Cosa nostra
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Con l'espressione Cosa nostra si è soliti indicare un'organizzazione criminale di stampo mafioso presente in Sicilia dagli inizi del XIX secolo e trasformatasi nella seconda metà del '900 in una organizzazione internazionale.
La sua origine è tradizionalmente messa in relazione al fenomeno del brigantaggio, sviluppatosi a partire dalla seconda metà dell' '800. Tale asserzione è però poco condivisa; buona parte degli studiosi ritiene infatti che sia necessario retrodatarne la nascita al XVI secolo, quando in varie parti d'Italia si erano formate congregazioni paracriminali sul tipo di quella citata da Alessandro Manzoni, (I bravi di Don Rodrigo e il castello dell'Innominato), ne I promessi sposi.
È costituita da un sistema di gruppi, chiamati famiglie, organizzati al loro interno sulla base di un rigido sistema gerarchico, composto da gregari di diverso livello. L'intero territorio controllato è interamente suddiviso in "mandamenti". Questi possono inglobare uno o più quartieri o un intero paese. Ogni mandamento è composto da tre famiglie che, insieme, eleggono un "capo mandamento" che rappresenta le stesse nella "commissione provinciale". Ogni capo mandamento elegge un sottocapo e da 1 a 3 consiglieri. Il grado immediatamente sotto è il "capo decina" che comanda direttamente parte dell'esercito delle famiglie: i "picciotti". Un ulteriore livello di importanza è il rappresentante della provincia che fa gli interessi di quest'ultima nella "commissione interprovinciale".
Con il termine "Cosa Nostra" oggi ci si riferisce esclusivamente alla mafia siciliana (anche per indicare le sue ramificazioni internazionali, specie negli Stati Uniti d'America), per distinguerla dalle altre, internazionali, genericamente indicate col termine di "mafie".
In Sicilia l'organizzazione è ancora visibilmente presente sul territorio, dove oggi assume il termine di Stidda, in prevalenza nelle provincie di Agrigento, Enna e Caltanissetta.
Gli interventi dello Stato, che in passato aveva trascurato anche volutamente il problema, si sono fatti più decisi a partire dagli anni '80 (Maxiprocesso). In ciò grande merito ha avuto il Pool antimafia, di cui facevano parte i due magistrati simbolo della lotta alla mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Costoro, a costo della loro vita, hanno distrutto il cuore di Cosa Nostra, dimostrandone la reale esistenza e garantendo la possibilità di punirne gli adepti. Fino ad allora l'impunità dei suoi membri era pressoché garantita attraverso infiltrazioni politiche e nei palazzi di giustizia.
Negli anni '90 la Sicilia, come l' Abruzzo, la Campania e la Puglia, venne militarizzata allo scopo di liberare gli organi di Polizia dalle attività di piantonamento, lasciandoli liberi di dedicarsi in pieno alle indagini e alla ricerca dei latitanti. La presenza visibile dello Stato, combinata alla odiosa strategia stragista attuata da Cosa Nostra, hanno avuto come conseguenza la mobilitazione della società civile, stanca di dover subire suprusi e sopraffazioni. I risultati si riscontrano in un processo di evoluzione ancora in atto nella nuova generazione, che rifiuta la presenza dell'organizzazione nel territorio, rivendicando la libertà da ogni forma di presidio mafioso.
Nel 2006, l'arresto del superlatitante Bernardo Provenzano ad opera della Procura Antimafia di Palermo, ha inflitto un ulteriore duro colpo all'organizzazione, che ora sta probabilmente subendo l'evoluzione in Stidda (molto più debole e meno pericolosa ma sempre di stampo mafioso).
Anche economicamente Cosa Nostra ha subito un ridimensionamento, sia per effetto dell'applicazione della legge sul sequestro dei beni, sia per il contestuale aumento di potere della 'Ndrangheta, che ha assunto il controllo e il predominio del traffico internazionale di droga.
[modifica] Storia
[modifica] Le origini
"Cosa Nostra" nacque nei primi anni del XIX secolo dal ceto sociale dei massari, dei fattori e dei gabellotti, che gestivano i terreni della nobiltà siciliana, avvalendosi dei braccianti che vi lavoravano.Cosa nostra come tutte le altre mafie nacque per la scarsa presenza dello Stato sul territorio, ed iniziò ad assumerne le funzioni. Era gente violenta, che faceva da intermediario fra gli ultimi proprietari feudali e gli ultimi servi della gleba d'Europa e, per meglio esercitare il loro mestiere, si circondavano di scagnozzi prezzolati. Questi gruppi divennero rapidamente permanenti assumendo il nome di "sette, confraternite, cosche". Il primo documento storico in cui viene nominata una cosca mafiosa è del 1837: il procuratore generale di Trapani, Pietro Calà Ulloa, riferisce ai suoi superiori a Napoli dell'attività di strane sette dedite ad imprese criminose che corrompevano anche impiegati pubblici. Nel 1863 Giuseppe Rizzotto scrive, con la collaborazione del maestro elementare Gaetano Mosca, I mafiusi de la Vicaria, un'opera teatrale in siciliano ambientata nelle Grandi Prigioni del capoluogo siciliano.
È a partire da questo dramma, che ebbe grande successo e venne tradotto in italiano, napoletano e meneghino, che il termine mafia si diffonde su tutto il territorio nazionale. Fino ad allora la mafia si caratterizzava come una struttura al di fuori dello stato, ma strettamente legata ad esso.
Con l'unità d'Italia nella Sicilia della seconda metà del XIX secolo si accelerò il processo, già iniziato in precedenza, di smantellamento della struttura feudale ancora esistente nelle zone rurali e nelle campagne. Il governo piemontese inoltre si sostituì alla struttura sociale siciliana, fino a quel momento rigidamente divisa, senza però riuscire ad instaurare con essa un rapporto costruttivo. A questo si sommava la necessità dei grossi latifondisti dell'interno dell'isola di affidarsi all'aiuto di qualcuno che garantisse loro un controllo effettivo e totale sulle proprietà. Anche nel caso in cui i possidenti non sentissero tale necessità, era Cosa nostra che si prodigava a rendergliela evidente. La somma di questi fattori spiega come mai la Mafia fu involontariamente favorita dal Risorgimento Italiano.
Inoltre, lo Stato Piemontese, non riuscendo a garantire un controllo diretto e stabile del governo dell'isola (la cui organizzazione sociale era molto diversa da quella settentrionale), cominciò a fare affidamento sulle cosche mafiose che, ben conoscendo i meccanismi locali, facilmente presero le veci del governo centrale.
La prima analisi esaustiva in cui venne espressamente usato il termine mafia fu compiuta nel 1876 da Leopoldo Franchetti, dopo la celebre inchiesta compiuta insieme a Sidney Sonnino, che venne pubblicata con il titolo Condizioni politiche e amministrative della Sicilia
Fu nel 1893, in seguito al delitto Notarbartolo, che l'esistenza di Cosa Nostra (e dei suoi rapporti con la politica) divenne nota in tutta Italia.
[modifica] L'epoca delle rivendicazioni agricole
Anche se non più con un regime feudale, nelle campagne siciliane gli agricoltori erano ancora sfruttati. I grandi proprietari terrieri risiedevano a Palermo o in altre grandi città e affittavano i loro terreni a gabellotti con contratti a breve termine, che, per essere redditizi, costringevano il gabellotto a sfruttare i contadini. Per evitare rivolte e lavorare meglio, al gabellotto conveniva allearsi con la Mafia, che da un lato offriva il suo potere coercitivo contro i contadini, dall'altro le sue conoscenze a Palermo, dove si siglavano la maggioranza dei contratti agricoli.
A partire dal 1891 in tutta la Sicilia gli agricoltori si unirono in fasci, sorta di sindacati agricoli guidati dai socialisti locali, chiedendo contratti più equi e una distribuzione più adeguata della ricchezza. Non si trattava di movimenti rivoluzionari in senso stretto ma essi furono comunque condannati dal governo di Roma che, nella persona di Crispi, nel 1893 inviò l'esercito per scioglierli con l'uso della forza. Giuseppe de Felice Giuffrida, considerato il fondatore dei fasci siciliani, venne processato e imprigionato.
Poco prima che fossero sciolti, la mafia aveva cercato di infilare alcuni suoi uomini in queste organizzazioni in modo che, se mai avessero avuto successo, essa non avrebbe perso i suoi privilegi. Continuò però anche ad aiutare i gabellotti cosicchè, chiunque fosse uscito vincitore, essa ci avrebbe guadagnato fungendo da mediatrice tra le parti.
Quando fu chiaro che lo stato sarebbe intervenuto con la legge marziale, la "fratellanza" (uno dei termini usati all'epoca per identificare Cosa nostra) si distaccò dai fasci (movimenti che avevano tentato in tutti i modi di evitare la penetrazione di mafiosi nelle loro file, spesso riuscendoci) e anzi aiutò il governo nella sua repressione. Come "vendetta" per l'azione dei Fasci, che voleva mettere in discussione il potere dei latifondisti, nel 1915 i mafiosi uccisero Bernardino Verro, che era stato tra i più accesi animatori del movimento dei Fasci siciliani negli anni Novanta del XIX secolo.
Con Giolitti si permise alle cooperative di chiedere prestiti alle banche e di intraprendere da sole, senza gabellotti, contratti diretti coi proprietari terrieri. Questo, insieme alla nuova legge elettorale del suffragio universale maschile, portò non solo alla vittoria di diversi sindaci socialisti in varie città siciliane, ma anche all'eliminazione del ruolo mafioso nella mediazione per i contratti.
Per stroncare il pericolo "rosso", la mafia dovette allearsi con la Chiesa cattolica siciliana, anch'essa preoccupata per gli sviluppi dell'ideologia marxista materialista nelle campagne. Le cooperative cattoliche quindi non si chiusero ad infiltrazioni mafiose, a patto che questi ultimi scoraggiassero in tutti i modi i socialisti. Nel primo quindicennio del novecento si iniziano a contare le prime vittime socialiste ad opera della mafia, che colpiva sindaci, sindacalisti, attivisti e agricoltori indisturbatamente.
Il tema delle terre negate ai contadini resterà uno dei principali motivi di scontro sociale in Sicilia fino al dopo seconda guerra mondiale.
[modifica] La prima guerra mondiale e le sue conseguenze
Nel 1915, l'Italia entra nella Prima guerra mondiale e vengono chiamati alle armi centinaia di migliaia di giovani da tutto il paese. In Sicilia, a causa della chiamata alla leva, i disertori furono numerosi. Essi abbandonarono le città e si dettero alla macchia all'interno dell'isola, vivendo per lo più di rapina. A causa della mancanza di braccia per l'agricoltura e delle sempre maggiori richieste di carne dal fronte, moltissimi terreni vengono adibiti al pascolo.
Queste due condizioni fanno aumentare enormemente l'influenza di Cosa nostra in tutta l'isola. Aumentati i furti di bestiame e l'abigeato, i proprietari terrieri si rivolsero sempre più spesso ai mafiosi, piuttosto che alle impotenti autorità statali, per farsi restituire almeno in parte le mandrie. I boss, nei loro abituali panni, si prestano a mediare tra i banditi e le vittime, prendendo una parcella per il loro lavoro.
Alla fine della Prima guerra mondiale, l'Italia affronta un momento di crisi, che rischia di sfociare in una vera e propria rivolta popolare, ad imitazione della recente rivoluzione russa. Al nord gli operai scioperano e chiedono migliori condizioni di lavoro, al sud sono i giovani ritornati a casa a lamentarsi per le promesse non mantenute dal governo (in particolar modo quelle relative alla terra).
Moltissimi quindi vanno ad ingrossare le file dei banditi, altri entrano direttamente nella mafia e altri ancora cercano di riformare i fasci o comunque partecipano ai consigli socialisti siciliani.
Fu in questo clima di tensione che il fascismo fece la sua comparsa.
[modifica] L'epoca fascista
| Per approfondire, vedi la voce Mafia e fascismo. |
Il fascismo iniziò una campagna contro i mafiosi siciliani, subito dopo la prima visita di Mussolini in Sicilia nel maggio del 1924. il 2 giugno dello stesso anno venne inviato in Sicilia Cesare Mori, prima come prefetto di Trapani, poi a Palermo dal 22 ottobre 1925, soprannominato il Prefetto di ferro, con l'incarico di sradicare la mafia con qualsiasi mezzo. L'azione del Mori fu dura ed efficace. Centinaia e centinaia furono gli uomini arrestati e finalmente condannati. Celebre è l'assedio di Gangi in cui Mori assediò per quattro mesi il centro cittadino, in quanto esso era considerato una delle roccaforti mafiose. Durante l'assedio venne arrestato il boss Vito Cascio Ferro. Dopo alcuni arresti eclatanti di capimafia anche i vertici di Cosa nostra non si sentivano più al sicuro e scelsero tra due vie per salvarsi: una parte emigrò negli USA, un'altra restò in disparte. Il "prefetto di ferro" scoprì anche collegamenti con personalità di spicco del fascismo come Alfredo Cucco, che fu esplulso dal PNF. Nel 1929 Mori fu nominato senatore e collocato a riposo. I limiti della sua azione fu lui stesso a riconoscerli in tempi successivi: l'accusa di mafia veniva spesso avanzata per compiere vendette o colpire individui che nulla c'entravano con la mafia stessa, come fu con Cucco e con il generale Di Giorgio. Inoltre, i mezzi usati dalla polizia nelle numerose azioni condotte per sgominare il fenomeno mafioso (giusto per citarne una è "L'assedio di Gangi") portarono ad un aumento della sfiducia della popolazione nei confronti dello Stato. Mori fu comunque il primo investigatore italiano a dimostrare che la mafia può essere sconfitta con una lotta senza quartiere, come sosterrà successivamente anche Giovanni Falcone.
[modifica] La seconda guerra mondiale
Durante la seconda guerra mondiale, numerosi boss italoamericani, in carcere negli USA (Lucky Luciano e Vito Genovese, per citare i più noti), furono contattati dai servizi segreti americani, chiamato all'epoca OSS (Office of Strategic Service), per essere impiegati con la promessa della libertà al fine di assicurare agli alleati il controllo sull'isola. Non furono contattati solo boss americani ma anche italiani, come Vincenzo Di Carlo, Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo.
Questi contatti avevano lo scopo di facilitare lo sbarco alleato sulle coste siciliane e successivamente, quando il controllo dell'isola era affidato agli alleati, a mantenere l'isola stabile dal punto di vista politico. In particolar modo, quando l'isola tornò sotto il controllo italiano, la mafia fu utilizzata, e quindi involontariamente le si permise di riprendersi dopo l'era di Mori, in funzione anti-comunista. Provati sono i suoi collegamenti con il movimento separatista negli anni che vanno dal 1944 al 1947, in particolare con la componente agraria degli indipendentisti.
[modifica] Il dopoguerra
Dopo la seconda guerra mondiale, la società siciliana subì una profonda trasformazione, con una riduzione del peso economico dell'agricoltura a favore di altri settori come il commercio o il terziario del settore pubblico. In questo periodo l'amministrazione pubblica in Sicilia divenne l'ente più importante in fatto di economia.
Cosa nostra naturalmente seppe sfruttare adeguatamente questo cambio di tendenze, catapultando sé stessa verso i nuovi campi socialmente ed economicamente predominanti.
Per riuscirci dovette stringere maggiormente, più di quanto aveva fatto in passato, i rapporti con la politica e i politici del partito maggiore in Italia e in Sicilia, la Democrazia Cristiana. Non meno importante fu l'atteggiamento indulgente di Ernesto Ruffini, arcivescovo di Palermo dal 1946 al 1967.
Da questo patto la mafia traeva guadagni nella gestione, ottenuta grazie ad appalti truccati, dello sviluppo edilizio di infrastrutture e di nuovi quartieri delle maggiori città, della riscossione delle tasse per conto dello stato, dell'assunzione di personale per gli enti statali e in più poteva godere della più totale immunità. La Democrazia Cristiana come partito ci guadagnava perché Cosa nostra, per via del controllo sul territorio, era in grado di indirizzare grandi quantità di voti dove voleva, i politici della Democrazia Cristiana come singoli invece ci guadagnavano in quanto venivano corrotti con grandi somme di denaro.
Sono gli anni del sacco di Palermo, gli anni in cui Salvo Lima era sindaco e Vito Ciancimino assessore ai lavori pubblici. In 4 anni vennero concesse 4205 licenze edilizie, di cui 3011 intestate alle stesse 5 persone, dei muratori che risultavano nullatenenti e che si è poi scoperto essere dei prestanome. In questi anni vennero rase al suolo le splendide ville Liberty del centro della città per essere sostituite con palazzi giganteschi. La stessa sorte toccò alle periferie e a molte zone verdi. Tutto questo avvenne anche grazie alla compiacenza di alcuni grandi istituti di credito siciliani che finanziavano imprenditori mafiosi a scapito di quelli onesti.
Un classico esempio dell'immunità raggiunta dalla mafia è il processo di Bari istruito dal PM Cesare Terranova, concluso in prima sessione l'11 giugno del 1969, nel quale erano sotto accusa di associazione a delinquere 64 persone del clan mafioso di Corleone, tra le quali Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Calogero Bagarella e Luciano Liggio, con la totale assoluzione di tutti gli imputati per insufficienza di prove (in realtà i giudici vennero minacciati pesantemente). Ed è proprio durante questo processo che si verificò il primo caso di pentimento di un mafioso: fu infatti un soldato dei corleonesi, Luciano Raia, a confessare gli omicidi commessi dai "peri 'ncritati" durante la loro scalata al potere e ad incastrare Riina e i suoi compari. Le confessioni di Raia non portarono a nulla, egli fu giudicato "insano di mente". Spuntarono fuori dagli ospedali e dai manicomi giudiziari decine di certificati che attestavano delle presunte "crisi epilettiche".
È ovvio quindi che di mafia fino alla fine degli anni '70, quando questa situazione iniziò a cambiare, lo Stato non voleva che si parlasse.
[modifica] Prima guerra di mafia
| Per approfondire, vedi la voce prima guerra di mafia. |
La prima guerra di mafia fu scatenata da una truffa a proposito di una partita di eroina nel 1962. Calcedonio Di Pisa, inviato a Brooklyn per consegnare una partita di droga, fu accusato di averne sottratto una parte e fu ucciso il 26 dicembre. Ma la causa scatenante fu un'altra: il 30 giugno 1963 in località Ciaculli, nei dintorni di Palermo, un contadino chiamò la polizia per segnalare la strana presenza di una Giulietta abbandonata con una gomma bucata. All'arrivo la polizia si accorse subito che era un'autobomba e furono chiamati così gli uomini del genio militare. Ma mentre essi toglievano la bomba, il tenente dei Carabinieri Mario Malausa aprì il bagagliaio innescando un'altra bomba. Morirono due uomini del genio militare e quattro Carabinieri. La Giulietta era destinata a un capomafia della famiglia di Croceverde Giardini, ma i sicari l'avevano abbandonata a causa di una foratura.
Dopo questi due episodi all'interno di Cosa nostra si formarono due fazioni: da una parte i Greco di Ciaculli appoggiati dai Corleonesi di Leggio; dall'altra i fratelli La Barbera appoggiati dal boss dell'Uditore Pietro Torretta.
Dopo l'assassinio di Di Pisa, Salvatore La Barbera fu ucciso. Il 13 febbraio 1963 Angelo La Barbera rispose distruggendo con un'autobomba la casa di Salvatore Greco, boss della famiglia rivale che però si salvò.
La sua risposta non si fece attendere e il 19 aprile un gruppo di quattro uomini aprì il fuoco su una pescheria in via Restivo che apparteneva ad alcuni soldati di La Barbera. Nello scontro persero la vita due uomini di La Barbera e due restarono feriti. Pochi giorni dopo il boss di Cinisi Cesare Manzella, fedele alleato dei Greco, venne dilaniato dall'esplosione di una Giulietta.
L'episodio che mise fine alla guerra ebbe luogo in viale Regina Giovanna a Milano, il 25 maggio 1963, quando l'automobile di Angelo La Barbera venne crivellata di proiettili dai sicari dei Greco, ferendolo gravemente e mettendolo così a tacere per sempre. Si concluse così la prima guerra di mafia, con la vittoria di Salvatore "Ciaschiteddu" Greco.
[modifica] Pizza connection
| Per approfondire, vedi la voce Pizza connection. |
Con pizza connection si intende il traffico di droga fra gli Stati Uniti e le cosche mafiose di Cosa nostra. Si calcola che attraverso di essa, negli anni '70, Cosa nostra guadagnò molti miliardi. Queste operazioni fruirono in particolare al boss di Ciaculli Salvatore Greco e al boss di Cinisi Tano Badalamenti.
Tutto iniziò nel 1975 quando un grande trafficante di droga turco contattò Cosa nostra. Esso gestiva il traffico di morfina base che dal Medio Oriente arrivava alle raffinerie di Marsiglia, ma quando il governo francese diede un giro di vite al traffico di droga, le raffinerie di eroina vennero spostate in Sicilia. Nel 1977 Palermo era diventato il più grande centro di raffinazione di eroina del mondo e Cosa nostra aveva preso il controllo del traffico internazionale di droga. Si stima infatti che, tra gli anni '70 e gli anni '80, Cosa nostra controllasse il 90% del traffico di eroina degli U.S.A.. Questo fu reso possibile anche dalla branca americana di Cosa nostra.
Il "Pizza Connection" prende il nome dalle innumerevoli pizzerie che sorsero negli anni '70 e '80 in America in quanto utili per la copertura dei traffici illeciti di eroina. Essa veniva infatti nascosta tra le derrate alimentari provenienti dall'Italia che andavano a rifornire i ristoranti e le pizzerie italiane in America. Le prime intuizioni sul ruolo di Cosa nostra nel traffico internazionale di stupefacenti si devono a Boris Giuliano.
[modifica] Seconda guerra di mafia
| Per approfondire, vedi la voce Seconda guerra di mafia. |
La seconda guerra di mafia, detta anche "Mattanza", vide l'ascesa dei corleonesi come fatto principale della guerra. Essa si svolse tra il 1978 e il 1983.
Nel 1969 un gruppo di fuoco composto da uomini dei Corleonesi e di alcune famiglie palermitane fecero irruzione nel palazzo dove lavorava uno dei boss del sacco di Palermo Michele Cavataio; egli venne ucciso assieme ad altri suoi collaboratori e nello scontro a fuoco morì anche uno dei Corleonesi Calogero Bagarella, amico d'infanzia di Totò Riina. Questo fatto è meglio ricordato come la strage di viale Lazio.
Le tensioni all'interno della Commissione cominciarono nel 1971 quando i Corleonesi decisero di rapire Antonino Caruso, figlio di un famoso aristocratico palermitano, molto amico di Vito Ciancimino.
Ma la situazione precipitò quando nel 1978 il boss di Riesi, Giuseppe Di Cristina, cominciò a parlare con un capitano dei Carabinieri per cercare di fare arrestare i Corleonesi.
All'interno di Cosa nostra si formarono due fazioni, come nella prima guerra di mafia: da una parte c'erano i Corleonesi appoggiati da Michele Greco, l'uomo che allora era considerato il Capo dei Capi della "cupola"; dall'altra c'era la fazione di don Tano Badalamenti, appoggiato da Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo, Giuseppe Di Cristina, Tommaso Buscetta e dalle famiglie catanesi comandate da Pippo Calderone.
Nel 1978 Totò Riina fece espellere dalla Commissione Tano Badalamenti e fece uccidere Di Cristina e Pippo Calderone. Alla morte di Calderone prese il controllo delle famiglie catanesi il mafioso Benedetto Santapaola, detto anche Nitto, fedele alleato di Totò Riina e dei suoi compari.
Nel 1981 Tommaso Buscetta scappò in Brasile per sfuggire alla Mattanza che iniziò il 23 aprile 1981 quando il boss Stefano Bontate fu assassinato dai Corleonesi a colpi di mitra AK-47 benché avesse appena comperato un'Alfa Romeo Alfetta antiproiettile.
Dopo l'assassinio di Bontate, Badalamenti, ormai espulso da Cosa nostra, fuggì negli Stati Uniti.
L'11 maggio 1981 Salvatore Inzerillo, boss di Passo di Rigano, fu freddato fuori casa della sua amante. Nel periodo successivo furono uccisi più di quattrocento uomini della fazione Bontate-Badalamenti-Inzerillo.
Così la direzione dalle famiglie palermitane fu affidata completamente a uomini fedeli ai Corleonesi e Totò Riina diventò il temuto Capo dei Capi della Commissione.
Per chi poi era riuscito a scampare alla carneficina dei boss palermitani e dei loro alleati si attuavano vendette trasversali contro i parenti. Un esempio eclatante fu quello di Salvatore Contorno, soldato di Bontate, a cui furono uccisi trentaquattro parenti per convincerlo a consegnarsi nelle mani dei Corleonesi. Lo stesso successe a Buscetta, a cui furono ammazzati tutti i figli, fratelli e molti altri parenti residenti a Palermo.
Da ricordare durante questa guerra di mafia sono l'assassinio di Pio La Torre, attivista e rappresentante del PCI in Sicilia, ma soprattutto l'assassinio del generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso il 3 settembre 1982 in via Carini a Palermo da un gruppo di fuoco composto da dodici sicari di Riina e di Nitto Santapaola. Dalla Chiesa era stato mandato in Sicilia dopo l'omicidio di Pio La Torre per contrastare il problema mafioso dopo il suo successo nella guerra contro il terrorismo delle Brigate Rosse: si deve però notare che il governo dell'epoca diede scarsissimo appoggio a Dalla Chiesa e questa fu anche una delle cause del suo assassinio.
[modifica] La stagione dei maxiprocessi
| Per approfondire, vedi la voce maxiprocesso di Palermo. |
Dopo la strage di via Carini (3 settembre 1982) in cui Carlo Alberto Dalla Chiesa (prefetto del capoluogo siciliano), Emanuela Setti Carraro (moglie di Carlo Alberto Dalla Chiesa), Domenico Russo (agente di polizia) furono uccisi dalla Mafia, lo stato italiano prese le misure adeguate: fare votare leggi per accedere ai conti bancari dell'Onorata Società.
Le efferatezze commesse durante la guerra di mafia di quegli anni, però, spinsero anche alcuni mafiosi a consegnarsi allo stato (legge sui pentiti). Fra questi c'era il boss Tommaso Buscetta, che nel 1984 incontrò per la prima volta Giovanni Falcone. Buscetta scelse di fidarsi di quel magistrato e cominciò a parlare: sulle sue rivelazioni Falcone, Paolo Borsellino e il suo team - il famoso Pool antimafia ideato da Rocco Chinnici - istruirono contro Cosa nostra i maxiprocessi di Palermo, con oltre 1.400 imputati, sferrando il primo vero, duro colpo a Cosa nostra. Il maxiprocesso era iniziato il 10 febbraio 1986 e si era concluso in primo grado il 16 dicembre 1987 con 342 condanne, 2665 anni di carcere e 19 ergastoli (tra cui Luciano Liggio, Bernardo Provenzano e Salvatore Riina), il 30 luglio 1991 la sentenza d'appello ridimensionò le condanne, ma la Cassazione il 30 gennaio 1992 riconfermò tutte le condanne del primo grado che divennero realtà giudiziarie.
[modifica] L'attacco allo Stato
Dopo questo primo processo ne seguirono altri, vi fu una stagione di veleni interni alla magistratura e alla politica italiana mentre la mafia cercava di riprendersi: nei primi anni Novanta il clan dei Corleonesi, che si era imposto nella guerra di mafia dei primi anni Ottanta, riorganizzò ciò che restava di Cosa nostra e, dopo l'introduzione dell'articolo 41 bis che induriva il carcere per i reati di mafia, iniziò una stagione di ritorsioni terroristiche con la strage di via dei Georgofili a Firenze, la bomba al Padiglione di Arte Contemporanea di Milano e i due attentati a Roma (a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro). Infine il 16 ottobre 1993 ci fu l'ultimo tentativo (fallito) di fare un attentato allo Stato da parte di Cosa nostra: venne parcheggiata un'autobomba in via dei gladiatori a Roma, fuori dallo Stadio Olimpico durante la partita Lazio-Udinese. Fortunatamente la bomba non esplose.
I più famosi e terribili attentati restano però le stragi di Capaci, 23 maggio 1992, e di via d'Amelio, 19 luglio 1992, nelle quali hanno perso la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino insieme alle loro scorte. Il primo, di ritorno da Roma, dove era stato nominato responsabile dell'Ufficio Affari Penali per espressa volontà dell'allora Guardasigilli Claudio Martelli, fu ucciso da una terribile esplosione avvenuta sull'autostrada che collega l'aeroporto di Punta Raisi (oggi aeroporto Falcone-Borsellino) con Palermo città, all'altezza di Capaci. L'esplosione fu provocata da un enorme quantitativo di tritolo (circa 600 kg) che gli esecutori piazzarono in un tunnel sottostante il tratto autostradale. Con Giovanni Falcone morirono la moglie, Francesca Morvillo e i suoi agenti di scorta. Circa quattro anni dopo fu arrestato colui che quel giorno premette il pulsante del detonatore, Giovanni Brusca detto "Scannacristiani".
Paolo Borsellino morì in circostanze analoghe, a seguito dell'esplosione di un'autobomba parcheggiata sotto casa della madre in via D'Amelio, fatta esplodere con un radiocomando, probabilmente azionato dal Castello Utveggio, sito in un'altura che sovrasta la città di Palermo. L'autobomba esplose facendo morire pure gli uomini della scorta. In memoria dei due valorosi magistrati è stata recentemente eretta una stele posta ai bordi dell'autostrada Palermo-Capaci, in corrispondenza del luogo ove perse la vita Giovanni Falcone.
Il lavoro svolto da Paolo Borsellino nei 57 giorni che hanno separato la strage di Capaci da quella di Via D'Amelio, ha rappresentato l'alto senso del dovere che ha accompagnato i due magistrati nel loro percorso professionale. Nonostante la consapevolezza di essere il prossimo obiettivo della mafia stragista, Paolo Borsellino proseguì freneticamente l'opera sino a quel momento svolta dal collega Falcone, in disprezzo di ogni ulteriore cautela che pure in quel frangente si sarebbe resa necessaria.
Sul luogo dell'attentato fu rinvenuta una borsa che Borsellino portava sempre con sé e probabilmente contenente appunti e atti d'indagine che furono trafugati (la famosa "agenda rossa"). Una indagine è tuttora in corso, e coinvolge presunti servizi segreti deviati.
[modifica] La risposta dello Stato
All'indomani delle stragi in Sicilia come in tutta Italia c'è stato un risveglio della società civile che ha portato ad una durissima presa di posizione nei confronti della mafia. La paura, l'omertà e la tradizionale veste di Cosa nostra sembravano essere scomparse per la maggior parte della gente, stanca di tutto questo sangue. Migliaia di persone scesero in piazza e nelle strade a manifestare, moltissime finestre e terrazze furono coperte da lenzuoli e cartelli contro la mafia, la cosiddetta "rivolta dei lenzuoli". Quasi ogni giorno, e quasi in ogni luogo, c'erano lezioni sulla legalità e di educazione civica, nelle quali il posto da insegnante era preso da magistrati e giudici antimafia o da parenti delle vittime. A questo va aggiunta la risposta militare dello stato che con l'operazione "Vespri Siciliani" inviò nell'isola ben 20.000 soldati (dal 25 luglio 1992 all'8 luglio 1998) per presidiare gli obiettivi sensibili come tribunali, case di magistrati, aeroporti, porti ecc...; per citare le parole di Francesco Forgione:
| « la Sicilia del dopo stragi somiglia più alla Colombia che non all'isola libera, aperta, gioiosamente mediterranea che abbiamo conosciuto da secoli » |
. Il ruolo svolto dall'esercito, nonostante le numerose critiche di aver "militarizzato" l'isola, fu ampiamente positivo nel campo della sicurezza urbana. Ci fu una riduzione dei crimini e anche alcuni arresti eccellenti come Toto Riina e Leoluca Bagarella. Inoltre la presenza dell'esercito liberava la polizia da compiti di sorveglianza in modo che tutte le unità fossero usate per le indagini. A tutto questo va aggiunto l'arrivo a Palermo di Gian Carlo Caselli come procuratore della Repubblica lo stesso giorno dell'arresto di Riina, il 15 gennaio 1993. L'azione della procura venne rilanciata, oltre che per i motivi già citati (sostegno popolare e presenza dell'esercito) anche grazie all'azione di questo magistrato esperto. In questo modo fu spezzato il sistema grazie al quale la Mafia poteva svolgere le sue attività indisturbata.
[modifica] Provenzano e post Provenzano
A partire dagli anni novanta, Bernardo Provenzano, con l'arresto di Totò Riina e Leoluca Bagarella, diviene il capo di Cosa nostra (era il braccio destro di Riina fin dagli anni '80), circondandosi solo di uomini di fiducia, come Benedetto Spera.
Cambia radicalmente la politica e il modus operandi negli affari della mafia siciliana; i mandamenti (divisioni mafiose delle zone di influenza in Sicilia) più ricchi cedono i loro guadagni a quelli meno redditizi in modo di accontentare tutti (una sorta di stato sociale), evitando inutili guerre.
Tutto è controllato da un boss con il carisma di Provenzano che gestisce in modo impeccabile l'organizzazione. La mafia ora non è più ricca come ai tempi dei grandi traffici internazionali ed è per questo che in Sicilia è diventata più oppressiva e capillare.
L'11 aprile del 2006, dopo 43 anni di latitanza (dal 1963), Provenzano viene catturato in un casolare a Montagna dei Cavalli, frazione a 2 km da Corleone.
La ricostruzione degli eventi che portarono alla cattura del superboss è narrata nel documentario-fiction "Scacco al re - La cattura di Provenzano" prodotto dalla RAI.
Il 5 novembre del 2007, dopo 25 anni di latitanza, viene arrestato, in una villetta di Giardinello, anche il presunto successore di Provenzano, il boss Salvatore Lo Piccolo.
Le strade che si ipotizza potrebbe intraprendere Cosa nostra sono due: la prima prevede un passaggio di poteri, che potrebbe far arrivare al vertice di Cosa nostra il trapanese Matteo Messina Denaro, 43 anni (latitante dal 1993), con l'elezione di un nuovo capo del livello e capacità di Provenzano.
La seconda ipotesi è una sorta di riorganizzazione della mafia sul modello calabro: nessun supercapo ma ognuno con capacità gestionale autonoma dei proventi ricavati dal proprio territorio. È stato osservato che questo potrebbe portare a nuove guerre di mafia (di recente la Ndrangheta ha costituito una sorta di commissione, composta dai capi più influenti di ogni 'ndrina per decidere i grandi affari e sedare le faide).
[modifica] Operazione Old Bridge
Dopo l'arresto dei Corleonesi e di Salvatore Lo Piccolo, si ipotizzò un ritorno della famiglia Inzerillo dall'America, i cosiddetti scappati dalla guerra di mafia scatenata da Riina. Si voleva ristrutturare l'organizzazione e ritornare al passato e rientrare nel traffico di droga attualmente in mano alla 'Ndrangheta. Il 7 febbraio 2008 però vengono arrestate 90 persone tra New York e la Sicilia, presunti appartenenti alle famiglie Inzerillo e il suo boss Giovanni Inzerillo, Mannino, Di Maggio e Gambino, tra cui anche il boss Jackie D'Amico. La più grande retata dopo Pizza-Connection.[1]
[modifica] Operazione Perseo
Il 16 dicembre 2008 con l'operazione Perseo i Carabinieri di Palermo catturarono 99 mafiosi appartenenti ai vertici di Cosa Nostra palermitana che, unitamente a decine di gregari, tentavano di ricostituire la Commissione provinciale palermitana, così sventando il progetto - sostenuto dal boss latitante Matteo Messina Denaro - di riportare in vita la Cupola mafiosa di Cosa Nostra.[2]
[modifica] Struttura
Le conoscenze sull'organizzazione interna della mafia siciliana si debbono prevalentemente all'opera di Giovanni Falcone, primo magistrato che riuscì a rompere il muro di omertà su questo tema avvalendosi dell'ausilio di "pentiti" (il più importante dei quali fu sicuramente Tommaso Buscetta, personalità di spicco nella Cupola Siciliana e sorta di "ufficiale di collegamento" con le famiglie di Cosa nostra americana), grazie alle nuove leggi in materia di pentitismo promulgate all'inizio degli anni '80. Assieme al collega Paolo Borsellino ha donato ai suoi successori una solida base di conoscenze che hanno aiutato a combattere la mafia efficacemente.
L'organizzazione di Cosa nostra è formata da mafiosi che si definiscono uomini d'onore. La sua struttura è verticistica e piramidale, essa dipende dalla Cupola mafiosa o Commissione. Alla base dell'organizzazione ci sono le famiglie in cui tutti gli affiliati si conoscono fra loro, governate da un capo-famiglia, di nomina elettiva; altre figure importanti sono il sottocapo e i consiglieri, in numero non superiore a 3. Le famiglie si dividono in gruppi di 10 uomini detti decine comandate da un capo-decina. Tre famiglie dal territorio contiguo formano un mandamento; il capo-mandamento è un loro rappresentante, e, almeno fino a un certo periodo, non fu membro di una delle famiglie per evitare di favorire la sua stessa famiglia di appartenenza. I vari capi-mandamento si riuniscono in una commissione o cupola provinciale, di cui la più importante è quella di Palermo. Questa commissione provinciale è presieduta da un capo-mandamento che, per sottolineare il suo ruolo di "primus inter pares", si chiamava in origine segretario, ma sembra che ora abbia preso il titolo di capo. Per lungo tempo non c'è stato bisogno di un organismo superiore alla commissione provinciale poiché quasi tutte le famiglie risiedevano in quella di Palermo. Quando però l'organizzazione ha messo radici in tutta l'isola si è dovuta creare una cupola regionale detta interprovinciale, alla quale partecipavano tutti i rappresentati delle varie province e dove il titolo di capo era tenuto dal capo della cupola provinciale più potente e quindi di Palermo.
Negli ultimi anni, dopo la riorganizzazione seguita ai colpi inferti dalle forze dell'ordine, la struttura che era già molto semplice si è fatta ancora meno verticistica e meno localizzata: la città più soggetta alle operazioni antimafia è stata sicuramente Palermo, dove le famiglie hanno perso moltissimo potere per via dei numerosi arresti; si è così creata una situazione di maggiore divisione tra le province, a causa dell'indebolimento della Cupola, il che ha comportato la crescita del ruolo criminale di città come Trapani, Agrigento, Catania e Messina, non più totalmente sottoposte ad un controllo dei palermitani.
La strategia criminosa di Cosa nostra è duplice: da una parte cerca di garantirsi il controllo del territorio in cui risiede, attraverso una imposizione fiscale alle attività commerciali e industriali della zona (il pizzo o racket) e la feroce e immediata punizione di chiunque osi contravvenire alle disposizioni che essa dirama, mentre dall'altra cerca di corrompere il potere politico ed i funzionari dello Stato attraverso l'offerta di denaro e voti, per ottenere l'impunità e una sponda all'interno del sistema, da poter usare a proprio vantaggio. Questo connubio di impunità e controllo garantisce ai mafiosi la possibilità di affrontare qualunque nemico, sia esso malavitoso o istituzionale, da una posizione di forza, sicuri di avere in ogni caso un rifugio protetto e degli amici a cui ricorrere: a volte sfruttando perfino le forze dello Stato stesso.
Attualmente Cosa nostra ha 186 cosche formate da circa 5400 affiliati e 65.000 fiancheggiatori.
[modifica] I mandamenti siciliani
La citta' di Palermo e' divisa in 8 mandamenti locali: Porta Nuova, Brancaccio, Boccadifalco Passo di Rigano, S. Maria di Gesu', Noce, Pagliarelli, Resuttana e S. Lorenzo. L'intera provincia palermitana e' ripartita in 8 grandi mandamenti: Palermo, Partinico, S. Giuseppe Jato, Corleone, Villabate, Belmonte Mezzagno, Ganci – S. Mauro Castelverde (o delle Madonie).
La provincia di Agrigento e' costituita da 9 mandamenti: Agrigento, Porto Empedocle, Canicatti', Cianciana, Ribera, Sambuca di Sicilia, Casteltermini, Lampedusa / Linosa e Palma di Montechiaro. I mandamenti di Racalmuto e Favara sembrano essere stati assorbiti da quello di Canicatti'. La famiglia Sciacca, a Sambuca di Sicilia, potrebbe assumere un autonomo profilo mandamentale.
La gerarchia mafiosa della provincia di Trapani continua ad essere improntata alla tradizionale struttura delle famiglie e dei mandamenti, con una Commissione provinciale destinata ad individuare le linee strategiche criminali. I mandamenti sono 4: Castelvetrano, Trapani, Mazara del Vallo e Alcamo.
La stessa area della provincia di Messina e' divisa in tre zone, relative all'aggregato urbano del capoluogo, che risente delle connessioni con la 'ndrangheta calabrese e alle due fasce di territorio che si distendono dai margini del capoluogo ai confini delle province di Palermo e Catania, poste sotto le influenze delle organizzazioni mafiose limitrofe.
In provincia di Caltanissetta vi sono 4 mandamenti: Gela, Vallelunga, Riesi e Mussomeli.
La provincia di Enna continua a profilarsi come zona di retroguardia per l'organizzazione Cosa Nostra, di origine nissena, soprattutto, che ricorre ad alleanze con i gruppi operanti nelle zone limitrofe. Nella provincia di Catania, le organizzazioni mafiose gestiscono preferenzialmente il conferimento illecito di appalti pubblici. Gli interessi sono divisi tra le diverse famiglie. Possono essere menzionati i clan Santapaola, Mazzei, La Rocca, Scalisi, Laudani e i rapporti con esponenti delle famiglie palermitane. La provincia di Siracusa registra l'incidenza della criminalita' diffusa, accentuata da marginalita' e devianza. Tra i clan egemoni sembrano esservi i Bottaro-Attanasio.
[modifica] Rapporti tra Mafia e stato
| Per approfondire, vedi la voce Collusioni tra politica e mafia. |
Come si rivela dalle numerose presenze nel Parlamento e nel governo di elementi non estranei a frequentazioni mafiose[3] si fa strada negli anni novanta la tesi secondo cui lo stato italiano nei suoi componenti politici abbia un certo rapporto di "convivenza" con questo fenomeno mai definitivamente soppresso[4]. Lo stesso comportamento del CSM durante il lavoro di Giovanni Falcone che inizialmente non ricandidò il giudice come presidente della commissione antimafia da lui creata fà intendere una certa tendenza a voler ostacolare un lavoro diventato troppo scomodo per certi poteri.[5]
[modifica] Economia
Secondo recenti stime fornite dall'Eurispes sembra che il giro d'affari di Cosa nostra ammonti a quasi 13 miliardi di euro l'anno, così suddivisi:
- 8.005 milioni di euro l'anno dal traffico di droga
- 2.841 milioni da crimini legati ad imprese (appalti truccati, aziende lavorando per il riciclaggio di denaro sporco, ecc...)
- 1.549 milioni dal traffico di armi
- 351 milioni dall'estorsione e dall'usura
- 176 milioni dalla prostituzione.
[modifica] Bibliografia
I testi indicati sono in ordine cronologico di pubblicazione.
- Saggi
Storia generale e sociologia di Cosa nostra
- Norman Lewis, The Honoured Society. The Mafia Conspiracy observed, London: Collins, 1964; Harmondsworth: Penguin, 1967; con il titolo The Honoured Society. The Sicilian Mafia observed, epylogue by Marcello Cimino, London: Eland, 1984.
- Giuseppe Casarrubea, Intellettuali e potere in Sicilia. Eretici, riformisti e giacobini nel secolo dei lumi, Palermo: Sellerio, 1983.
- Giuseppe Casarrubea e Pia Blandano, L'educazione mafiosa. Strutture sociali e processi di identità, Palermo: Sellerio, 1991.
- Diego Gambetta, La mafia siciliana. Un' industria della protezione privata, Torino: Einaudi, 1992.
- Salvatore Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai nostri giorni, Roma: Donzelli, 1993, 2004.
- Giuseppe Casarrubea, Gabbie strette. L'educazione in terre di mafia: identità nascoste e progettualità del cambiamento, Palermo: Sellerio, 1996.
- Alessandra Dino, Mutazioni. Etnografia del mondo di Cosa Nostra, Palermo: La Zisa, (2002).
- Giuseppe Carlo Marino. Storia della mafia. Dall' "Onorata società" a "Cosa nostra", la ricostruzione critica di uno dei più inquietanti fenomeni del nostro tempo, Roma: Newton & Compton editori, 1998, seconda edizione accresciuta, 2006.
- John Dickie, Cosa nostra. A history of the sicilian mafia, London: Hodder & Stoughton, 2004. Edizione italiana: Cosa nostra. Storia della mafia siciliana, traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti, Bari: Laterza, 2005.
- Mario Siragusa, Baroni e briganti. Classi dirigenti e mafia nella Sicilia del latifondo, 1861-1950, Milano: Franco Angeli, 2004.
- Alessandra Dino, La mafia devota. Chiesa, religione e Cosa Nostra, Bari: Giuseppe Laterza e figli, (2008).
Cosa nostra durante il fascismo
- Giuseppe Tricoli, Il Fascismo e la lotta contro la mafia, ISSPE, 1988
- Arrigo Petacco, Il prefetto di ferro, Milano: Mondadori, 1975, 2004.
- Christopher Duggan, Fascism and the Mafia, New Haven (CT): Yale University Press, 1989. Traduzione italiana, La mafia durante il Fascismo, prefazione di Denis Mack Smith, traduzione di Patrizia Niutta, Soveria Mannelli: Rubbettino Editore, 1992.
- Salvatore Porto, Mafia e fascismo. Il prefetto Mori in Sicilia, Messina: Siciliano, 2001.
- Roberto Olla, Padrini. Alla ricerca del Dna di Cosa nostra, prefazione di Giuseppe Carlo Marino, Milano: Mondadori, 2003.
Cosa nostra dal dopoguerra ad oggi
- Giovanni Falcone, Cose di Cosa Nostra, in collaborazione con Marcelle Padovani, Milano, Rizzoli, 1991, 2004.
- Attilio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo, La giustizia è cosa nostra. Il caso Carnevale tra delitti e impunità, Milano: Mondadori, 1995.
- Carlo Ruta, Il binomio Giuliano-Scelba. Un mistero della Repubblica?, Soveria Mannelli: Rubettino, 1995.
- Giuseppe Casarrubea, Portella della Ginestra, Microstoria di una strage di Stato, Milano: Franco Angeli, 1997, 2002.
- Leo Sisti e Peter Gomez, L' intoccabile. Berlusconi e Cosa nostra, Milano: Kaos, 1997
- Giuseppe Casarrubea, Fra' Diavolo e il governo nero. Doppio Stato e stragi nella Sicilia del dopoguerra, introduzione di Giuseppe De Lutiis, Milano: Franco Angeli, 1998, 2000.
- Hanspeter Oschwald, Einer gegen die Mafia. Edizione italiana: Orlando, un uomo contro. Il sindaco antimafia, a cura di Sergio Buonadonna, traduzione di Paolo Caropreso, Genova: De Ferrari, 1999.
- Umberto Santino, Storia del movimento antimafia: dalla lotta di classe all'impegno civile, Roma: Editori Riuniti, 2000.
- Alfio Caruso, Da Cosa nasce Cosa. Storia della Mafia dal 1943 ad oggi, Milano: Longanesi, 2000, 2005.
- Giuseppe Casarrubea, Salvatore Giuliano. Morte di un capobanda e dei suoi luogotenenti, Milano: Franco Angeli, 2001.
- Leone Zingales, Provenzano. Il re di Cosa Nostra. La vera storia dell'ultimo padrino, Pellegrini, 2001.
- Leone Zingales, La mafia negli anni '60 in Sicilia. Dagli affari nell'edilizia alla prima guerra tra clan, fino al processo di Catanzaro, TEV Registri Vaccaro, 2003.
- Come nasce la Repubblica. La mafia, il Vaticano e il neofascismo nei documenti americani e italiani, 1943-1947, a cura di Nicola Tranfaglia, note di Giuseppe Casarrubea, Milano: Bompiani, 2004.
- Francesco Forgione, Amici come prima. Storie di mafia e politica nella Seconda Repubblica, Roma: Editori Riuniti, 2004.
- Saverio Lodato, Venticinque anni di mafia. C'era una volta la lotta alla mafia, Milano: Rizzoli, 2004.
- Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, Voglia di mafia. Le metamorfosi di Cosa nostra da Capaci a oggi, prefazione di Gian Carlo Caselli, Roma: Carocci, 2004.
- Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia. Dallo sbarco alleato a Portella delle Ginestre, introduzione di Nicola Tranfaglia, Milano: Bompiani, 2005.
- L' amico degli amici. Perché Marcello Dell'Utri è stato condannato a nove anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, a cura di Peter Gomez e Marco Travaglio, Milano: Rizzoli, 2005.
- Saverio Lodato e Marco Travaglio, Intoccabili. Perché la mafia è al potere, Milano: Rizzoli, 2005.
- Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini, La mafia è bianca, presentazione di Michele Santoro, Milano: Rizzoli, 2005.
- Nicola Andrucci, "Cosa Nostra, attacco allo Stato". Montedit 2006
- Giuseppe Bascietto Claudio Camarca Pio La Torre Una Storia Italiana Aliberti editore(Prefazione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano) Italia 2008
- Giuseppe Ayala "Chi ha paura muore ogni giorno" Mondadori editore la nascita del pool antimafia raccontata da un collaboratore di Falcone e Borsellino Italia 2008
- Opere di narrativa
- Luigi Natoli (William Galt), Palermo: La Gutenberg, 1925; Milano: Edizioni La Madonnina, 1949; Romanzo storico siciliano. 2 volumi. Palermo: Flaccovio Editore, con un saggio introduttivo di Umberto Eco e note storiche e bio-bibliografiche di Rosario La Duca, 1971, 2003 Romanzo storico siciliano.
- Luigi Garlando, "Per questo mi chiamo giovanni" Da un padre a un figlio il racconto della vita di Giovanni Falcone Prefarazione di Maria Falcone Fabbri Editori ristampe nel 2007 3-4 2008 5-6 2009 7-8 9-10
- Giuseppe Bascietto Claudio Camarca Pio La Torre Una Storia Italiana Aliberti editore(Prefazione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano) Italia 2008
[modifica] Note
- ^ http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/cronaca/operazione-palermo-ny/operazione-palermo-ny/operazione-palermo-ny.html
- ^ Mafia, maxi blitz in Sicilia "Volevano rifondare la Cupola", Repubblica.it
- ^ Giulio Andreotti con il reato di associazione di stampo mafioso fino al 1980, S.Cuffaro condannato per favoreggiamento semplice, M.Dell'Utri sospettato di frequentazioni mafiose p.e.
- ^ [1]"lo stato aveva deciso di fermare se stesso proprio nel momento in cui stava registrando risultati esaltanti. E perché? Perché la mafia ce l'aveva dentro..."
- ^ [2] P.Borsellino critica la politica contemporanea
[modifica] Voci correlate
- Lista delle organizzazioni criminali
- Mafia
- Vittime della mafia
- Rapporto Sangiorgi
- Cupola mafiosa
- Corleonesi
- Cosa nostra americana
- Addiopizzo
- Addiopizzo Catania
[modifica] Altri progetti
Wikimedia Commons contiene file multimediali su Cosa nostra
Articolo su Wikinotizie: Provenzano arrestato dalla Polizia
[modifica] Collegamenti esterni
- Buscetta spiega regole e strutture Cosa Nostra
- Palermo, la mappa di Cosa Nostra
- Lista boss mafiosi siciliani
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