Benedetto Santapaola

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Benedetto Santapaola

Benedetto Santapaola detto Nitto e soprannominato "il cacciatore" o "il licantropo", (Catania, 4 aprile 1938) è un criminale italiano, condannato cinque volte, è considerato uno tra i più potenti e sanguinari boss mafiosi di Cosa Nostra.

La scalata al potere[modifica | modifica sorgente]

Gioventù[modifica | modifica sorgente]

Nitto Santapaola nasce nel quartiere di San Cristoforo da una famiglia povera. È affetto da diabete e da alcuni disturbi che (si dice) siano dovuti ad una rara forma di licantropia clinica: da qui il soprannome "licantropo". Frequenta una scuola salesiana, ma si ritira presto dedicandosi alle rapine. Ufficialmente, Santapaola prima della latitanza svolge vari lavori tra cui il venditore ambulante di generi ortofrutticoli, di scarpe e articoli da cucina e infine il titolare di una concessionaria di auto.

La prima denuncia risale al 1962, per furto e associazione a delinquere. Successivamente venne affiliato nella Famiglia di Catania, divenendo in seguito un capodecina del boss Giuseppe Calderone[1]. Nel 1970 gli è imposto il soggiorno obbligato, nel 1975 viene denunciato per contrabbando di sigarette. L'8 settembre 1978 riesce ad eliminare il suo capo Giuseppe Calderone e dà un chiaro segnale di voler puntare al comando di Cosa Nostra nel capoluogo etneo. Santapola uccise Calderone in accordo con i Corleonesi che non vedevano di buon occhio lo storico boss catanese nella loro ascesa sanguinaria ai vertici di Cosa Nostra.[2]

L'omicidio Lipari[modifica | modifica sorgente]

Il 13 agosto 1980 Vito Lipari, sindaco di Castelvetrano, viene trovato ucciso. Casualmente, un'auto con quattro persone a bordo viene fermata da una pattuglia di carabinieri: i viaggiatori sono Mariano Agate, Francesco Mangion, Rosario Romeo e Nitto Santapaola.

« È semplice, signor giudice, volevo acquistare cocomeri, spiegherà Santapaola. Per la mia bancarella in piazza Carlo Alberto, a Catania; c'è scritto pure qui, guardi, nei miei documenti: Santapaola Benedetto, classe 1938, venditore ambulante di generi ortofrutticoli. D'accordo, signor Santapaola; ma gli amici di Catania che erano con lei stamattina? Amici, appunto. E Mariano Agate? Un amico anche lui, spiega Nitto, ha una fabbrica di calcestruzzi a Trapani, qui conosce molta gente. E il mercato dei cocomeri, in agosto, è pieno di insidie... »

Santapaola e i suoi compagni di viaggio non vengono neanche sottoposti al guanto di paraffina perché egli stesso dichiara di essere stato ad una battuta di caccia a casa di un amico. Il capitano Vincenzo Melito va anche a Catania per verificare gli alibi, e al suo ritorno i quattro vengono scarcerati dal magistrato pro-tempore. Nel 1984 viene svelata una parte dei fatti. Nell'interrogatorio sarebbe emerso che Santapaola era andato in provincia di Trapani per risolvere dei problemi che aveva l'imprenditore edile Gaetano Graci (l'amico di cui non era stato fatto il nome nel 1980), che aveva degli interessi nel trapanese, per conto di personaggi al di sopra di ogni sospetto:

« Subito dopo l'aggiudicazione degli appalti, contro operai e tecnici dell'impresa Graci erano iniziate le prime intimidazioni, le minacce, gli avvertimenti; e la matrice - criminalità locale, probabilmente spalleggiata da alcune Famiglie della zona - era stata subito chiara. Un invito estremamente esplicito, insomma, ad andarsi a coltivare i propri appalti altrove. L'invito, invece, non era stato accolto, e a risolvere la faccenda, intercedendo per l'imprenditore catanese, sarebbe intervenuto proprio Santapaola. Tutto il suo peso di boss mafioso sulla bilancia: per mediare, convincere, e - se necessario - minacciare. »

Contemporaneamente Melito viene ingiustamente arrestato perché accusato di aver avallato l'alibi di Santapaola in cambio di un'automobile che in realtà era stata regolarmente permutata con altra vettura (una Fiat 131 Supermirafiori)[3]: sarà in seguito assolto poiché il fatto non sussiste dalla Corte d'Assise di Palermo con sentenza confermata in Corte di Cassazione.[4]

Santapaola, alla fine, non può essere accusato e viene anche bocciata la proposta del soggiorno obbligato.[2] Si sarebbe scoperto, poi, che Lipari era stato ucciso perché aveva cercato di smascherare gli imbrogli che avvolgevano la ricostruzione della valle del Belice, dopo il terremoto del 1968.[5]

La strage della circonvallazione[modifica | modifica sorgente]

Il 16 giugno 1982 Alfio Ferlito, il principale avversario di Santapaola, viene ucciso con tre carabinieri, che lo stavano scortando in carcere da Enna a Trapani, nella cosiddetta strage della circonvallazione di Palermo. È la conclusione di una guerra di mafia che ha insanguinato per anni Catania.[6]

La strage di via Carini[modifica | modifica sorgente]

Carlo Alberto Dalla Chiesa
Giuseppe Fava

Il 3 settembre dello stesso anno Carlo Alberto Dalla Chiesa con la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente Domenico Russo è vittima di un agguato dopo appena quattro mesi di servizio a Palermo: è la strage di via Carini. Santapaola è tra i principali indagati per gli omicidi e si dà alla latitanza.[2]

La latitanza[modifica | modifica sorgente]

Il casinò di Campione[modifica | modifica sorgente]

Nel 1982 le trame del clan di Nitto Santapaola si aprono verso il nord Italia. Il boss assume come rappresentante del gruppo imprenditoriale che a lui si appoggiava Ilario Legnaro, presidente della Pallacanestro Varese, a cui riesce a far assegnare in gestione il casinò di Campione d'Italia. Giovanni Brusca, in un interrogatorio del 7 maggio 2001, racconta che attraverso Legnaro Santapaola «riusciva a riciclare ingenti somme di denaro, nell'ordine di miliardi»[7].

L'omicidio Fava[modifica | modifica sorgente]

Il 5 gennaio 1984 Giuseppe Fava, giornalista fondatore della rivista I Siciliani, viene ucciso davanti al teatro Stabile in via dello Stadio a Catania. Totò Riina fa un favore al capomafia etneo mandando i killer Giuseppe Lucchese Miccichè, Giuseppe e Nino Madonia per uccidere il giornalista. Il movente è inizialmente coperto da tutti. La Procura indaga a 360°, il quotidiano La Sicilia parla di "questioni di natura privata". La realtà è riassunta nella frase del Sottosegretario della Pubblica Istruzione durante l'ultimo governo Spadolini, Antonino Drago: bisogna «chiudere presto le indagini altrimenti i cavalieri se ne andranno».[8]

Chi sono i cavalieri? I "quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa", così definiti da Giuseppe Fava nella storica copertina del primo numero de I Siciliani del gennaio 1983, erano i cavalieri del lavoro che gestivano l'imprenditoria edile catanese (e siciliana) a cavallo degli anni settanta-ottanta: Mario Rendo, Carmelo Costanzo, Francesco Finocchiaro e Gaetano Graci.

I rapporti tra il clan di Santapaola e i cavalieri vengono fuori grazie al lavoro della redazione de I Siciliani. Nel primo articolo si fa solo l'accenno a «quello che appare, quello che la gente pensa e quello che probabilmente è vero»: appare che sono tutti inquisiti per reati anche gravi, si pensa che sono stati loro ad ordinare l'omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa e probabilmente c'è una mutua protezione ma non ci sono le prove.[6]

La collusione tra i cavalieri e la mafia viene ribadita nei processi degli anni novanta, tra cui quelli per l'omicidio Fava, soprattutto grazie alla scoperta di molte foto in cui Santapaola appariva in compagnia di vari esponenti del potere catanese: «il sindaco, il presidente della provincia, il questore, il prefetto, un deputato regionale dell'Antimafia, un segretario di partito, qualche giornalista, il rampollo di uno dei quattro cavalieri, il genero di un altro cavaliere...» Queste foto rimangono per anni nascoste, fin quando non vengono inviate al giudice Giovanni Falcone.[8]

Il processo si conclude solo 19 anni dopo, quando vengono condannati Maurizio Avola come esecutore, Nitto Santapaola come mandante e Aldo Ercolano come organizzatore. Vengono invece assolti Vincenzo Santapaola, Marcello D'Agata e Francesco Giammuso, i sicari che probabilmente avevano accompagnato Avola durante l'omicidio.[9]

La strage di via D'Amelio[modifica | modifica sorgente]

Il 19 luglio 1992 si verifica la strage di via D'Amelio, in cui perdono la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Emanuela Loi, Eddie Walter Cusina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano. Santapaola è tra i boss che l'hanno organizzata, con Totò Riina e molti altri.[10]

Ancora oggi non si è fatta chiarezza su come venne organizzata la strage. La bomba era stata radiocomandata a distanza e addirittura il giudice aveva saputo di un carico di esplosivi arrivato a Palermo appositamente per uccidere lui. Inoltre l'agenda rossa di Borsellino, che il giudice portava sempre con sé e dove annotava i dati delle indagini, non venne mai ritrovata.

La cattura[modifica | modifica sorgente]

Il 18 maggio 1993 viene arrestato nelle campagne di Mazzarrone nell'ambito dell'operazione Luna Piena dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato. A tradirlo sono state le intercettazioni delle conversazioni tra i suoi figli.[2] I reggenti del clan Santapaola diventano Mario Tornabene e Natale D'Emanuele, a loro volta arrestati il 24 aprile e il 1º luglio 1995.[11]

I pentiti[modifica | modifica sorgente]

Maurizio Avola[modifica | modifica sorgente]

Nel 1994 il pentito Maurizio Avola, autoaccusatosi di più di settanta omicidi, rivela che fu il boss a progettare il delitto Fava nel 1984.

I racconti di Avola toccano moltissimi ambiti. Il boss sarebbe stato contrario all'assassinio di Giovanni Falcone, poiché «Santapaola non ha mai voluto combattere lo Stato, neanche uccidere un poliziotto a Catania». L'omicidio di Giuseppe Lizzio fu quindi un gesto compiuto «a malincuore».

Lo stesso Avola parla anche di presunte frequentazioni tra Santapaola, ed alcuni noti personaggi del mondo delle istituzioni e della politica, come l'uomo dei "servizi deviati", Saro Cattafi e Marcello Dell'Utri. In particolare, i rapporti tra Marcello Dell'Utri e il clan di Santapaola si sarebbero infittiti quando Nitto incaricò Aldo Ercolano di bruciare la sede della Standa di Catania. Dell'Utri, secondo il pentito, sarebbe già stato in contatto con Totò Riina e il boss catanese voleva ottenere un rapporto autonomo con il manager di Publitalia. I due raggiunsero un accordo e Santapaola avrebbe investito molti soldi nelle attività di Fininvest.

Avola parla anche di presunti rapporti tra mafia, massoneria, Stato Italiano e Servizi Segreti: dichiara che «Tutti i capi mafia sono massoni». Il legame tra l'associazione e la mafia sarebbe stato necessario per stringere rapporti con i giudici corrotti e per pianificare gli investimenti. Anche Rosario Pio Cattafi era un massone e la sua presenza era un legame tra politica e mafia.[12] Rosario Cattafi era considerato come il trait d’union tra Cosa Nostra e la politica[13].

Alla fine dell'estate del 2008 è stato pubblicato un libro intitolato Mi chiamo Maurizio, sono un bravo ragazzo, ho ucciso ottanta persone, edito da Fazi Editore e scritto dai giornalisti Roberto Gugliotta e Gianfranco Pensavalli, con prefazione di Alfio Caruso: il libro, narrato in prima persona dal punto di vista di Maurizio Avola, della moglie e di un giudice, presenta questi ed altri fatti relativi alle questioni qui riportate, esclusivamente basandosi sulle interviste che Avola dal carcere rilasciò negli anni ai due giornalisti.

Antonino Calderone[modifica | modifica sorgente]

Nino Calderone, vice-rappresentante di Catania negli anni settanta, nonché fratello del boss ucciso da Santapaola nel 1978, fu tra quelli che confermarono le ipotesi fatte da Pippo Fava: "il cacciatore" era il principale interlocutore dei politici, imprenditori (tra cui i cosiddetti quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa) e magistrati corrotti che controllavano Catania negli anni ottanta.[2]

Le ritorsioni[modifica | modifica sorgente]

Il 1º settembre 1995 viene uccisa la moglie Carmela Minniti dal pentito (in semilibertà) Giuseppe Ferone, detto "cammiseḍḍa", che era un grande rivale del "licantropo".[2]

Le sentenze[modifica | modifica sorgente]

Il 12 maggio 1995 riceve la prima condanna per associazione mafiosa a 18 mesi di isolamento diurno.[11]

È stato condannato all'ergastolo per la strage della circonvallazione.

È stato condannato in primo grado per la strage di via Carini. Il 17 marzo 1995 è stato assolto dalla Corte d'assise d'appello, ma è stato poi rimandato alla Corte Suprema di Cassazione.[11]

Il 26 settembre 1997 viene condannato in primo grado all'ergastolo per la strage di Capaci.[2] La sentenza è confermata in appello il 7 aprile 2000. Tra gli altri condannati ci sono anche Provenzano, Riina e Giovanni Brusca.[14]

Nel 1998 viene chiuso il processo d'appello sulla morte di Giuseppe Fava: Santapaola viene condannato all'ergastolo insieme ad Aldo Ercolano.[15] Il 14 novembre 2003 la sentenza viene confermata dalla Cassazione.[9]

Il 9 dicembre 1999 si conclude a Caltanissetta il processo in primo grado Borsellino-ter: Santapaola viene condannato all'ergastolo con altri diciassette capimafia. Tra di loro ci sono Giuseppe Madonia, Giuseppe Calò e Raffaele Ganci.[16] Il 7 febbraio 2002, in appello, la condanna gli viene ridotta a 20 anni.[17]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Interrogatorio del collaboratore di giustizia Antonino Calderone
  2. ^ a b c d e f g Benedetto Santapaola su In Memoria.
  3. ^ Claudio Fava, Michele Gambino e Riccardo Orioles, Il mafioso, il capitano e il cavaliere su I Siciliani, novembre 1984.
  4. ^ Sentenza N. 53/89 R.G. del 16/07/1992 della Corte d'Assise d'Appello di Palermo e sentenza N. 112 del 17/02/1993 della Suprema Corte di Cassazione di Roma
  5. ^ Mario La Ferla, La valle dei misteri su Antithesi.info, 30 novembre 2004.
  6. ^ a b Giuseppe Fava, I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa, su I Siciliani, gennaio 1983.
  7. ^ Graziella Proto. Campione d'Italia. Non Puttanopoli ma riciclaggio. «Casablanca», luglio 2006, 9.
  8. ^ a b Sebastiano Gulisano, Giuseppe "Pippo" Fava, su Da Polizia e Democrazia, 2002.
  9. ^ a b Omicidio del giornalista Giuseppe Fava... su La Sicilia, 15 novembre 2003.
  10. ^ Via D' Amelio, sette ergastoli
  11. ^ a b c Cronologia sul Centro Siciliano di Documentazione "Giuseppe Impastato" - Onlus.
  12. ^ .Nando Dalla Chiesa, Io, Dell'Utri e le stragi su Rifondazione-Cinecitta.org.
  13. ^ Barcellona: quel plico giallo al “superpoliziotto”, dov’è finito?. Siciliani giovani. 1 dicembre 2011.
  14. ^ Sintesi dei fatti più importanti su Almanaccodeimisteri.info, 1º gennaio 2000-10 giugno 2004.
  15. ^ Daniele Biacchessi, Il caso Pippo Fava su Radio24.it.
  16. ^ Omaggio a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino su Rai Educational, 7 giugno 2001.
  17. ^ Borsellinoter, niente prove per la Cupola regionale - la Repubblica.it

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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