Dialetto piacentino

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Dialetto piacentino (Piaṡintëin)
Parlato in Italia
Regioni Provincia di Piacenza
Persone ~150 mila
Classifica Non in top 100
Filogenesi Indoeuropee
 Italiche
  Romanze
   Italo-occidentali
    Occidentali
     Galloiberiche
      Galloromanze
       Galloitaliche
        Emiliano-romagnolo
         Emiliano
          Dialetto piacentino
Statuto ufficiale
Nazioni -
Regolato da nessuna regolazione ufficiale
Codici di classificazione
ISO 639-2 roa
SIL EML  (EN)
Estratto in lingua
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, art. 1
Tüt i om e il don i nàsan lìbar e cumpagn in dignitä e dirit. Tüt i g'han la ragion e la cusciinsa e i g'han da cumpurtäs voin cun l'ätar cmé sa fìsan fradei.

Il dialetto piacentino[1] (dialët piaṡintëin) è un dialetto non codificato della lingua emiliano-romagnola, appartenente al gruppo linguistico gallo-italico, parlato nella provincia di Piacenza.

Presenta tratti di continuità con la lingua lombarda (soprattutto nel lessico e in diverse espressioni idiomatiche), pur evidenziando analogie con quella piemontese[2]. Appaiono dunque evidenti le somiglianze con il lombardo occidentale o insubre, dovute ai secolari rapporti che la città di Piacenza e il suo circondario hanno intrattenuto con Milano.[3]. Tuttavia, già nel 1853 Bernardino Biondelli lo classificava come varietà dialettale di tipo emiliano nel suo Saggio sui dialetti gallo italici[4]. Insieme al dialetto pavese occupa un ruolo centrale nell'ambito delle parlate gallo-italiche, confinando direttamente con tre dei quattro gruppi in cui esse si usano dividere. È nato dal latino volgare innestatosi sulla precedente lingua celtica parlata dai Galli che popolavano parte dell'Italia Settentrionale. Come gli altri dialetti gallo-italici, nella storia ha subíto diverse influenze, tra cui quella longobarda (la città fu sede ducale longobarda nel Medioevo). In epoche più recenti è stato influenzato dal francese e dal toscano.

Diffusione e varianti[modifica | modifica sorgente]

Il piacentino propriamente detto, con qualche variazione fonetica (legata alla pronuncia delle vocali) o lessicale, è parlato nella città di Piacenza, in Val Nure approssimativamente fino a Ponte dell'Olio incluso, in Val Trebbia approssimativamente fino a Travo incluso, nei comuni di Carpaneto Piacentino e Cadeo. Possono essere aggiunte la pianura ad ovest della città, la Val Tidone e la tributaria Val Luretta, area dove si registra qualche cambio fonetico (mi, ti, chì e atsì invece di me, te, ché e atsé; andà e taṡ ṡu invece di andä e täṡ ṡu; e invece di e ; picëin, pëin e deficiëint invece di picin, pin e deficint).

Intorno alla fine della Seconda guerra mondiale esistevano ancora quattro varianti nella sola parlata della città di Piacenza, mentre nelle frazioni era diffusa la pronuncia vocalica della campagna, quella che viene parlata fino in collina e che i piacentini definiscono "dialetto arioso" (dialët ariùs). Con questo nome è popolarmente identificato un tipo di pronuncia nel quale la vocale ö corrisponde alla vocale centrale ø, che invece assume un suono intermedio tra ed œː tra i parlanti che vivevano all'interno della cerchia muraria cittadina.

In Val d'Arda e nella Bassa Piacentina il dialetto è comunque da ritenersi collegato al piacentino anche se presenta proprie particolarità, sia lessicali che fonetiche influenzate dalla prossimità con le parlate cremonesi, lodigiane e parmensi (ven e delinquent invece di vëin e delinquëint; picen, pien e deficent invece di picin, pin e deficint; andà invece di andä; nella Bassa anche: cald e giald invece di cäd e giäd; sütà invece di siguitä; tragnèra invece di carpìa). In alcuni comuni della pianura nord-orientale come Monticelli d'Ongina e Castelvetro Piacentino sfuma nel dialetto cremonese.

In alcuni dialetti della provincia di Parma, parlati in comuni confinanti con quella di Piacenza quali Fidenza e Salsomaggiore Terme, si rintracciano forti legami con il piacentino. Lo stesso avviene nel Basso Lodigiano dove a San Rocco al Porto, Caselle Landi e Guardamiglio, vicinissimi alla città di Piacenza, la parlata non si discosta eccessivamente da quella qui analizzata, almeno non più di quanto non lo sia quella della Bassa Pianura piacentina.

L'Appennino[modifica | modifica sorgente]

I dialetti dell'Appennino piacentino, nelle alte valli del Nure, della Trebbia, dell'Aveto e dell'Arda, si avvicinano maggiormente alla lingua ligure o comunque ad una forma transitoria fra le varietà emiliano-romagnole e liguri[5] da un punto di vista

  • lessicale: malä in piacentino, marottu nel comune di Farini per ammalato
  • fonetico: desinenza in (-'o) nel participio passato della prima coniugazione (cantó invece di cantä o cantà[6]); rotacismo di l in r (einsarata invece di insalata)
  • morfologico: mantenimento di vocali finali diverse da a come nel comune di Morfasso câdu invece di cäd; gat in piacentino e pure gat a Ferriere, ma gattu nelle frazioni di Ferriere e in altri centri montani di Val Nure, Val Trebbia, Val d'Aveto e Val d'Arda; articolo determinativo maschile singolare u invece di al[7], mentre a Bobbio u e ar.

Per questo possono risultare difficilmente intelligibili per i piacentini della collina e della pianura.

Ad Ottone il dialetto è di tipo ligure.

Il circondario di Bobbio[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dialetto bobbiese.

Nella fascia di alta collina e montagna anche Bobbio ha sviluppato un dialetto (ar dialèt bubièiś) del tutto peculiare e che vanta proprie peculiarità fonetiche, morfologiche e lessicali rispetto al piacentino propriamente detto. Anticamente il paese era infatti un centro di scambio situato lungo la Via del sale, che collegava la Pianura Padana al Genovesato. Oltre che a Bobbio, detto dialetto è parlato approssimativamente nei luoghi dell'antica Contea di Bobbio sostituita nel 1743 dalla Provincia di Bobbio fino all'unità d'Italia, che comprendeva zone oggi inserite nelle province di Piacenza e di Pavia. Tale area d'influenza del bobbiese, può essere circoscritta al comune di Corte Brugnatella e a parte di quello di Coli, ma anche in alcuni luoghi della Val Tidone e della Val Luretta più prossimi a Bobbio. Si estende inoltre nei più vicini territori della provincia di Pavia.

Caratteristiche[modifica | modifica sorgente]

Da un punto di vista fonetico e morfologico il piacentino è in linea con alcuni fenomeni caratteristici dell’emiliano-romagnolo, dal quale talvolta si discosta per avvicinarsi maggiormente al lombardo.

Un elemento tipico dell'emiliano-romagnolo, frequentemente rintracciabile nel piacentino, è la prostesi della a. Ciò fa sì che sia possibile aggiungere questa vocale alla forma tradizionale. Esempio: bṡont (unto) può diventare abṡont e sporc (sporco) asporc se la parola precedente termina per consonante (piat abṡont; tüt asporc).

Un altro tratto peculiare di tutte le parlate emiliane, dunque anche del piacentino, è la sincope delle vocali non accentate, specialmente e. Esempio: rëṡga, lcä e rṡintä (diversamente dal milanese rèsega, lecà e resentà). Le ultime due forme piacentine indicate nell'esempio, in quanto inizianti per consonante, possono comunemente diventare alcä e arṡintä per prostesi (come nel bolognese alchèr e arsintèr). La sincope non è però così diffusa come in altre parlate di tipo emiliano (bolognese sbdèl, ma piacentino uspedäl come milanese uspedal), poiché si riduce notevolmente ad ovest di Parma[8].

Contrariamente a quanto avviene in emiliano-romagnolo, ma analogamente al lombardo, le desinenze dei verbi all'infinito non terminano in -r (piacentino andä come nel milanese andà e differentemente dal bolognese andèr). Si hanno anche casi di “desinenza zero”: piäs[9].

Rispetto agli altri dialetti dell'Emilia-Romagna, il piacentino è inoltre interessato da un maggiore dileguo consonantico (pòr per povero)[10].

Fonetica e fonologia[modifica | modifica sorgente]

Il piacentino presenta diverse somiglianze fonetiche tanto con i dialetti dell’emiliano-romagnolo, quanto con quelli del lombardo e del piemontese.

In generale, condivide con gli altri dialetti del gruppo linguistico gallo-italico

  • la generale tendenza all'apocope (caduta) delle vocali finali diverse da a. Tra le eccezioni vi sono le desinenze finali in -i di voci dotte (forsi, quäsi, difati) e in -u, quest’ultima attestata anche nei contigui dialetti della zona di Fidenza, Salsomaggiore e Busseto (PR)[11] (trenu, còcu, diu);
  • l'assenza di consonanti geminate (doppie), ovvero, a partire dal latino si verifica uno scempiamento delle geminate (CATTUS > gat 'gatto');
  • la palatizzazione dei complessi latini CL- e GL- in c(i), g(i) (es. CLAMARE > ciamä 'chiamare', GLAREA > gèra 'ghiaia');
  • la lenizione delle consonanti occlusive sorde intervocaliche (es. FATIGAM > fadiga 'fatica', MONITAM > muneda 'moneta').

In linea con le altre varietà emiliano-romagnole si notano

  • la trasformazione di -CE, -GE in affricate alveolari sorde o in sibillanti (es. GELUM > zel 'gelo');
  • la palatalizzazione di a tonica latina in sillaba libera (æ oppure ɛ), esistente anche in piemontese e francese (es. SAL > säl ‘sale’, CANTĀRE > cantä ‘cantare’), spiegata spesso attraverso l'ipotesi del substrato celtico[12]. È diffusa a Piacenza e nella parte centrale della provincia, ma ne restano esclusi i settori orientali, nordorientali e occidentali, oltre alle aree meridionali di transizione con il ligure. Generalmente, infatti, in Emilia è presente in modo discontinuo in pianura e nelle zone collinari, ma è poco diffusa o comunque introdotta recentemente sull'Appennino. Per quanto riguarda il Piacentino, si tratta di un'innovazione irradiatasi da Parma, in maniera non uniforme, almeno dai tempi del Ducato di Parma e Piacenza, e che avrebbe sostituito un più diffuso modello settentrionale in a il cui epicentro era probabilmente Milano.[13]

Avvicinano il piacentino al lombardo, accomunandolo anche ai dialetti emiliani parlati in Lombardia, quali il pavese e mantovano (da alcuni definiti anche “dialetti lombardi di crocevia”[14])

  • la palatalizzazione tipicamente lombarda del gruppo –CT- latino, ormai però solo in alcuni lessemi (es. TECTUM > ticc’ ‘tetto’)[15]
  • l'esito in u della o lunga e u breve latine in sillaba aperta (FLOS > fiur, ‘fiore’);
  • l'esito in u della o lunga latina e il mantenimento della u breve in sillaba chiusa (MUSCA > musca ‘mosca’);
  • l'esito in ö (ø)[16] della o breve latina in sillaba aperta (NOVU > növ)[17] al di fuori della cinta muraria urbana di Piacenza;
  • l'evoluzione in ö (ø) oppure ü (y) della u lunga latina (PLUS > pö, pü 'più').

La presenza delle vocali arrotondate ö ed ü ha causato uno "spostamento vocalico", per mezzo del quale la o latina appare come u (POTÌRE > pudì 'potere').

Fenomeno assente nel resto dell'emiliano romagnolo, ad eccezione dei dialetti della zona di Fidenza, Busseto e Salsomaggiore (PR), tortonese, oltrepadano e alcune varietà mantovane, è l'evoluzione in ë (ə) della e lunga e della i breve latine in sillaba chiusa (FRIGIDUS > frëd ‘freddo’). La ë è radicata anche in piemontese, dove è conosciuta come "terza vocale piemontese". Estranea ai gruppi dell'emiliano-romagnolo e del lombardo è l'articolazione della vibrante uvulare (ʁ). Tale peculiarità è stata invece osservata in Valle d'Aosta, in alcune vallate del Piemonte occidentale e in una piccola area compresa tra l'Alessandrino e il settore occidentale del Parmense[18][19]. Tuttavia conserva un suo tratto distintivo rispetto a quella francese, parmense o alessandrina, in quanto nel Piacentino appare come una fricativa uvulare sonora.

Ortografia e norme di pronuncia[modifica | modifica sorgente]

Il piacentino manca di una normata codificazione dell'ortografia, pertanto alcune questioni sono state a lungo dibattute. Ad esempio, per decenni è rimasto irrisolto il dubbio riguardante l'opportunità di rendere graficamente il suono della s sonora (come nell'italiano rosa) con S o Z (cesa o ceza?)[20]; la soluzione contemplata dall'Ortografia piacentina unificata[21], proposta dalla rivista culturale locale L'urtiga, è quella dell'utilizzo di una S sormontata da un punto: . Inoltre, il principale dizionario piacentino-italiano moderno[20] solleva il problema dell'impiego delle consonanti geminate (doppie), sebbene in realtà siano pronunciate come semplici (degeminazione), ma impiegate per indicare il suono breve della vocale che le precede. L'Ortografia unificata piacentina suggerisce invece l'utilizzo del raddoppiamento vocalico per indicare il suono lungo della vocale. Incertezza permane sul suono K in finale di parola (pratic o pratich?).

Le convenzioni qui utilizzate sono ricavate da fonti diverse e non hanno alcuna pretesa di essere corrette (per questo alcune parole sono state trascritte sia con le vocali doppie che con una semplice). Non sono qui state considerate le varietà appenniniche, sensibilmente diverse dal piacentino e dai suoi suddialetti, che possono comunque essere trascritte attraverso l'Ortografia piacentina unificata.

  • a può essere come la a italiana (a), ma spesso è soggetta a dileguo e ammutolisce, appare indistinta, poco accennata e in questo caso è di difficile definizione fonetica[22] (simile a ʌ nell'inglese cup, run). Riconosciuto come tratto caratteristico del piacentino, del pavese, dell'oltrepadano e del tortonese, questo fenomeno si registra in diverse situazioni: sempre in finale di parola, ma anche ad inizio, ad esempio in al (l'articolo determinativo maschile singolare), quando la vocale non è accentata o si trova davanti a m e n[23]. Addirittura, tra i parlanti della provincia, può essere confuso con ë (ə) Esempio: La Varnasca o La Vërnasca per indicare il comune di Vernasca;
  • à come a italiana;
  • ä è pronunciata come un suono intermedio tra a ed è, oppure come una e molto aperta (æ oppure ɛ). Il fenomeno non si è esteso alla Val Tidone, alla Val d'Arda e alla Bassa Pianura nord-orientale, dove è pronunciata come a. Peculiarità della zona collinare a sud della città è quella di pronunciarla come una semplice a esclusivamente nel dittongo -äi o nel trittongo -äia (mäi, caväi, tuäia);
  • e può avere due suoni. Uno è quello aperto di è in italiano (ɛ), l'altro è quello chiuso di é (e). Tuttavia si possono riscontrare alcune differenze nel piacentino parlato entro le mura del centro storico di Piacenza e quello rustico. Ad esempio in città ricorre una e chiusa (suréla) quando in campagna la vocale si apre (surèla). Vi sono comunque parole in cui il suono chiuso (e) è mantenuto anche fuori città (vérd) e quello aperto è presente anche in città (lègn);
  • ë in città (e a Cortemaggiore, dove il dialetto si discosta parzialmente dal piacentino) appare come una o quasi chiusa pronunciata portando in avanti le labbra (ʊ) (biciclëtta, vëd). Più frequentemente, al di fuori della città, è una semivocale affine alla e semimuta (ə) nel francese recevoir (come nel dittongo –ëi, presente anche nel piacentino urbano), somigliante ad un suono intermedio tra a e o. Il fenomeno è conosciuto anche in piemontese, dove è noto come "terza vocale piemontese". Spesso vi sono ambiguità ed incertezza tra ë ed a attenuata (ʌ), tant'è che il principale dizionario moderno[20] riporta alcune parole scritte con entrambe le versioni (bëgulëin e bagulëin);
  • o può assumere due suoni. Il primo è quello chiuso di ó (o), come nell'italiano dono, ed è reso graficamente con o; l'altro è quello aperto di ò (ɔ, come nell'italiano parola, ed è indicato con o;
  • ö in città (e a Cortemaggiore) è pronunciato come una o pronunciata portando in avanti le labbra (œ), tra quella del francese cœur, hœuvre e la o chiusa dell'italiano (ɔ). Al di fuori delle mura cittadine e si pronuncia come come il dittongo francese eu in beurre (ø), oppure come la ö tedesca in schön (ø);
  • u come u in italiano;
  • ü vocale centrale nota popolarmente come ü lombardo (y) corrispondente alla u francese di but o alla ü nel tedesco brüder;
  • l è generalmente come in italiano (lét, bèl), ma posizionata all'interno della parola (ält) può essere pronunciata allontanando la lingua dai denti per avvicinarla al palato (ɫ);
  • n in finale di parola è nasale come in francese (ɑ̃ in mɑn e ɔ̃ in bon, ma nelle zone orientali del Piacentino anche in ven). Questo fenomeno si riscontra anche all'interno delle parole con una pronuncia velare e arretrata secondo il fenomeno conosciuto come faucalizzazione (ŋ in muntagna). Quando è seguita dal dittongo –ëi (vëin) non è percepibile, ma è utilizzata solo per consuetudine grafica;
  • r caratteristica molto comune tra i piacentini, soprattutto della città, che col passare del tempo sembra estinguersi, è quella di pronunciare una vibrante uvulare (ʁ), in particolare appare come una fricativa uvulare sonora;
  • s s sorda dell'italiano sole (sul, ragas, castel);
  • s sonora dell'italiano casa (ṡia, bräṡa, pianṡ);
  • c: ha un suono palatale di "c" dell'italiano cena (snocc, ciacc'ra, cavicc');
  • gg (o g): ha un suono palatale di g dell'italiano gelo (arlogg' , magg' , sgagg' ecc.);
  • s'c: s+c' palatale e disgiunte (s'ciüss, s'ciappa, s'cianc, brus'ciä);
  • gl: suona g+l (disgiunte) se di fronte a ë;
  • cc (o "c"): "k" davanti ad a, o, u e in posizione finale (cicch o cich, ciacc o ciac, cicca o cica, bislacc o bislac);
  • ch: k (chippia, simpatich, alfabetich).

Confronto con l'italiano[modifica | modifica sorgente]

  • Il piacentino ha una maggiore ricchezza vocalica dell'italiano. La pronuncia delle vocali, inoltre, cambia da una zona all'altra risultando più aperta o più chiusa.
  • Le sillabe latine ce/ci/ge/gi sono diventate sibilanti: gingiva ha dato zinzìa;
  • Al contrario dei pronomi soggetto dell'italiano che derivano direttamente dai pronomi soggetto latini, quelli del piacentino derivano dai pronomi oggetto del dativo latino. Per questo i pronomi oggetto del piacentino assomigliano ai pronomi oggetto dell'italiano (fatto che in tempi di minor scolarizzazione e diffusione dell'italiano creava problemi e confusione): me/mi (io), te/ti (tu), (egli), le (ella), nuätar/noi (noi), viätar (voi), lur (essi, esse).
  • A differenza dell'italiano dove la negazione precede il verbo (es: non bevo), nel piacentino avviene il contrario e la negazione segue il verbo: bev mia. La negazione miga, utilizzata, dai due principali poeti dialettali piacentini sembra ormai un arcaismo scomparso, sostituita da mia.
  • Sono molto frequenti i verbi seguiti da una preposizione o da un avverbio che ne modifica il significato, come avviene in inglese con i "phrasal verb" (es: "to take", "to take off", "to take down"). Ad esempio il verbo lavä (lavare) può diventare lavä zu (lavare i piatti); tirä (tirare, trainare) può diventare tirä via (togliere); trä (tirare, lanciare) può diventare trä sö ()/trä indré (vomitare), trä via (gettare, buttare), trä zu (buttare giù, demolire). Specialmente trä sö/, trä via e lavä zu ricordano curiosamente le forme inglesi "to throw up", " to throw away" e "to wash up", di cui hanno lo stesso significato. Analogamente, dä via (regalare) ricorda l'inglese "give away".
  • È più diffuso l'uso del modo finito del verbo (forma esplicita) al posto dell'infinito: so di scrivere male è reso con so ca scriv mäl.

Usi attuali[modifica | modifica sorgente]

Come per tutti i dialetti d'Italia, anche per il piacentino è iniziata una progressiva e costante diminuzione del numero di parlanti a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale. Sono ancora diffuse le rappresentazioni teatrali in piacentino, prevalentemente commedie, che portano in scena sia opere di autori piacentini, sia di autori di altre regioni tradotte e adattate, sia di stranieri. Brani di musica folk rock in piacentino sono stati pubblicati negli album Da parte in folk (2011) e La sirena del Po (2012) del cantautore Daniele Ronda.

La principale associazione impegnata nella conservazione e promozione del dialetto piacentino è la Famiglia Piasinteina, analogamente a Ra Familia Bubiéiza per il bobbiese. Intervento a favore del piacentino da parte di una banca locale è invece l'istituzione di un Osservatorio permanente del dialetto.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci viene usato il termine "lingua" se riconosciute tali nelle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Per gli altri idiomi viene usato il termine "dialetto".
  2. ^ Il dialetto piacentino, Leopoldo Cerri, Tipografia Solari, Piacenza, 1910, pag. 1
  3. ^ Daniele Vitali, Dialetti delle Quattro province, Dove comincia l'Appennino. URL consultato il 28 gennaio 2014.
  4. ^ Bernardino Biondelli, Saggio sui dialetti Gallo-italici. URL consultato l'11 maggio 2014.
  5. ^ Daniele Vitali, Dialetti delle Quattro province, Dove comincia l'Appennino. URL consultato il 28 gennaio 2014.
  6. ^ Andrea Scala, Documenti d'archivio, toponomastica e dialettologia piacentina in: Medioevo piacentino e altri studi, Tipleco. URL consultato il 30 gennaio 2014.
  7. ^ Andrea Scala, Documenti d'archivio, toponomastica e dialettologia piacentina in: Medioevo piacentino e altri studi, Tipleco. URL consultato il 30 gennaio 2014.
  8. ^ Francesco D'Ovidio, Wilhelm Meyer-Lübke, Grammatica storica della lingua e dei dialetti italiani, Hoepli. URL consultato il 1º marzo 2014.
  9. ^ Fabio Foresti, Profilo linguistico dell'Emilia-Romagna, Editori Laterza, Bari, 2010, pag. 128
  10. ^ Fabio Foresti, Profilo linguistico dell'Emilia-Romagna, Editori Laterza, Bari, 2010, pag. 125
  11. ^ Fabio Foresti, Profilo linguistico dell'Emilia-Romagna, Editori Laterza, Bari, 2010, pag. 125
  12. ^ Gerhard Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Einaudi, Torino, 1970, vol. I, pag. 41
  13. ^ Andrea Scala, Documenti d'archivio, toponomastica e dialettologia piacentina in: Medioevo piacentino e altri studi, Tipleco. URL consultato il 30 gennaio 2014.
  14. ^ Giovanni Bonfadini, Dialetti lombardi, Treccani. URL consultato il 22 gennaio 2014.
  15. ^ Fabio Foresti, Profilo linguistico dell'Emilia-Romagna, Editori Laterza, Bari, 2010, pag. 126
  16. ^ Francesco D'Ovidio, Wilhelm Meyer-Lübke, Grammatica storica della lingua e dei dialetti italiani, Hoepli. URL consultato il 17 maggio 2014.
  17. ^ Fabio Foresti, Profilo linguistico dell'Emilia-Romagna, Editori Laterza, Bari, 2010, pag. 123
  18. ^ C. Grassi, A. A. Sobrero, T. Telmon, Introduzione alla dialettologia italiana, Editori Laterza, Bari, 2003, pag. 149
  19. ^ Fabio Foresti, Profilo linguistico dell'Emilia-Romagna, Editori Laterza, Bari, 2010, pag. 126
  20. ^ a b c Guido Tammi, Vocabolario piacentino-italiano, Piacenza, Ed. Banca di Piacenza, 1998.
  21. ^ La Ortografia piacentina unificata, L'urtiga, Lir Edizioni. URL consultato il 22 marzo 2013.
  22. ^ Monica Tassi in: L'Italia dei dialetti (a cura di Gianna Marcato), Unipress, Padova, 2008, pag. 67
  23. ^ Daniele Vitali, Pronuncia, Dove comincia l'Appennino. URL consultato il 4 marzo 2014.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Il dialetto piacentino, Leopoldo Cerri, Tipografia Solari, Piacenza, 1910
  • Vocabolario Piacentino-Italiano, Lorenzo Foresti, Forni Editore, Sala Bolognese, 1981 (ristampa anastatica)
  • Piccolo Dizionario del Dialetto Piacentino, Luigi Bearesi, Editrice Berti, Piacenza, 1982
  • Vocabolario Piacentino - Italiano, Guido Tammi, Ed. Banca di Piacenza, Piacenza, 1998
  • Vocabolario del Dialetto Bobbiese, Gigi Pasquali - Mario Zerbarini, Edizioni Amici di San Colombano, Bobbio, 2007
  • Dizionario del dialetto dell'alta val d'Arda, Andrea Bergonzi, Lir, Piacenza, 2012
  • L'ottonese: un dialetto ligure, in: Studi linguistici sull'anfizona ligure-padana, Lotte Zörner, Alessandria, 1992
  • Il dialetto bobbiese, Enrico Mandelli, Bobbio, 1995
  • Grammatica Bobbiese, Gigi Pasquali, Bobbio, 2009
  • Bobbio che parla, Pietro Mozzi, Bobbio
  • Saggio sui dialetti Gallo-italici, Bernardino Biondelli, Milano, 1853
  • Profilo linguistico dell'Emilia-Romagna, Fabio Foresti, Editori Laterza, Bari, 2010
  • Introduzione alla dialettologia italiana, Grassi Corrado, Sobrero Alberto A., Telmon Tullio, Editori Laterza, Bari, 2003

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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