Clan dei Corleonesi

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Clan dei corleonesi
Nomi alternativi Corleonesi
Area di origine Corleone
Aree di influenza Provincia di Palermo, Roma, Milano
Periodo anni '70 - in attività
Boss Totò Riina, Bernardo Provenzano
Alleati Clan Nuvoletta
Cuntrera-Caruana
Banda della Magliana
Clan dei Casalesi
Rivali Famiglia Inzerillo
Attività Racket, traffico di droga, omicidio, corruzione, estorsione, traffico di armi, frode, gioco d'azzardo, usura, terrorismo
Pentiti Nino Giuffrè
Salvatore Cancemi
Pino Marchese
Giovanni Brusca

Il clan dei Corleonesi è una fazione all'interno di Cosa Nostra formatasi negli anni settanta, così chiamata perché i suoi leader più importanti provenivano dalla famiglia di Corleone: Luciano Liggio, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella.[1]

I corleonesi non vanno tuttavia identificati solamente come gli appartenenti alla Famiglia di Corleone ma sono una fazione di cosche mafiose che hanno appoggiato prima Luciano Liggio, Totò Riina e Bernardo Provenzano.[2][3]

Storia[modifica | modifica sorgente]

Nel 1971 Luciano Liggio organizzò il sequestro a scopo di estorsione di Antonino Caruso, figlio dell'industriale Giacomo, ed anche quello del figlio del costruttore Francesco Vassallo mentre nel 1972 Salvatore Riina si rese responsabile del sequestro del costruttore Luciano Cassina, figlio del conte Arturo, nel quale vennero implicati uomini della cosca di Giuseppe Calò: Liggio e Riina provvidero a distribuire i riscatti dei sequestri tra le varie cosche della provincia di Palermo per ingraziarsele e queste si schierarono dalla loro parte, costituendo il primo nucleo della fazione corleonese, che era avversa ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti[4][5]. Secondo il collaboratore di giustizia Antonino Calderone, in quel periodo Riina lamentava che Badalamenti aveva organizzato da solo un traffico di stupefacenti «all'insaputa degli altri capimafia che versavano in gravi difficoltà economiche»[6][7].

Secondo il collaboratore di giustizia Leonardo Messina, i Corleonesi «non hanno ucciso la gente (i Cinardo di Mazzarino, Bontade, Inzerillo), li hanno fatti uccidere mettendoli in una trappola. [...] Hanno creato le condizioni per far uccidere le persone dai loro uomini [...] hanno creato le tragedie in tutte le Famiglie. Le Famiglie non erano più d'accordo [...] così hanno fatto a Palma di Montechiaro, a Riesi, a San Cataldo, a Enna, a Catania»[8]. Per queste ragioni, all'interno delle provincie si vennero a creare i seguenti schieramenti:

Bontate-Badalamenti Corleonesi
Palermo e provincia Stefano Bontate (Santa Maria di Gesù), Gaetano Badalamenti (Cinisi), Salvatore Inzerillo (Passo di Rigano), Rosario Riccobono (Partanna-Mondello), Salvatore Scaglione (Noce), Antonino Salamone (San Giuseppe Jato), Giuseppe Panno (Casteldaccia), Calogero Pizzuto (Castronovo di Sicilia) Luciano Liggio, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano (Corleone), Michele Greco (Ciaculli), Bernardo Brusca (San Giuseppe Jato), Giuseppe Calò (Porta Nuova), Francesco Madonia (Resuttana), Antonino Geraci (Partinico), Raffaele Ganci (Noce), Giovanni Bontate (Santa Maria di Gesù), Filippo Marchese (Corso dei Mille), Giuseppe Giacomo Gambino (San Lorenzo), Francesco Di Carlo (Altofonte), Antonino Rotolo (Pagliarelli), Leonardo Greco (Bagheria), Giuseppe Farinella (San Mauro Castelverde)
provincia di Trapani Natale e Leonardo Rimi (Alcamo), Ignazio e Nino Salvo (Salemi), Antonino Buccellato (Castellammare del Golfo) Mariano Agate (Mazara del Vallo), Francesco Messina Denaro (Castelvetrano), Vincenzo Virga (Trapani)
provincia di Agrigento Giuseppe Settecasi (Alessandria della Rocca), Leonardo Caruana (Siculiana), Carmelo Salemi (Agrigento) Carmelo Colletti (Ribera), Antonio Ferro e Giuseppe De Caro (Canicattì)
provincia di Caltanissetta Giuseppe Di Cristina (Riesi), Francesco Cinardo (Mazzarino), Luigi Calì (San Cataldo) Giuseppe Madonia (Vallelunga Pratameno), Salvatore Mazzarese (Villalba)
provincia di Catania Giuseppe Calderone e Alfio Ferlito (Catania) Nitto Santapaola (Catania), Calogero Conti (Ramacca)

Nel 1978 Riina mise Badalamenti in minoranza nella "Commissione" con una scusa e lo fece espellere[9], facendo passare l'incarico di dirigere la "Commissione" a Michele Greco, con cui era strettamente legato[3]; fu in questo periodo che la fazione corleonese prese la maggioranza nella "Commissione" perché Riina fece nominare nuovi capimandamento tra i suoi associati attraverso Michele Greco: dopo aver preso il sopravvento, i Corleonesi procedettero all'eliminazione dei propri avversari, che sfociò nella cosiddetta «seconda guerra di mafia» nella provincia di Palermo, ed insediarono una nuova "Commissione" provinciale e regionale, composte soltanto da esponenti della fazione corleonese fedeli a Riina e Provenzano[5][10].

Nel 1993, dopo l'arresto di Riina, si creò una divisione all'interno dello schieramento corleonese: infatti vi era una fazione contraria alla continuazione della cosiddetta "strategia stragista", guidata da Provenzano e composta dai boss Antonino Giuffré, Pietro Aglieri, Benedetto Spera, Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi, Michelangelo La Barbera, Matteo Motisi, Giuseppe Madonia e Nitto Santapaola, mentre l'altra fazione era guidata da Leoluca Bagarella e comprendeva l'ala militare dell'organizzazione, composta da Giovanni Brusca, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano, i quali erano favorevoli alla continuazione degli attentati dinamitardi e riuscirono a mettere in minoranza la fazione di Provenzano, il quale confermò il suo appoggio alle stragi ma riuscì a porre la condizione che avvenissero in continente, cioè fuori dalla Sicilia, come già deciso prima dell'arresto di Riina[11][12].

Legami con la politica e la finanza[modifica | modifica sorgente]

Il principale referente politico dei Corleonesi inizialmente fu Vito Ciancimino[13], il quale nel 1976 instaurò un rapporto di collaborazione con la corrente dell'onorevole Giulio Andreotti, in particolare con Salvo Lima, che sfociò poi in un formale inserimento in tale gruppo politico e nell'appoggio dato dai delegati vicini a Ciancimino alla corrente andreottiana in occasione dei congressi nazionali della Democrazia Cristiana svoltisi nel 1980 e nel 1983[14]. Per proteggere gli interessi di Ciancimino, Riina propose alla "Commissione" gli omicidi dei suoi avversari politici, che vennero approvati dal resto della fazione corleonese, che ormai era la componente maggioritaria della "Commissione": il 9 marzo 1979 fu ucciso Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana che era entrato in contrasto con costruttori legati a Ciancimino; il 6 gennaio 1980 venne eliminato Piersanti Mattarella, presidente della Regione che contrastava Ciancimino per un suo rientro nel partito con incarichi direttivi; il 30 aprile 1982 venne trucidato Pio La Torre, segretario regionale del PCI che aveva più volte indicato pubblicamente Ciancimino come personaggio legato a Cosa Nostra[15].

Negli anni settanta i Corleonesi, attraverso Giuseppe Calò, si avvalevano di Roberto Calvi e Licio Gelli per il riciclaggio di denaro sporco, che veniva investito nello IOR e nel Banco Ambrosiano, la banca di Calvi[16][17]. Nel 1981, a seguito del fallimento definitivo del Banco Ambrosiano, Calvi cercherà di tornare alla guida della banca per salvare il denaro investito dai Corleonesi andato perduto nella bancarotta, però i suoi tentativi falliranno e nel 1982 Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano subentrato a Calvi, sopravvisse ad un agguato compiuto da esponenti della banda della Magliana legati a Giuseppe Calò; Calvi partì per Londra, forse per tentare un’azione di ricatto dall’estero verso i suoi precedenti alleati politici, tra cui l'onorevole Giulio Andreotti, ma il 18 giugno 1982 venne ritrovato impiccato sotto il Blackfriars Bridge[17][18].

Dopo l'inizio della «seconda guerra di mafia», i cugini Ignazio e Nino Salvo, ricchi e famosi esattori affiliati alla cosca di Salemi, furono risparmiati dai Corleonesi per “i possibili collegamenti con Lima ed Andreotti”, venendo incaricati di curare le relazioni con l'onorevole Salvo Lima, che divenne il loro nuovo referente politico, soprattutto per cercare di ottenere una favorevole soluzione di vicende processuali, dopo essere stato legato a Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti sempre attraverso i cugini Salvo[19][20]; infatti, secondo i collaboratori di giustizia, l'onorevole Lima si sarebbe attivato per modificare in Cassazione la sentenza del Maxiprocesso di Palermo che condannava Riina e molti altri boss all'ergastolo[14].

Tuttavia però il 30 gennaio 1992 la Cassazione confermò gli ergastoli del Maxiprocesso[21] e sancì la validità delle dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta. Sempre secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, Riina decise allora di lanciare un avvertimento all'allora presidente del consiglio Andreotti, che si era disinteressato alla sentenza ed anzi aveva firmato un decreto-legge che aveva fatto tornare in carcere gli imputati del Maxiprocesso scarcerati per decorrenza dei termini e quelli agli arresti domiciliari[22][14]: per queste ragioni il 12 marzo 1992 Lima venne ucciso alla vigilia delle elezioni politiche[23] ed, alcuni mesi dopo, la stessa sorte toccò ad Ignazio Salvo[24].

Interesse per l'industria televisiva[modifica | modifica sorgente]

I Corleonesi avevano in progetto l'acquisto di una rete televisiva Fininvest nei primi anni '90. Per ottenere la richiesta venne minacciato di morte con una lettera scritta a mano da Riina l'allora imprenditore Silvio Berlusconi, alla missiva si ricollegano quindi precedenti intercettazioni telefoniche in cui l'uomo parlava di violente pretese di estorsioni, e l'allontanamento dei familiari all'estero per un po' di tempo voluto dallo stesso.[25]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Alessandra Dino, "Corleonesi", in Manuela Mareso – Livio Pepino (a cura di), Nuovo dizionario di mafia e antimafia, Torino, Ega, 2008, ISBN 9788876706684.
  • Pino Nazio, Il bambino che sognava i cavalli, 779 giorni ostaggio dei Corleonesi, Roma, Sovera, 2010, ISBN 9788881249251

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ lacndb.com::Italian Mafia
  2. ^ Il Viandante - Sicilia 1978
  3. ^ a b 'La Mattanza Dei Corleonesi' In Tre Anni Oltre Mille Morti - La Repubblica.It
  4. ^ La quarta mafia - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA.
  5. ^ a b E LEGGIO SPACCO' IN DUE COSA NOSTRA - Repubblica.it » Ricerca
  6. ^ Interrogatorio del collaboratore di giustizia Antonino Calderone
  7. ^ Il contesto mafioso e don Tano Badalamenti - Documenti del Senato della Repubblica XIII LEGISLATURA (II parte).
  8. ^ Testimonianza di Leonardo Messina dinanzi la Commissione Parlamentare Antimafia - IX Legislatura
  9. ^ Il contesto mafioso e don Tano Badalamenti - Documenti del Senato della Repubblica XIII LEGISLATURA (III parte).
  10. ^ Procedimento penale contro Greco Michele ed altri - Procura della Repubblica di Palermo.
  11. ^ I pentiti del terzo millennio | Articoli Arretrati
  12. ^ Audizione del procuratore Sergio Lari dinanzi la Commissione Parlamentare Antimafia - XVI LEGISLATURA.
  13. ^ è morto Vito Ciancimino la Dc ai tempi dei Corleonesi - la Repubblica.it
  14. ^ a b c Processo di 1º grado al senatore Giulio Andreotti
  15. ^ DELITTI POLITICI, FU SOLO COSA NOSTRA - la Repubblica.it
  16. ^ Mannoia: " Gelli riciclava in Vaticano i soldi di Riina "
  17. ^ a b Il caso Calvi, un mistero italiano
  18. ^ 1970-1982:Banchieri,faccendieri e massoni
  19. ^ Andreotti assolto ma amico dei boss - Antimafiaduemila.com
  20. ^ ' LIMA GARANTIVA COSA NOSTRA E IL SUO CAPOCORRENTE SAPEVA' - Repubblica.it
  21. ^ Archivio - LASTAMPA.it
  22. ^ QUANDO RIINA DECISE DI FAR LA GUERRA ALLO STATO - Repubblica.it
  23. ^ Stragi, il 'papello' e tangentopoli 1992, l'anno che cambiò l'Italia - Inchieste - la Repubblica
  24. ^ Il Viandante - Sicilia 1992
  25. ^ Minacce della mafia a Berlusconi: giallo su una lettera dell'89, La Stampa, 03-07-2009. URL consultato il 04-07-2009.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]