Michele Greco

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Michele Greco detto il papa

Michele Greco (Croceverde, 12 maggio 1924Roma, 13 febbraio 2008) è stato un criminale italiano, legato a Cosa Nostra.

Era soprannominato Il papa per la sua abilità a mediare tra le varie famiglie mafiose[1].

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Primi anni[modifica | modifica sorgente]

Michele Greco nato e cresciuto a Croceverde-Giardina, una frazione rurale della città di Palermo, figlio di Giuseppe Greco, detto Piddu ‘u tenente, e Caterina Ferrara, Michele Greco fu il terzo di cinque figli: Francesco, nato il 18 gennaio 1921 e di professione medico chirurgo; Giuseppe, nato il 27 agosto 1922 e ucciso a Ciaculli il 1º ottobre 1939; Salvatore, detto il senatore, nato il 7 luglio 1927, possidente, sposato con la figlia di Antonino Cottone, capo della cosca di Villabate; infine Rosa, nata il 15 novembre 1930.[2] La famiglia di Piddu ‘u tenente di Croceverde-Giardina fu protagonista di una faida con la famiglia Greco di Ciaculli il cui capofamiglia si chiamava anch’egli Giuseppe. Michele Greco era inoltre un lontano cugino di Salvatore "Ciaschiteddu" Greco, che faceva parte del ramo familiare di Ciaculli.

Lotta tra i Greco di Ciaculli e quelli di Croceverde-Giardina[modifica | modifica sorgente]

Ciaculli e Croceverde-Giardina sono due borgate che si trovano nella zona sud-est di Palermo e vivevano di agricoltura, specialmente di agrumi. Piddu ‘u tenente, prima di divenire capomafia incontrastato della zona di Croceverde, era stato gabellotto dei conti Tagliavia, che possedevano un terreno di trecento ettari coltivato a mandarineto. Il suo forte ascendente verso le persone di quella zona era dovuto alle sue conoscenze con personaggi di rilievo di Villabate, oltre che alla sua grande personalità. L’omonimo Giuseppe Greco invece era riconosciuto come capo della mafia di Ciaculli.

Le due famiglie avevano sempre vissuto in pace fino all’ottobre del 1939 quando un avvenimento diede origine a una lunga catena di omicidi. A settembre, a Ciaculli, durante la festa del Crocifisso, Giuseppe e Francesco Greco di Giuseppe, Francesco Buffa, Domenico Bonaccorso, Salvatore Lamantia e Antonino Chiofalo avevano portato fuori dalla Chiesa una panca per sedersi e si erano allontanati. Il loro posto venne preso da altri partecipanti, fra cui un cugino dei Greco, di nome Francesco. Giuseppe Greco li avvertì di alzarsi ma proprio Francesco non volle e dopo numerose sollecitazioni colpì con un pugno Domenico Bonaccorso al viso. Seguì una breve colluttazione tra i due che venne subito sedata. La questione non si interruppe qui in quanto i due gruppi si trovarono a fronteggiarsi lungo la strada per Croceverde. Francesco Greco uscì all’improvviso armato di pistola e coltello sfidando Bonaccorso a farsi avanti; insieme a lui si trovavano anche il fratello Paolo, Salvatore Pace e Giovanni Spuches. Francesco Greco rimase ferito lievemente mentre nell’altro gruppo venne ucciso Giuseppe Greco, il fratello di Michele.

Per questo fatto la corte d’Assise di Palermo condannò i colpevoli a trent’anni di reclusione (ridotti a 16 e 18 anni in seguito al ricorso degli imputati con sentenza del 6 gennaio 1946). Nello stesso anno, Piddu ‘u tenente si vendicò del torto subito facendo uccidere Pietro e Giuseppe Greco, rispettivamente padre e zio degli autori del precedente omicidio. La reazione degli altri Greco non si fece attendere e poco dopo vennero uccisi due uomini di Piddu. Dopo tutti questi fatti di violenza si arrivò al culmine di tutta la vicenda: il 17 settembre 1947, i due clan si affrontarono con bombe a mano e mitra nella piazza di Ciaculli; ci furono cinque morti, uno dei quali venne finito a coltellate dalla vedova e dalla figlia di Giuseppe Greco.

Tutti questi avvenimenti costarono a Piddu la convocazione da parte degli altri boss della mafia che lo obbligarono a riportare la situazione di pace fra i due clan. La pace era fortemente voluta anche da Antonino Cottone, capo della cosca di Villabate che fece intervenire il boss Joe Profaci, che da Brooklyn si precipitò a Palermo per porre fine allo scontro: Piddu u' tenente divenne il nuovo capo della cosca di Ciaculli-Croceverde. Durante tutta questa situazione, Michele e Salvatore Greco, i figli di Piddu, erano già entrati a far parte dell’ambiente di Cosa Nostra.[3]

Guerra di mafia[modifica | modifica sorgente]

Nonostante si definisse un uomo “tutto casa e chiesa”, Michele Greco assume una posizione determinante all’interno della seconda guerra di mafia. Nei primi tempi, intorno al 1974 circa, Michele Greco era conosciuto come un signorotto di campagna che amava circondarsi di conti, marchesi, prefetti e presidenti di corti d’appello.[4] Nel 1974 divenne capomandamento della zona Ciaculli-Croceverde-Brancaccio.[5]

Nel 1977 Greco si associò a Totò Riina e Bernardo Provenzano, di cui appoggiò la decisione di uccidere il tenente colonnello Giuseppe Russo; infatti Michele Greco fornì il suo uomo di fiducia Giuseppe Greco detto "Scarpuzzedda" per fare parte del commando di killer che compirono l'uccisione del colonnello Russo a Ficuzza[6].

Nel periodo della primavera-estate 1977 le riunioni di mafia si tenevano sempre presso la Favarella, una tenuta che si estendeva dalla chiesetta diroccata di Maredolce fino agli ultimi giardini di Ciaculli. Essa circondava la tenuta di Michele Greco. In quel periodo tutti i discorsi riguardavano i Corleonesi; nessuno sapeva che il padrone di casa Michele Greco, si era segretamente accordato proprio con i Corleonesi.[7] Il 10 aprile 1978, Riina durante una riunione della Commissione[8] chiese ed ottenne l’espulsione di Badalamenti per l’omicidio di Francesco Madonia[9], capo della cosca di Vallelunga Pratameno che era legato a lui. Michele Greco prese il suo posto e iniziò a fare da intermediario fra lo schieramento di Riina e quello di Stefano Bontate.[10]

Questa guerra iniziò in sordina nel 1978-1980; nella Commissione vennero inseriti Giovanni Scaduto e Giuseppe Greco “Scarpuzzedda”, che sostituiva Michele Greco nella "Commissione" come capomandamento di Ciaculli. Questo provvedimento relegò Michele Greco in una posizione marginale a causa della sua scarsa personalità e della sua sottomissione al dominio dei Corleonesi. Il 30 maggio 1978 venne assassinato a Palermo dai soldati di Riina Giuseppe di Cristina, capo della famiglia di Riesi. Ciò venne visto da Inzerillo come un’offesa nei suoi riguardi in quanto il delitto avvenne nel suo territorio. Successivamente, a giustificare il fatto, venne fatta girare la voce che di Cristina stava collaborando con i carabinieri. Il 9 settembre venne ucciso a Catania Pippo Calderone.

Nel 1981 Stefano Bontate decise di eliminare Salvatore Riina e a quel proposito, il “papa” della mafia disse una cosa molto significativa: “Stefano si è messo dalla parte del torto”, in quanto chi uccideva un membro di Cosa Nostra senza il permesso della Commissione aveva come pena prevista la morte.[11] Riina riuscì ad anticipare le sue mosse grazie a Greco che gli rivelò il complotto di Bontate e il 23 aprile 1981, nel giorno del suo quarantacinquesimo compleanno, Bontate venne ucciso da Giuseppe Greco e Giuseppe Lucchese, uomini di Michele Greco "prestati" a Riina. L’11 maggio cadde anche Salvatore Inzerillo, tradito da uno dei suo fedelissimi. Nonostante viaggiasse in una macchina blindata, venne sorpreso sotto l’abitazione di un’amante.[12][13].

Il 30 novembre 1982, in piena seconda guerra di mafia, Michele Greco invitò i suoi associati Rosario Riccobono, Salvatore Scaglione, Giuseppe Lauricella, il figlio Salvatore, Francesco Cosenza, Carlo Savoca, Vincenzo Cannella, Francesco Gambino e Salvatore Micalizzi alla tenuta della Favarella per una grigliata all'aperto, facendogli credere di essere loro amico. Erano presenti anche Totò Riina e Bernardo Brusca, i quali dopo il pranzo attirarono gli altri invitati in una trappola con l'aiuto di Michele Greco e li strangolarono o li uccisero a colpi di pistola con l'aiuto di Giuseppe Greco “Scarpuzzedda”, Giovanni Brusca e Baldassare Di Maggio, buttando poi i cadaveri in recipienti pieni di acido: il massacro alla Favarella venne attuato perché Riina non poteva tenere sotto controllo Riccobono e gli altri, ed aveva bisogno di toglierli di mezzo per ricompensare altri suoi alleati palermitani, soprattutto Giuseppe Giacomo Gambino, con la spartizione del territorio già appartenuto a Riccobono e agli altri boss uccisi alla Favarella [14].

Incontro con John Gambino[modifica | modifica sorgente]

In seguito al massacro delle Famiglie durante la seconda guerra di mafia, John Gambino, importante esponente della Famiglia Gambino di Brooklyn, giunse a Palermo per salvare i superstiti della Famiglia Inzerillo dalla furia dei Corleonesi[15][16] Anche in quest’occasione Michele Greco ebbe una grande importanza in quanto riuscì a mediare tra Riina e Gambino. L’incontro si risolse con una frase simbolica da parte di quest’ultimo: “adesso comanda Corleone” e si accordò con Riina affinché gli Inzerillo avessero avuta salva la vita a condizione di non tornare più in Sicilia.[17]

Michele Greco +161[modifica | modifica sorgente]

Il nome di Michele Greco fu associato a Cosa Nostra per la prima volta dal rapporto del vice capo della mobile Ninni Cassarà chiamato “Michele Greco +161”, stilato nel giugno del 1982. Questo rapporto si basava sulle confidenze dell'informatore Salvatore Contorno e divenne parte integrante del primo maxiprocesso. In seguito, grazie alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta, il 29 settembre 1984 avvenne il grande blitz di San Michele che portò 475 mandati di cattura, fra cui quelli per l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino e quelli per i potenti esattori Nino e Ignazio Salvo.[18]

Arresto[modifica | modifica sorgente]

Michele Greco venne arrestato il 20 febbraio 1986[19] durante una vasta operazione dei carabinieri finalizzata alla ricerca dei latitanti.[20] Venne trovato in un casolare sperduto nelle campagne di Caccamo, a una cinquantina di chilometri da Palermo, dove si nascondeva sotto il nome di Giuseppe di Fresco nato il 22 gennaio 1926 a Palermo. Dopo aver rintracciato la moglie del Di Fresco, ormai vedova da alcuni anni, venne svelata la vera identità di Greco, latitante da 4 anni.

L'arresto del “papa” venne camuffato sotto “la grande operazione” per poter coprire la fonte che aveva permesso alle forze dell’ordine di entrare nel covo del latitante. Michele Greco fu infatti tradito da un giovane, Benedetto Galati, che oltre a curare il suo fondo, aveva vissuto con tutta la sua famiglia nella tenuta di Favarella. Tutto ciò si scoprì solo alcuni mesi dopo, quando Benedetto Galati venne assassinato a colpi di lupara. Il Galati avvisò inizialmente le forze dell'ordine con una lettera anonima con scritto “Se volete Michele Greco, seguite attentamente le mie istruzioni”. Successivamente avvenne un incontro tra il giovane e un ufficiale del carabinieri a Monreale, durante il quale Galati confessò. “Michele Greco si nasconde in una casa in campagna nelle campagne di Caccamo, alle spalle della diga sul fiume San Leonardo, andateci e lo troverete”.

L’operazione, che vide l’impiego di un centinaio di agenti, scattò all’alba. Dopo alcuni minuti che era stato fermato, Michele Greco confessò: “Bravi, siete stati bravi, io sono Michele Greco.[21]

Maxiprocesso[modifica | modifica sorgente]

L’11 giugno 1986 Michele Greco si presentò in aula in vestito blu, camicia bianca e rolex d’oro al polso destro e disse: “Io sono stato rovinato dalle lettere anonime. Mi ha rovinato l’omonimia con i Greco di Ciaculli, mentre io appartengo ai Greco di Croceverde-Giardini. La violenza non fa parte della mia dignità.”. Continuò dicendo: “È una vita ordinaria la mia, sia da scapolo che da sposato. Mi hanno descritto come un Nerone, come un Tiberio, solo perché il mio nome fa cartello, costruendo un mare, una montagna di calunnie attorno al mio nome”.[22]

Ammise di conoscere Stefano Bontate, in quanto quest’ultimo si recava spesso a caccia nella sua tenuta. Riguardo alle dichiarazioni dei pentiti: “Le accuse contro di me sono una valanga di fango. I pentiti usati dalla giustizia sono solo dei criminali falliti che per farla franca non esitano a dire falsità e calunnie. Non dico che i magistrati non li debbano prendere in considerazione perché fanno il loro lavoro nel modo migliore, ma se alle dichiarazioni dei pentiti non seguono fatti o prove, allora devono subire lo stesso trattamento delle lettere anonime”.

“Mi chiamano il “papa” ma io non posso paragonarmi a loro, neanche a quello attuale, anche se per la mia fede e la mia coscienza pulita posso essere uguale se non superiore a loro”. “Della mafia so quello che sanno tutti. La droga mi fa schifo solo parlarne. Tutto quello che posseggo è frutto del mio lavoro e dell’eredità dei miei genitori. Non ho mai abbandonato la casa dove mi trovavo nella latitanza e dove mi hanno trovato i carabinieri, ho lavorato in campagna, comprato e venduto bestiame”.[23]

Fine del maxiprocesso[modifica | modifica sorgente]

L’11 novembre 1987, nell'ultima udienza del primo maxiprocesso a Cosa Nostra, poco prima che la corte si ritirasse in camera di consiglio, Michele Greco chiese e ottenne la parola. “Io desidero fare un augurio. Vi auguro la pace signor Presidente, a tutti voi auguro la pace perché la pace è la tranquillità e la serenità dello spirito e della coscienza e per il compito che vi aspetta la serenità è la base fondamentale per giudicare. Non sono parole mie, sono parole di Nostro Signore che lo raccomandò a Mosè: quando devi giudicare, che ci sia la massima serenità, che è la base fondamentale. Vi auguro ancora, signor Presidente, che questa pace vi accompagni per il resto della vostra vita”.[24]

Con queste parole espresse precedentemente, il “papa” della mafia chiuse il processo. Il 16 dicembre 1987, dopo 638 giorni di dibattito, 35 giorni di camera di consiglio, la Corte d’Assise di Palermo emise la sentenza: Michele Greco e altri diciotto capimafia vennero condannati all’ergastolo.[25]

Scarcerazione[modifica | modifica sorgente]

L’11 febbraio 1991 Michele Greco e altri trentanove boss vennero scarcerati per la scadenza dei termini di custodia cautelare (cavillo giuridico che venne adottato dalla prima corte di Cassazione presieduta da Corrado Carnevale). Fu una decisione che generò grande fragore all’interno dell’opinione pubblica. Michele Greco tornò così a Ciaculli e alle domande dei giornalisti rispose dicendo: “Cinque anni di carcere vissuti in assoluto isolamento mi hanno provato moltissimo e se mi chiedete anche solo le mie generalità non sarei in grado di rispondere”.

Quando gli venne chiesto di dare la sua opinione sul giudice Carnevale rispose: “Siamo in quaresima se mi parlate di Carnevale. In questi anni di galera ho trovato conforto solo nella Bibbia che è la base fondamentale: ci sono stati anche dei porci che hanno osato fare dell'ironia al riguardo, ma io me ne fotto”. Il 18 settembre 1991 fu arrestato nuovamente.

Detenzione[modifica | modifica sorgente]

Michele Greco, detenuto all’Ucciardone sotto il regime del 41 bis, in seguito all'uccisione del giudice Paolo Borsellino, venne trasferito nel carcere di Pianosa insieme ad altri 55 componenti di Cosa Nostra.[26] Successivamente venne portato nel carcere di Cuneo dove rimase fino al 1998 quando, per gravi motivi di salute, venne trasferito definitivamente nel carcere di Rebibbia, a Roma.

Morte[modifica | modifica sorgente]

Morì il 13 febbraio 2008 all’ospedale Pertini di Roma, nel quale si trovava da alcune settimane, stroncato da un tumore ai polmoni.[27][28][29] Non gli furono concessi funerali solenni a causa di un divieto della Questura. Le esequie vennero celebrate nella chiesa del camposanto di Sant’Orsola e vi parteciparono esclusivamente la moglie, il figlio Giuseppe e pochi altri conoscenti e familiari.[30]

Le condanne[modifica | modifica sorgente]

Nel 1995, nel processo per l'omicidio del tenente colonnello Giuseppe Russo, Michele Greco venne condannato all'ergastolo insieme a Bernardo Provenzano, Salvatore Riina e Leoluca Bagarella; lo stesso anno, nel processo per gli omicidi dei commissari Beppe Montana e Ninni Cassarà, venne pure condannato all'ergastolo insieme a Salvatore Riina, Bernardo Brusca, Francesco Madonia e Bernardo Provenzano, a cui seguì il processo per gli omicidi di Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Michele Reina, nel quale gli viene inflitto un'ulteriore ergastolo insieme a Salvatore Riina, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci[31].

Nel 1997, nel processo per l'omicidio del giudice Cesare Terranova, Michele Greco ricevette un altro ergastolo insieme a Salvatore Riina, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Nenè Geraci, Francesco Madonia e Bernardo Provenzano[32].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Mafia, morto il boss Michele Greco i Corleonesi lo fecero "Papa" - cronaca - Repubblica.it
  2. ^ Francesco Viviano, Michele Greco il memoriale, pag.23
  3. ^ Francesco Viviano,Michele Greco il memoriale, pag.25-28
  4. ^ Attilio Bolzoni, Il capo dei capi, pag.112
  5. ^ Attilio Bolzoni,Parole d'onore,pag.16
  6. ^ E LEGGIO SPACCO' IN DUE COSA NOSTRA - Repubblica.it » Ricerca
  7. ^ Attilio Bolzoni,Il capo dei capi,pag125-128
  8. ^ Commissione (mafia)
  9. ^ Boss
  10. ^ Michele Greco
  11. ^ Attilio Bolzoni, Il capo dei capi, pag.164-165
  12. ^ Francesco Viviano,Michele Greco il memoriale, pag.61-70
  13. ^ Attilio Bolzoni,Il capo dei capi, pag.170
  14. ^ uccisi a tavola i nemici. i corpi sciolti nell' acido - archiviostorico.corriere.it
  15. ^ Francesco Viviano, Michele Greco il memoriale, pag.75
  16. ^ [www.fas.org/irp/news/2007/osc111907.html Incontro con Carlo Gambino]
  17. ^ Attilio Bolzoni, Il capo dei capi, pag.173
  18. ^ Michele Greco
  19. ^ Preso il capomafia Greco tradito dai suoi uomini, La Stampa, 21 febbraio 1986
  20. ^ Francesco Viviano, Michele Greco il memoriale, pag.113-118
  21. ^ Saverio Lodato, Trent'anni di mafia: storia di una guerra infinita, pag.193
  22. ^ Attilio Bolzoni, Parole d'onore, pag.187-188
  23. ^ Saverio Lodato, Trent'anni di mafia: storia di una guerra infinita, pag.193-195
  24. ^ Attilio Bolzoni, Parole d'onore, pag.185-186
  25. ^ Francesco Viviano, Michele Greco il memoriale, pag.141
  26. ^ Michele Greco
  27. ^ Michele Greco
  28. ^ Michele Greco
  29. ^ Saverio Lodato, Trent'anni di mafia: storia di una guerra infinita, pag.524-525
  30. ^ Francesco Viviano, Michele Greco il memoriale, pag. 142
  31. ^ Sportello Scuola e Università della Commissione Parlamentare Antimafia
  32. ^ Ecco chi uccise Terranova

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Francesco Viviano, Michele Greco il memoriale, Roma, Aliberti editore, 2008, ISBN 88-7424-365-0.
  • Attilio Bolzoni, Parole d'onore, Milano, BUR, 2008, ISBN 978-88-17-02505-8.
  • Attlio Bolzoni, Giuseppe D'Avanzo, Il capo dei capi: vita e carriera criminale di Totò Riina, Milano, BUR, ISBN 978-88-17-01924-8.
  • Savero Lodato, Tren'anni di mafia: storia di una guerra infinita, Milano, BUR, ISBN 978-88-17-02356-6.* Alfonso Giordano, Il maxiprocesso venticinque anni dopo, Bonanno editore, 2011, pp.106; 199-203.

Cronologia[modifica | modifica sorgente]

Predecessore:
Gaetano Badalamenti
Commissione di Cosa Nostra
Michele Greco
1978 - 1986
Successore:
Salvatore Riina 1986 - 1993

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Controllo di autorità VIAF: 68752284

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