Strage di via d'Amelio
| Strage di via d'Amelio | |
|---|---|
| Via D'Amelio subito dopo la strage del 19 luglio 1992 | |
| Stato | |
| Luogo | Palermo |
| Obiettivo | Il giudice Paolo Borsellino |
| Data | 19 luglio 1992 16:58 |
| Tipo | Autobomba |
| Morti | 6 |
| Feriti | 24 |
| Responsabili | Cosa nostra |
| Motivazione | Rappresaglia contro la lotta alla mafia. |
La strage di via d'Amelio fu un attentato di stampo terroristico-mafioso messo in atto il pomeriggio del 19 luglio 1992 a Palermo in cui persero la vita il giudice antimafia Paolo Borsellino, all'epoca Procuratore della Repubblica a Marsala, e la sua scorta. L'attentato segue di due mesi la strage di Capaci, in cui fu ucciso il giudice Giovanni Falcone, amico e collega di Borsellino, segnando uno dei momenti più tragici nella lotta alla mafia.[1]
L'esplosione, avvenuta in via Mariano D'Amelio dove viveva la madre di Borsellino e dalla quale il giudice quella domenica si era recato in visita, avvenne per mezzo di una Fiat 126 contenente circa 100 chilogrammi di tritolo.[2][3]
Secondo gli agenti di scorta, via d'Amelio era una strada pericolosa, tanto che era stato chiesto di procedere preventivamente ad una rimozione dei veicoli parcheggiati davanti alla casa, richiesta però non accolta dal comune di Palermo, come rilasciato in una intervista alla RAI da Antonino Caponnetto.
Oltre a Paolo Borsellino, morirono il caposcorta Agostino Catalano e gli agenti Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto fu Antonino Vullo, risvegliatosi in ospedale dopo l'esplosione, in gravi condizioni. La bomba era radiocomandata a distanza ma non è mai stata definita l'organizzazione della strage, nonostante il giudice fosse a conoscenza di un carico di esplosivi arrivato a Palermo appositamente per essere utilizzato contro di lui.
Sul luogo della strage giunse immediatamente il deputato ed ex-giudice Giuseppe Ayala che abitava nelle vicinanze.[4] Dopo l'attentato, l'agenda che il giudice portava sempre con sé e dove era solito annotare le informazioni sulle indagini, diventata famosa come “l'agenda rossa” dal suo colore, non venne ritrovata.
Indice |
Indagini e processi[5][modifica]
Borsellino primo[modifica]
Nel 1994 si aprì il primo processo sulla strage di via D'Amelio, chiamato "Borsellino primo", scaturito dalle indagini del gruppo investigativo guidato da Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo, che aveva basato le indagini sulle dichiarazioni del pentito Vincenzo Scarantino, un malavitoso della Guadagna che si era autoaccusato di aver rubato la Fiat 126 usata nell'attentato. Il 27 gennaio 1996 si concluse il primo processo: i complici di Scarantino, Giuseppe Orofino, Pietro Scotto e Salvatore Profeta, vennero condannati all'ergastolo, a un anno e mezzo di isolamento diurno e a tredici milioni di multa ciascuno. Scarantino venne condannato a diciotto anni di reclusione e a 4,5 milioni di multa. Scarantino e Profeta erano accusati di aver rubato la Fiat 126, di averla riempita di esplosivo e collocata davanti alla casa della madre di Borsellino. Orofino è accusato di essersi procurato la disponibilità delle targhe e dei documenti di circolazione e assicurativi falsi che furono apposti sulla 126 per consentirne la sicura circolazione e la collocazione sul luogo della strage. Scotto infine viene accusato di aver manomesso i cavi e gli impianti telefonici del palazzo di via d'Amelio per intercettare le telefonate della madre di Paolo Borsellino così da conoscere i movimenti del magistrato.
Borsellino bis[modifica]
Il 21 ottobre 1996 inizia il processo Borsellino-bis. Gli imputati sono i mandanti della strage: Salvatore Riina, Carlo Greco, Salvatore Biondino, Pietro Aglieri e Giuseppe Graviano; la lista degli imputati prosegue con Gaetano Scotto e Francesco Tagliavia, l'elenco dei presunti esecutori prosegue con Giuseppe Calascibetta, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Cosimo Vernengo, Lorenzo Tinnirello, Giuseppe Urso, Salvatore Vitale; Gaetano Murana e Antonino Gambino; Salvatore Tomaselli e Giuseppe Romano. Agli atti del processo bis, oltre alle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, vengono acquisite quelle dei collaboratori di giustizia Salvatore Cancemi, Giovanbattista Ferrante, Calogero Ganci e Francesco Paolo Anselmo.
Borsellino-ter[modifica]
Il 28 gennaio 1998 inizia il processo Borsellino-ter. Gli imputati sono: Giuseppe “Piddu” Madonia, Nitto Santapaola, Bernardo Brusca (deceduto), Giuseppe Calò, Giuseppe Farinella, Raffaele Ganci, Antonino Giuffrè, Filippo Graviano, Michelangelo La Barbera, Giuseppe Montalto, Salvatore Montalto, Matteo Motisi, Bernardo Provenzano, Salvatore Biondo (classe '55), Cristoforo Cannella, Domenico Ganci, Stefano Ganci, Francesco Madonia, Mariano Agate, Salvatore Buscemi, Antonio Geraci, Giuseppe Lucchese, Benedetto Spera, Salvatore Biondo (classe '56). A processo finiscono anche i collaboratori di giustizia Salvatore Cancemi, Giovanbattista Ferrante e Giovanni Brusca.
Nuove indagini e nuovo processo[6][modifica]
Nel 2008 il mafioso Gaspare Spatuzza iniziò a collaborare con la giustizia e ricostruì le dinamiche della strage di via D'Amelio, facendo emergere il ruolo fondamentale avuto dalla cosca di Brancaccio nell'esecuzione dell'attentato e smentendo il pentito Scarantino. Infatti Spatuzza dichiarò che era stato lui a rubare la Fiat 126 e non Scarantino. Un altro pentito, Fabio Trachina, ha sostenuto che sarebbe stato il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano a premere il pulsante del telecomando che provocò l'esplosione, appostato dietro un muretto in fondo a via d'Amelio. Dopo lunghe e minuziose indagini è caduta definitivamente l’ipotesi di Castello Utveggio quale luogo da dove sarebbe stato premuto il telecomando. Quindi, dopo anni di indagini, il 22 marzo 2013 si apre il nuovo processo per la strage di via d'Amelio. Davanti alla Corte d'Assise di Caltanissetta ci saranno gli imputati Vittorio Tutino, Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta, Calogero Pulci, e il boss Salvatore Madonia. Madonia e Tutino sono accusati di aver assunto un ruolo importante nella preparazione della strage, mentre gli ex pentiti Pulci, Andriotta e Scarantino sono incriminati per calunnia aggravata, in quanto a seguito delle false dichiarazioni rese sono state arrestate sette persone che sono poi risultate non colpevoli.
La strage nel quadro della trattativa Stato-mafia[modifica]
| Per approfondire, vedi Trattativa tra Stato italiano e Cosa nostra. |
Nel luglio 2007, a pochi giorni dal quindicesimo anniversario della strage, la Procura di Caltanissetta ha aperto un fascicolo per scoprire se persone legate agli apparati deviati del SISDE possano avere ricoperto un ruolo nella strage.[7][8]
In quell'occasione è stata pubblicata una lettera aperta del fratello del giudice Borsellino, Salvatore, indirizzata all'ex-Ministro degli Interni Nicola Mancino. Tale lettera, intitolata 19 luglio 1992: Una strage di stato, ipotizza che l'allora Ministro degli Interni Mancino fosse a conoscenza della causa dell'omicidio di Borsellino. In un passaggio si legge infatti:[9][10]
| « Chiedo al senatore Nicola Mancino, del quale ricordo negli anni immediatamente successivi al 1992 una lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell'incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte. O spiegarci perché, dopo avere telefonato a mio fratello per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Polizia Parisi e il dottor Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente... In quel colloquio si trova sicuramente la chiave della sua morte e della strage di Via D'Amelio. » |
Gaspare Mutolo era un pentito della mafia; Bruno Contrada, ex numero tre del SISDE, è stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.
Altri fatti, citati nella lettera di Salvatore Borsellino, misero in questione l'operato del Ministero degli Interni guidato allora da Mancino: la presenza in via D'Amelio di un poliziotto trasferito alcuni mesi prima alla questura di Firenze perché colluso con un gruppo di spacciatori di droga e, soprattutto, quella dell'allora capitano dell'Arma dei Carabinieri Arcangioli, visto allontanarsi dal luogo della strage con in mano la borsa di Paolo Borsellino appena estratta dai rottami della Fiat Croma blindata nella quale sedeva il giudice qualche istante prima dell'esplosione. Secondo i familiari e i colleghi di Borsellino, questa borsa conteneva un'agenda che il giudice utilizzava per annotare le considerazioni più private sulle sue indagini e colloqui.[7][11]
A fronte delle critiche sul suo operato all'epoca della strage di via D'Amelio, Mancino sostenne di non ricordarsi di nessun incontro con il giudice nel mese di luglio 1992 e mise in dubbio l'attendibilità del pentito Mutolo. Salvatore Borsellino replicò con un'altra lettera aperta:[12]
| « In merito alla persistenza delle lacune di memoria del Sen. Mancino sull'incontro con Paolo Borsellino del 1º luglio 1992, evidenti dalla sua risposta alle mie dichiarazioni e preoccupanti per chi è stato chiamato alla vicepresidenza del CSM, ritengo mio dovere fargli notare quanto segue. Se è vero che le dichiarazioni di un pentito come Gaspare Mutolo non possano assumere da solo valore probatorio se non suffragate da solidi riscontri è anche vero che di riscontro ne esiste almeno uno, e incontrovertibile, dato che è siglato dallo stesso Paolo Borsellino. Nella sua seconda agenda, quella grigia in possesso dei suoi familiari, che, essendo stata lasciata a casa da Paolo il 19 luglio non ha potuto essere sottratta come quella rossa, Paolo ha annotato: 1º luglio ore 19:30: Mancino. In quanto alla credibilità dello stesso Mutolo, il quale riferisce la frase di Paolo durante l'interrogatorio: ‘devo smettere perché mi ha chiamato il ministro, manco mezz'ora e torno…’, devo ricordare al Sen. Mancino che è proprio grazie alle dichiarazioni di Gaspare Mutolo che il dott. Contrada, funzionario del SISDE, ha potuto essere condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione. Inoltre lo stesso Vittorio Aliquò[13] ha dichiarato di aver accompagnato Paolo fino alla soglia dell'ufficio di Mancino, ed è impossibile credere che lo stesso non possa ricordare di avere incontrato non un qualsiasi magistrato tra i tanti che quel giorno venivano a complimentarsi per la sua nomina, ma un giudice ad estremo rischio di vita che in quei giorni era al centro dell'attenzione di tutti gli italiani. » |
Nel luglio 2009, in occasione del diciassettesimo anniversario della strage, Massimo Ciancimino ha annunciato che avrebbe consegnato ai magistrati il “papello”, una sola pagina a firma di Totò Riina che conterrebbe le condizioni poste dalla mafia allo Stato.[14] Nella stessa occasione, Totò Riina ha riferito al suo avvocato di non essere coinvolto nella strage di via d'Amelio. Il boss ha dichiarato parlando al suo legale:[15][16]
| « L'hanno ammazzato loro. Lo può dire tranquillamente a tutti, anche ai giornalisti. Io sono stanco di fare il parafulmine d'Italia. » |
Il legale ha poi diffuso una nota che interpreta queste dichiarazioni:
| « Il signor Riina ha voluto, tramite me, rappresentare la sua convinzione: cioè che l'attentato a Borsellino fu opera di personaggi legati alle istituzioni. » |
La stessa nota, tuttavia, smentisce che Riina abbia partecipato a una trattativa fra Stato e mafia:[17]
| « Con riferimento alla cosiddetta trattativa che sarebbe stata condotta tramite i signori Ciancimino, Vito e Massimo, Riina intende far presente che già diversi anni fa era stata la sua difesa a chiedere che venisse esaminato in aula Massimo Ciancimino, senza però ottenere tale prova, in maniera inspiegabile ancor più alla luce degli odierni approfondimenti. » |
L'avvocato, intervistato dal quotidiano La Repubblica dichiara:
| « Abbiamo parlato della trattativa. Riina sostiene che è stato oggetto e non soggetto di quella trattativa di cui tanto si è discusso in questi anni. Lui sostiene che la trattativa è passata sopra di lui, che l'ha fatta Vito Ciancimino per conto suo e per i suoi affari e insieme ai carabinieri: e che lui, Totò Riina, era al di fuori. Non a caso io, come suo difensore, proprio al processo per le stragi di Firenze già quattro anni fa ho chiesto che venisse ascoltato Massimo Ciancimino in aula proprio sulla trattativa. Riina voleva che Ciancimino deponesse, purtroppo la Corte ha respinto la mia istanza. » |
Il Gip di Caltanissetta, Alessandra Bonaventura Giunta, ritiene che la trattativa stato mafia ci sia stata e che Paolo Borsellino fu ucciso perché secondo il boss Totò Riina, ostacolava questa trattativa[18]:
| « "deve ritenersi un dato acquisito quello secondo cui a partire dai primi giorni del mese di giugno del 1992 fu avviata la cosiddetta 'trattativa' tra appartenenti alle istituzioni e l'organizzazione criminale Cosa nostra". » |
Note[modifica]
- ^ Marco Letizia, Borsellino, 10 anni fa la strage di via D'Amelio, in «Corriere della Sera», 19 luglio 2002. URL consultato in data 16 marzo 2010.
- ^ Giovanni Bianconi, Il pentito e le stragi. La nuova verità che agita l'antimafia, in «Corriere della Sera», 22 aprile 2009. URL consultato in data 17 marzo 2010.
- ^ Di Giovacchino, op. cit.
- ^ Salvatore Borsellino, Le domande che non avrei voluto fare, in «Il Fatto Quotidiano», 27 settembre 2010. URL consultato in data 22 luglio 2012.
- ^ http://www.antimafiaduemila.com/2011103134396/sistemi-criminali/nuovi-processi-per-la-strage-di-via-damelio.html
- ^ http://www.antimafiaduemila.com/2012030936029/sistemi-criminali/strage-di-via-damelio-arresti-e-indagini-verso-nuovi-processi.html
- ^ a b Cristina Bassi, Strage di via D’Amelio: 15 anni dopo, ancora troppi dubbi, in «Panorama», 19 luglio 2007. URL consultato in data 16 marzo 2010.
- ^ Attilio Bolzoni, Francesco Viviano, Mafia e servizi, telefonate e carte sparite ecco gli indizi nelle inchieste, in «La Repubblica», 18 luglio 2009. URL consultato in data 16 marzo 2010.
- ^ Il fratello di Borsellino: “Mancino ora sveli perché incontrò Paolo”, in «Il Giornale», 17 luglio 2007. URL consultato in data 16 marzo 2010.
- ^ Salvatore Borsellino, Strage in via D´Amelio, sono troppi i segreti, in «Il Cittadino», 6 dicembre 2008. URL consultato in data 16 marzo 2010.
- ^ Chicco La vera conclusione delle indagini non c'è mai stata ma si spera ancora nella giustizia.Alfano. Quell'agenda rossa di Paolo Borsellino… Luci ed ombre sulla strage di via D'Amelio. Ammazzateci tutti, 19 luglio 2007. URL consultato in data 17 marzo 2010.
- ^ Salvatore Borsellino. La replica al Sen. Mancino. 17 luglio 2007. URL consultato in data 17 marzo 2010.
- ^ Procuratore aggiunto presso la procura di Palermo.
- ^ Attilio Bolzoni, Francesco Viviano, Ciancimino jr, l'ultimo segreto "Patto mafia-Stato, ecco la prova", in «La Repubblica», 14 luglio 2009. URL consultato in data 16 marzo 2010.
- ^ Dichiarazioni pubblicate da La Stampa e La Repubblica del 19 luglio 2009.
- ^ Marcello Zinola, Parla Riina: “Delitto di Stato”. In pochi alla cerimonia, in «Il Secolo XIX», 19 luglio 2009. URL consultato in data 17 marzo 2010.
- ^ Riina: “Con strage Borsellino non c’entro”. 19 luglio 2009. URL consultato in data 22 luglio 2012.
- ^ Svolta su Via D'Amelio, 4 arresti. Il Gip: Borsellino ucciso perché ostacolava la trattativa tra Stato e mafia. Tiscali. Cronaca. 08 marzo 2012.
Bibliografia[modifica]
- Rita Di Giovacchino; Massimo Brutti (prefazione di), Il libro nero della prima Repubblica, 1a ed., Roma, Fazi Editore, 2003. ISBN 978-88-8112-633-0.
- Maurizio Torrealta; Antonio Ingroia, La trattativa. Mafia e stato: un dialogo a colpi di bombe, Editori Riuniti, 2002. ISBN 978-88-359-5195-7.
- Sandra Rizza; Giuseppe Lo Bianco, L'agenda rossa di Paolo Borsellino, Chiarelettere, 2007. ISBN 978-88-6190-014-1.
- Sandra Rizza; Giuseppe Lo Bianco, L'agenda nera della Seconda Repubblica, Chiarelettere, 2010. ISBN 978-88-6190-099-8.
- Paolo Borsellino e l'agenda rossa (PDF). 19 luglio 2012. URL consultato in data 22 luglio 2012.
- «Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell'amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare».
Voci correlate[modifica]
Collegamenti esterni[modifica]
- Reality: La versione di Genchi, La7, 16 marzo 2009. URL consultato il 22 luglio 2012.
- Martina Di Gianfelice; Marco Bertelli. Rassegna stampa: le inchieste sulla trattativa tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato. 25 luglio 2009. URL consultato in data 22 luglio 2012.
- La storia siamo noi: 57 giorni a Palermo. La scorta di Paolo Borsellino, Rai Uno, 19 luglio 2012. URL consultato il 22 luglio 2012.