La creazzione der monno
| « Io qui ritraggo le idee di una plebe ignorante, comunque in gran parte concettosa ed arguta, e le ritraggo, dirò, col concorso di un idiotismo continuo, di una favella tutta guasta e corrotta, di una lingua infine non italiana e neppur romana, ma romanesca. » | |
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(Giuseppe Gioachino Belli, introduzione alla raccolta dei sonetti)
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La creazzione der monno è un sonetto composto da Giuseppe Gioachino Belli in Terni il 4 ottobre 1831.
Indice |
[modifica] Versione in prosa
| (IT) (ROM)
« La creazzione der monno
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(IT)
« La creazione del mondo
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(Giuseppe Gioacchino Belli, sonetto n. 165, La creazzione der monno)
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[modifica] Commento
Delle diverse valenze letterarie e stilistiche nella interpretazione di questo sonetto la prima più evidente ed immediata è l'aspetto comico paradossale di un Dio che, fortemente irritato si lascia andare a gridare con il suo vocione - egli infatti deve essere sentito in tutto l'universo e poi un personaggio così rilevante non può avere una voce qualunque - una tipica parolaccia romanesca.
La seconda considerazione riguarda gli errori teologici popolari dei primi due versi: non Dio ma Gesù è l'autore dell'universo che non viene creato dal nulla ma "impastato" da una materia informe, che già era pronta (già c'era la pasta), non creata dunque. Un Dio-Gesù non creatore ma fattore, una sorta di artigiano-fornaio che fa il pane dall'ammasso caotico della pasta lievitata. Si direbbe questa una tipica concezione illuminista di un Dio architetto di un universo preesistente a lui.
Sembrerebbe questa una tesi troppo originale da concepire per un uomo del popolo ma in realtà sarebbe stato ancora più difficile per questi pensare a una creazione dal nulla ed è proprio questo che Belli vuole evidenziare piuttosto che attribuire a un popolano teorie anticreazioniste.[2]
Dopo un Dio fornaio ecco apparire un Dio cocomeraro, che vende cocomeri col tassello. La Terra infatti è stata fatta come un cocomero verde e molto grande. Poi sono state fatte tutte le altre creature e infine, seguendo alla lettera il racconto biblico, Dio si è riposato dalla lunga fatica.
A questo punto c'è la deviazione del Belli, filosofo plebeo, dalla ortodossia nel delineare una divinità terribile e implacabile che addossa a un'innocente umanità, figlia, che neppure ancora esiste, di Adamo ed Eva, la colpa del delitto, ridicolo nella sua entità, di aver mangiato "un pomo". Un Dio tra l'altro, che il plebeo raccontando bestemmia (Strillò per dio) e che cerca di rendere vicino alla sua mentalità facendogli volgarmente pronunciare una condanna incomprensibile e ingiusta.[3]
Nella Bibbia belliana Dio è infatti un tiranno, talora capriccioso, che esprime il suo potere con divieti incomprensibili («Pe una meluccia, ch'averà costato/Mezzo baiocco, stamo tutti a fonno.») [4]e punizioni eterne: «stese un braccio | longo tremila mijja [...]| e sserrò er paradiso a ccatenaccio» [5]. Un Dio che sta sempre dalla parte dei potenti [6] come lui e che riserva ai poveri una vita da inferno che proseguirà con l'inferno dell'al di là.[7]
[modifica] Il pessimismo
È stato spesso accostato il pessimismo del Belli a quello di un altro suddito del Papa Re: Giacomo Leopardi, angosciato dall'arretratezza degli uomini del suo tempo e per nulla speranzoso nelle "magnifiche sorti e progressive" che offriva come riscatto la storia intesa romanticamente.
Non è questa la storia del popolo romano del Belli che vive nell'immobilità del tempo presente non dissimile da quello passato.
Si può ridere del sovrano e insultarlo, bestemmiarlo ma questo, come Dio, non risponde se non come fanno i potenti, senza dare nessuna spiegazione, se non richiamando il suo potere,[8], e angariando i comuni mortali condannandoli all'immutabilità di una condizione umana che non cambierà neppure dopo la morte.
Non c'è nessuna speranza di redenzione perché chi dovrebbe operarla è un popolo che non teme insultando di dire la verità ma inetto e spregevole tanto quanto chi lo comanda. Si è quindi parlato di un nihilismo radicale in Belli che lo porterà su posizioni reazionarie mentre Leopardi, con la sua "morale della compassione" [9] continuerà a sperare nella solidarietà umana che nasce dal comune dolore dell'esistenza.[10]
[modifica] Note
- ^ A Roma, è, o meglio era, usanza vendere a prezzi differenti i cocomeri: i più cari erano quelli dove il "cocomeraro" praticava un tassello che mostrasse al cliente che il cocomero era ben maturo e quindi sicuramente migliore degli altri non verificati.
- ^ cfr. Giuseppe Gioachino Belli, La Bibbia del Belli, a cura di P.Gibellini, Adelphi Editore
- ^ cfr. Giuseppe Samonà, G.G.Belli la commedia romana e la commedia celeste.,Firenze, 1969, La Nuova Italia Ed. Coll.Biblioteca di Cultura
- ^ Er peccato d'Adamo
- ^ L'angeli ribbelli
- ^
(IT) (ROM) « Li du’ ggener’umani
pe cquelli er zangue e ppe nnoantri er ziere. »
Noi, se sa, ar Monno semo ussciti fori
impastati de mmerda e dde monnezza.
Er merito, er decoro e la grannezza
sò ttutta marcanzia de li Siggnori.
A su’ Eccellenza, a ssu’ Maestà, a ssu’ Artezza
fumi, patacche, titoli e sprennori;
e a nnoantri artiggiani e sservitori
er bastone, l’imbasto e la capezza.
Cristo creò le case e li palazzi
p’er prencipe, er marchese e ’r cavajjere,
e la terra pe nnoi facce de cazzi.
E cquanno morze in crosce, ebbe er penziere
de sparge, bbontà ssua, fra ttanti strazzi,(IT) « I due generi umani
per quelli il sangue e per noi altri il siero. »
Noi, si sa, siamo venuti al Mondo,
impastati di merda e di immondizia.
Il merito, il decoro e la grandezza
sono tutte mercanzie per i Signori.
A sua Eccellenza, a sua Maestà, a sua Altezza
incensamenti, medaglie, titoli e splendori;
e a noi altri artigiani e servitori
il bastone, la soma e la cavezza.
Cristo creò le case e i palazzi
per il principe, il marchese e il cavaliere,
e la terra per noi, facce di cazzo.
E quando mori' in croce, ebbe il pensiero
di spargere, bontà sua, fra tanti strazi,(Giuseppe Gioacchino Belli, sonetto n. 1170, Li du’ ggener’umani, datato 7 aprile 1834) - ^ cfr. La vita dell'Omo
- ^ «"Io sò io, e voi nun zete un cazzo, | sori vassalli buggiaroni, e zitto.» (Li soprani der monno vecchio, 21 gennaio 1832)
- ^ Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione
- ^ Edoardo Ripari, op.cit.
[modifica] Bibliografia
- Edoardo Ripari,Giuseppe Gioachino Belli. Un ritratto Editore Liguori Anno2008
- Piero Gibellini, Giuseppe Gioachino Belli in Storia Generale della Letteratura Italiana, Vol.VIII, Federico Motta Editore, Milano 2004
- Marcello Teodonio, Vita di Belli Editore Laterza, Collana Storia e società Anno 1993
- Giuseppe Gioachino Belli, Sonetti, a cura di Giorgio Vigolo, Mondadori. - Collana: Meridiani - Serie: Letteratura italiana dell'Ottocento , Anno 1978
- Giuseppe Samonà, G.G.Belli, la commedia romana e la commedia celeste.,Firenze, 1969, La Nuova Italia Ed. Coll.Biblioteca di Cultura
- Giorgio Vigolo, Il genio del Belli, 2 Vol. Saggiatore, 1963