Italiano regionale della Sardegna

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Mappa delle lingue e dei dialetti parlati in Sardegna.

La lingua italiana parlata in Sardegna si differenzia rispetto a quella standard per aspetti sintattici, fonetici e lessicali per l'influenza delle lingue locali come sardo, sassarese, gallurese, algherese e tabarchino.

Storia dell'italiano in Sardegna[modifica | modifica sorgente]

Anche in Sardegna come nelle altre regioni, l'utilizzo preponderante dell'italiano standard a scapito delle lingue locali si è realizzato in sostanza dalla fine della seconda guerra mondiale in poi con l'alfabetizzazione e i mezzi di comunicazione di massa. Dopo una prima diffusione del toscano nel nord Sardegna durante il medioevo dovuta ai commerci, all'influenza delle repubbliche marinare e alla vicinanza della Corsica, la conquista catalano-aragonese portò all'utilizzo amministrativo prima del catalano e poi dello spagnolo fino al XVIII secolo. Da quel momento in poi, l'utilizzo dell'italiano come lingua di cultura, in conseguenza dell'ingresso nell'orbita iberica, divenne pressoché inesistente fino a quando i Savoia adotteranno ufficialmente l'italiano nei loro territori.

L'influenza nel corso dei secoli è documentata nel vocabolario della lingua sarda, la quale conserva, oltre a quelli contemporanei, un gran numero di prestiti provenuti dal toscano durante il medioevo, i quali sono perfettamente adattati alla fonetica sarda e perciò sono spesso difficilmente riconoscibili. Malgrado ciò, nella Sardegna medievale si registra una netta prevalenza di documenti scritti in sardo, oltre che nelle lingue iberiche.

Origini[modifica | modifica sorgente]

Nel secolo VIII l'egemonia mediterranea dei musulmani e le ripetute incursioni barbaresche portarono all'abbandono dell'isola da parte dei Bizantini e nel secolo IX ebbe inizio l'epoca dei Giudicati. È in questa fase storica che nell'isola ha inizio l'evoluzione del sardo come lingua ufficiale parlata e, in seguito, scritta: risalgono infatti alla seconda metà del secolo XI i primi documenti redatti in sardo medioevale e antico (la Carta volgare, il Privilegio logudorese e la Donazione di Torchitorio). Il secolo XI segna anche l'inizio delle prime influenze dell'antesignano dell'italiano, il toscano, in Sardegna: nel 1016 le flotte delle repubbliche marinare di Pisa e Genova sconfissero i saraceni e iniziò l'influenza delle due repubbliche, dapprima economica e culturale e in seguito politica. Dal secolo XI al secolo XIV il sardo volgare ottemperava a molte esigenze interne, sociali, culturali e politiche, ma i rapporti commerciali e politici sempre più stretti dei Giudicati con le repubbliche e la Chiesa resero necessario l'uso del latino e la lenta introduzione del toscano. I Pisani estesero infatti la loro egemonia in gran parte dell'isola corrispondente al Giudicato di Gallura e parte del Giudicato di Torres, all'intero Giudicato di Cagliari e, indirettamente, al Giudicato di Arborea, l'unico che rimase formalmente indipendente dall'influenza pisana e genovese. In questi secoli ci fu nell'isola una forte penetrazione economica e commerciale dei Pisani, a cui faceva seguito l'influenza sociale e culturale degli ordini monastici. Esiste un forte dibattito sul fatto che il sardo campidanese abbia subito o meno delle modificazioni nella sua struttura fonetica, come conseguenza dell'influenza culturale e linguistica toscana che dovette portare con se il controllo diretto di Cagliari e di parte del Campidano da parte di Pisa,[1] ma è certo che vi fu, nel sardo di tutta l'isola, l'incorporamento di un gran numero di vocaboli di origine toscana che furono individuati da Max Leopold Wagner.[2] Questa fase di commistione tra gli elementi pisani, genovesi, corsi e sardi lasciò nel Sassarese anche delle impronte quali la nascita e lo sviluppo della lingua omonima, e cessò con la realizzazione del Regno di Sardegna e Corsica nella prima metà del secolo XIV, quando ebbe inizio la dominazione catalano-aragonese, a cui fece seguito, nel secolo XV, quella spagnola. Le origini "pisane" della parlata, risalenti alle influenze delle repubbliche marinare sulla città,[3] diversamente dal gallurese nato da una forte immigrazione dalla Corsica, e non in seguito a guerre o "pestilenze selettive"[4][5] che spopolarono la Sardegna nel XIV e XV secolo, sono quelle di una lingua franca[6][7][8] di matrice toscano-corsa, come espresso esplicitamente dai più antichi documenti che ne parlino, le lettere scritte da due gesuiti spagnoli e datate al 1561.[9]

La Sardegna nelle Corone catalano-aragonese e spagnola[modifica | modifica sorgente]

Per quattro secoli le vicende della Sardegna si legarono a quelle della penisola iberica, rimanendo essa estranea a quelle della penisola italiana. La durata plurisecolare e l'influenza del periodo aragonese-spagnolo fu di portata tale che il catalano ed il castigliano sono, dopo il latino, le lingue che hanno avuto il maggiore influsso sul sardo. Durante quest'epoca l'italiano è associato ad alcuni strati sociali delle città che mantenevano rapporti commerciali con la penisola, in particolare con le repubbliche marinare come Pisa e, soprattutto, con Genova. Va citata nel 1595 la prima, nonché ultima in tale periodo, produzione letteraria in italiano ad opera di uno scrittore sardo, una raccolta di poesie in stile petrarchesco di Pietro Delitala.[10]

La Sardegna sabauda[modifica | modifica sorgente]

Dalla metà del secolo XVIII con le riforme di Giovanni Battista Lorenzo Bogino ha inizio l'adozione dell'italiano come lingua ufficiale che dura fino ai giorni nostri. La Sardegna diventò un Regno sabaudo nel 1720, dapprima come entità autonoma e successivamente unitaria nel 1847. L'inizio del Regno sabaudo s'inserisce in un contesto sociale e culturale marcatamente condizionato dai cinque secoli d'influenza iberica. Per tutto il Settecento, le lingue locali sono diffuse sia negli strati sociali bassi, ivi comprese le comunità ecclesiastiche rurali, sia in quelli alti, che tuttavia impiegano spesso e volentieri lo spagnolo, e in determinati contesti sopravvive persino il catalano, usati per la pubblicazione di alcuni documenti anche dopo il 1720. Negli strati ecclesiastici alti si diffonde invece l'uso del latino e del sardo letterario. Dalla metà del Settecento l'italiano diventa lingua ufficiale, per la volontà dei Savoia di unire linguisticamente i territori su cui regnavano. Sia pur lentamente, inizia a diffondersi attraverso l'insegnamento, interessando comunque determinati strati sociali. È nel secolo XIX che avviene una forte penetrazione dell'italiano, soprattutto come lingua scritta, mentre il sardo continua ad essere usato soprattutto negli strati bassi, come lingua parlata, in una popolazione dove l'analfabetismo arrivava a percentuali altissime. Insieme all'italiano che si impone come lingua scritta per eccellenza, vi furono diverse pubblicazioni in sardo e gallurese, specie in contesti letterari o per necessità pratiche, come vocabolari bilingui e alcuni testi didascalici. In questo secolo vi fu inoltre un gran fiorire della poesia in sardo e fino al Novecento inoltrato quello della poesia rimase un ambito decisamente sardofono in Sardegna. L'adozione dell'italiano nella burocrazia e nelle scuole, nel corso dei decenni successivi, ha determinato la sua progressiva diffusione anche come lingua popolare, dapprima nelle città poi nelle aree rurali.

La Sardegna contemporanea[modifica | modifica sorgente]

Generalmente si ritiene che l'italiano regionale dei sardi sia vicino alla forma standard, benché alcune ricerche[11] ne abbiano posto in dubbio la sostanziale correttezza. Gli studi linguistici che si sono intensificati negli ultimi anni hanno evidenziato una caratterizzazione dell'italiano regionale in Sardegna, con sensibili influenze da parte delle lingue locali, in parte lessicali e in parte sintattiche. Contemporaneamente si è assistito ad una diminuzione di queste lingue, che a sua volta subiscono interferenze profonde, soprattutto lessicali, da parte dell'italiano, sia pure con pesi diversificati nei suoi vari rami linguistici e nei suoi diversi ambiti sociolinguistici. Per arrestare questo declino, assai più rapido, profondo ed evidente nelle città, recentemente si cerca di promuovere, attraverso l'opera di diversi organismi, un processo di rivalorizzazione delle lingue locali che miri a consolidarne la presenza nei vari ambiti di utilizzo.

Gli studi linguistici che si sono intensificati negli ultimi anni hanno evidenziato una caratterizzazione dell'italiano regionale in Sardegna, nonostante la varietà linguistica in questione non sembri essere diventata molto stabile, variando molto, in funzione degli ambiti geografici e sociali, più della stessa lingua sarda. La maggior parte delle differenze lessicali fra l'italiano standard e l'italiano della Sardegna, a parte poche parole di uso più diffuso, si riferiscono ad un areale sociale o geografico così ridotto che potrebbero far ricadere questa varietà linguistica sotto la definizione di gergo o socioletto.

L'italiano regionale della Sardegna[modifica | modifica sorgente]

Fonetica[modifica | modifica sorgente]

Blasco Ferrer [12] cita tre fenomeni principali appartenenti alla fonetica:

  • Chiusura delle vocali toniche in dipendenza della vocale finale. Una persona proveniente dalla penisola pronuncerà allo stesso modo la e tonica di piede e di piedi, o la o tonica di buono e buoni. Un sardo, invece, chiude la e e la o nel plurale, a causa del timbro della vocale finale, la i. Così facendo attua senza rendersi conto un meccanismo che agisce anche nel sardo in condizioni analoghe, la metafonesi. Per questa ragione le parole "la pèsca" (il frutto) e " la pésca" (l'attività di pescare) vengono pronunciate entrambe con la e aperta.
  • La instabilità delle consonanti occlusive sorde e delle doppie, dovuta al fatto che il sardo fa corrispondere un suono fricativo a un suono occlusivo sordo dell'italiano e presenta una realizzazione oscillante nelle doppie, sicché si sente in sardo: "edade/i", "andadu", "fogu", o, in certi casi, "note" (per notte/notti), "fatu" (per fattu), "tropu" (per troppu), per cui spesso nell'italiano regionale si può sentire: "ettà", "andatto", "fuocco", o, più raramente, "note", "fato", "tropo". Per questo motivo molte proposte di standardizzazione ortografica del sardo presentate negli ultimi cinquant'anni aboliscono la distinzione fra consonanti occlusive sorde doppie e scempie, scrivendo perciò "sa noti" (la notte), " apu fatu" (ho fatto), "su picu".
  • Il mancato raddoppiamento fonosintattico, per esempio dopo la preposizione a: un italiano delle regioni centro-meridionali direbbe "a ccasa", mentre un sardo pronuncia "a casa" come un parlante del settentrione.

Sintassi[modifica | modifica sorgente]

Sono diffusi alcuni costrutti sintattici mutuati dal sardo.

Uso del gerundio anziché dell'infinito per esprimere un'azione nel suo svolgersi, anche quando non è compiuta dal soggetto: per esempio "ho visto a Marco uscendo di casa" invece di "ho visto Marco uscire da casa". (calco del sardo "appo biu a Marcu bessendi de domu")

Complemento oggetto introdotto dalla preposizione "a" quando riferito a persona: "ho visto a Giovanni" invece di "ho visto Giovanni". (calco del sardo "apo bidu a Zuanne")

Complemento di vantaggio retto dall'ausiliare avere, anziché da essere: "mi ho mangiato una mela" invece di "mi sono mangiato una mela". (calco del sardo "m'apo manicau una mela")

Formazione di frasi affermative, premessi da "già": "già ci vengo" che significa "verrò sicuramente" (calco dal sardo: "ja bi benzo"); "già lo so" che significa "lo so" (calco dal sardo: "gei ddu sciu"/ "ja l'ischo"); "già sei poco scemo" che significa "sei proprio uno scemo" ( calco dal sardo: "gi ses pagu scimpru"/ "ja ses pagu maccu").

Lessico e locuzioni[modifica | modifica sorgente]

Secondo il Blasco Ferrer[12] gli aspetti lessicali dell'italiano regionale in Sardegna sono riconducibili a differenti casi.

Un primo caso di sardismo lessicale è una commistione fra italiano popolare e italiano regionale. Si tratta di interferenze linguistiche dei registri bassi, tipici di chi parla il sardo come lingua madre e non ha una sufficiente formazione scolastica e padroneggia poco l'italiano. Al vocabolo italiano si sostituisce letteralmente quello sardo, con la stessa accezione, spesso con adattamenti grammaticali che tendono ad armonizzare foneticamente l'interferenza. La causa di questo sardismo popolare risiede nel possesso di un vocabolario italiano povero, per cui si tende a compensare spontaneamente le carenze lessicali attingendo a quello sardo. La frequenza del ricorso a questi sardismi è subordinata al rapporto che c'è fra competenza lessicale (in italiano), specificità tematica del linguaggio, uso comune del vocabolo. Il possesso di un lessico poverissimo porta a un ricorso frequente ai sardismi anche per termini d'uso comune.

La specificità del linguaggio può aumentare la frequenza del ricorso al sardismo, interessando anche persone con un maggior grado d'istruzione. La ridotta frequenza di alcuni termini nel linguaggio parlato può comportare il ricorso ai sardismi anche nei registri più alti, ma sempre in forma colloquiale.

Parimenti, va osservato che spesso si ricorre ai sardismi di questo tipo anche nel linguaggio colloquiale di persone con un buon livello d'istruzione e che hanno l'italiano come lingua madre: in molti casi, infatti, i sardismi hanno raggiunto un livello di penetrazione e di frequenza d'uso tale che vengano reputati corretti in italiano nell'isola o, in concreto, nelle zone dove sono diffusi. Infatti, molti parlanti che utilizzano questi termini non sono a conoscenza dell'assenza degli stessi nell'italiano della penisola. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, l'uso dei sardismi da parte di tali persone è associato alla consapevolezza del ricorso a un regionalismo: ad esempio, l'uso del sardismo merdona in luogo di ratto, equivale all'uso comune di pantegana nel settentrione o di zoccola nel meridione.

Non mancano, infine, occasioni relative a un uso più formale dei sardismi, e si possono trovare anche sotto forma scritta.

Esempi di sardismi nell'italiano[modifica | modifica sorgente]

Regionalismo Termine locale Italiano Diffusione Registro o contesto Esempio
ajò ajò andiamo, dai, sù, orsù! regionale, frequente colloquiale e formale ajò, non fare il furbo
apixèdda apixèdda[13] motocarro Campidano, frequente colloquiale l'apixedda di Efisio
bòbbo/bobboètto bobboi dolcetto regionale colloquiale, infantile se fai da bravo mamma ti compra il bòbbo
mommotti mommotti l'uomonero Campidano, sporadico colloquiale, infantile se non fai da bravo, arriva mommotti!
babballotti babballotti insetto/scarafaggio Campidano colloquiale Attento, è entrato un babballotti in casa!
bòveda bòveda, bòvida volta (costruzioni) regionale, frequente colloquiale l'intonaco della boveda
carramazzina carramatzina cianfrusaglie Campidano, frequente colloquiale levami quella carramazzina!
casciòne casciòni/cascione cassone, vano di carico regionale, frequente colloquiale il cascione dell'apixedda
cima (del carciofo) cima gambo, scapo regionale, frequente colloquiale taglio le cime?
eja/emmo eja/emmo/emmu regionale, frequente colloquiale eja, va bene
feo feu brutto regionale, frequente colloquiale e poco sei feo
gana gana voglia regionale, frequente colloquiale non ne ho proprio gana oggi
làdiri làdiri mattone crudo Campidano, frequente colloquiale e scritto ho una casa in ladiri
lolla lolla loggiato, portico Campidano, sporadico colloquiale ha dormito nella lolla
mandrone mandrone/mandroni pigro regionale, frequente colloquiale sei un po' mandrone, o no?
merdòna merdòna ratto Campidano, frequente colloquiale e formale ho visto una merdona
muntinaggio muntronaxiu immondezzaio regionale, sporadico colloquiale hai un muntronaxio/muntinaggio di cose
pindaccio pindacciu portajella, portasfiga sassarese, frequente colloquiale fuori i pindacci!
stravanàto stravanau incantevole Campidano, sporadico colloquiale quel posto è stravanato
turro, turrato turrau stordito, intontito, incosciente Campidano, sporadico colloquiale ma là che sei proprio turrato
umbè umbè molto, tanto sassarese, frequente colloquiale ho mangiato umbè
canadese canadese tuta da ginnastica Campidano, frequente colloquiale per stare più comodo ti conviene metterti la canadese

A volte non è immediatamente riscontrabile un legame diretto con il sardo, come nei casi di gaggio ("rozzo", nel senso di "persona di cattivo gusto"; uso colloquiale); scacciacqua ("impermeabile con cappuccio"; uso standard); melograno ("granata"; uso standard); birroncino (bottiglietta da 33 cl; uso standard); scioppino (birra da 20 o 25 cl; uso standard); pappina o papina ("ceffone dato sulla nuca"; uso standard); pattana ("copricerchione", nella ruota di una macchina; uso standard); mirto o mirtino ("bicchierino di liquore di mirto", uso standard e molto esteso). Capita poi che i termini usati nell'italiano di Sardegna coincidano con altrettanti vocaboli dell'italiano standard, ma con un significato diverso rispetto a questi, oppure aggiungendogli una sfumatura sconosciuta fuori dall'isola. È questo il caso di spina (che in Sardegna indica anche una "birra alla spina, generalmente da 20 cl.", uso standard e molto esteso); spinetta ("birra alla spina da 20 cl."; colloquiale); pastina (in Sardegna indica una "brioche" e non una "minestrina"; uso standard e molto esteso); canadese[14] (nel centro-sud dell'isola viene usato anche per indicare la "tuta da ginnastica"; uso standard e nel nord dell'isola indica la "tenda da campeggio"); cazzotto (in alcune zone indica un "calcio" e non un "pugno", significato che ritroviamo anche in sardo); vela (centro-sud e Olbia, "assenza ingiustificata da scuola"; uso standard e molto esteso); ferie (Sassari e Alghero, equivalente di vela; uso standard e molto esteso), tram (ad Alghero e Sassari indica "l'autobus cittadino"; uso standard e molto esteso); metrò (a Sassari, indica invece il "tram di superficie"; uso standard); accozzo ("raccomandazione per ottenere un favore, spesso un posto di lavoro"; uso standard e molto esteso); incozzo (variante sassarese di accozzo).

Inoltre, alcuni dei termini in uso in Sardegna, anche se molto raramente in verità, sono annoverati anche nei maggiori dizionari di italiano, seppur senza un riferimento specifico all'uso sardo come regionalismo. Appartengono a questa categoria termini come imperiale (in Sardegna indica il "portabagagli che si colloca sulla capotta di un'automobile", uso pressoché scomparso fuori dall'isola); brigare (da brigare/brigai, "litigare, bisticciare, discutere", uso considerato letterario o arcaico altrove); paste (anche paste di crema; termine usato per indicare vari prodotti di pasticceria, generalmente, ma non sempre, farciti con crema, e che vengono chiamati con altri nomi altrove).

Sono poi degni di nota i termini riferiti a prodotti tipici, in alcuni casi originatisi nell'isola come nomi propri, per indicare generi alimentari, attrezzi o prodotti di vario tipo, e poi spesso diventati, attraverso il loro uso, nomi comuni che a volte indicano tutta una serie di prodotti relazionati con quello che ha dato origine al nome, anche se in alcuni casi leggermente diversi. Questi termini, usati molto frequentemente nell'italiano di Sardegna, hanno spesso varcato i confini dell'isola, ritagliandosi un loro spazio nella lingua italiana in generale, e diventando, in alcune occasioni, una sorta di "marchio di fabbrica" del "made in" Sardegna. È questo il caso, per esempio, di malloreddus (gnocchetti sardi); leppa o pattadese (da patadesa, originariamente riferito a un tipo di coltelli fabbricati a Pattada, paese della provincia di Sassari, e che poi sono passati a indicare un qualsiasi coltello a serramanico in manico d'osso di fattura sarda); fil'e ferru (l'acquavite tipica sarda); mirto (liquore ottenuto dalla pianta del mirto); zippole o zeppole (da tzìpulas, dolci di carnevale tipici, dalla caratteristica forma allungata e attorcigliata, chiamati anche arabe o con altri nomi fuori dall'isola); fatti e fritti, fatti fritti, frati fritti o para fritti (cfr. presumibilmente in origine una traduzione letterale di paras frissius, "frati fritti", termine che indica un tipo di ciambelle tonde e con il buco, senza ripieno, la cui forma richiama proprio la tipica chierica dei frati con la pelata al centro. Giovanni Secci); culurgiones (i tipici ravioli sardi); pane carasau (un tipo di pane tipico e molto diffuso, chiamato altrove "carta da musica"); pane gutiau (pane carasau condito con un goccio d'olio, salato e messo a tostare); pistocu (termine generico che, secondo le varie zone, si può riferire sia a un tipo di pane, sia a una varietà sarda di biscotti "is pistocus"); maialetto o porcetto (maialetto arrostito al fuoco secondo l'uso sardo); fainè (focaccia di farina di ceci, diffusissima a Sassari e a Carloforte, con il nome di fainò).

Oltre ai prestiti puri, abbiamo poi il fenomeno dei calchi, ossia le traduzioni letterali di locuzioni sarde in italiano, utilizzando una combinazione corrispondente di parole italiane che però, fuori dalla Sardegna, non hanno il significato che gli si dà nell'isola. Un esempio tipico di questo fenomeno è l'espressione brutta (o cattiva) voglia (da gana mala; uso standard e molto esteso) che indica "uno stato di nausea", non fa (Campidano, da no faidi; uso standard e molto esteso), per dire "non è possibile, non funziona" oppure la forma cosa sembra? (centro Sardegna, da ite paret / parimus?; colloquiale), usata col significato di "come va?", generalmente per salutare un conoscente.

Ci sono poi i calchi semantici, ossia parole che esistono già in italiano, ma che nell'italiano di Sardegna assumono anche il significato di una parola sarda corrispondente, che quindi si aggiunge a quello che il termine già aveva in italiano, e che, perciò, molto spesso è sconosciuto o poco usato in Sardegna. La parola sarda che dà origine al calco semantico può coincidere totalmente con quella italiana, oppure può differenziarsi leggermente. Costituiscono dei calchi semantici le seguenti espressioni: cassare (da cassare/cassai, in Sardegna assume il significato di "acchiappare, prendere, afferrare, sorprendere, pescare", mentre in italiano indica "annullare, abrogare, abolire"; uso standard); novenario (da novenariu, in Sardegna indica anche un "santuario campestre dedicato al Santo di un paese"; uso standard e molto esteso), da cui l'aggettivo novenante ("persona che partecipa a una novena in onore di un santo, generalmente in un novenario", uso standard); cruda (da crua, "acerba", riferito alla frutta; colloquiale).

Rapporto con l'italiano parlato in altre regioni[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Quanti luoghi comuni nella lingua sarda, Roberto Bolognesi, Universidadi de Amsterdam e de Groninga
  2. ^ Dizionario Etimologico Sardo, Max Leopold Wagner,
  3. ^ Enrico Costa, Sassari
  4. ^ Max Leopold Wagner, "La questione del posto da assegnare al gallurese e al sassarese" in "Cultura Neolatina 3", 1943, pp. 243-267
  5. ^ Alessandro Ponzeletti, 3 - Sassari, la lingua (PDF) in Sassari e i suoi toponimi nel tempo, Sassari, Comune di Sassari, 2010, p. 19. URL consultato il 18 gennaio 2012.
    «Imputare la nascita di una lingua al solo aspetto di rinnovamento demografico (con selezione, si badi, dei parlanti: i sardofoni morirono, gli italofoni furono immuni...) è fallimentare. Ben altre dinamiche, più intricate e su più piani, stanno dietro un lingua.».
  6. ^ Alessandro Ponzeletti, 3 - Sassari, la lingua (PDF) in Sassari e i suoi toponimi nel tempo, Sassari, Comune di Sassari, 2010, pp. 20-23. URL consultato il 18 gennaio 2012.
  7. ^ Antonio Sanna, Il dialetto di Sassari e altri saggi, Cagliari, Trois, 1975, p. 12.
  8. ^ Considerata anche lingua creola evolutasi da un pidgin. Leonardo Sole, Sassari e la sua lingua, Sassari, Stamperia Artistica, 1999, pp. 59-74.
  9. ^ I Corsi in Sardegna, Mauro Maxia
  10. ^ Pietro Delitala, Rime diverse, Cagliari, 1595.
  11. ^ Le identità linguistiche dei Sardi - Roberto Bolognesi (Condaghes, Cagliari, 2013)
  12. ^ a b Eduardo Blasco Ferrer, Ello ellus. Grammatica della lingua sarda, Nuoro, Poliedro, 1994, pp. 63-66.
  13. ^ Termine in sardo popolare con cui viene indicato soprattutto nel Cagliaritano il motocarro, coniato come diminutivo dell'italiano Ape
  14. ^ Allargamento semantico della giubba dei soldati canadesi durante il II conflitto mondiale. G.Ingrassia - E.Blasco Ferrer - Storia della lingua sarda, CUEC, 2009 - pag.176

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Eduardo Blasco Ferrer, Ello ellus. Grammatica della lingua sarda, Nuoro, Poliedro, 1994.
  • (SCIT) Amos Cardia, S'italianu in Sardinnia, Ghilarza (OR), Iskra, 2006, ISBN 88-901367-5-8.
  • Max Leopold Wagner in Giulio Paulis (a cura di), La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1997, pp. 233-253, ISBN 88-85098-58-4.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]