Parolaccia

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Il termine parolaccia è una forma dispregiativa del termine parola. Secondo la definizione di Vito Tartamella[1], autore del primo studio italiano sul turpiloquio, la parolaccia serve a parlare, in modo abbassante e offensivo, delle pulsioni fondamentali dell'uomo: il sesso, il metabolismo, l'aggressività, la religione. Esse sono diventate un linguaggio specializzato nell'esprimere le emozioni primarie dell'uomo: rabbia, sorpresa, disgusto, paura, divertimento, cameratismo ecc.

Diffusione nella società[modifica | modifica sorgente]

Una bottiglia di vino bianco con una tipica espressione volgare toscana (in questo caso empolese)

Vista la delicatezza dei concetti a cui si riferiscono, le parolacce sono sempre oggetto di tabù linguistici. Nel linguaggio adolescenziale esse risultano generalmente più frequenti presentandone un utilizzo più spiccatamente variegato. La maggior parte dei termini triviali derivano da termini ed espressioni comuni, di Italiano corretto, che con il tempo sono deformati assumendo connotazioni tabù. Per esempio scorreggiare, emettere gas intestinali, deriva dal gesto di sciogliere la corda o correggia del pantalone (da cui la s privativa) per distendere i visceri oppure frocio, per omosessuale, deriverebbe secondo alcune fonti dalla grandezza delle narici, o froge (comunemente degli animali), delle Guardie Svizzere, in un misterioso accostamento omofilo. Viceversa può verificarsi temporalmente una "rettifica" dei termini triviali in un'accezione moderna immemore di quella originale. Ne sono un esempio casino, anticamente ad indicare un rifugio notturno in una tenuta di caccia, poi trivialmente postribolo, "casa di tolleranza", per ritornare con la Legge Merlin abrogatoria (1959), termine comune per indicare chiasso, confusione. Altro termine un tempo tabù divenuto di Italiano corretto è buggerare ovvero raggirare, gabbare, imbrogliare, la cui etimologia è lo Stato della Bulgaria, nel Medioevo nazione scismatica, indicata come teatro di dissolutezza e di rapporti "contro natura", dunque l'associazione con la sodomia.

Le parolacce in televisione[modifica | modifica sorgente]

In televisione le parolacce sono tuttora oggetto di censura. Durante il periodo della cosiddetta fascia protetta (fascia oraria che parte generalmente dalle prime ore del mattino fino alle prime ore della sera, e quindi caratterizzata da numerosi spettatori di età infantile) i conduttori televisivi vengono invitati esplicitamente a non dire parolacce in diretta. Se lo fanno tendono sia a scatenare proteste da parte soprattutto dei genitori (che spesso inviano telefonate o e-mail di protesta) ma anche a subire rimproveri da parte dei direttori televisivi. Nei servizi giornalistici e nei filmati preregistrati, se un personaggio pronuncia una parolaccia, essa viene solitamente coperta da un beep, suono che viene inserito in fase di montaggio, non sempre efficacemente, onde evitare cattivo esempio per i bambini.

In una televisione di Stato come la RAI che fino alla fine degli anni settanta deteneva il monopolio erano banditi termini corretti ma di "equivoca" interpretazione come amante, membro e preservativo (comunemente accostato con i terribili esiti delle patologie cui era d'uopo tutelare). Non era risparmiato il nome del club calcistico portoghese del Benfica, il cui accento era traslato sulla prima sillaba onde evitare analogie con l'organo femminile. Paradossalmente la cinematografia contemporanea si dilettava ad allusioni dall'esito comico, come l'attore Totò nel ruolo di un antico mercante di alcuni schiavi dal portamento inconfondibile: I Proci a Roma sono molto richiesti !!

Uno sdoganamento della parolaccia - e del nudo - avviene con la Riforma della RAI del 1975. Si ricorda un'esternazione radiofonica di Cesare Zavattini, seppure elegante, a proposito dell'esuberanza giovanile. Un motto di rabbia blasfemo dell'attore teatrale Leopoldo Mastelloni, in una trasmissione del 1983, fu invece sottoposto a censura, a discapito di alcuni conduttori.

Le parolacce nella musica[modifica | modifica sorgente]

Anche nelle canzoni non è raro che le parolacce facciano comparsa. Esse sono particolarmente diffuse soprattutto nei testi di brani rap e r'n'b. Esse compaiono soprattutto nei testi di artisti tipicamente indirizzati ai giovani (poiché la parolaccia costituisce una forma di linguaggio molto utilizzata tra di loro), ad esempio nei testi degli 883 ne compaiono di numerose. Particolare fortuna la trovano anche nei testi di rock demenziale come succede ad esempio per Elio e le Storie Tese di cui uno degli esempi più noti potrebbe essere il brano "Servi della gleba" dove vengono utilizzate per fare esplicito riferimento al sesso e agli organi genitali.

Più difficile è la presenza di parole volgari nella canzone d'autore. Un caso particolare è quello riservato al cantautore Marco Masini: le parolacce ampiamente presenti in numerose sue canzoni (e talvolta addirittura nei titoli delle canzoni) hanno spesso suscitato polemiche e hanno contribuito a dare al cantante un'immagine piuttosto negativa e ad essere visto come un personaggio diseducativo. Tali accuse lo spingeranno addirittura a ritirarsi, seppur momentaneamente, dalle scene.

Turpiloquio giovanile[modifica | modifica sorgente]

Le parolacce sono molto frequenti tra i giovani, specialmente tra i ragazzi dai 10 anni in su. Questo avviene a causa dell'adolescenza, la quale porta il giovane a pensare che l'uso delle parolacce avvicini il linguaggio normale a un linguaggio più adulto. Inoltre, negli ultimi anni il linguaggio giovanile e le parolacce usate sono diventate molto più volgari, a causa di Internet che permette a molti giovani di visualizzare materiali inadatti e di iscriversi ad una Rete sociale anche se molti di loro non hanno l'età consentita per l'iscrizione.

Forme utilizzate[modifica | modifica sorgente]

Le parolacce possono essere usate per:

  1. imprecazioni (es. "cazzo!"): sono una forma di interiezione, ovvero di dialogo con sé stessi, e servono a sfogare simbolicamente la propria aggressività contro un oggetto inanimato o contro una situazione; le imprecazioni comprendono anche le profanità (ovvero l'uso dei termini sacri al di fuori dei contesti religiosi) e le bestemmie; In alcuni dialetti, per esempio il Romanesco, degli insulti possono in certi contesti assumere espressione di meraviglia o di compiacimento.
  2. insulti (es. "coglione!"): sono le parole usate per attaccare e ferire un'altra persona, abbassandone l'autostima;
  3. maledizioni (es. "mortacci!"): sono le espressioni con cui si augura il male al destinatario.

Le parolacce, il cui serbatoio linguistico principale è costituito dalle oscenità (ovvero dalle espressioni che si riferiscono al sesso), sono presenti già nelle prime opere letterarie dell'umanità, come l'epopea di Gilgamesh o in alcuni carmi di Catullo.

Eufemismi e disfemismi[modifica | modifica sorgente]

Chi evita di dire le parolacce le sostituisce in genere con altre parole dando all'espressione un tono meno volgare. Ecco alcuni esempi:

  • Cazzo diventa Cacchio o Cavolo, Caspio o Caccola.
  • Figa diventa Fischia o Fistola o Figaro
  • Coglioni diventa Scatole, Palle o Balle, Corbelli o Corbezzoli
  • Vaffanculo diventa Vaffanbagno o Vaffanbrodo, Vaffancuore, Vaffancolor, Vaffano, Vaffartiungiro o Vaffa, Vaffancina o Vaffancouver, Vaffanquesto, Vaffanquello, Vaffanl'ovo, Vaffanbicchiere, Vaffantredici, Vaffanpanino, Vaffanbene, Vaffanciuccio, Vaffanciullo, Vaffancubo, Vaffancuoco.
  • Vai a cagare! diventa Vai a quel paese! o Vattene! o Vai a defecare! o Vai a minzionare!
  • Troia diventa Trota, Trofia o Tromba o Trottola.
  • Minchia diventa Minzica o Mizzica, Milla o Mingiula
  • Merda diventa Melma, Menta, Merenda, Meringa o Verza, Cacca
  • Pirla diventa Pizza, Perla o Pinza
  • Stronzo diventa Stolto o Struzzo o Strombolo o Bastardo.

Elenco di parolacce di uso frequente[modifica | modifica sorgente]

Di seguito si riporta un elenco di lemmi di uso frequente nella lingua italiana, generalmente considerati parolacce. Tra parentesi è riportato il significato. Alcuni di essi sono stati nobilitati da letterati e poeti, come ad esempio Dante Alighieri, nella Divina Commedia, Giuseppe Gioacchino Belli, nei celebri sonetti in romanesco, l'Aretino, nei Sonetti lussuriosi, e molti altri ancora.

Generalmente sono considerate parole volgari anche i derivati delle parolacce.

Es. così com'è considerato volgare cazzo sono considerati volgari anche incazzarsi, incazzato, scazzo, ecc.

Nei vocabolari esse sono riportate aggiungendo accanto l'abbreviazione volg. (che vuol dire appunto "volgare"), l'abbreviazione triv. (che vuol dire appunto "triviale") o l'abbreviazione pop. (che vuol dire appunto popolare).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Tartamella V. (2006, Bur). Parolacce. Perché le diciamo, che cosa significano, quali effetti hanno.Pag. 54
  2. ^ Selezione di versi estratti dai Sonetti lussuriosi dell'Aretino:
    « ... e se tu il cazzo adori, io la potta amo / e saria il mondo un cazzo senza questo. (Sonetto n. 1) »
    « ... e 'n potta e 'n culo il cazzo / me farà lieto, e voi lieta e beata. (Sonetto n. 2) »
    « ... quest'è un cazzo proprio da imperatrice. (Sonetto n. 3) »
    « ... questo tuo sì venerabil cazzo, / che guarisce le potte da la tosse. (Sonetto n. 4) »
    « ... e s'in cul dalla potta il cazzo falla, / di' ch'io sia un forfante e un villano. (Sonetto n. 50 »
    « ... e di poi sul mio cazzo/ lasciatevi andar tutta con la potta: / e sarò cazzo, e voi sarete potta. (Sonetto n. 6) »
    « ... Ma poi che 'l cazzo in cul tutto volete, / come vogliono i grandi .... (Sonetto n. 7) »
    « ... e quanti cazzi han muli, asini e buoi / non scemariano a la mia foia un poco. (Sonetto n. 8) »
    « ... e mi direte al fine / che son un valent'uomo in tal mistiero, / ma d'aver poco cazzo io mi dispiero. (Sonetto n. 9) »
    « ... O cazzo, buon compagno, o cazzo santo! (Sonetto n. 10) »
    « ... E' non si trova pecchia / ghiotta d'i fior com'io d'un nobil cazzo. (Sonetto n. 11) »
    « ... su la potta ballar fareste il cazzo, / menando il culo e in su spingendo forte. (Sonetto n. 12) »
    « ... Ahi, traditor, tu hai che cazzo duro! (Sonetto n. 13) »
    « ... Non mi starebbe il cazzo dritto a pena. (Sonetto n. 14) »
    « ... Spinge, compar, ché 'l cazzo sen va via! (Sonetto n. 16) »
    « ... Questi vostri sonetti fatti a cazzi ... / s'assomigliano a voi, visi de cazzi! (Epilogo) »
  3. ^ Tra i sonetti del Belli, questo termine compare non meno di 250 volte.
  4. ^ a b c Cfr. ad esempio i sonetti di Giuseppe Gioachino Belli, troppi per esser citati tutti. A titolo di esempio, vedi "La madre de le Sante", datato 6 dicembre 1832,
    « Chi vvò cchiede la monna a Ccaterina,

    Pe ffasse intenne da la ggente dotta
    Je toccherebbe a ddí vvurva, vaccina
    E ddà ggiú co la cunna e cco la potta.

    Ma nnoantri fijjacci de miggnotta
    Dimo scella, patacca, passerina,
    Fessa, spacco, fissura, bbuscia, grotta,
    Freggna, fica, sciavatta, chitarrina,

    Sorca, vaschetta, fodero, frittella,
    Ciscia, sporta, perucca, varpelosa,
    Chiavica, gattarola, finestrella,

    Fischiarola, quer-fatto, quela-cosa
    Urinale, fracosscio, ciumachella,
    La-gabbia-der-pipino, e la-bbrodosa.

    E ssi vvòi la scimosa,
    Chi la chiama vergoggna, e cchi nnatura,
    Chi cciufèca, tajjola, e ssepportura. »

  5. ^ a b Cfr. ad esempio Dante Alighieri: La Divina Commedia, Inferno (Divina Commedia), Canto XVII:
    « E mentre ch'io là giù con l'occhio cerco,

    vidi un col capo sì di merda lordo,
    che non parëa s'era laico o cherco.

    Quei mi sgridò: «Perché se' tu sì gordo
    di riguardar più me che li altri brutti?».
    E io a lui: «Perché, se ben ricordo,

    già t'ho veduto coi capelli asciutti,
    e se' Alessio Interminei da Lucca:
    però t'adocchio più che li altri tutti».

    Ed elli allor, battendosi la zucca:
    «Qua giù m'hanno sommerso le lusinghe
    ond' io non ebbi mai la lingua stucca».

    Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe»,
    mi disse, «il viso un poco più avante,
    sì che la faccia ben con l'occhio attinghe

    di quella sozza e scapigliata fante
    che là si graffia con l'unghie merdose,
    e or s'accoscia e ora è in piedi stante.

    Taïde è, la puttana che rispuose
    al drudo suo quando disse "Ho io grazie
    grandi apo te?": "Anzi maravigliose!". »

  6. ^ Cfr. ad esempio Dante Alighieri: La Divina Commedia, Inferno (Divina Commedia), Canto XXVIII, nel quale il Sommo Vate descrive la pena degli scismatici:
    « Già veggia, per mezzul perdere o lulla,

    com' io vidi un, così non si pertugia,
    rotto dal mento infin dove si trulla.

    Tra le gambe pendevan le minugia;
    la corata pareva e 'l tristo sacco
    che merda fa di quel che si trangugia.

    Mentre che tutto in lui veder m'attacco,
    guardommi e con le man s'aperse il petto,
    dicendo: «Or vedi com' io mi dilacco!

    vedi come storpiato è Mäometto!
    Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
    fesso nel volto dal mento al ciuffetto. »

  7. ^ Cfr. ad esempio Dante Alighieri: La Divina Commedia, Inferno (Divina Commedia), Canto XIX, nell'invettiva che l'Autore scaglia contro Papa Niccolò III e i chierici simoniaci:
    « Di voi pastor s'accorse il Vangelista,

    quando colei che siede sopra l'acque
    puttaneggiar coi regi a lui fu vista;

    quella che con le sette teste nacque,
    e da le diece corna ebbe argomento,
    fin che virtute al suo marito piacque. »

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Natascia Grassi, La Traduzione degli Insulti nel Doppiaggio di Film Americani, Tesi di Laurea, Bologna, Anno Accademico 2002-2003.
  • Romolo Giovanni Capuano, 2007, Turpia. Sociologia del turpiloquio e della bestemmia, Costa & Nolan, Milano.
  • Vito Tartamella, Parolacce. Perché le diciamo, che cosa significano, quali effetti hanno, Milano, BUR, 2006.
  • Nora Galli de’ Paratesi, Semantica dell’eufemismo, Torino, Giappichelli, 1964
  • Michelangelo Dolcino, E parolle do gatto, Genova, Erga, 1976
  • Vittorio Gleijeses "A Napoli si diceva così. (Detti e Proverbi)", Napoli 1976
  • Ernest Borneman, Dizionario dell'erotismo, Milano, BUR, 1988
  • Ercole Scerbo, "Il nome della cosa. Nomi e nomignoli degli organi sessuali", Milano, Oscar Mondadori, 1991 - ISBN 88-04-34777-5
  • Valter Boggione, Giovanni Casalegno, Dizionario storico del lessico erotico italiano, Milano, Longanesi, 1996
  • Helen Frost, Henry Goodwin "Il nuovo codice incivile. Diritti e doveri degli incazzati", Milano, 2006
  • Fabio Rossi, «Parole oscene», Enciclopedia dell'italiano, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]