Li soprani der monno vecchio

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Gioachino Belli
« Io qui ritraggo le idee di una plebe ignorante, comunque in gran parte concettosa ed arguta, e le ritraggo, dirò, col concorso di un idiotismo continuo, di una favella tutta guasta e corrotta, di una lingua infine non italiana e neppur romana, ma romanesca»
(Giuseppe Gioachino Belli, introduzione alla raccolta dei sonetti)

Li soprani der monno vecchio (I sovrani del mondo antico) è un sonetto in dialetto romanesco composto da Giuseppe Gioachino Belli il 21 gennaio 1831, tratto dai Sonetti romaneschi.

Contenuto[modifica | modifica wikitesto]

Il nobile Onofrio del Grillo (Alberto Sordi) congeda dei poveri arrestati, in cui si era imbattuto, con le parole del re nel sonetto belliano: Io so' io, e voi non siete un cazzo (dal film Il marchese del Grillo)

Il breve contenuto mostra satiricamente, ma in maniera reale, la situazione italiana del 1800. Tuttavia Belli, analizzando gli aspetti crudi e rozzi della politica del suo tempo, traccia la storia di tutta l'Italia e specialmente del suo popolo dal momento in cui iniziò a subire sconfitte e invasioni da parte degli altri popoli. Infatti nel sonetto una voce, in terza persona, narra di come funzioni il potere nella nostra società. Un re un giorno privò i suoi vassalli di tutti i suoi averi e quando questi chiesero il perché, il monarca rispose con una frase volgare, ma viva nella realtà: Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo. Così Belli da questo breve aneddoto parte per analizzare la particolare e mediocre condizione del popolino italiano il quale, a causa della sua stessa condizione di scelta, si ritrova sempre a subire e a tenere il capo chino di fronte a chi è più potente. Come dice nel sonetto l'autore, chi non sia Papa, Re o Imperatore nella nostra società, non conta nulla e vale meno della terra che calpestiamo. E così, tornando a parlare il monarca feudatario, avvisa il popolo che chi osasse mettere in dubbio le sue leggi e le crudeltà che faceva uscire dalla bocca, sarebbe stato mandato a morte; infatti forse il boia era l'unico lavoro onesto da fare, se non si era potenti, afferma il re. E il popolo, balordo, inferiore, sciocco e credulone, acclama applaudendo le parole del re.

La realtà triste, buffa e banale del rapporto italiano tra popolo e sovranità[modifica | modifica wikitesto]

Un'altra scena de Il marchese del Grillo

Con questo sonetto, Giochino Belli rappresenta il volto della società italiana attraverso secoli. Infatti Belli intende tracciare esattamente i tipici aspetti degli italiani del basso ceto, non solo nel periodo del 1800, ma anche in quello del 1700 e via dicendo fino all'origine di tale popolo, sottolineando la tendenza sciocca e misera del cittadino ignorante, rozzo e contadino a non trovarsi al passo coi tempi e soprattutto a farsi governare da gente crudele, imbrogliona, meschina e non idonea alla carica che possiede (imperatore, papa, generale). Con questi versi Belli dichiara che per anni il popolo italiano si è trovato imprigionato in governi autarchici, tirannici e invasori, senza che facesse nulla per impedirlo, perché era ancora immaturo, ignorante e privo di istruzione per poter essere unito e formare un unico governo e un'intera nazione. Infatti, mentre gli altri stati dell'Europa già avevano subito le prime e decisive rivoluzioni da parte del popolo, come la Francia, la Germania e anche gli Stati Uniti dell'America, affinché si fondassero delle Costituzioni adatte sia alla massa che alla nobiltà, l'Italia era ancora molto indietro, governata da una parte dall'Impero austro-ungarico, dall'altra dai Borbone di Spagna, per non parlare del Papa Re, rappresentante dell'intero centro.

Giuseppe Gioachino Belli

Inoltre l'aspetto peggiore della società italiana, di cui poco il popolo semplice si rendeva conto, era il regime crudele, autoritario e proibitivo della Controriforma che vietava e impediva lo sviluppo di nuove culture migliori per vivere in uno Stato più moderno. A dispetto di ciò, in Europa era nato l'Illuminismo. Come vuole far intendere Giuseppe Gioachino Belli, le menti di milioni di persone italiane furono ed erano al suo tempo ancora corrotte dai canoni ristretti ed antiquati della Chiesa, che proibiva la circolazione di medicinali e di nuove idee politiche e sociali, in quanto erano dannose per il suo governo. Il popolo era all'oscuro di tutto, perché ciò era voluto strategicamente dai ministri cattolici. Tuttavia il popolino romano, essendo ancora acerbo ad una nuova forma di governo, come apparirà anche quando si verificherà l'Unità d'Italia nel 1861, essendo ancora attaccato ai principi ecclesiastici scolpiti nella mente della gran massa della gente da secoli, agirà violentemente contro le nuove idee che cercheranno di essere proposte e specialmente potrebbe comportarsi in tale maniera anche con membri provenienti da altre cariche politiche. Ma purtroppo quando il popolo italiano decide di ribellarsi, e ciò è anche un dato storico, la gran parte della società rimane sempre indietro e arretrata a causa della lunga durata di tempo di un cattivo governo. Ciò che incuriosisce di più d'altro canto è anche il modo in cui il popolo italiano si comporta nei confronti di questa ipotetica forma sbagliata di governo, ossia la approva i maniera quasi ruffiana e adulatoria finché, quando qualcuno insorge e si scatena la rivoluzione, passa in maniera camaleontica ad appoggiare il "nuovo salvatore". Ciò è un dato di fatto e un esempio chiaro si può trarre anche da una sequenza del film Il marchese del Grillo di Mario Monicelli, ambientato proprio nel periodo di Belli. Il prete Don Bastiano (Flavio Bucci), scomunicato da Papa Pio VII in quanto non approvava alcuni suoi principi riguardo al suo potere autoritario, viene addirittura cacciato da tutte le chiese di Roma e costretto a vivere in esilio fuori città, col rischio di essere catturato, perché cerca ancora di discutere altre idee del Papa. Al giorno d'oggi la situazione sarebbe diversa, ma allora il Papa non poteva rischiare per il suo potere e così lo fa condannare a morte mediante la ghigliottina, strumento inventato durante la vita di Napoleone Bonaparte e portato in Italia dalla Francia. Poco prima di morire, mentre il condannato viene portato in piazza sbeffeggiato da tutto il popolo, Don Bastiano ha il coraggio di denunciare ancora una volta il Papa, le due leggi assurde, e specialmente rimproverare il popolo italiano di essere così tanto sciocco e cieco da non rendersi contro della situazione attuale, mentre pensa infatti solo a divertirsi e a cercare di campare come meglio può. Ciò che colpisce più della sequenza è il congedo finale di Don Bastiano che, essendo prete, mette a tacere tutta la plebe e anche i frati confessori col boia, dicendo che perdonava tutta Roma e in particolare il Papa "che si credeva di essere il Padrone del Cielo", l'imperatore Napoleone "che si credeva di essere il Padrone della Terra", il boia "ritenuto il Padrone della Morte", ed infine il popolino, " che non è padrone di un cazzo". Il popolino, anziché insultarlo, lo applaude fragorosamente.

Altri tipici esempi in cui si svolge una curata analisi del popolino romano e delle sue abitudini sono nei film di Luigi Magni: Nell'anno del Signore, In nome del Papa Re e In nome del popolo sovrano.

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