Folclore

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Morris dance sul prato della cattedrale di Wells, eseguita dagli Exeter Morris Men

Il termine folclore o folklore (dall'inglese folk, "popolo", e lore, "sapere") si riferisce all'insieme della cultura popolare, intesa come le forme di tradizione tramandata spesso oralmente e riguardante conoscenze, usi e costumi, miti, fiabe e leggende, filastrocche, proverbi e altre narrazioni, credenze popolari, musica, canto, danza eccetera, il tutto riferito a una determinata area geografica, a una determinata popolazione, ai ceti popolari in quanto subalterni, a più d'una o a tutte queste determinazioni.

La nascita del termine[modifica | modifica wikitesto]

L'origine del termine folclore è attribuita allo scrittore e antiquario inglese William Thoms (1803-1900) che, sotto lo pseudonimo di Ambrose Merton, pubblicò nel 1846 una lettera sulla rivista letteraria londinese Athenaeum, allo scopo di dimostrare la necessità di un vocabolo che potesse ricomprendere tutti gli studi sulle tradizioni popolari inglesi.

Il termine fu poi accettato dalla comunità scientifica internazionale dal 1878, per indicare quelle forme contemporanee di aggregazione sociale incentrate sulla rievocazione di antiche pratiche popolari, ovvero tutte quelle espressioni culturali comunemente denominate "tradizioni popolari", dai canti alle sagre alle superstizioni alla cucina (e che già due secoli prima Giambattista Vico chiamava "rottami di antichità").

Opere sul folclore in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Le prime inchieste[modifica | modifica wikitesto]

Antiche tradizioni popolari ad Agrigento
Storico Carnevale di Ivrea - Battaglia delle arance

La documentazione che più di ogni altra ha dato l'avvio allo studio delle tradizioni popolari e dunque al folclore inteso come scienza è stata l'inchiesta napoleonica del 1809-1811, svolta nel Regno d'Italia sui dialetti e i costumi delle popolazioni locali. L'inchiesta fu posta in essere principalmente per individuare ed estirpare pregiudizi e superstizioni ancora esistenti nelle campagne italiche. Gli atti dell'inchiesta e le relative illustrazioni allegate sono custoditi nel castello Sforzesco di Milano.

Una successiva inchiesta post-napoleonica, curata da don Francesco Lunelli (1835-1856), riguardò il territorio del Trentino e il Dipartimento dell'Alto Adige (con particolare attenzione ai proverbi riguardanti le donne del Trentino), rimasti esclusi dall'indagine napoleonica perché erano territori all'epoca non ancora aggregati al Regno d'Italia.

Michele Placucci[modifica | modifica wikitesto]

La prima opera di rilievo, che anticipa di quasi cinquant'anni il metodo della demologia scientifica italiana con una precisa classificazione del materiale, è il trattato sulla regione Romagna del forlivese Michele Placucci. Egli, avvalendosi di diversi documenti, soprattutto di quelli raccolti all'epoca dell'inchiesta napoleonica (come quanto redatto da Basilio Amati, cancelliere del censo a Mercato Saraceno), a cui aggiunge anche altro materiale (ad esempio, dalla Pratica agraria dell'abate Battarra), pubblica, a Forlì nel 1818 (Tipografia Barbiani), l'opera intitolata Usi e pregiudizj de' contadini della Romagna[1]. In Placucci ad esempio, si racconta che i contadini romagnoli usavano mangiare fave nell'anniversario dei morti (cioè il 2 novembre), perché comunemente si riteneva che questa pianta avesse il potere di rafforzare la memoria, così che nessuno dimenticasse i propri defunti. Altra tradizione arcaica riportata dal Placucci è quella di confezionare il ripieno dei cappelletti privo di carne. A quel lavoro, altri faranno seguire numerose pubblicazioni dedicate ad altre regioni italiane.

Giuseppe Pitrè[modifica | modifica wikitesto]

L'intellettuale che ha dato poi origine allo studio sistematico, su base scientifica, del folclore italiano, è il medico palermitano Giuseppe Pitrè (1841-1916) che, dopo aver dato alle stampe la «Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane», ha realizzato un'opera editoriale insuperabile (per ricchezza di informazioni), la «Bibliografia delle tradizioni popolari italiane» nel 1894 e la «Rivista Archivio per lo studio delle tradizioni popolari» pubblicata ininterrottamente dal 1882 al 1909. Per primo Pitrè ottenne nel 1911 a Palermo una cattedra universitaria per lo studio delle tradizioni popolari, sotto il nome di demopsicologia.

L'era fascista[modifica | modifica wikitesto]

Durante il fascismo questo tipo di studi fu utilizzato dalla propaganda di regime inizialmente per rafforzare il mito romantico e medioevaleggiante del Popolo legato alla propria terra e alla tradizione, poi per creare "il popolo" a livello nazionale, cercando di unificare con l'azione dell'istituto del dopolavoro le tradizioni locali.

L'epoca repubblicana[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la seconda guerra mondiale, grande impatto ebbe la pubblicazione delle Note sul folclore, contenute nei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci. In particolare, Ernesto de Martino condurrà le più celebri ricerche folcloriche italiane, Morte e pianto rituale, Sud e magia, La terra del rimorso, scegliendo come oggetto classi sociali considerate fuori dalla storia, i contadini del sud Italia, con il dichiarato obiettivo di utilizzare le tradizioni popolari, definite come folclore progressivo, come elemento fondante di una futura coscienza di classe.

Questa corrente di studi rimarrà dominante in Italia fino agli anni ottanta (con Alberto Mario Cirese, che dagli anni sessanta impose come nome per gli studi di folclore all'italiana il termine demologia), periodo dal quale viene rimesso profondamente in discussione l'oggetto di studio, criticando la reificazione delle tradizioni, e ponendo l'accento più sui processi di costruzione sociale e sull'uso che i soggetti fanno di esse.

Ogni anno in Europa si svolge l'Europeade del Folclore. Le ultime città italiane che hanno ospitato questa manifestazione sono nel 2003 Nuoro in Sardegna, città ben nota in tutta Italia per l'attaccamento alle tradizioni e il mantenimento di questa ultime (canto a tenore, balli tradizionali, launeddas, organetto, canti a chitarra) e nel 2010 Bolzano che comprende numerosi gruppi provenienti da diverse aree culturali. Ininterrottamente dal 1970, nel periodo che precede il ferragosto, ad Alatri si svolge il Festival Internazionale del Folclore, mentre per il periodo di fine estate è stata successivamente istituita una manifestazione internazionale folcloristica anche per i bambini.

Antropologia culturale[modifica | modifica wikitesto]

Oggi, lo studio della storia delle tradizioni popolari è materia universitaria e la bibliografia relativa è molto vasta, abbracciando diversi temi:

La mercificazione del folclore è, secondo Luigi Maria Lombardi Satriani, il rischio che oggi il 'folclore' corre dopo che è stato sdoganato. Per Satriani nonostante esso sia entrato in un ampio circuito culturale (dai canti tradizionali, a feste e manifestazioni ripristinate, recitals in teatri underground, film su episodi e situazioni 'meridionali', proverbi popolari riportati a formulazione dialettale) si rischia che questa 'riscoperta' del mondo popolare sia una nuova maniera per mantenere tale mondo nella sua subalternità e per negarne, in forme diverse, la cultura.[2]

Il significato di "mito" secondo Claude Lévi-Strauss[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Platone#La funzione del mito e Mito.
« Le storie antiche sono, o sembrano, arbitrarie, prive di senso, assurde, eppure a quanto pare si ritrovano in tutto il mondo. Una creazione “fantastica” nata dalla mente in determinato luogo sarebbe unica, non la ritroveremmo identica in un luogo del tutto diverso »
(Claude Lévi-Strauss)

I miti e i significati ad essi connessi, furono oggetto di studio del noto antropologo sociale Claude Lévi-Strauss. In particolare nella sua opera Mito e significato[3] l'antropologo e filosofo francese dà una sua interpretazione alla “spiegazione” dei miti, non considerandoli esclusivamente “elementi primitivi”, sorpassati e privi di significato, un “prodotto” solo di menti superstiziose.

«Che differenza c'è fra l'organizzazione concettuale del pensiero mitico e quello della storia? È vero che il racconto mitologico tratta fatti storici, per poi trasformarli ed usarli in altro modo?»[4], queste erano due fra le principali domande cui Lévi-Strauss cercò di rispondere con le sue ricerche partendo dal presupposto di individuare le “rassomiglianze” (più che le differenze) dei miti in vari luoghi del mondo.

Ad avviso del teorico dello strutturalismo, mentre è vero che esistono “diversità” fra il racconto mitico e quello storiografico è anche vero che in questi racconti esiste anche una sorta di “continuità”. I racconti mitici che sono o appaiono racconti privi di senso e assurdi, risultano essere in effetti «sistemi chiusi» di pensiero «che possiedono identiche strutture formali di base e contenuti variabili». Il filologo Cesare Segre, spiegando il pensiero di Claude Lévi-Strauss, asserisce che primitivi e civilizzati «hanno sviluppato zone diverse delle loro attitudini mentali, realizzando una specializzazione»[5][6].

Il filosofo Paolo Rossi fa inoltre notare, sostenendo il pensiero di Segre, che mentre «la scienza tende a spiegazioni sempre “parziali”, i sistemi mitici tendono a raggiungere, con i mezzi il più scarsi possibile, una comprensione “totale” dell'universo. [...] Il mito non riesce a dare all'uomo, un maggior potere materiale sull'ambiente, gli dà invece l'illusione di comprendere l'universo. Ma si tratta di un'illusione oltremodo “importante”»[7].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Roberto Leydi, Tullia Magrini, Guida allo studio della cultura del mondo popolare in Emilia e in Romagna (I), Edizioni ALFA, Bologna 1982, pag. 189.
  2. ^ Folklore e profitto, Tecniche di distruzione di una cultura, pag. 9-15, Guaraldi, Rimini 1976
  3. ^ Mito e Significato, di Claude Levi Strauss, introduzione di Cesare Segre, Il Saggiatore, Milano 1980
  4. ^ Mito e Significato pag. 15
  5. ^ Panorama 28 luglio 1980, pag. 21, in Libri (filosofia e scienza)
  6. ^ Mito e significato Introduzione di Cesare Segre pag. 1-11, Il Saggiatore, Milano 1980
  7. ^ Panorama 28 luglio 1980, pag. 21, in Libri (filosofia e scienza)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Ernesto De Martino, Morte e Pianto rituale, dal lamento funebre antico al pianto di Maria, Editore Boringhieri, Torino 1958 (altra ediz. con titolo cambiato 1975).
  • Ernesto De Martino, Sud e Magia, Feltrinelli, Milano 1959.
  • Paolo Toschi, Guida allo studio delle tradizioni popolari, Boringhieri, Torino 1962.
  • Alberto Mario Cirese, Cultura egemonica e culture subalterne, Palumbo, Palermo 1971.
  • Luigi Maria Lombardi Satriani, Folklore e profitto, Tecniche di distruzione di una cultura, Guaraldi Editore, Rimini 1973.
  • Giulio Angioni, Rapporti di produzione e cultura subalterna, EDeS, Cagliari 1974.
  • AA. VV. (a cura di Alberto M. Cirese), Folklore e antropologia tra storicismo e marxismo, Palumbo, Palermo 1974.
  • Alfonso di Nola, Gli aspetti magico-religiosi di una cultura subalterna italiana, Editore Boringhieri, Torino 1976.
  • Claudio Barbati, Gianfranco Mingozzi, Annabella Rossi, Profondo Sud - Viaggio nei luoghi di Ernesto De Martino a vent'anni da 'Sud e Magia', Una grande inchiesta alla Tv, Feltrinelli, Milano 1978.
  • Vito Zini, La magia bianca - amuleti, talismani, feticci, filtri, cibi magici, scongiuri, Longanesi, Milano 1978.
  • Giovanni Battista Bronzini, Cultura popolare. Dialettica e contestualità, Dedalo, Bari 1980.
  • Nicola Tommasini, Folklore, magia, mito o religiosità popolare, Ecumenica Editrice, Bari 1980.
  • Vincenzo Bo, La religione sommersa - Le antiche superstizioni che sopravvivono nel sacro e nel divino oggi, Rizzoli, Milano, 1986. ISBN 88-17-53121-9.
  • Pietro Clemente e Fabio Mugnaini, Oltre il folklore. Tradizioni popolari e antropologia nella società contemporanea, Carocci Editore, Roma 2001.
  • Fabio Dei, Beethoven e le mondine, Meltemi Editore, Roma 2002.
  • Hermann Bausinger, Cultura popolare e mondo tecnologico, Guida Editore, Napoli 2006.
  • Claude Lévi-Strauss Mito e Significato, introduzione di Cesare Segre, Il Saggiatore, Milano 1980.

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