Cosa nostra

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Cosa nostra
Cosa nostra
Immagine tratta dal quotidiano L'Ora relativa al processo del maggio 1901.
Nomi alternativi Mafia, Onorata società
Area di origine Sicilia occidentale, Italia
Aree di influenza Italia, maggiormente in Sicilia. Altri territori sono in America (Canada, Brasile e Venezuela) e in Australia
Periodo fine XIX secolo - in attività
Alleati Cosa Nostra americana, Camorra, 'Ndrangheta, Mafia russa e Mafia albanese
Rivali Stidda e talvolta i loro alleati
Attività Racket, estorsione, narcotraffico, gioco d'azzardo, omicidio, usura, gestione dei rifiuti, contrabbando, prostituzione, frode, corruzione, terrorismo (1992-1993), riciclaggio di denaro, contraffazione, rapina, ricettazione, gestione dell'edilizia, ricatto, e associazione per delinquere
Pentiti Melchiorre Allegra
Leonardo "Leuccio" Vitale
Tommaso Buscetta
Salvatore Contorno
Giovanni Brusca
Gaspare Spatuzza
Gaspare Mutolo
Nino Giuffrè
Calogero Ganci
« Cosa Nostra è da un lato contro lo Stato e dall'altro è dentro e con lo Stato, attraverso i rapporti esterni con suoi rappresentanti nella società e nelle istituzioni. »
(Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia[1])

L'espressione Cosa nostra (più comunemente e genericamente detta mafia siciliana) viene utilizzata per indicare un'organizzazione criminale di stampo mafioso-terroristico[2] presente nella Sicilia occidentale (specialmente nelle provincie di Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta) ed in misura minore anche nelle provincie di Enna e Catania, nonché in quella di Messina attraverso accordi con le cosche locali.

Questo termine viene oggi utilizzato per riferirsi esclusivamente alla mafia siciliana (anche per indicare le sue ramificazioni internazionali, specie negli Stati Uniti d'America), per distinguerla dalle altre, internazionali, genericamente indicate col termine di "mafie".

Gli interventi dello Stato italiano, che in passato aveva trascurato anche volutamente il problema, si sono fatti più decisi a partire dagli anni ottanta attraverso le indagini del cosiddetto "pool antimafia", creato dal giudice Rocco Chinnici, in seguito diretto da Antonio Caponetto. Facevano parte del pool anche i magistrati Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Le origini[modifica | modifica sorgente]

"Cosa nostra" nacque nei primi anni del XIX secolo dal ceto sociale dei massari, dei fattori e dei gabellotti, che gestivano i terreni della nobiltà siciliana, avvalendosi dei braccianti che vi lavoravano. Cosa nostra, come tutte le altre mafie, nacque per la scarsa presenza dello Stato sul territorio, ed iniziò ad assumerne le funzioni[senza fonte]. Era gente violenta, che faceva da intermediario fra gli ultimi proprietari feudali e gli ultimi servi della gleba d'Europa e, per meglio esercitare il proprio mestiere, si circondava di scagnozzi. Questi gruppi divennero rapidamente permanenti assumendo il nome di "sette, confraternite, cosche".

Il primo documento storico in cui viene nominata una cosca di stampo mafioso è del 1837: il procuratore generale di Trapani, Pietro Calà Ulloa, riferisce ai suoi superiori a Napoli dell'attività di strane sette dedite ad imprese criminose e che corrompevano anche impiegati pubblici. Nel 1863 Giuseppe Rizzotto scrive, con la collaborazione del maestro elementare Gaspare Mosca, I mafiusi de la Vicaria, un'opera teatrale in siciliano ambientata nelle Grandi Prigioni del capoluogo siciliano[3]. È a partire da questo dramma, che ebbe grande successo e venne tradotto in italiano, napoletano e meneghino, che il termine mafia si diffonde su tutto il territorio nazionale[4]. Fino ad allora la mafia si caratterizzava come una struttura al di fuori dello Stato, ma strettamente legata ad esso.

Lo sviluppo della criminalità organizzata in Sicilia è sostanzialmente attribuibile agli eventi contemporanei e successivi all'Unità d'Italia, in particolare a quella che fu l'acuta crisi economica da questa indotta in Sicilia e nel Meridione d'Italia. Infatti lo Stato italiano, non riuscendo a garantire un controllo diretto e stabile del governo dell'isola (la cui organizzazione sociale era molto diversa da quella settentrionale), cominciò a fare affidamento sulle cosche mafiose che, ben conoscendo i meccanismi locali, facilmente presero le veci del governo centrale[5].

Tuttavia, con il pretesto di proteggere gli agricoltori e contadini dal malgoverno feudale e dalla nobiltà, i mafiosi costrinsero gli agricoltori a pagare gli interessi per il contratto di locazione e a mantenere l’omertà: per questo tale tipo di criminalità organizzata divenne illegale a partire dal 1865[6]. La prima analisi esaustiva in cui venne espressamente usato il termine mafia fu compiuta nel 1876 da Leopoldo Franchetti, dopo la celebre inchiesta compiuta insieme a Sidney Sonnino, che venne pubblicata con il titolo Condizioni politiche e amministrative della Sicilia.

Uno dei più clamorosi processi di quegli anni fu quello tenutosi nel 1885 contro gli affiliati alla "Fratellanza di Favara", una cosca mafiosa operante nella provincia di Agrigento che aveva un rituale di iniziazione in stile massonico, che avveniva pungendo l'indice dei nuovi membri per poi tingere con il sangue un'immagine sacra, che veniva bruciata mentre l'iniziato recitava una formula di giuramento[7]: tale cerimonia di affiliazione era tipica delle cosche mafiose di Palermo, a cui numerosi membri della "Fratellanza" erano stati affiliati nel 1879, durante la prigionia con mafiosi palermitani nel carcere di Ustica[8]. Nel 1893, in seguito al delitto Notarbartolo, l'esistenza di Cosa nostra (e dei suoi rapporti con la politica) divenne nota in tutta Italia.

L'epoca delle rivendicazioni agricole[modifica | modifica sorgente]

Cartina della Sicilia dei primi anni del Novecento che mostra la densità mafiosa dei comuni siciliani.

Anche se non più con un regime feudale, nelle campagne siciliane gli agricoltori erano ancora sfruttati. I grandi proprietari terrieri risiedevano a Palermo o in altre grandi città e affittavano i loro terreni a gabellotti con contratti a breve termine, che, per essere redditizi, costringevano il gabellotto a sfruttare i contadini. Per evitare rivolte e lavorare meglio, al gabellotto conveniva allearsi con i mafiosi, che da un lato offrivano il loro potere coercitivo contro i contadini, dall'altro le loro conoscenze a Palermo, dove si siglavano la maggioranza dei contratti agricoli[9].

A partire dal 1891 in tutta la Sicilia gli agricoltori si unirono in fasci, sorta di sindacati agricoli guidati dai socialisti locali, chiedendo contratti più equi e una distribuzione più adeguata della ricchezza. Non si trattava di movimenti rivoluzionari in senso stretto ma essi furono comunque condannati dal governo di Roma che, nella persona di Crispi, nel 1893 inviò l'esercito per scioglierli con l'uso della forza. Giuseppe de Felice Giuffrida, considerato il fondatore dei fasci siciliani, venne processato e imprigionato. Poco prima che fossero sciolti, la mafia aveva cercato di infilare alcuni suoi uomini in queste organizzazioni in modo che, se mai avessero avuto successo, essa non avrebbe perso i suoi privilegi; continuò però anche ad aiutare i gabellotti cosicché, chiunque fosse uscito vincitore, essa ci avrebbe guadagnato fungendo da mediatrice tra le parti[10].

Quando fu chiaro che lo Stato sarebbe intervenuto con la legge marziale, la "Fratellanza", detta anche "Onorata Società" (due dei termini usati all'epoca per identificare Cosa nostra), si distaccò dai fasci (che avevano tentato in tutti i modi di evitare la penetrazione di mafiosi nelle loro file, spesso riuscendoci) e anzi aiutò il governo nella sua repressione. Come "vendetta" per l'azione dei Fasci, che voleva mettere in discussione il potere dei latifondisti, nel 1915 a Corleone i mafiosi uccisero Bernardino Verro, che era stato tra i più accesi animatori del movimento dei Fasci siciliani negli anni novanta del XIX secolo.

Durante la presidenza di Giovanni Giolitti si permise alle cooperative di chiedere prestiti alle banche e di intraprendere da sole, senza gabellotti, contratti diretti coi proprietari terrieri. Questo, insieme alla nuova legge elettorale del suffragio universale maschile, portò non solo alla vittoria di diversi sindaci socialisti in varie città siciliane, ma anche all'eliminazione del ruolo mafioso nella mediazione per i contratti. Tuttavia "con Giolitti la mafia, assieme ai poteri forti (massoneria deviata, vecchia aristocrazia, borghesia eroica), monopolizzò tutta la vita economica e politica dell’isola, infatti gli appalti ed i finanziamenti alle imprese industriali e agrarie erano pilotati, così come le elezioni politiche ed amministrative"[11].

Per stroncare il pericolo "rosso", la mafia dovette allearsi con la Chiesa cattolica siciliana[12], anch'essa preoccupata per gli sviluppi dell'ideologia marxista materialista nelle campagne. Le cooperative cattoliche quindi non si chiusero ad infiltrazioni mafiose, a patto che questi ultimi scoraggiassero in tutti i modi i socialisti. Nel primo quindicennio del Novecento si iniziarono a contare le prime vittime socialiste ad opera della mafia, che colpiva sindaci, sindacalisti, attivisti e agricoltori indisturbatamente[13]. Il tema delle terre negate ai contadini resterà uno dei principali motivi di scontro sociale in Sicilia fino al secondo dopoguerra.

Il rapporto Sangiorgi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rapporto Sangiorgi.

Ermanno Sangiorgi, di origini romagnole, venne inviato a Palermo in veste di questore nel 1898 mentre era in corso una guerra di mafia, iniziata due anni prima, nel 1896[14]. Indagando sui delitti commessi dalle cosche della Conca d'Oro, Sangiorgi capì che gli omicidi non erano il prodotto di iniziative individuali, ma implicavano leggi, decisioni collegiali, e un sistema di controllo territoriale. Sangiorgi scoprì inoltre che le due famiglie più ricche di Palermo, i Florio e i Whitaker, vivevano fianco a fianco con i mafiosi della Conca d'Oro, che venivano assunti come guardiani e fattori nelle loro tenute e pagati per ricevere "protezione"[15].

Nell'ottobre 1899 Francesco Siino, capo della cosca di Malaspina sfuggito miracolosamente ad una sparatoria tesagli dagli uomini di Antonino Giammona, capo della cosca dell'Uditore, nel contesto dalla guerra di mafia, venne messo alle strette da Sangiorgi e confessò che il suo avversario Giammona gli contendeva i racket del commercio di limoni, delle rapine, delle estorsioni e della falsificazione delle banconote. Inoltre dichiarò che la Conca d'Oro era divisa in otto cosche mafiose:

  1. Piana dei Colli,
  2. Acquasanta,
  3. Falde,
  4. Malaspina,
  5. Uditore,
  6. Passo di Rigano,
  7. Perpignano,
  8. Olivuzza.
Disegno del processo ai presunti mafiosi fatti arrestare dal questore Sangiorgi, pubblicato sul quotidiano L'Ora (maggio 1901)

Sangiorgi, in base a queste dichiarazioni, firmò molti mandati di cattura. La notte tra il 27 e il 28 aprile 1900 la Questura fece arrestare diversi mafiosi, tra cui Antonino Giammona. Alla procura di Palermo, Sangiorgi inviò un rapporto di 485 pagine che conteneva una mappa dell'organizzazione della mafia siciliana con un totale di 280 "uomini d'onore". Il processo cominciò nel maggio 1901 ma Siino ritrattò completamente le sue dichiarazioni. Dopo solo un mese, giunsero le condanne di primo grado: soltanto 32 imputati furono giudicati colpevoli di aver dato vita a un'associazione criminale e, tenuto conto del tempo già trascorso in carcere, molti furono rilasciati il giorno dopo[16].

La prima guerra mondiale e le sue conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Nel 1915, l'Italia entra nella prima guerra mondiale e vengono chiamati alle armi centinaia di migliaia di giovani da tutto il paese. In Sicilia, a causa della chiamata alla leva, i disertori furono numerosi. Essi abbandonarono le città e si dettero alla macchia all'interno dell'isola, vivendo per lo più di rapina. A causa della mancanza di braccia per l'agricoltura e delle sempre maggiori richieste di soldati dal fronte, moltissimi terreni vengono adibiti al pascolo.

Queste due condizioni fanno aumentare enormemente l'influenza di Cosa nostra in tutta l'isola[17]. Aumentati i furti di bestiame, i proprietari terrieri si rivolsero sempre più spesso ai mafiosi, piuttosto che alle impotenti autorità statali, per farsi restituire almeno in parte le mandrie. I boss, nei loro abituali panni, si prestano a mediare tra i banditi e le vittime, prendendo una parcella per il loro lavoro.

Alla fine della prima guerra mondiale, l'Italia affronta un momento di crisi, che rischia di sfociare in una vera e propria rivolta popolare, ad imitazione della recente rivoluzione russa. Al nord gli operai scioperano e chiedono migliori condizioni di lavoro, al sud sono i giovani ritornati a casa a lamentarsi per le promesse non mantenute dal governo (in particolar modo quelle relative alla terra). Moltissimi quindi vanno ad ingrossare le file dei banditi, altri entrano direttamente nella mafia e altri ancora cercano di riformare i fasci o comunque partecipano ai consigli socialisti siciliani. Fu in questo clima di tensione che il fascismo fece la sua comparsa.

L'epoca fascista[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Mafia e fascismo.

Il fascismo iniziò una campagna contro i mafiosi siciliani, subito dopo la prima visita di Mussolini in Sicilia nel maggio del 1924. Il 2 giugno dello stesso anno venne inviato in Sicilia Cesare Mori, prima come prefetto di Trapani, poi a Palermo dal 22 ottobre 1925, soprannominato il Prefetto di ferro, con l'incarico di sradicare la mafia con qualsiasi mezzo. L'azione del Mori fu dura ed efficace. Centinaia e centinaia furono gli uomini arrestati e finalmente condannati. Celebre è l'assedio di Gangi in cui Mori assediò per quattro mesi il centro cittadino, in quanto esso era considerato una delle roccaforti mafiose.

In questo periodo venne arrestato il boss Vito Cascio Ferro. Dopo alcuni arresti eclatanti di capimafia, anche i vertici di Cosa nostra non si sentivano più al sicuro e scelsero due vie per salvarsi: una parte emigrò negli USA, andando ad ingrossare le file di Cosa nostra americana, mentre un'altra restò in disparte. Il "prefetto di ferro" scoprì anche collegamenti con personalità di spicco del fascismo come Alfredo Cucco, che fu espulso dal PNF.

Nel 1929 Mori fu nominato senatore e collocato a riposo. I limiti della sua azione fu lui stesso a riconoscerli in tempi successivi: l'accusa di mafia veniva spesso avanzata per compiere vendette o colpire individui che nulla c'entravano con la mafia stessa, come fu con Cucco e con il generale Antonino Di Giorgio. Alcuni mafiosi erano membri del PNF, a conoscenza e con il favore di Benito Mussolini. Tra i mafiosi protetti dal regime fascista c'erano: il principe Lanza di Scalea, Epifanio Gristina, il barone Vincenzo Ferrara, i baroni Li Destri e Sgadari e molti altri. Questi ultimi furono processati, ma vennero assolti essendo amici del duce Benito Mussolini.

Il principe Lanza di Scalea fu uno dei candidati nelle liste del PNF per le amministrative di Palermo mentre a Gangi il barone Li Destri, pure candidato del PNF, era protettore e capo di banditi e delinquenti. Il carabiniere Francesco Cardenti così riferisce: "Il barone Li Destri al tempo della maffia era appoggiato forte ai briganti che adesso si trovano carcerati a Portolongone (Elba)se qualcuno passava dalla sua proprietà che è gelosissimo diceva: Non passare più dal mio terreno altrimenti ti faccio levare dalla circolazione, adesso che i tempi sono cambiati e che è amico della autorità [...] Non passare più dal mio terreno altrimenti ti mando al confino."[18] I mezzi usati dalla Polizia nelle numerose azioni condotte per sgominare il fenomeno mafioso portarono ad un aumento della sfiducia della popolazione nei confronti dello Stato. Mori fu comunque il primo investigatore italiano a dimostrare che la mafia può essere sconfitta con una lotta senza quartiere, come sosterrà successivamente anche Giovanni Falcone.

La seconda guerra mondiale, il separatismo e la repressione dei movimenti contadini[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Movimento Indipendentista Siciliano e Salvatore Giuliano.

Esistono teorie che affermano che il mafioso americano Lucky Luciano venne arruolato per facilitare lo sbarco alleato in Sicilia (luglio 1943) e su questo indagò pure la Commissione d'inchiesta statunitense sul crimine organizzato presieduta dal senatore Estes Kefauver (1951), la quale giunse a queste conclusioni:

« Durante la seconda guerra mondiale si fece molto rumore intorno a certi preziosi servigi che Luciano, a quel tempo in carcere, avrebbe reso alle autorità militari in relazione a piani per l'invasione della sua nativa Sicilia. Secondo Moses Polakoff, avvocato difensore di Meyer Lansky, la Naval Intelligence aveva richiesto l'aiuto di Luciano, chiedendo a Polakoff di fare da intermediario. Polakoff, il quale aveva difeso Luciano quando questi venne condannato, disse di essersi allora rivolto a Meyer Lansky, antico compagno di Luciano; vennero combinati quindici o venti incontri, durante i quali Luciano fornì certe informazioni[19] »

Infatti la Commissione Kefauver accertò che nel 1942 Luciano (all'epoca detenuto) offrì il suo aiuto al Naval Intelligence per indagare sul sabotaggio di diverse navi nel porto di Manhattan, di cui furono sospettate alcune spie naziste infiltrate tra i portuali; in cambio della sua collaborazione, Luciano venne trasferito in un altro carcere, dove venne interrogato dagli agenti del Naval Intelligence e si offrì anche di recarsi in Sicilia per prendere contatti in vista dello sbarco, progetto comunque non andato in porto[20][21]. È quasi certo che la collaborazione di Luciano con il governo statunitense sia finita qui, anche se lo storico Michele Pantaleone sostenne di oscuri accordi con il boss mafioso Calogero Vizzini per il tramite di Luciano al fine di facilitare l'avanzata americana, smentito però da altre testimonianze: infatti numerosi storici liquidano l'aiuto della mafia allo sbarco alleato come un mito perché avvenne in zone dove la presenza mafiosa era tradizionalmente assente ed inoltre gli angloamericani avevano mezzi militari superiori agli italo-tedeschi da non aver bisogno dell'aiuto della mafia per sconfiggerli[22][20][23].

In un rapporto del 29 ottobre 1943, firmato dal capitano americano W.E. Scotten, si legge che in quel periodo l'organizzazione mafiosa è "più orizzontale [...] che verticale [...] in una certa misura disaggregata e ridotta a una dimensione locale" in seguito alla repressione del periodo fascista[20]. Tuttavia, dopo la liberazione della Sicilia, l'AMGOT, il governo militare statunitense dei territori occupati, era alla ricerca di antifascisti da sostituire alle autorità locali fasciste e decise di privilegiare i grandi proprietari terrieri e i loro gabellotti mafiosi, che si presentavano come vittime della repressione fascista[20]: ad esempio il barone Lucio Tasca Bordonaro venne nominato sindaco di Palermo, il mafioso Calogero Vizzini sindaco di Villalba, Giuseppe Genco Russo sovrintendente all'assistenza pubblica di Mussomeli e Vincenzo Di Carlo (capo della cosca di Raffadali) responsabile dell'ufficio locale per la requisizione dei cereali[24].

Nello stesso periodo emergeva il Movimento Indipendentista Siciliano, la prima organizzazione politica a mobilitarsi attivamente durante l'AMGOT, i cui leader furono soprattutto i grandi proprietari terrieri, tra cui spiccò il barone Lucio Tasca Bordonaro (in seguito indicato come un capomafia in un rapporto dei Carabinieri[19]). Infatti numerosi boss mafiosi, fra cui Calogero Vizzini, Giuseppe Genco Russo, Michele Navarra e Francesco Paolo Bontate, confluirono nel MIS come esponenti agrari e da questa posizione ottennero numerosi incarichi pubblici e vantaggi, da cui poterono esercitare con facilità le attività illecite del furto di bestiame, delle rapine e del contrabbando di generi alimentari[20][19].

Salvatore Giuliano

Nell'autunno 1944 il decreto del ministro dell'agricoltura Fausto Gullo (che faceva parte del provvisorio governo italiano subentrato all'AMGOT) stabiliva che i contadini avrebbero ottenuto una quota più grande dei prodotti della terra che coltivavano come affittuari e venivano autorizzati a costituire cooperative e a rilevare la terra lasciata improduttiva[25][26]. L'applicazione di tale normativa produsse uno scontro sociale tra i proprietari terrieri conservatori (spalleggiati dai loro gabellotti mafiosi) e i movimenti contadini guidati dai leader sindacali, tra i quali spiccarono Accursio Miraglia, Placido Rizzotto e Calogero Cangelosi, che vennero barbaramente assassinati dai mafiosi insieme a molti altri capi del movimento contadino che in quegli anni lottarono per la terra negata[24].

Intanto nella primavera 1945 l'EVIS, il progettato braccio armato del MIS, assoldò il bandito Salvatore Giuliano (capo di una banda di banditi associata al boss mafioso Ignazio Miceli, capomafia di Monreale), che compì imboscate e assalti alle caserme dei carabinieri di Bellolampo, Pioppo, Montelepre e Borgetto per dare inizio all'insurrezione separatista; anche il boss Calogero Vizzini assoldò la banda dei "Niscemesi", guidata dal bandito Rosario Avila, che iniziò azioni di guerriglia compiendo imboscate contro le locali pattuglie dei Carabinieri[27].

Nel 1946 il MIS decise di entrare nella legalità ma ciò non fermò il bandito Giuliano e la sua banda, che continuarono gli attacchi contro le caserme dei Carabinieri e le leghe dei movimenti contadini, che culminarono nella strage di Portella della Ginestra (1º maggio 1947), contro i manifestanti socialisti e comunisti a Piana degli Albanesi (provincia di Palermo), in cui moriranno 11 persone e altre 27 rimarranno ferite.

Infine la banda Giuliano sarà smantellata dagli arresti operati dal Comando forze repressione banditismo, guidato dal colonnello Ugo Luca, che si accordò segretamente con il boss Ignazio Miceli per catturare i banditi: lo stesso Giuliano verrà ucciso nel 1950 dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta, il quale era segretamente diventato anch'egli un informatore del colonnello Luca[19]. In seguito Pisciotta venne arrestato ed accusò apertamente i deputati Bernardo Mattarella, Gianfranco Alliata, Tommaso Leone Marchesano e Mario Scelba di essere i mandanti della strage di Portella della Ginestra ma morì avvelenato nel carcere dell'Ucciardone nel 1954, prima di rendere la sua testimonianza sulla strage di Portella al procuratore Pietro Scaglione[28].

Il dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sacco di Palermo.

Nel 1950 venne varata la legge per la riforma agraria, che limitava il diritto alla proprietà terriera a soli 200 ettari ed obbligava i proprietari terrieri ad effettuare opere di bonifica e trasformazione: vennero istituiti l'ERAS (Ente per la Riforma Agraria in Sicilia) e numerosi consorzi di bonifica, la cui direzione venne affidata a noti mafiosi come Calogero Vizzini, Giuseppe Genco Russo e Vanni Sacco, i quali realizzarono enormi profitti incassando gli indennizzi degli appezzamenti ceduti all'ERAS e poi rivenduti ai singoli contadini[29][30]. La riforma agraria comportò lo smembramento della grande proprietà terriera (importante per gli interessi dei mafiosi, che dopo la riforma riuscirono a rivendere i feudi a prezzo maggiorato all'ERAS) e la riduzione del peso economico dell'agricoltura a favore di altri settori come il commercio o il terziario del settore pubblico. In questo periodo l'amministrazione pubblica in Sicilia divenne l'ente più importante in fatto di economia: dal 1950 al 1953 i dipendenti regionali passarono da circa 800 ad oltre 1350 a Palermo (sede del nuovo governo regionale), la quale era devastata dai bombardamenti del 1943 e 40.000 suoi abitanti, che avevano avuto la casa distrutta, richiedevano nuove abitazioni[31].

Il nuovo piano di ricostruzione edilizia però si rivelò un fallimento e sfociò in quello che venne chiamato «sacco di Palermo»: infatti quegli anni vedevano l’ascesa dei cosiddetti “Giovani Turchi” democristiani Giovanni Gioia, Salvo Lima e Vito Ciancimino, i quali erano strettamente legati ad esponenti mafiosi ed andarono ad occupare le principali cariche dell’amministrazione locale; durante il periodo in cui prima Lima e poi Ciancimino furono assessori ai lavori pubblici di Palermo, il nuovo piano regolatore cittadino sembrò andare in porto nel 1956 e nel 1959 ma furono apportati centinaia di emendamenti, in accoglimento di istanze di privati cittadini (molti dei quali in realtà erano uomini politici e mafiosi, a cui si aggiungevano parenti e associati)[32], che permisero l'abbattimento di numerose residenze private in stile Liberty costruite alla fine dell'Ottocento nel centro di Palermo. In particolare, nel periodo in cui Ciancimino fu assessore (1959-64), delle 4.000 licenze edilizie rilasciate, 1600 figurarono intestate a tre prestanome, che non avevano nulla a che fare con l'edilizia, e furono anche favoriti noti costruttori mafiosi (Francesco Vassallo e i fratelli Girolamo e Salvatore Moncada), che riuscirono a costruire edifici che violavano le clausole dei progetti e delle licenze edilizie[33][34].

Inoltre nell'immediato dopoguerra numerosi mafiosi americani (Lucky Luciano, Joe Adonis, Frank Coppola, Nick Gentile, Frank Garofalo) si trasferirono in Italia e divennero attivi soprattutto nel traffico di stupefacenti verso il Nordamerica, stabilendo collegamenti e fornendo contatti con i corrieri statunitensi ai gruppi mafiosi palermitani (Angelo La Barbera, Salvatore Greco, Antonino Sorci, Tommaso Buscetta, Pietro Davì, Rosario Mancino e Gaetano Badalamenti) e trapanesi (Salvatore Zizzo, Giuseppe Palmeri, Vincenzo Di Trapani e Serafino Mancuso), i quali incettavano sigarette estere ed eroina presso i contrabbandieri corsi e tangerini[35][36]. Nell'ottobre 1957 si tennero una serie di incontri presso il Grand Hotel et des Palmes di Palermo tra mafiosi americani e siciliani (Gaspare Magaddino, Cesare Manzella, Giuseppe Genco Russo ed altri): gli inquirenti dell'epoca sospettarono che si incontrarono per concordare l'organizzazione del traffico degli stupefacenti, dopo che la rivoluzione castrista a Cuba (1956-57) aveva privato i mafiosi siciliani ed americani di quell'importante base di smistamento per l'eroina[36]; durante questi incontri, il mafioso siculo-americano Joseph Bonanno prospettò l'idea di creare una «Commissione» sul modello di quella dei mafiosi americani, di cui dovevano fare parte tutti i capimandamento della provincia di Palermo e doveva avere il compito di deliberare sull'uccisione di "uomini d'onore" e di persone esterne, togliendo ai capi delle singole cosche il potere di vita e di morte sugli altri mafiosi al fine di assicurare l'ordine nelle file dell'organizzazione[37][38].

La "prima guerra di mafia" e la stagione della Commissione Parlamentare Antimafia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi prima guerra di mafia e Commissione Parlamentare Antimafia.

Le tensioni latenti riguardo agli affari illeciti e al territorio sfociarono nell'uccisione del boss Calcedonio Di Pisa (26 dicembre 1962), che ruppe una fragile tregua raggiunta tra i principali mafiosi del tempo[39]; l'omicidio venne compiuto da Michele Cavataio (capo della cosca dell'Acquasanta), che voleva fare ricadere la responsabilità sui fratelli Angelo e Salvatore La Barbera (temibili capimafia di Palermo Centro): infatti, dopo l'assassinio di Di Pisa, Salvatore La Barbera rimase vittima della «lupara bianca» su ordine della "Commissione" e ciò scatenò una serie di omicidi, sparatorie ed autobombe; Cavataio approfittò della situazione di conflitto per sbarazzarsi dei suoi avversari e per queste ragioni si associò ai boss Pietro Torretta ed Antonino Matranga: gli omicidi compiuti da Cavataio e dai suoi associati culminarono nella strage di Ciaculli (30 giugno 1963), in cui morirono sette uomini delle forze dell'ordine dilaniati dall'esplosione di un'autobomba che stavano disinnescando e che era destinata al boss Salvatore "Cicchiteddu" Greco[40][41].

La strage di Ciaculli provocò molto scalpore nell'opinione pubblica italiana e nei mesi successivi furono arrestate circa 2000 persone sospette di legami con l'organizzazione mafiosa: per queste ragioni la "Commissione" di Cosa Nostra venne sciolta e molte cosche mafiose decisero di sospendere le proprie attività illecite[42]. Nello stesso periodo la Commissione Parlamentare Antimafia iniziava i suoi lavori, raccogliendo notizie e dati necessari alla valutazione del fenomeno mafioso, proponendo misure di prevenzione e svolgendo indagini su casi particolari, e concluderà queste indagini soltanto nel 1976, dopo numerosi dibattiti e polemiche[43]. Intanto si svolsero alcuni processi contro i protagonisti dei conflitti mafiosi di quegli anni arrestati in seguito alla strage di Ciaculli: numerosi mafiosi vennero giudicati in un processo svoltosi a Catanzaro per legittima suspicione nel 1968 (il famoso "processo dei 117"); in dicembre venne pronunciata la sentenza ma solo alcuni ebbero condanne pesanti e il resto degli imputati furono assolti per insufficienza di prove o condannati a pene brevi per il reato di associazione a delinquere e, siccome avevano aspettato il processo in stato di detenzione, furono rilasciati immediatamente[44]; un altro processo si svolse a Bari nel 1969 contro i protagonisti di una faida mafiosa avvenuta a Corleone alla fine degli anni cinquanta: gli imputati vennero tutti assolti per insufficienza di prove e un rapporto della Commissione Parlamentare Antimafia criticò aspramente il verdetto[45][46].

Nel marzo 1973 Leonardo Vitale, membro della cosca di Altarello di Baida, si presentò spontaneamente alla questura di Palermo e dichiarò agli inquirenti che stava attraversando una crisi religiosa e intendeva cominciare una nuova vita; infatti si autoaccusò di numerosi reati, rivelando per primo l'esistenza di una "Commissione" e descrivendo anche il rito di iniziazione di Cosa Nostra e l'organizzazione di una cosca mafiosa: si trattava del primo mafioso del dopoguerra che decideva di collaborare apertamente con le autorità e il caso venne citato nella relazione di minoranza della Commissione Parlamentare Antimafia (redatta nel 1976)[26]. Tuttavia Vitale non venne ritenuto credibile e la sua pena commutata in detenzione in un manicomio criminale perché dichiarato "seminfermo di mente"; scontata la pena e dimesso, Vitale verrà ucciso nel 1984[47].

La stagione dei grandi traffici e dei "cadaveri eccellenti"[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Golpe Borghese, Clan dei corleonesi e Pizza connection.
La «strage di viale Lazio» (10 dicembre 1969)

Nel 1969, dopo la fine dei grandi processi, i capimandamento della provincia di Palermo decisero di ricostruire la "Commissione" e il boss Michele Cavataio tentò di parteciparvi; tuttavia i boss iniziavano ad avere sentore che Cavataio era il principale responsabile di molti delitti della "prima guerra di mafia", compresa la strage di Ciaculli, che avevano provocato la dura repressione delle autorità contro i mafiosi: per queste ragioni venne decisa l'eliminazione di Cavataio, che venne trucidato nella cosiddetta «strage di viale Lazio» (10 dicembre 1969)[48].

Dopo l'uccisione di Cavataio, nel 1970 si tennero una serie di incontri a Zurigo, Milano e Catania, a cui parteciparono i mafiosi Salvatore "Cicchiteddu" Greco, Gaetano Badalamenti, Stefano Bontate, Tommaso Buscetta, Luciano Leggio, Giuseppe Calderone (capo della Famiglia di Catania) e Giuseppe Di Cristina (rappresentante mafioso della provincia di Caltanissetta), i quali discussero sulla ricostruzione della "Commissione" e sull'implicazione dei mafiosi siciliani nel Golpe Borghese in cambio della revisione dei processi a loro carico; Calderone e Di Cristina stessi andarono a Roma per incontrare il principe Junio Valerio Borghese per ascoltare le sue proposte ma in seguito il progetto fallì[49][50]. Durante gli incontri, venne costituito un "triumvirato" provvisorio per dirimere le dispute tra le varie cosche della provincia di Palermo, che era composto da Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Luciano Leggio (capo della cosca di Corleone), benché si facesse spesso rappresentare dal suo vice Salvatore Riina[37]. Infatti nello stesso periodo il "triumvirato" provvisorio ordinò la sparizione del giornalista Mauro De Mauro (16 settembre 1970), che rimase vittima della «lupara bianca» forse per aver scoperto un coinvolgimento dei mafiosi nell'uccisione di Enrico Mattei o nel Golpe Borghese[51]. Le indagini per la scomparsa del giornalista furono coordinate dal procuratore Pietro Scaglione, il quale si era incontrato proprio con De Mauro pochi giorni prima che questi scomparisse[28]; il 5 maggio 1971 il procuratore Scaglione rimase vittima di un agguato a Palermo insieme al suo autista Antonino Lo Russo: si trattava del primo "omicidio eccellente" commesso dall'organizzazione mafiosa nel dopoguerra[33].

Nel 1974 una nuova "Commissione" divenne operativa e il boss Gaetano Badalamenti venne incaricato di dirigerla[40]; l'anno successivo il boss Giuseppe Calderone propose la creazione di una "Commissione regionale", che venne chiamata la «Regione», un comitato di sei rappresentanti mafiosi di ogni provincia siciliana, escluse quelle di Messina, Siracusa e Ragusa (dove la presenza mafiosa era tradizionalmente assente), che doveva decidere su importanti questioni riguardanti gli interessi mafiosi di più province; Calderone venne anche incaricato di dirigere la «Regione» e fece approvare dagli altri rappresentanti il divieto assoluto di compiere sequestri di persona in Sicilia per porre fine ai rapimenti a scopo di estorsione compiuti dal boss Luciano Leggio e dal suo vice Salvatore Riina[52][53]: infatti Leggio e Riina compivano rapimenti contro imprenditori e costruttori vicini ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti per danneggiarne il prestigio, e provvedevano a distribuire i riscatti dei sequestri tra le varie cosche della provincia di Palermo per ingraziarsele, costituendo il primo nucleo della fazione dei Corleonesi[37].

Inoltre gli anni 1973-74 videro un boom del contrabbando di sigarette estere, che aveva il suo centro di smistamento a Napoli: infatti i mafiosi palermitani e catanesi acquistavano carichi di sigarette attraverso Michele Zaza ed altri camorristi napoletani[54]; addirittura nel 1974 si provvide ad affiliare nell'organizzazione mafiosa Zaza, i fratelli Nuvoletta ed Antonio Bardellino in modo di tenerli sotto controllo e di lusingarne le vanità, autorizzandoli anche a formare una propria Famiglia a Napoli[55][56]. Tuttavia nella seconda metà degli anni settanta numerose cosche divennero attive soprattutto nel traffico di stupefacenti: infatti facevano acquistare morfina base dai trafficanti turchi e thailandesi attraverso contrabbandieri già attivi nel traffico di sigarette e la facevano raffinare in eroina in laboratori clandestini comuni a tutte le Famiglie, che erano attivi a Palermo e nelle vicinanze; l'esportazione dell'eroina in Nordamerica faceva capo ai mafiosi palermitani Gaetano Badalamenti, Salvatore Inzerillo, Stefano Bontate, Giuseppe Bono ma anche ai Cuntrera-Caruana della Famiglia di Siculiana, in provincia di Agrigento[57][58][59]: secondo dati ufficiali, in quel periodo i mafiosi siciliani avevano il controllo della raffinazione, spedizione e distribuzione di circa il 30% dell’eroina consumata negli Stati Uniti[60].

Nel 1977 Riina e il suo luogotenente Bernardo Provenzano (che avevano preso il posto di Leggio, arrestato nel 1974) ordinarono l'uccisione del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, commissionata da Leggio stesso dalla prigione senza però il consenso della "Commissione regionale"[40]: infatti Giuseppe Di Cristina si era opposto all'omicidio perché avverso alla fazione corleonese e quindi legato a Bontate e Badalamenti[61]. Tuttavia l'anno successivo Riina riuscì a fare espellere Badalamenti dalla "Commissione" con una scusa e fece passare l'incarico di dirigerla al suo associato Michele Greco[62]: fu in questo periodo che la fazione corleonese prese la maggioranza nella "Commissione" perché Riina fece nominare nuovi capimandamento tra i suoi associati attraverso Greco[40]. Per queste ragioni, Giuseppe Di Cristina tentò di mettersi in contatto con i Carabinieri, accusando Riina e Provenzano di essere responsabili di numerosi omicidi per conto di Leggio, all'epoca detenuto[63]; alcuni giorni dopo le sue confessioni, Di Cristina venne ucciso a Palermo mentre qualche tempo dopo anche il suo associato Giuseppe Calderone finì assassinato dal suo luogotenente Nitto Santapaola, che era passato alla fazione corleonese[64].

Sempre nello stesso periodo, la "Commissione", ormai composta in maggioranza dai Corleonesi, scatenò una serie di "omicidi eccellenti": in quei mesi vennero trucidati il segretario democristiano Michele Reina, il commissario Boris Giuliano, il giornalista Mario Francese e il giudice Cesare Terranova; nell'anno successivo vi furono altri tre "cadaveri eccellenti": il presidente della Regione Piersanti Mattarella, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile e il procuratore Gaetano Costa, che venne fatto assassinare dal boss Salvatore Inzerillo per mandare un segnale ai Corleonesi, dimostrando che anche lui era capace di ordinare un omicidio "eccellente"[40].

Seconda guerra di mafia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seconda guerra di mafia.
L'omicidio di Stefano Bontate (23 aprile 1981)

Nel marzo 1981 Giuseppe Panno, capo della cosca di Casteldaccia e strettamente legato a Bontate, rimase vittima della «lupara bianca» per ordine dei Corleonesi[63]; Bontate reagì organizzando un complotto contro Riina, che però venne rivelato da Michele Greco: Riina allora ordinò l'omicidio di Bontate (23 aprile) e poi anche quello del suo associato Salvatore Inzerillo (11 maggio)[40]. Nel periodo successivo a questi omicidi, numerosi mafiosi appartenenti alle cosche di Bontate e Inzerillo vennero attirati in imboscate dai loro stessi associati e fatti sparire; il gruppo di fuoco corleonese eliminò anche numerosi rivali nella zona tra Bagheria, Casteldaccia ed Altavilla Milicia, che venne soprannominata «triangolo della morte» dalla stampa dell'epoca[65]: in quell'anno (1981) si contarono circa 200 omicidi a Palermo e nella provincia, a cui si aggiunsero numerose «lupare bianche»[64]; nel novembre 1982 furono ammazzati una dozzina di mafiosi di Partanna-Mondello, della Noce e dell'Acquasanta nel corso di una grigliata all'aperto nella tenuta di Michele Greco e i loro corpi spogliati e buttati in bidoni pieni di acido: nella stessa giornata, in ore e luoghi diversi di Palermo, furono anche uccisi numerosi loro associati per evitarne la reazione[66].

Il massacro si estese perfino negli Stati Uniti: Paul Castellano, capo della Famiglia Gambino di New York, inviò i mafiosi Rosario Naimo e John Gambino (imparentato con gli Inzerillo) a Palermo per accordarsi con la "Commissione"[67], la quale stabilì che i parenti superstiti di Inzerillo fuggiti negli Stati Uniti avrebbero avuta salva la vita a condizione che non tornassero più in Sicilia ma, in cambio della loro fuga, Naimo e Gambino dovevano trovare ed uccidere Antonino e Pietro Inzerillo, rispettivamente zio e fratello del defunto Salvatore, fuggiti anch'essi negli Stati Uniti[68]: Antonino Inzerillo rimase vittima della «lupara bianca» a Brooklyn mentre il cadavere di Pietro venne ritrovato nel bagagliaio di un'auto a Mount Laurel, nel New Jersey, con una mazzetta di dollari in bocca e tra i genitali (14 gennaio 1982)[69][70].

Tra il 1981 e il 1983 vennero commessi efferati omicidi contro 35 tra parenti e amici di Salvatore Contorno, un ex uomo di Bontate che era sfuggito ad agguato per le strade di Brancaccio (15 giugno 1981)[40]; si attuarono vendette trasversali pure contro i familiari di Gaetano Badalamenti e del suo associato Tommaso Buscetta, i quali risiedevano in Brasile ed erano sospettati di fornire aiuto al mafioso Giovannello Greco, che apparteneva alla fazione corleonese ma era considerato un "traditore" perché era stato amico di Salvatore Inzerillo ed aveva tentato di uccidere Michele Greco[71]: il padre, lo zio, il suocero e il cognato di Giovannello Greco furono assassinati[72] ma anche i due figli di Buscetta rimasero vittime della «lupara bianca» e gli vennero uccisi un fratello, un genero, un cognato e quattro nipoti[73]. Nello stesso periodo, nelle altre provincie si imposero mafiosi legati alla fazione corleonese, che eliminarono i vecchi capi: infatti i boss Mariano Agate e Francesco Messina Denaro si affermarono nella provincia di Trapani, Carmelo Colletti nella provincia di Agrigento, Giuseppe "Piddu" Madonia in quella di Caltanissetta mentre Nitto Santapaola divenne capo della Famiglia di Catania dopo l'omicidio del suo rivale Alfio Ferlito, trucidato insieme a tre carabinieri che lo stavano scortando in un altro carcere nella cosiddetta «strage della circonvallazione» (16 giugno 1982)[74].

L'omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro (3 settembre 1982)

In queste circostanze, la "Commissione" (ormai composta soltanto da capimandamento fedeli a Riina) ordinò l'omicidio dell'onorevole Pio La Torre, che era giunto da pochi mesi in Sicilia per prendere la direzione regionale del PCI ed aveva proposto un disegno di legge che prevedeva per la prima volta il reato di "associazione mafiosa" e la confisca dei patrimoni mafiosi di provenienza illecita: il 30 aprile 1982 La Torre venne trucidato insieme al suo autista Rosario Di Salvo in una strada di Palermo[75].

In seguito al delitto La Torre, il presidente del consiglio Giovanni Spadolini e il ministro dell'interno Virginio Rognoni chiesero al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa di insediarsi come prefetto di Palermo con sei giorni di anticipo[65]: infatti il ministro Rognoni aveva promesso a Dalla Chiesa poteri di coordinamento fuori dall'ordinario per contrastare l'emergenza mafiosa ma tali poteri non gli furono mai concessi[76]. Per queste ragioni Dalla Chiesa denunciò il suo stato di isolamento con una famosa intervista al giornalista Giorgio Bocca, in cui parlò anche dei legami tra le cosche ed alcune famose imprese catanesi[77]; infine il 3 settembre 1982, dopo circa cento giorni dal suo insediamento a Palermo, Dalla Chiesa venne brutalmente assassinato da un gruppo di fuoco mafioso insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente di scorta Domenico Russo.

La legge Rognoni-La Torre e la stagione dei maxiprocessi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Associazione di tipo mafioso e Maxiprocesso di Palermo.
Atti del Maxiprocesso

L'omicidio del prefetto Dalla Chiesa provocò molto scalpore nell'opinione pubblica italiana e nei giorni successivi il governo Spadolini II varò la legge 13 settembre 1982 n. 646 (detta "Rognoni-La Torre" dal nome dei promotori del disegno di legge) che introdusse nel codice penale italiano l'art. 416-bis, il quale prevedeva per la prima volta nell'ordinamento italiano il reato di "associazione di tipo mafioso" e la confisca dei patrimoni di provenienza illecita.[78]

Tutto ciò indusse i mafiosi a scatenare ritorsioni contro i magistrati che applicavano questa nuova norma: il 26 gennaio 1983 venne ucciso il giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto, il quale era impegnato in importanti inchieste sui mafiosi della provincia di Trapani e preparava il suo trasferimento alla Procura di Firenze, da dove avrebbe potuto disturbare gli interessi mafiosi in Toscana;[79] il 29 luglio un'autobomba parcheggiata sotto casa uccise Rocco Chinnici, capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, insieme a due agenti di scorta e al portiere del condominio.[80]

Dopo l'assassinio di Chinnici, il giudice Antonino Caponnetto, che lo sostituì a capo dell'Ufficio Istruzione, decise di istituire un "pool antimafia", ossia un gruppo di giudici istruttori che si sarebbero occupati esclusivamente dei reati di stampo mafioso, di cui chiamò a far parte i magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta;[81] essi, basandosi soprattutto su indagini bancarie e patrimoniali, vecchi rapporti di polizia e procedimenti odierni, raccolsero un abbondante materiale probatorio che andò a confermare le dichiarazioni di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, che avevano deciso di collaborare con la giustizia poiché erano stati vittime di vendette trasversali contro i loro parenti e amici durante la «seconda guerra di mafia»: il 29 settembre 1984 le dichiarazioni di Buscetta produssero 366 ordini di cattura mentre quelle di Contorno altri 127 mandati di cattura, nonché arresti eseguiti tra Palermo, Roma, Bari e Bologna[82]. Per queste ragioni, la "Commissione" incaricò il boss Pippo Calò di organizzare insieme ad alcuni terroristi neri e camorristi la strage del Rapido 904 (23 dicembre 1984), che provocò 17 morti e 267 feriti, al fine di distogliere l'attenzione delle autorità dalle indagini del pool antimafia e dalle dichiarazioni di Buscetta e Contorno[83].

L’8 novembre 1985 il giudice Falcone depositò l’ordinanza-sentenza di 8000 pagine che rinviava a giudizio 476 indagati in base alle indagini del pool antimafia supportate dalle dichiarazioni di Buscetta, Contorno e altri ventitré collaboratori giustizia[84][85]: il cosiddetto "Maxiprocesso" che ne scaturì iniziò in primo grado il 10 febbraio 1986, presso un'aula-bunker appositamente costruita all'interno del carcere dell'Ucciardone a Palermo per accogliere i numerosi imputati e avvocati[86], concludendosi il 16 dicembre 1987 con 342 condanne, tra cui 19 ergastoli che vennero commutati tra gli altri a Nitto Santapaola, Bernardo Provenzano e Salvatore Riina, giudicati in contumacia[87].

In seguito alla sentenza di primo grado, il 25 settembre 1988 il giudice Antonino Saetta venne ucciso insieme al figlio Stefano lungo la strada statale Caltanissetta-Agrigento da alcuni mafiosi di Palma di Montechiaro per fare un favore a Riina e ai suoi associati palermitani[88]: infatti Saetta avrebbe dovuto presiedere il grado di Appello del Maxiprocesso ed aveva già condannato all'ergastolo i responsabili dell'omicidio del capitano Emanuele Basile[89]. Infatti il 10 dicembre 1990 la Corte d'assise d'appello ridusse drasticamente le condanne di primo grado del Maxiprocesso, accettando soltanto parte delle dichiarazioni di Buscetta e Contorno[90].

La strategia stragista[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Bombe del '92 e '93.
La strage di Capaci (23 maggio 1992)

L'avvio della stagione degli attentati venne deciso nel corso di alcune riunioni ristrette della "Commissione interprovinciale" del settembre-ottobre 1991 e subito dopo in una riunione della "Commissione provinciale" presieduta da Salvatore Riina, svoltasi nel dicembre 1991: specialmente durante questo incontro, venne deciso ed elaborato un piano stragista "ristretto", che prevedeva l’assassinio di nemici storici di Cosa Nostra (i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) e di personaggi rivelatisi inaffidabili, primo fra tutti l’onorevole Salvo Lima[91].

Il 30 gennaio 1992 la Cassazione confermò tutte le condanne del Maxiprocesso, compresi i numerosi ergastoli a Riina e agli altri boss, avallando le dichiarazioni di Buscetta e Contorno[92]. In seguito alla sentenza della Cassazione, nel febbraio-marzo 1992 si tennero riunioni ristrette della "Commissione", sempre presiedute da Riina, che decisero di dare inizio agli attentati e stabilirono nuovi obiettivi da colpire[91]: il 12 marzo Salvo Lima venne ucciso alla vigilia delle elezioni politiche; il 23 maggio avvenne la strage di Capaci, in cui persero la vita Falcone, la moglie ed alcuni agenti di scorta; il 19 luglio avvenne la strage di via d'Amelio, in cui rimasero uccisi il giudice Borsellino e gli agenti di scorta: in seguito a questa ennesima strage, il governo reagì dando il via all'"Operazione Vespri siciliani", con cui vennero inviati 7000 uomini dell'esercito in Sicilia per presidiare gli obiettivi sensibili e oltre cento detenuti mafiosi particolarmente pericolosi vennero trasferiti in blocco nelle carceri dell'Asinara e di Pianosa per isolarli dal mondo esterno[93][91]; il 19 settembre venne ucciso Ignazio Salvo (imprenditore e mafioso di Salemi), anche lui rivelatosi inaffidabile perché era stato legato a Salvo Lima[91].

Il 15 gennaio 1993 Riina venne arrestato dagli uomini del ROS dei Carabinieri[91]. In seguito all'arresto di Riina, si creò un gruppo mafioso favorevole alla continuazione degli attentati contro lo Stato (Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano) ed un altro contrario (Michelangelo La Barbera, Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi) mentre il boss Bernardo Provenzano era il paciere tra le due fazioni e riuscì a porre la condizione che gli attentati avvenissero fuori dalla Sicilia, in "continente"[94]: il 14 maggio avvenne un attentato dinamitardo in via Ruggiero Fauro a Roma ai danni del giornalista Maurizio Costanzo, il quale però ne uscì illeso; il 27 maggio un altro attentato dinamitardo in via dei Georgofili a Firenze devastò la Galleria degli Uffizi e distrusse la Torre dei Pulci (cinque morti e una quarantina di feriti); la notte del 27 luglio esplosero quasi contemporaneamente tre autobombe a Roma e Milano, devastando le basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro nonché il Padiglione d'Arte Contemporanea di Milano (cinque morti e una trentina di feriti in tutto); il 23 gennaio 1994 era programmato un altro attentato dinamitardo contro il presidio dei Carabinieri in servizio allo Stadio Olimpico di Roma durante le partite di calcio ma un malfunzionamento del telecomando che doveva provocare l'esplosione fece fortunatamente fallire il piano omicida[95][96]. Inoltre nel novembre 1993 i boss Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano, Giovanni Brusca e Matteo Messina Denaro avevano organizzato il sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo per costringere il padre Santino (che stava collaborando con la giustizia) a ritrattare le sue dichiarazioni, nel quadro di una strategia di ritorsioni verso i collaboratori di giustizia[94]; infine, dopo 779 giorni di prigionia, il piccolo Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere buttato in un bidone pieno di acido nitrico[97][98].

Il 27 gennaio 1994 vennero arrestati i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, che si erano occupati dell'organizzazione degli attentati e per questo la strategia delle bombe si fermò[91]. In quel periodo numerosi mafiosi iniziarono a collaborare con la giustizia per via delle dure condizioni d'isolamento in carcere previste dalla nuova norma del 41-bis e dalle nuove leggi in materia di collaborazione: nel 1996 il numero dei collaboratori di giustizia raggiunse il livello record di 424 unità[99]; contemporaneamente le indagini della neonata Direzione Investigativa Antimafia portarono all'arresto di numerosi latitanti (Leoluca Bagarella, Pietro Aglieri, Giovanni Brusca ed altre decine di mafiosi)[100][101].

Provenzano e post Provenzano[modifica | modifica sorgente]

Bernardo Provenzano

A partire dagli anni novanta, Bernardo Provenzano, con l'arresto di Totò Riina e Leoluca Bagarella, diviene il capo di Cosa nostra (era l'alter-ego di Riina fin dagli anni cinquanta), circondandosi solo di uomini di fiducia, come Benedetto Spera, cambia radicalmente la politica e il modus operandi negli affari della mafia siciliana; i mandamenti (divisioni mafiose delle zone di influenza in Sicilia) più ricchi cedono i loro guadagni a quelli meno redditizi in modo di accontentare tutti (una sorta di stato sociale), evitando inutili guerre.

Tutto è controllato da un boss con il carisma di Provenzano che gestisce in modo impeccabile l'organizzazione. La mafia ora non è più ricca come ai tempi dei grandi traffici internazionali ed è per questo che in Sicilia è diventata più oppressiva e capillare. Nel 2002 viene arrestato il boss Nino Giuffrè, braccio destro di Provenzano che diviene collaboratore di giustizia. L'11 aprile del 2006, dopo 43 anni di latitanza (dal 1963), Provenzano viene catturato in un casolare a Montagna dei Cavalli, frazione a 2 km da Corleone. Il 5 novembre del 2007, dopo 25 anni di latitanza, viene arrestato, in una villetta di Giardinello, anche il presunto successore di Provenzano, il boss Salvatore Lo Piccolo.

Operazione Old Bridge[modifica | modifica sorgente]

Dopo l'arresto dei Corleonesi e di Salvatore Lo Piccolo, si ipotizzò un ritorno della famiglia Inzerillo dall'America, i cosiddetti scappati dalla seconda guerra di mafia scatenata da Totò Riina. Si voleva ristrutturare l'organizzazione e ritornare al passato e rientrare nel traffico di droga, attualmente in mano alla 'Ndrangheta. Il 7 febbraio 2008 però vengono arrestate 90 persone tra New York e la Sicilia, presunti appartenenti alle famiglie Inzerillo e il suo boss Giovanni Inzerillo, Mannino, Di maggio e Gambino, tra cui anche il boss Jackie D'Amico: fu la più grande retata dopo "Pizza connection".[102]

Operazione Perseo[modifica | modifica sorgente]

Il 16 dicembre 2008, con l'operazione Perseo, i Carabinieri di Palermo catturarono 99 mafiosi appartenenti ai vertici di Cosa nostra palermitana che, unitamente a decine di gregari, tentavano di ricostituire la Commissione provinciale palermitana, così sventando il progetto di riportare in vita la Cupola mafiosa di Cosa nostra.[103]

Struttura[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Famiglia (mafia), Commissione provinciale e Commissione interprovinciale.

Secondo le dichiarazioni dei numerosi collaboratori di giustizia, l'aggregato principale di Cosa Nostra è la Famiglia (detta anche cosca), composta da elementi criminali che hanno tra loro vincoli o rapporti di affinità i quali si aggregano per controllare tutti gli affari leciti e illeciti della zona dove operano; i componenti di una Famiglia collaborano con uno o più aspiranti mafiosi non ancora affiliati solitamente chiamati "avvicinati", i quali sono possibili candidati all'affiliazione e quindi vengono messi alla prova per saggiare la loro affidabilità, facendogli compiere numerose "commissioni", come il contrabbando, la riscossione del denaro delle estorsioni, il trasporto di armi da un covo all'altro, l'esecuzione di omicidi e il furto di automobili e moto per compiere atti delittuosi. Per essere affiliati nella Famiglia, esiste un rituale particolare (la cosiddetta "punciuta") che consiste nella presentazione dell'avvicinato ai componenti della Famiglia locale in riunione e, alla presenza di tutti, pronuncia un giuramento di fedeltà.

I membri di una Famiglia eleggono per alzata di mano un proprio capo, che è solo un rappresentante, il quale nomina un sottocapo, un consigliere e uno o più capidecina, i quali hanno l'incarico di avvisare tutti gli affiliati della Famiglia quando si svolgono le riunioni. I rappresentanti di tre o quattro Famiglie contigue eleggono un capomandamento; tutti i mandamenti di una provincia eleggono il rappresentante provinciale, che poi nomina un sottocapo provinciale e un consigliere. Il collaboratore di giustizia Antonino Calderone dichiarò che «[...] originariamente a Palermo, come in tutte le altre provincie siciliane, vi erano le cariche di "rappresentante provinciale", "vice-rappresentante" e "consigliere provinciale". Le cose mutarono con Greco Salvatore "Cicchiteddu" [nel 1957] poiché venne creato un organismo collegiale, denominato "Commissione", e composto dai capi-mandamento»; anche il collaboratore Francesco Marino Mannoia dichiarò che «[...] soltanto a Palermo l'organismo di vertice di Cosa Nostra è la "Commissione"; nelle altre provincie, vi è un organismo singolo costituito dal rappresentante provinciale».

I rappresentanti della provincia sono, a loro volta, componenti della cosiddetta "Commissione interprovinciale", soprannominata anche la "Regione", che nomina un rappresentante regionale e si riuniva solitamente per deliberare su importanti decisioni riguardanti gli interessi mafiosi di più provincie che esulavano dall'ambito provinciale e che interessano i territori di altre Famiglie[104].

Rapporti tra Mafia e Stato[modifica | modifica sorgente]

Come si rivela dalle numerose presenze nel Parlamento e nel governo di elementi non estranei a frequentazioni mafiose[105], si fa strada negli anni novanta la tesi secondo cui lo Stato italiano nei suoi componenti politici abbia un certo rapporto di "convivenza" con questo fenomeno mai definitivamente soppresso[106]. Lo stesso comportamento del CSM durante il lavoro di Giovanni Falcone che inizialmente non ricandidò il giudice come presidente della commissione antimafia da lui creata fa intendere una certa tendenza a voler ostacolare un lavoro diventato troppo scomodo per certi poteri deviati all'interno dello Stato[107]. Uno dei momenti più critici è stata la trattativa stato - mafia: fu contattato Vito Ciancimino, per mezzo di rappresentanti del Ministro dell'Interno Nicola Mancino fra cui il capitano del ROS Giuseppe De Donno, per far smettere la stagione delle stragi del 1992, 1993, in cambio dell'annullamento del decreto legge 41 bis e altri benefici per i detenuti mafiosi. A proposito dei rapporti tra mafia e Stato, si parla di Rito peloritano per riferirsi ad una situazione di particolare contiguità (per non dire addirittura coincidenza) tra uomini di mafia e presunti servitori dello Stato.

Esiste una Commissione regionale che decide l'andamento delle cose anche dal punto di vista politico, ovvero decide per chi, le persone di una famiglia e i loro affiliati dovessero votare[108]. Per esempio Salvo Lima e Vito Ciancimino furono eletti da voti mafiosi di cittadini legati alla mafia della città di Palermo, Salvo Lima non mantenne le sue promesse elettorali e fu ucciso, invece Vito Ciancimino fu condannato per essere stato un mafioso conclamato.

Rapporti con le altre organizzazioni criminali[modifica | modifica sorgente]

Cosa nostra, per via del suo carisma criminale e della sua potenza delinquenziale, ha intrattenuto, e intrattiene tuttora, rapporti con le più importanti organizzazioni criminali sia italiane che estere. Il processo di globalizzazione interessa anche il fenomeno criminale mafioso, la mafia di tutti i paesi del mondo si unisce e collabora, portando avanti le sue attività criminali caratteristiche, come il narcotraffico, l'esportazione illegale di armi, la prostituzione, l'estorsione e il gioco d'azzardo, rappresentando un problema per l'umanità, per l'ordine civile della società e il quieto vivere.

Rapporti con Cosa nostra americana[modifica | modifica sorgente]

Pizza Connection[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pizza connection.

Operazione Old Bridge[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Operazione Old Bridge.

Rapporti con la Mafia russa[modifica | modifica sorgente]

Nel 1994 viene segnalata la presenza della mafia russa sul territorio degli Stati Uniti, ad Atlanta, e sulla loro collaborazione con Cosa nostra[109].

Verso il 1998, la Solntsevskaya bratva di Mosca, può contare su un proprio capo a Roma che coordina gli investimenti della mafia russa in Italia. Dall'indagine risulta che rispettabili banchieri occidentali danno al boss russo consigli molto utili su come riciclare il denaro sporco dalla Russia in Europa, in maniera legale[110].

Nel 2008 viene formalizzata la collaborazione fra mafia russa e Cosa nostra, 'ndrangheta e camorra[111]. Sotto la supervisione della mafia russa le aziende agricole italiane, i trasporti delle merci: sia a livello internazionale, sia all'interno del paese. La mafia russa nel mondo conta circa 300.000 persone ed è la terza organizzazione criminale per la sua influenza, dopo l'originale italiana e le reti criminali cinesi[111].

Il 2 ottobre 2012 nel Report Caponnetto si leggono le infiltrazioni della mafia russa nella Repubblica di San Marino e in Emilia-Romagna a carattere predatorio come le estorsioni.

Filmografia su Cosa nostra[modifica | modifica sorgente]

Documentari[modifica | modifica sorgente]

Cinema[modifica | modifica sorgente]

Televisione[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Pietro Grasso, Alberto La Volpe, Per non morire di mafia, Milano, Sperling & Kupfer editori, 2009, pp. 297 - EAN 9788873391807.
  2. ^ Processo Dell'Utri, Spatuzza in aula: Graviano mi parlò di Berlusconi. Corriere della Sera. Cronaca. 4 dicembre 2009.
  3. ^ Saverio Di Bella, Risorgimento e mafia in Sicilia: i mafiusi della Vicaria di Palermo, Pellegrini, 1991, pag. 5
  4. ^ Pietro Mazzamuto, La Mafia nella letteratura, Andò, 1970, pag. 15
  5. ^ Storie di Cosa Nostra
  6. ^ Cosa Nostra - la mafia siciliana
  7. ^ Il Viandante - Sicilia 1883
  8. ^ Il Viandante - Sicilia 1885
  9. ^ G. C. Marino, L'opposizione mafiosa. Mafia politica Stato Liberale, Flaccovio, Palermo, 1986, pag. 139
  10. ^ Giovanni Tessitore, Il nome e la cosa. Quando la mafia non si chiamava mafia, FrancoAngeli, Milano, 1997, 144
  11. ^ Storia della Mafia, pag. 7
  12. ^ La “santa” alleanza tra chiesa e mafia, uno dei più impenetrabili misteri d’Italia
  13. ^ Mafia e potere, Cfr. nel CD "Opera Omnia", Nuovi Orizzonti Europei
  14. ^ Salvatore Lupo, Storia della mafia, Donzelli, 2004, pag. 136
  15. ^ John Dickie, Cosa Nostra, Laterza, 2005, pag. 95.
  16. ^ Umberto Santino, Dalla Mafia alle Mafie, Rubettino, 2006, pag. 153
  17. ^ Le origini della Mafia e la sua storia
  18. ^ Salvatore Lupo, Storia della mafia: dalle origini ai giorni nostri, cit., p. 217. ISBN 88-7989-903-1
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  36. ^ a b Sintesi delle conclusioni del comitato per le indagini sui singoli mafiosi, sul traffico di stupefacenti e sul legame tra fenomeno mafioso e gangsterismo americano - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA.
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  40. ^ a b c d e f g E LEGGIO SPACCO' IN DUE COSA NOSTRA - Repubblica.it » Ricerca
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  53. ^ La quarta mafia - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA.
  54. ^ L'atteggiarsi delle associazioni mafiose sulla base delle esperienze processuali acquisite: la Camorra - Procura della Repubblica di Napoli.
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  57. ^ SULLA VIA DEL TABACCO ADESSO SCORRE UN FIUME D'EROINA - Repubblica.it
  58. ^ Quando la 'pasta' li fece tutti ricchi - Repubblica.it
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  66. ^ uccisi a tavola i nemici. i corpi sciolti nell'acido Corriere della Sera
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  68. ^ 'Ecco i nomi degli scappati' Naimo parla dei boss americani - Repubblica.it
  69. ^ Il New Jersey e quel cadavere nell'auto Corriere della Sera
  70. ^ Mafia, il massacro degli Inzerillo Naimo e Casamento a giudizio - Live Sicilia
  71. ^ BUSCETTA SUPERTESTE IN AULA LO HA DECISO LA CORTE D'ASSISE - Repubblica.it » Ricerca
  72. ^ CORSO DEI MILLE, IL PIU' FEROCE DEI CLAN - Repubblica.it » Ricerca
  73. ^ Un impero basato sulla cocaina che gestiva come un Gangster - La Repubblica, luglio 1984
  74. ^ Procedimento penale contro Greco Michele ed altri - Procura della Repubblica di Palermo.
  75. ^ ' ERA CONTRO CIANCIMINO E MATTARELLA FU UCCISO' - Repubblica.it
  76. ^ Così lo Stato abbandonò Dalla Chiesa - Repubblica.it
  77. ^ Intervista del Prefetto Dalla Chiesa a Giorgio Bocca La Repubblica - 10 agosto 1982
  78. ^ Quadro diacronico essenziale della legislazione sui beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.
  79. ^ FU RIINA A CONDANNARE A MORTE IL GIUDICE CIACCIO MONTALTO - Repubblica.it
  80. ^ Strage Chinnici, 12 ergastoli assolti i boss Motisi e Farinella - la Repubblica.it
  81. ^ Antonino Caponnetto in Enciclopedia Treccani
  82. ^ UN ALTRO PENTITO PARLA, 56 ARRESTI - Repubblica.it
  83. ^ “I boss dietro la strage Rapido 904” Chiesto il rinvio a giudizio per Riina La Stampa.it
  84. ^ TUTTE LE ACCUSE A COSA NOSTRA - Repubblica.it
  85. ^ UN COMPUTER SCRIVERA' LE OTTOMILA PAGINE DEL RINVIO A GIUDIZIO PER 450 - Repubblica.it
  86. ^ PALERMO È UNA CITTA' BLINDATA I GIUDICI TEMONO L'ISOLAMENTO - Repubblica.it
  87. ^ I GIUDICI HANNO CREDUTO A BUSCETTA - Repubblica.it
  88. ^ Sentenza relativa all'omicidio Saetta
  89. ^ Ecco chi uccise il giudice Saetta Corriere della Sera
  90. ^ 'IO NON LOTTO, FACCIO SOLO SENTENZE' - Repubblica.it
  91. ^ a b c d e f Audizione del procuratore Sergio Lari dinanzi la Commissione Parlamentare Antimafia - XVI LEGISLATURA.
  92. ^ Archivio - LASTAMPA.it
  93. ^ Esercito Italiano- "Vespri Siciliani"
  94. ^ a b La deliberazione della campagna stragista - Sentenza del processo di 1º grado per le stragi del 1993.
  95. ^ Valutazione delle prove - Sentenza del processo di 1º grado per le stragi del 1993.
  96. ^ Sentenza del processo di 1º grado a Francesco Tagliavia per le stragi del 1993.
  97. ^ Presi i carcerieri di Di Matteo - Repubblica.it
  98. ^ BRUSCA AI DI MATTEO: 'PERDONATEMI' - Repubblica.it
  99. ^ John Dickie, Cosa Nostra, pag. 440
  100. ^ ' DIO MIO, È PROPRIO LUI ... È NOSTRO' - Repubblica.it
  101. ^ Brusca arrestato, era con moglie e figlio Corriere della Sera
  102. ^ Decine di arresti a Palermo e New York Presi i boss del nuovo patto Italia-Usa. Repubblica. Cronaca. 7 febbraio 2008]
  103. ^ Mafia, maxi blitz in Sicilia, Volevano rifondare la Cupola, Repubblica. Cronaca. 16 dicembre 2008.
  104. ^ Procedimento penale contro Greco Michele ed altri - Procura della Repubblica di Palermo.
  105. ^ Giulio Andreotti con il reato di associazione di stampo mafioso fino al 1980, Salvatore Cuffaro condannato per favoreggiamento semplice, Marcello Dell'Utri sospettato di frequentazioni mafiose, Silvio Berlusconi che aveva alle dipendenze Vittorio Mangano, narcotrafficante detto lo stalliere di Arcore, per far correre i cavalli (in gergo corrieri della droga). Corrado Carnevale, detto l'ammazzasentenze per la sua abitudine ad annullare i processi di condanna a noti mafiosi.
  106. ^ Chi ha paura muore ogni giorno. Giuseppe Ayala. Mondadori. 2008.
    "Lo Stato aveva deciso di fermare se stesso proprio nel momento in cui stava registrando risultati esaltanti. E perché? Perché la mafia ce l'aveva dentro..."
  107. ^ Paolo Borsellino critica la politica contemporanea
  108. ^ Verbale di Violante su deposizione Antonino Calderone. Liberliber. Mediateca. Libri. Verbali antimafia.
  109. ^ Mafia russa e Cosa Nostra, nuovi alleati in USA. Corriere della Sera. Archivio storico. 24 agosto 1994.
  110. ^ I vecchi padrini scalzati da messicani, cinesi e russi. La stampa. Cronache. 22 maggio 2012.
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Bibliografia sulle mafie.

I testi indicati sono in ordine cronologico di pubblicazione.

Saggi[modifica | modifica sorgente]

Storia generale e sociologia di Cosa nostra[modifica | modifica sorgente]

  • Michele Pantaleone, Mafia e politica: 1943-1962, prefazione di Carlo Levi, Torino, Einaudi, 1962.
  • Giuseppe Carlo Marino, Storia della mafia, Newton & Compton, ISBN 88-8183-720-X edizioni 100 pagine
  • Norman Lewis, The Honoured Society. The Mafia Conspiracy observed, London, Collins, 1964; Harmondsworth: Penguin, 1967; con il titolo The Honoured Society. The Sicilian Mafia observed, epylogue by Marcello Cimino, London, Eland, 1984.
  • Giuseppe Casarrubea e Pia Blandano, L'educazione mafiosa. Strutture sociali e processi di identità, Palermo Sellerio, 1991.
  • Diego Gambetta, La mafia siciliana. Un'industria della protezione privata, Torino, Einaudi, 1992.
  • Salvatore Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai nostri giorni, Roma, Donzelli, 1993
  • Salvatore Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai nostri giorni, Roma, Donzelli, 1993, 2004.
  • Giuseppe Casarrubea, Gabbie strette. L'educazione in terre di mafia: identità nascoste e progettualità del cambiamento, Palermo, Sellerio, 1996.
  • Alessandra Dino, Mutazioni. Etnografia del mondo di Cosa Nostra, Palermo, La Zisa, (2002).
  • Giuseppe Carlo Marino. Storia della mafia. Dall'"Onorata società" a "Cosa nostra", la ricostruzione critica di uno dei più inquietanti fenomeni del nostro tempo, Roma, Newton & Compton editori, 1998, seconda edizione accresciuta, 2006.
  • John Dickie, Cosa nostra. A history of the sicilian mafia, London: Hodder & Stoughton, 2004. Edizione italiana: Cosa nostra. Storia della mafia siciliana, traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti, Bari, Laterza, 2005.
  • Mario Siragusa, Baroni e briganti. Classi dirigenti e mafia nella Sicilia del latifondo, 1861-1950, Milano, Franco Angeli, 2004.
  • Alessandra Dino, La mafia devota. Chiesa, religione e Cosa Nostra, Bari, Giuseppe Laterza e figli, (2008).
  • Alessandra Dino, Gli ultimi padrini. Indagine sul governo di Cosa Nostra, Roma-Bari, Editore Laterza, 2011.
  • Carlo Ruta, Narcoeconomy. Business e mafie che non conoscono crisi, Castelvecchi Editore, Roma, 2011

Cosa nostra durante il fascismo[modifica | modifica sorgente]

  • Giuseppe Tricoli, Il Fascismo e la lotta contro la mafia, ISSPE, 1988.
  • Arrigo Petacco, Il prefetto di ferro, Milano, Mondadori, 1975, 2004.
  • Christopher Duggan, Fascism and the Mafia, New Haven (CT), Yale University Press, 1989. Traduzione italiana, La mafia durante il Fascismo, prefazione di Denis Mack Smith, traduzione di Patrizia Niutta, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 1992.
  • Salvatore Porto, Mafia e fascismo. Il prefetto Mori in Sicilia, Messina, Siciliano, 2001.
  • Roberto Olla, Padrini. Alla ricerca del Dna di Cosa nostra, prefazione di Giuseppe Carlo Marino, Milano, Mondadori, 2003.
  • Salvatore Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai nostri giorni, Roma, Donzelli, 1993, 2004.

Cosa nostra dal dopoguerra ad oggi[modifica | modifica sorgente]

  • Giovanni Falcone, Cose di Cosa Nostra, in collaborazione con Marcelle Padovani, Milano, Rizzoli, 1991, 2004.
  • Manfredi Giffone, Fabrizio Longo, Alessandro Parodi, Un fatto umano - Storia del pool anfimatia, Einaudi Stile Libero, 2011, graphic novel, ISBN 978-88-06-19863-3
  • Attilio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo, La giustizia è cosa nostra. Il caso Carnevale tra delitti e impunità, Milano, Mondadori, 1995.
  • Carlo Ruta, Il binomio Giuliano-Scelba. Un mistero della Repubblica?, Soveria Mannelli, Rubettino, 1995.
  • Giuseppe Casarrubea, Portella della Ginestra, Microstoria di una strage di Stato, Milano, Franco Angeli, 1997, 2002.
  • Leo Sisti e Peter Gomez, L'intoccabile. Berlusconi e Cosa nostra, Milano, Kaos, 1997
  • Giuseppe Casarrubea, Fra' Diavolo e il governo nero. Doppio Stato e stragi nella Sicilia del dopoguerra, introduzione di Giuseppe De Lutiis, Milano, Franco Angeli, 1998, 2000.
  • Hanspeter Oschwald, Einer gegen die Mafia. Edizione italiana: Orlando, un uomo contro. Il sindaco antimafia, a cura di Sergio Buonadonna, traduzione di Paolo Caropreso, Genova, De Ferrari, 1999.
  • Umberto Santino, Storia del movimento antimafia: dalla lotta di classe all'impegno civile, Roma, Editori Riuniti, 2000.
  • Alfio Caruso, Da Cosa nasce Cosa. Storia della Mafia dal 1943 ad oggi, Milano, Longanesi, 2000, 2005.
  • Giuseppe Casarrubea, Salvatore Giuliano. Morte di un capobanda e dei suoi luogotenenti, Milano, Franco Angeli, 2001.
  • Leone Zingales, Provenzano. Il re di Cosa Nostra. La vera storia dell'ultimo padrino, Pellegrini, 2001.
  • Leone Zingales, La mafia negli anni '60 in Sicilia. Dagli affari nell'edilizia alla prima guerra tra clan, fino al processo di Catanzaro, TEV Registri Vaccaro, 2003.
  • Come nasce la Repubblica. La mafia, il Vaticano e il neofascismo nei documenti americani e italiani, 1943-1947, a cura di Nicola Tranfaglia, note di Giuseppe Casarrubea, Milano, Bompiani, 2004.
  • Francesco Forgione, Amici come prima. Storie di mafia e politica nella Seconda Repubblica, Roma, Editori Riuniti, 2004.
  • Saverio Lodato, Venticinque anni di mafia. C'era una volta la lotta alla mafia, Milano, Rizzoli, 2004.
  • Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, Voglia di mafia. Le metamorfosi di Cosa nostra da Capaci a oggi, prefazione di Gian Carlo Caselli, Roma, Carocci, 2004.
  • Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia. Dallo sbarco alleato a Portella delle Ginestre, introduzione di Nicola Tranfaglia, Milano, Bompiani, 2005.
  • L'amico degli amici. Perché Marcello Dell'Utri è stato condannato a nove anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, a cura di Peter Gomez e Marco Travaglio, Milano, Rizzoli, 2005.
  • Saverio Lodato e Marco Travaglio, Intoccabili. Perché la mafia è al potere, Milano, Rizzoli, 2005.
  • Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini, La mafia è bianca, presentazione di Michele Santoro, Milano, Rizzoli, 2005.
  • Nicola Andrucci, Cosa Nostra, attacco allo Stato, Montedit, 2006.
  • Saverio Lodato, Trent'anni di mafia. Storia di una guerra infinita, Milano, Rizzoli (BUR Saggi), 2006
  • Giuseppe Bascietto, Claudio Camarca, Pio La Torre, Una Storia Italiana, Aliberti editore, prefazione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, 2008.
  • Giuseppe Ayala, Chi ha paura muore ogni giorno, Mondadori editore, 2008.

Opere di narrativa[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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