Giuseppe Gioachino Belli
Giuseppe Francesco Antonio Maria Gioachino Raimondo Belli (Roma, 7 settembre 1791 – Roma, 21 dicembre 1863) è stato un poeta italiano. Nei suoi 2200 Sonetti romaneschi, composti in vernacolo romanesco raccolse la voce del popolo della Roma del XIX secolo.
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Biografia [modifica]
Nacque nel 1791 nella famiglia benestante di Luigia Mazio e di Gaudenzio Belli, che ebbe altri tre figli: uno morto ancora in fasce, Carlo, morto a 18 anni, e Flaminia, che si fece suora nel 1827. I Belli lasciarono Roma nel 1798 quando i francesi occuparono la città, rifugiandosi a Napoli. Ristabilito il potere pontificio, tornarono a Roma e nel 1800 si stabilirono a Civitavecchia, dove Gaudenzio Belli aveva ottenuto un impiego ben retribuito al porto della città. Morì però in un'epidemia di colera nel 1802, lasciando in gravi difficoltà economiche la famiglia che ritornò a Roma stabilendosi in una casa di via del Corso.[1]
La madre si risposò nel 1806 ma morì l'anno dopo, e dei tre figli si presero cura gli zii paterni. Giuseppe Gioachino dovette interrompere gli studi per impiegarsi in brevi e mal retribuiti lavori di computista, e impartendo qualche lezione privata. Ottenne anche salario e alloggio nel 1812 presso il principe Stanislao Poniatowsky, ma fu licenziato l'anno dopo per aver avuto dei contrasti con l'amante del principe, Cassandra Luci.
Giuseppe G. aveva intanto cominciato le sue prime prove poetiche e letterarie. Nel 1805 aveva scritto le ottave La Campagna, un componimento scolastico sulla bellezza della natura, e l'anno dopo una Dissertazione intorno la natura e utilità delle voci, poco più di un sunto del Saggio sull'origine delle conoscenze umane di Condillac, laddove si tratta del linguaggio quale elemento espressivo di mediazione tra la sensazione e il pensiero. Altri suoi scritti su alcuni fenomeni naturali, pur privi di qualunque importanza scientifica, danno testimonianza della sua curiosità e della serietà del suo spirito di osservazione. Nel 1807 scrisse le Lamentazioni, poemetto di nove canti in versi sciolti, con atmosfere notturne, e la Battaglia celtica, entrambe a imitazione del Cesarotti, allora in gran voga, mentre La Morte della Morte, del 1810, è un poemetto scherzoso in ottave, scritto a imitazione del Berni.
Nel 1812 Belli entrò, con il nome di Tirteo Lacedemonio nell'«Accademia degli Elleni», un istituto filo-francese fondato nel 1805 che nel 1813 subì una scissione che portò alla fondazione dell'«Accademia Tiberina», della quale fece parte anche il Belli. La nuova Accademia comprendeva gli oppositori dell'Impero di diverse tendenze - dai liberali ai clericali - e suoi membri furono nel tempo anche Mauro Cappellari, il futuro papa Gregorio XVI, e il principe Metternich.
Il 1812 è anche l'anno del poemetto di due canti in terzine, d'imitazione del Monti, Il convito di Baldassare ultimo re degli Assirj, de Il Diluvio universale e poi de L'Eccidio di Gerusalemme, de La sconfitta de' Madianiti e dei Salmi tradotti in versi sciolti, oltre a sonetti dedicati all'amico Francesco Spada. Dal 1815 si occupò anche di teatro, pubblicando le farse I finti commedianti e Il tutor pittore, e il dramma I fratelli alla prova, traduzione di un'opera di Benoît Pelletier-Volméranges. Nel 1816 pubblicò le terzine de La Pestilenza stata in Firenze l'anno di nostra salute MCCCXLVIII e nel 1817 A Filippo Pistrucci Romano. Il 1818 vide il suo ingresso nell'«Accademia dell'Arcadia» con il nome di Linarco Dirceo.
Il 12 settembre 1816 il Belli, che il mese precedente aveva ottenuto un impiego all'Ufficio del Registro, sposò Maria Conti (1780-1837), una vedova benestante, proprietaria di terre in Umbria, e i due coniugi si stabilirono in casa Conti a Palazzo Poli, presso la fontana di Trevi. Libero da assilli economici, il Belli poté iniziare una serie di viaggi che lo portarono a visitare Venezia, Napoli, Firenze e, fondamentale per il suo sviluppo artistico, Milano, che visitò nell'agosto del 1827 - dopo aver dato le dimissioni dal suo impiego statale - e vi si trattenne a lungo, ospite di un amico, l'architetto Giacomo Moraglia. A Milano, dove tornò in altre due occasioni, nel 1828 e nel 1829, conobbe le opere di Carlo Porta, e comprese la dignità artistica del dialetto e la forza satirica che il realismo popolare era capace di esprimere.
Dell'Accademia fu segretario e dal 1850 presidente. In questa veste fu responsabile della censura artistica e come tale si trovò a vietare la diffusione delle opere di William Shakespeare.
Morì nel 1863, a causa di un colpo apoplettico e fu sepolto presso il Cimitero del Verano di Roma. Aveva disposto nel testamento che tutte le sue opere venissero bruciate, ma il figlio decise di non rispettare la volontà paterna, consentendo così che fossero conosciute. Il pronipote e artista, Guglielmo Janni, ne racconterà vita e opere in un opus monumentale di 10 volumi dattiloscritti.[2]
I Sonetti romaneschi [modifica]
| Per approfondire, vedi Sonetti romaneschi. |
| « Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l'indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda, ritiene un'impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza. » |
| (Giuseppe Gioachino Belli, introduzione alla raccolta dei sonetti) |
| « Non casta, non pia talvolta, sebbene devota e superstiziosa, apparirà la materia e la forma: ma il popolo è questo e questo io ricopio. » |
| (Giuseppe Gioachino Belli, introduzione alla raccolta dei sonetti) |
| « Io qui ritraggo le idee di una plebe ignorante, comunque in gran parte concettosa ed arguta, e le ritraggo, dirò, col concorso di un idiotismo continuo, di una favella tutta guasta e corrotta, di una lingua infine non italiana e neppur romana, ma romanesca. » |
| (Giuseppe Gioachino Belli, introduzione alla raccolta dei sonetti) |
L'opera del Belli, principalmente nota per la produzione dei suoi sonetti in dialetto, rappresenta con felice sintesi la mentalità dei popolani della Città Eterna, lo spirito salace, disincantato, a tratti furbesco e sempre autocentrico della plebe, come egli stesso la individua e denomina, rendendo con vivezza una costante traduzione in termini ricercatamente incolti di tutte le principali tematiche della quotidianità del tempo.
L'aspetto ierocratico della Roma dei papi, della Roma del "Papa Re", che incrocia le vicissitudini del popolano nelle ritualità religiose e nelle liturgie giuridiche, nell'immanenza politica come nella sacralizzazione del pratico, è sempre, in ogni verso svolto nell'ottica del vulgus, che sue proprie conclusioni trae secondo quanto di sua percezione. In questo senso è stato discusso se l'opera belliana, come inizialmente accadde, possa ancora tout-court ascriversi al verismo, che intanto dava migliori prove nella prosa, o se invece non sia il caso di riconsiderarla fra le categorie che, avvicinandosi al picaresco per tematiche e contestualizzazioni, trovano un certo fattore comune nella forma della poesia dialettale italiana.
Da un punto di vista letterario, si tratta infatti della produzione più corposa della poesia dialettale italiana dell'Ottocento, e contemporaneamente, in termini linguistici, si tratta di un documento di inestimabile valore sulle mille possibili articolazioni del romanesco, di cui isola un tipo oramai classico, mentre il tempo trascorso ha già provveduto a farlo evolvere.
A chi vi veda solo un carattere di poesia minore (e questa posizione non è maggioritaria), personalistica, ad usi familiari, si contrappone dunque chi vi riconosce il registro storico di una fase culturale popolare, un secolo prima che l'esigenza di catalogare e studiare e, prima ancora, di raccogliere, gli elementi espressivi dei ceti bassi, certamente quelli anche proverbiali, divenisse sentimento diffuso. Il corpo dei sonetti raggiunge inoltre anche un obiettivo non secondario delle opere letterarie, che è il piacere della lettura, agevolato dalla costante ed intrigante trasparenza del personale diletto dell'Autore nella sua estensione.
Eppure il realismo è parte del modo narrativo belliano, quantunque non esclusivo. Del realismo Belli fu certo attento osservatore, avendone peraltro selezionato materiale per il suo Zibaldone, ma l'inclinazione verso una satira di sistema, velenosa proporzionalmente alla presunta impossibilità di portare a moralistica "redenzione" i cattivi costumi che punge, sposta la classificabilità verso parametri solo apparentemente più "leggeri", e difatti dell'opera si hanno inquadramenti nelle categorie dell'umorismo, della "cronica", del lazzo e - per estremo - della letteratura scandalistica. Come per altre opere di tutte le letterature, al piacere di degustarne l'arguzia, si è spesso aggiunta la morbosità per la dirompente frequenza di ricorso a termini e locuzioni, o proprio a situazioni tematiche, di drastico scandalo.
Al Belli che di fatto componeva un'opera moralisteggiante, senza uso dei limiti e senza rispetto delle inibizioni "morali" della letteratura ufficiale, per di più con l'aggravante di essere egli stesso censore ufficiale dell'arte per ragioni di pubblica moralità, non si riconobbe se non sottovoce, quasi clandestinamente, valore letterario, almeno sin quando (nella seconda metà del Novecento) la cultura ufficiale non prese atto, restituendolo come nozione, che presso il popolo erano in uso il turpiloquio e la semplificazione in senso materiale delle tematiche riguardanti la religione (il "Timor di Dio"), il pudore sessuale ed altri argomenti di pari delicatezza.
I sonetti, più di 2.200, sono spesso accostati alla proverbialistica poiché nel loro complesso dipingono con ampiezza di dettaglio la filosofia dei Romaneschi del tempo (da non confondersi con i Romani ai quali ultimi, e non ai primi, il Poeta diceva di appartenere), costituendone impercettibilmente, come dall'Autore stesso dichiarato, "monumento".
| Per approfondire, vedi La vita dell'Omo, La morte co la coda, Li soprani der monno vecchio, Er giorno der giudizzio e La creazzione der monno. |
Traduzione inglese [modifica]
I sonetti del Belli hanno beneficiato di una versione in lingua inglese (Vernacular Sonnets of Giuseppe Gioacchino Belli, Windmill Books Limited, Londra), a opera di Michael Sullivan. La difficoltà di rendere questo particolare corpus poetico dialettale ha portato il traduttore alla scelta di adottare un'inflessione vernacolare dell'inglese che egli definisce "dispersed urban vernacular", riconducibile a una working class dispersa, non necessariamente urbana, in un linguaggio che, inoltre, a differenza dell'originale, è privo di un'identificazione locale o territoriale[3].
Settantatrè sonetti di Belli, di argomento biblico, sono stati tradotti in lingua inglese dallo scrittore Anthony Burgess e posti, col testo romanesco a fronte, nella seconda parte del romanzo Abba Abba pubblicato nel 1977. Il romanzo tratta dell'incontro a Roma di Belli col poeta inglese John Keats[4].
Le altre opere [modifica]
La produzione in lingua italiana, anche se poco noto, è - sotto il profilo quantitativo - addirittura superiore a quella vernacolare, che le è però nettamente superiore per peso specifico, quanto a particolarità ed innovatività. Nondimeno, in tempi recenti, si volge crescente attenzione al resto dell'opera di Belli, della quale si cerca ora di analizzare in modo meno superficiale le altre ricchezze creative contenute.
Principalmente si menzionano l'Epistolario e lo "Zibaldone", una selezione di brani del realismo, dell'illuminismo e del romanticismo indicativa, fra l'altro, della formazione letteraria dell'Autore, in gran parte necessariamente autodidattica.
Note [modifica]
- ^ La casa fu demolita alla fine dell'Ottocento.
- ^ Pubblicata postuma nel 1967 in 3 volumi, a cura di R. Lucchese (Milano, 1967).
- ^ Vernacular Sonnets of Giuseppe Gioachino Belli, dal sito dell'Accademia di san Luca
- ^ Anthony Burgess, Abba Abba, London: Faber & Faber, 1977. Traduzione in lingua italiana ed edizione a cura di Salvatore Marano, Abba Abba, Roma: Biblioteca del Vascello, 1999, ISBN 88-7227-914-3
Bibliografia [modifica]
- «il 996», rivista del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli (editore: il cubo)
- «Diogene Nuovo», periodico mensile dell'Accademia Giuseppe Gioachino Belli
- Pietro Trifone, Giuseppe Gioachino Belli, in Storia linguistica di Roma, Roma, Carocci, 2008, pp. 73-84.
- Edoardo Ripari, Giuseppe Gioacchino Belli, Napoli, Liguori, 2008, ISBN 88-207-4258-6.
- Stefania Luttazi, Marcello Teodonio, Lo Zibaldone di Giuseppe Gioachino Belli indici e strumenti di ricerca: indici e strumenti di ricerca, Centro studi Giuseppe Gioachino Belli, Roma, Aracne, 2004, ISBN 88-7999-988-5
- Crescenzo Piattelli, Il Belli e gli ebrei. Ebraismo e cristianesimo: antiche e nuove divergenze,Verona, Bonaccorso, 2003, ISBN 88-7440-007-1
- Filippo Coarelli, Belli e l'antico, Roma, L'Erma di Bretschneider, 2000, ISBN 88-8265-081-2
- Marcello Teodonio, Vita di Belli, Roma-Bari, Laterza, 1993, ISBN 88-420-4294-3
- Marcello Teodonio, Roberto Vighi, La proverbiade romanesca di Giuseppe Gioachino Belli. Proverbi e forme proverbiali nei versi e nelle prose del poeta, Roma, Bulzoni, 1991, ISBN 88-7119-285-0
- D. Abeni, Belli oltre frontiera: la fortuna di G. G. Belli nei saggi e nelle versioni di autori stranieri, Bonacci, 1983
- M. T. Lanza, Porta e Belli, Roma-Bari, Laterza, 1976
- Salvatore Rebecchini, Giuseppe Gioachino Belli e le sue dimore, Roma, Palombi, 1970
- C. Vili, Giuseppe Gioachino Belli. La Letteratura italiana: Storia e testi, Roma-Bari, Laterza, 1970
- Eurialo De Michelis, Approcci al Belli, Roma, Istituto nazionale di studi romani editore, 1969
- Gennaro Vaccaro, Vocabolario romanesco belliano e italiano-romanesco, Roma, Romana Libri Alfabeto, 1969; Roma, il Cubo, 1995
- Mario dell'Arco, Ritratto di Gioachino, in «Capitolium», 37, 1963, numeri 10-12 (Parte Prima Parte seconda Parte terza)
- C. Muscetta, Cultura e poesia di Giuseppe Gioachino Belli, Milano, Feltrinelli, 1961
- Arnaldo Di Benedetto, Antichi e moderni nel «commedione» di Belli, in Tra Sette e Ottocento. Poesia, letteratura e politica, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 1991, pp. 133-45.
- Peppe Renzi, Aforismi, latinismi e preziosismi linguistici in Belli, Roma, Editrice Accademia Belli, 1995
- Ceccarius, Roma ai tempi di G. G. Belli, in "Capitolium", anno 1932 (VIII), nn° 1-2, pp. 25-36.
- Guglielmo Ianni, Belli e la sua epoca, prefazione di Romeo Lucchese, Milano, Industrie grafiche Cino Del Duca, 1967, 3 volumi.
Altri progetti [modifica]
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Collegamenti esterni [modifica]
- Le opere di Belli scaricabili su LiberLiber
- Tutti i sonetti romaneschi e altre opere: testo con concordanze e lista di frequenza
- I sonetti di Giuseppe Gioachino Belli sonetti di Belli interpretati dall'attore Maurizio Mosetti e scaricabili in formato mp3
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