclamativo, alle parole che seguono all'invettiva: tant'è vero che può essere rivolta anche a se stessi («Li mortacci mia, quant'ho magnato!»).
La stessa parolaccia [9] può significare stati d'animo del tutto negativi, come rancore, odio o dolore, se accompagnata da un aspetto del viso adeguato ma in tutti i casi citati, la parolaccia non è rivolta tanto ad offendere gli antenati defunti del soggetto a cui è indirizzata - offesa di cui forse questi potrebbe anche non risentirsene - quanto usata come locuzione generica rivolta alla persona stessa: nel senso che può essere indirizzata anche verso chi, magari per la giovane età, non ha defunti di cui onorare la memoria.
La consistenza "materiale" della parolaccia, il contenuto stesso infamante sparisce, diviene "metafisico", di fronte agli stati d'animo con cui viene pronunciata, e sono questi solo veramente reali.
Il sicuro contenuto offensivo, nella sua concretezza, si propone invece nella forma enfatica della parolaccia stessa: «L'anima de li mejo mortacci tua», dove il riferimento insultante è in quel riferimento "spirituale" all'anima e nella specificità dell'indirizzo ingiurioso rivolto, non ai generici parenti defunti, ma a li mejo, ai più vicini e ai più cari.
[modifica] La terminologia "sconcia" nel vernacolo romanesco
In un contesto linguistico che privilegia il ricorso alla frase volgare e colorita, una posizione di rilievo è ovviamente assunta dal frequente ricorso, nel vernacolo romanesco, al richiamo di parti anatomiche e sessuali, usato anche in questo caso senza alcun preciso riferimento al significato intrinseco (comunque volgarizzato) del termine. Abbiamo così “ciccia ar culo!” (=”non me ne importa niente”) e “bucio de culo”, anche semplicemente “bucio” o “culo”, traducibile con “fortuna” o "fatica" (spesso improba o improduttiva), spesso accompagnato dall’inequivocabile gesto dell’indice e pollice aperti delle due mani, che precisano la maggiore o minore quantità in funzione dell’ampiezza della circonferenza che suggeriscono. Da notare che lo stesso significato verbale viene assegnato anche al solo gesto."Culo pesante" invece indica semplicemente la pigrizia. Culo può infine indicare anche una vittoria netta, minaccia o superiorità ostentata su qualcuno: j'amo - j'ho - ffatto 'n culo ccosì, ve famo - te faccio - 'n culo ccosì.
L’adulatore è un “leccaculo”, e quando subisce passivamente una prepotenza o si sottomette pavidamente alle situazioni o alle persone, magari scendendo a compromessi poco dignitosi, si “appecorona” (=si mette carponi). Un individuo particolarmente sfrontato e dotato di faccia tosta e quindi privo di vergogna, ha la “faccia com’er culo” che dovrebbe pertanto provvedere a nascondere. Il dialetto romanesco, che non si preoccupa di cercare sinonimi per frasi “indecenti”, mostra di possedere invece una grande dose di fantasia nel trovare forme alternative a concetti sconci, che lasciano però inalterata l’immagine originaria; così, lo stesso significato della frase precedente viene illustrato da locuzioni come “fasse er bidè ar grugno”, “mettese le mutanne in faccia” o “soffiasse er naso co’a cart’iggienica”. Sempre sullo stesso soggetto troviamo “pijà p’er culo” (=prendere in giro), “arzasse cor culo pell’insù” (=svegliarsi di cattivo umore), “vàttel’ a pijà ‘n der culo” (come “va’ mmorì ammazzato!”),“avecce er culo chiacchierato” (essere tacciato di omosessualità), e “rodimento de culo” (=nervosismo, arrabbiatura). Di quest’ultima espressione esiste una variante estremamente raffinata, a dimostrazione dei livelli di fantasia e disinibizione che il popolano romano è in grado di raggiungere nella trasposizione concettuale del vernacolo: “che te rode, 'a piazzetta o er vicolo der Moro?”. A Roma, nel quartiere Trastevere, il vicolo o via del Moro è una strada stretta e piuttosto poco luminosa che collega tra di loro piazza Trilussa e piazza Sant'Apollinare; la frase precedente è pertanto una trasformazione abbastanza intuitiva del concetto che verrebbe altrimenti espresso con un '“che te rode, er culo o er bucio der culo?”.
Il termine “cazzo” viene usato soprattutto come rafforzativo in frasi esclamative (“ma che cazzo stai a ffà!”) , dove si esprime anche un accenno di disappunto, e un po’ meno nelle interrogative (“’ndo cazzo stai a annà?” = “dove vai?”). Usato da solo è un’esclamazione che esprime sorpresa e meraviglia. Altro frequentissimo significato del vocabolo è quello di “assolutamente nulla” (“nun capisci 'n cazzo!”, “nun me frega 'n cazzo!”, ecc.). Varianti del termine sono la “cazzata”, col preciso significato, derivato dal precedente, di “sciocchezza”, “stupidaggine”, “roba di poco conto”, o alternativamente "menzogna"; “cazzaro”, chi fa o dice cazzate; “incazzatura” (=arrabbiatura); “cazzaccio” o “cazzone”, individuo stupido o insignificante. Quest’ultima lettura viene anche associata, in modo molto più colorito, all’epiteto “testa de cazzo”, che assume però una connotazione più pesante, al limite dell’insulto. L'espressione "E sti cazzi?" indica il disinteresse, senza la "E" iniziale e l'interrogativo ha svariati usi -persino contraddittori- derivati dal contesto
Abbondante anche l’uso e le relative variazioni su “cojone”, propriamente individuo stupido e incapace, da cui “a cojonella” (=per scherzo, per gioco), “cojonà” (= prendere in giro, con una sfumatura di significato meno forte di “pijà p’er culo”), “me cojoni!” (=perbacco!, addirittura!, davvero!), da non confondere con la forma verbale precedente, che assumerebbe il significato di “mi stai prendendo in giro!”, “rompicojoni” (=rompiscatole, fastidioso, noioso), “un par de cojoni” (=assolutamente nulla) e la minaccia “nun rompe li cojoni” rivolta a chi sta recando fastidio e disturbo al limite della sopportazione. A dimostrazione di quanto la terminologia grossolana del dialetto romanesco sia svincolata dal significato intrinseco del vocabolo si pone la frase “avecce li cojoni” che è indifferentemente attribuito a uomini e donne nel senso di persona estremamente brava, preparata o dotata in un particolare settore.
Il linguaggio vernacolare non risparmia ovviamente gli attributi femminili. E così: “fregna!” esclamazione di meraviglia ma anche “complimenti!”, “fregnaccia” (=sciocchezza, stupidaggine), “fregnone” (=ingenuo, sempliciotto, ma anche nel senso di troppo buono), “fregnacciaro” (=che le spara grosse, che dice stupidaggini), “fregno” o “fregno buffo” (=coso, attrezzo, oggetto strano) e “avecce le fregne” (=avere i nervi tesi, essere "incazzato").
Persino la prostituzione è parte dell'intercalare ("fijo de na mignotta" può raggiungere alti livelli di cultura col Pasoliniano "fjodena" ).
Una ulteriore spiegazione e giustificazione del ricorso in particolare ai due termini cazzo e fregna è da ricercarsi infine, sicuramente, nel fatto che nel dialetto romanesco, come detto di lessico estremamente stringato e rarefatto, la parola forse più tipicamente e frequentemente usata è cosa in tutte le sue varianti (coso, cosi,cosare,cosato eccetera: pija quer coso, cosà 'sta cosa) e cazzo e fregna sono i più puntuali ed usati sinonimi di coso e cosa.
[modifica] Il rapporto con la religione
Il popolano romano ha sempre avuto con la religione, e in particolare con i Santi, un rapporto di enorme rispetto. La santità in quanto tale, ed i valori che essa rappresenta, sono talmente al disopra delle umane bassezze da non poter essere messi in discussione. La cultura popolare è però anche assolutamente infarcita di superstizioni e tradizioni secolari a cui è impensabile rinunciare e che risultano particolarmente evidenti in moltissimi proverbi e modi di dire. La commistione tra il sentimento di rispetto religioso e le superstizioni porta spesso a risultati verbali che sfociano in forme ibride, di tipo paganeggiante, in cui non manca la caratteristica espressione rude e volgare che deriva da un rapporto improntato a semplicità e spontaneità.
Il rapporto che viene stabilito con i Santi, in quanto assolutamente rispettoso e sincero, diventa così di tipo estremamente confidenziale, con la conseguenza che anche il linguaggio non ha alcuna necessità di adeguarsi e riesce pertanto a mantenere quella caratteristica peculiare del dialetto popolare che è la rinuncia alla ricerca di sinonimi e alternative concettuali. E così, esattamente come potrebbe esprimersi per mettere in risalto la bravura e le capacità di un qualsiasi ciabattino che ha bottega nel vicolo dietro casa, il popolano può tranquillamente affermare che “Santa Rosa è ‘na Santa che cià du’ cojoni così!”.
Un posto di rilievo è riconosciuto alla Madonna, in quanto naturale rappresentante dell’istituzione materna (di cui il romano ha una gran considerazione) e in quanto simbolo del riscatto delle origini plebee. L’importanza che il culto mariano ha sempre avuto per il popolo di Roma è tuttora visibile nelle numerose edicole e nicchie contenenti immagini della Madonna ancora oggi sparse sulle facciate delle case della Roma vecchia.
Sebbene abituato all’uso ed all’accettazione di un linguaggio costellato di scurrilità, il romano ha invece un inaspettato e quasi sorprendente rifiuto per la bestemmia, anche se pronunciata come semplice intercalare o senza alcuna intenzionalità. Il rispetto di tutto quanto è sacro e santo è così fortemente radicato da generare nel popolano una strana contrapposizione tra lo spirito parolacciaro ed una forte interdizione religiosa.
Il dubbio di coinvolgere qualche Santo in una imprecazione, e di compromettere quindi la propria coscienza (con tanto di eventuale ritorsione da parte dello stesso) era però talmente consistente che, contravvenendo ad una caratteristica linguistica stabilmente radicata, il romano ha ritenuto di dover ricorrere ad un processo di sostituzione onomastica. Ha quindi inventato tutta una serie di Santi dai nomi fantasiosi, ognuno con un suo ambito, per così dire, di competenza, da utilizzare, secondo le occasioni, per poter imprecare e bestemmiare tranquillamente, senza il timore reverenziale di incorrere in peccato mortale. Così, per un bambino che si fa male cadendo si può lanciare un “mannaggia santa Pupa!” protettrice, appunto, dei bambini (i pupi); all’indirizzo di un distratto, o a seguito di una disattenzione, si può imprecare “San Guercino!”, ecc.. Il fatto che qualcuno di questi nomi possa corrispondere ad un Santo realmente esistito passa in secondo piano, quasi come un caso di involontaria omonimia, ma per essere proprio tranquilli si può sempre ricorrere a un “mannaggia quer Santo che nun se trova!”.
Anche nei confronti della Madonna e del Cristo si è provveduto a sostituzioni o storpiature del nome; non è quindi peccato esclamare “Madosca” o “Matina” (i più frequenti) e addirittura “Cristoforo Colombo”.
I nomi dei Santi, di Cristo e della Madonna vengono comunque a volte utilizzati, senza alcun ricorso a mascherature, nell’ambito non blasfemo e non religioso dei detti e proverbi popolari, come rafforzativo del concetto che si vuole esprimere ed a rimarcare la confidenzialità del rapporto che il popolano romano ha con loro, in assoluta tranquillità di coscienza. Qualche esempio: a sottolineare l’assoluta impossibilità di cambiare una decisione irremovibile “nun ce so’ né Cristi né Madonne!” o anche “nun ce so’ Santi!”; una signora eccessivamente ingioiellata “pare ‘a Madonna de le Frattocchie”; sul corpo di una ragazza non particolarmente dotata di curve “c’è passato San Giuseppe co’a pialla”; ad un testardo che non recede dalle proprie convinzioni neanche di fronte all’evidenza si può ricordare che “San Paolo quanno cascò da cavallo disse ‘Tanto volevo scenne’!”; un’opera che sembra non arrivare mai alla conclusione (come la costruzione della Basilica Vaticana) “pare ‘a fabbrica de San Pietro”; uno sbadato che inciampa si può apostrofare con “Santa Lucia! Che nun ce vedi?”; qualcosa di durata molto limitata “dura da Natale a Santo Stefano”; e per concludere, l’ineluttabilità della fine è dimostrata dal fatto che “la morte nun la perdonò nemmanco a Cristo”.
[modifica] Il rapporto con le istituzioni
Se nei confronti del sacro e del santo il popolo romano nutriva i sentimenti della più alta devozione e rispetto, di tutt’altro genere era il rapporto che esisteva col clero e con le istituzioni. Va ricordato, nello specifico, che nella Roma dei papi le istituzioni politiche, civili e religiose erano esattamente coincidenti, come lo erano le persone che queste istituzioni rappresentavano e amministravano. Si verificava quindi uno strano dualismo nei rapporti tra la plebe e il clero (ed i nobili che, per ovvi motivi di interesse e convenienza, erano ben accetti tra le poltrone del potere): ci si inchinava al cospetto del Papa, massima autorità religiosa e riconosciuto rappresentante di Cristo in terra, ma lo si considerava comunque il capo di uno stato assolutista e inquisitore che usava con i sudditi il pugno di ferro ed il boia Mastro Titta o chi per lui; il prete era un ministro di Dio, ma anche l’occhio e l’orecchio del potere; la Chiesa stessa era il “gregge di Dio”, ma anche una struttura statale oppressiva. E il popolo rimaneva l’unica vittima e oggetto di vessazioni e prevaricazioni.
Ecco dunque generarsi tutta una serie di detti e proverbi popolari marcatamente anticlericali, a stigmatizzare l’opinione che, a ragione, il popolano di Roma si era costruita nei confronti delle istituzioni e soprattutto del clero; detti e proverbi nei quali si riscontravano tutti i limiti della condizione umana, in un vasto campionario di peccati e bassezze varie che non si potevano denunciare apertamente ma che risultano più che evidenti in tutta una serie di locuzioni che esprimono, inequivocabilmente e con il solito linguaggio arguto e dissacrante, la considerazione che i romani avevano del potere cui erano sottomessi: “A Roma Iddio nun è trino ma quatrino” , “Chi a Roma vo’ gode’, s’ha da fa frate”, “Indove ce so’ campane, ce so’ puttane”, “Li Santi nun se ponno creà senza quatrini”, “Piove o nun piove, er Papa magna”.
[modifica] Il romanesco a Roma oggi
| Per approfondire, vedi la voce Varianti regionali della lingua italiana. |
Il romanesco, o secondo alcuni romano, ha conosciuto un'accelerazione della sua evoluzione a partire dagli anni venti e trenta del Novecento, allorquando si andarono accentuando i flussi migratori dalle altre zone del Lazio e dal resto d'Italia (e in tempi più recenti anche dall'estero) verso Roma e che si sono protratti quasi ininterrottamente, sebbene con forme e modalità diverse, fino ai nostri giorni.
Fra gli anni settanta e gli anni ottanta invece è possibile datare un significativo cambiamento del lessico romanesco, quello di Trilussa e Belli, progressivamente impoveritosi a causa dei grandi stravolgimenti sociali che hanno interessato i quartieri più popolari, dove ancora era possibile incontrare un romanità "pura".
Quartieri come quelli del centro storico, di Trastevere, San Lorenzo, Testaccio, sono stati infatti trasformati da zone tipicamente popolari e basso borghesi a zone di classe e di moda con un massiccio ricambio di popolazione. Un'altra importante causa della morte del romanesco e della ghettizzazione del romano è da ricercarsi in una cinematografia che, a partire dagli anni 1950, neorealismo a parte, ha fatto della lingua romana uno stereotipo di ignoranza, cafonaggine e pigrizia.
Il dialetto romano moderno viene parlato quotidianamente da quasi tutti gli abitanti dell'area metropolitana di Roma; la maggioranza di essi possiede anche la padronanza della lingua italiana grazie alla forte scolarizzazione, ma essa viene utilizzata più spesso nelle situazioni formali, e risulta meno utilizzata nella vita quotidiana.
Il dialetto romanesco vero e proprio, inoltre, è originario esclusivamente della città di Roma dacché nell'area appena circostante (Velletri, Frascati, Monte Porzio Monte Compatri Rocca Priora ,Lanuvio), la parlata autoctona cambia sensibilmente, e il romano lascia il posto alle parlate laziali.
Ormai però anche gli idiomi di queste località della provincia romana si vanno modificando; i dialetti per esempio di Velletri o di Frascati, ed in generale di tutti i Castelli Romani o di Anzio, col tempo si sono avvicinati di più a quello romano e similmente è accaduto in grandi città delle province vicine. Solo la gente più anziana del posto parla ancora il dialetto locale, ormai la maggior parte dei giovani ha una parlata più vicina a quella romana moderna.
[modifica] Caratteristiche linguistiche
Il romanesco moderno non si può più assimilare al romanesco del Belli e di Trilussa: è un dialetto con poche differenze con l'italiano standard ed è uno dei dialetti italiani più intellegibili anche da chi non ne abbia conoscenza. Fondamentalmente è caratterizzato da forti elisioni nei sostantivi e nei verbi(come ad esempio "dormi'" per "dormire"), da alcuni raddoppiamenti consonantici ("gommito" per "gomito") e da uno scarso uso dei tempi e dei modi verbali: si utilizzano quasi esclusivamente il presente, il passato prossimo e l'imperfetto indicativo, e quest'ultimo nei periodi ipotetici va solitamente a sostituire sia il condizionale che il congiuntivo. Questa sostituzione causa inoltre alcuni problemi ai romani che non praticano abitualmente la lingua italiana, i quali spesso nel tentativo di avvicinarcisi cadono in errori come quello di utilizzare il condizionale anche al posto del congiuntivo. Un'altra forma propria della lingua italiana che nel dialetto romanesco muta forma (ma non funzione) è l'utilizzo di "stare + gerundio", che viene reso con "stare + a + infinito del verbo" (es.: "Stavo a scherza'" per "Stavo scherzando").
[modifica] Modi di dire del romanesco moderno
| Per approfondire, vedi la voce Espressioni romanesche moderne. |
[modifica] Il denaro nel dialetto romanesco
Piuttosto famosi sono i vari nomi che si usavano dare ad alcune determinate somme di denaro in lire, e di conseguenza ad alcune banconote e monete. Dai sonetti del Belli sono frequenti le citazioni di monete papali che il popolino indicava come bajocchi e pavoli.
Presenti nella vita quotidiana romana più recente, per i piccoli acquisti, erano i sacchi. Un sacco corrispondeva alla somma di 1000 lire.
Salendo di valore, incontriamo lo scudo, ovvero la banconota (dunque il valore) corrispondente alle 5000 lire.
In parole povere cinque sacchi = 'no scudo.
Da citare che lo scudo era il nome italiano della moneta da 5 lire fino ai primi decenni del 1900 come il il termine piotta indicava le 100 lire. Successivamente nell'uso è invalso piotta per indicare anche le centomila lire.
Con il termine piotta quindi si potevano nominare varie somme, dalle 50mila lire alle 900mila, rispettivamente dicendo "mezza piotta o nove piotte". Per cifre più alte si usava più direttamente e razionalmente il termine mijone o mijardo, nient'altro che "milione" o "miliardo" in italiano.
L'uso dello stesso nome, comunque, difficilmente può creare problemi, data la distanza tra le due possibili cifre (100 o 100mila), quindi il contesto in cui ci si trova spazza ogni dubbio.
[modifica] Altri progetti
Wikisource contiene alcuni canti in Dialetto romanesco
[modifica] Note
- ^ Si veda ad esempio la Cronica dell'Anonimo Romano, [1], che narra tra l'altro la vita di Cola di Rienzo
- ^ si veda M. Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Laterza, 2009, p. 173.
- ^ si veda M. Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Laterza, 2009, p. 173.
- ^ Per la natura del romanesco antico si veda P. Trifone, Storia linguistica di Roma, Carocci, 2008, pp. 19-22.
- ^ G. Ernst, Die Toskanisierung des römischen Dialekts im 15. und 16. Jahrhundert, Tübingen, Niemeyer, 1970.
- ^ A. ESCH: 'Florentiner in Rom um 1400', Quellen und Forschungen aus italienischen Archi- ven undBibliotheken, LII[1972]
- ^ La testimonianza antica di questa parolaccia la si trova nella Chiesa di S.Clemente in Roma nella serie di affreschi dell' XI secolo dedicati alla "Leggenda di S.Alessio e Sisinno" dove sono raffigurati dei soldati che per quanti sforzi facciano non riescono a trascinare una pesante colonna per questo lo stesso prefetto Sisinno li sprona dicendo nel "fumetto" dipinto: «Fili de le pute, trahite!».(cfr.La parolaccia in una chiesa romana)
- ^ Cfr. P. Carciotto - G. Roberti "L'anima de li mottacci nostri - Parolacce, bestemmie inventate, modi di dire e imprecazioni in bocca al popolo romano" - Grafiche Reali Ed.
- ^ Cfr. P. Carciotto - G. Roberti op.cit.
[modifica] Bibliografia
- Pino Carciotto e Giorgio Roberti. L'anima de li mottacci nostri - Parolacce, bestemmie inventate, modi di dire e imprecazioni in bocca al popolo romano. Mdl, (Roma : Christengraf), 1991.
- Filippo Chiappini. Vocabolario romanesco. Roma, Il cubo, 1992.
- Giuseppe Micheli. Storia della canzone romana. Roma, Newton Compton, 2007. ISBN 8854103500.
- Maurizio Marcelli. Er vaso e la goccia. Gocce de vita in vasi romaneschi. Editore Betti, 2005. ISBN 8875760543.
- Marco Navigli. But Speak Like You Eat (Ma parla come magni!). Roma, L'Airone Editrice, 2003. ISBN 8879445707.
- Marco Navigli, Fabrizio Rocca, Michele Abatantuono. Come t'antitoli?, ovvero Si le cose nun le sai... salle!. Introduzione di Enrico Montesano. Roma, Gremese, 1999. ISBN 8877423773.
- Marco Navigli, Fabrizio Rocca, Michele Abatantuono. Come t'antitoli 2, ovvero Si le sai dille! Anacaponzio?. Roma, Gremese, 2000. ISBN 8877424176.
- Marco Navigli, Fabrizio Rocca, Michele Abatantuono. 1000 SMS coatti. Milano, Mondadori, 2006. ISBN 8804554088.
- Mario Adriano Bernoni. "Voci Romanesche, Origine e Grafia". Roma, Lazio ieri e oggi, 1986. IT\ICCU\RMR\0005609
- Fernando Ravaro. Dizionario romanesco. Due volumi. Roma, Newton Compton, 2005. ISBN 8854105600 e ISBN 8854105619.
- Francesco Sabatini. Il volgo di Roma. Comprende: L'ortografia del dialetto romanesco. Roma, Ermanno Loescher, 1890. Riedito da "Gli Antipodi".
- Marcello Teodonio. La letteratura romanesca : Antologia di testi dalla fine del Cinquecentesco al 1870. Bari, Laterza, 2004. ISBN 9788842073789.
- Giggi Zanazzo. Aritornelli popolari romaneschi. Roma, Cerroni e Solaro, 1888.
- Giggi Zanazzo. Canti popolari Romani. Torino, Soc. Tip. Ed. Nazionale, 1910.
- Giggi Zanazzo. Favole e racconti di Roma. Milano, Meravigli, 1992.
- Giggi Zanazzo. Proverbi romaneschi. Roma, Il cubo, 1993.
- Giggi Zanazzo. Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma. Bologna, A. Forni, 1982.
[modifica] Collegamenti esterni
- G.G.Belli: Duecento sonetti, con prefazione di Luigi Morandi: pubblicato nel 1870, la prefazione offre molte note storico-linguistiche e di costume assai interessanti sulla Roma appena conquistata dall'Italia.
- Usi, costumi e pregiudizi del popolo romano Opera fondamentale in romanesco di Giggi Zanazzo, in formato PDF, sul sito Liber Liber.
- B. Migliorini, Dialetto e lingua nazionale a Roma, in "Capitolium", anno 1932 (VIII), n° 7, pp. 350-356. Fondamentale studio linguistico che traccia la storia del dialetto romanesco
- Lucio Felici, Le vicende del dialetto romanesco, in "Capitolium", anno 1972 (XLVII), n° 4, pp. 26-33 (è un riassunto della storia storia linguistica del romanesco dalle origini a oggi).
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